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sabato 31 dicembre 2011

Un Natale fuori casa


Nel corso degli anni ho visitato diverse città e capitali. Ai miei occhi ciascuna di esse era, quasi sempre, caratterizzata a priori da qualche caratteristica largamente condivisa o, al contrario, del tutto personale, ma comunque specifica. Parigi magica e noncurante. Londra gigantesca e caotica. Lisbona fanée e un po' aliena.
Naturalmente la visita di questi luoghi rendeva rapidamente giustizia di tutti i miei pregiudizi. Qualche volta questi venivano confermati; più frequentemente, a dire il vero, venivano ridimensionati, quando non del tutto sfatati.
L'esperienza, comunque, mi ha sempre arricchito e ha contribuito a rendermi consapevole di essere una parte del tutto. Questo è un concetto cruciale che favorisce il riconoscimento delle somiglianze e la contestualizzazione delle diversità. La mancanza di queste capacità ti condanna al gretto provincialismo (ed al leghismo, sua malattia terminale) nonché alla devastante diffidenza preconcetta che prelude a conflitti ed incomprensioni.
Molti tendono a privilegiare l'offerta museale ed architettonica dei luoghi visitati, io invece amo mettere in primo piano l'atmosfera che incontro.
Mi piace osservare gli abitanti nelle loro occupazioni quotidiane, il loro atteggiamento di fronte alle cose, alle piccole avversità, il loro atteggiamento verso gli estranei.
Osservo il funzionamento delle cose, il loro grado di fruibilità. Spesso mi metto in situazioni ridicole quando, pur non conoscendo la lingua o avendone una insufficiente confidenza, cerco di attaccare bottone con gli abitanti del posto con effetti, qualche volta, surreali.

Nei giorni scorsi ho visitato Berlino per la prima volta. Non so cosa mi aspettassi di trovarvi ora che, caduto il Muro, è venuta meno una delle sue più macroscopiche peculiarità. 
Per me quella città, al contrario di altre località, è sempre stata avvolta in una certa indeterminatezza. Forse la virulenza dei preconcetti che viene facile nutrire nei confronti del “pianeta” Germania e dei suoi abitanti, mi ha indotto a diffidare delle valutazioni provvisorie e di comodo che ho adottato in altre circostanze e per altre città.
In quanto italiano, per di più proveniente da una Lombardia già austro-ungarica e, quindi, dotata di un DNA parzialmente mitteleuropeo, non ho mai saputo risolvermi tra l'ammirazione per il rigore, il pragmatismo ed il senso della collettività espressi dalla cultura germanica, contro la rigidità e lo scarso calore che spesso questi nostri fratelli europei esprimono. 
Né aiuta molto il sottile complesso d'inferiorità che nutriamo nei loro confronti, ridicolmente compensato da una sciovinistica professione di maggiore creatività.
Intendiamoci, noi siamo effettivamente più creativi e fantasiosi, solo che questo, di per sé, non è sufficiente a tenerci fuori dai guai. Al massimo ci aiuta a non collassare del tutto e purtroppo ci induce a riporre eccessiva – e immotivata - fiducia nel proverbiale “stellone”.
Vi sono curiosi paralleli tra i nostri due paesi. Tutti e due sono praticamente nati nello stesso periodo (1861-1871) dopo essere stati a lungo divisi in nazioni differenti. Siamo stati alleati in diverse occasioni: in funzione anti-austriaca nel 1866, poi in funzione anti-francese nella per noi innaturale Triplice Alleanza dal 1866 al 1915, quando, con tipica spregiudicatezza savoiarda, abbiamo ribaltato le nostre alleanze (un riallineamento più coerente con la nostra storia, ma pur sempre un notevole salto della quaglia), per non parlare dello sciagurato Asse Tripartito della Seconda Guerra Mondiale.
A tal proposito abbiamo condiviso anche il tragico primato del fascismo eletto a regime e la fatica di ricostruire un paese devastato (il loro molto più del nostro). Siamo stati, ambedue, a guardia delle presunte porte d'ingresso in Europa dell'Armata Rossa, il varco di Fulda ed il Friuli.
Ora che l'orso sovietico non esiste più, loro - metodici e concreti - sono emersi dal cambiamento geostrategico con forte identità, leadership consistente e potenzialità cospicue. Noi invece, perso il ruolo NATO e incapaci di valorizzarci quale naturale porta d'ingresso nel Mediterraneo e verso il Medio Oriente, siamo diventati marginali, produttori di classe politica scadente e veri campioni delle occasioni perdute.

Cosa mi ha dunque dato questa visita a Berlino? Prima di tutto la consapevolezza di doverci tornare. Si tratta di una città vasta e complessa e non può essere valutata dopo solo sei giorni di permanenza. 
Rasa al suolo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stata ricostruita in fasi e situazioni differenti. Dapprima è stata protagonista, ostaggio ed esemplificazione del confronto Est-Ovest. 
É stata sia una trincea che una ciste profondamente inserita in un tessuto estraneo. Contemporaneamente convulsa e scintillante (Ovest) nonché immota e decaduta (Est). 
Caduto il Muro, è divenuta rapidamente uno straordinario atelier architettonico contornato da stratificazioni di differenti passati industriali. E' il primo luogo dove l'architettura moderna mi appare grandiosa ed elegante anziché fredda e scostante. 
E che dire dei berlinesi? Mi sembrano così contraddittori. Disincantati, come tutti gli abitanti di una grande capitale, possono essere sia estremamente cortesi e disponibili come sarcasticamente irridenti ed impazienti.
Certo è una città che funziona e bene anche. Traffico in dimensione gestibile (per quello che ho potuto vedere), trasporti pubblici capillari, convenienti e fruibili senza difficoltà nell'arco delle 24 ore.
Sono alla ricerca di conferme ed approfondimenti.
Devo assolutamente tornarci.    

giovedì 22 dicembre 2011

Il passaggio del testimone.


Ho discusso con mia figlia (23 anni – studentessa) del futuro suo e dei suoi coetanei.
Non ho molti riscontri, al di fuori di lei, con la generazione che si affaccia, come si dice, alla vita. Non ne ho molti perché, innanzitutto, le mie frequentazioni abituali avvengono in ambiti scarsamente frequentati da giovani.
Quando lavoravo, grazie al blocco delle assunzioni vigente da lunga pezza, i miei “giovani” colleghi partivano dai 35 anni, e non erano neanche numerosi.
Ora che sono in mobilità e che vivo in un paesello che, per dire, non ha neanche una piazza, un luogo di aggregazione anche spicciola, posso toccare con mano cosa significhi crescita zero. I giovani sono pochi e, come è tradizione, non scalpitano per interagire con un anziano rompiballe pronto, come ritengono, ad elargire perle di saggezza non richieste. Non mi sono chiuso in un mondo isolato, ho interessi e li coltivo, ma le occasioni di contatto rimangono limitate.
Quando mi capita di parlare con gli amici di mia figlia, mi rendo conto di venire ascoltato con cortesia, qualche volta li stupisco con posizioni quantomeno attente ai loro punti di vista, ma percepisco la loro sensazione di essere "altrove" rispetto a me. Niente di che. Ricordo benissimo quanto, a mia volta e in anni oramai remoti, ritenessi aliene le sensibilità che venivano manifestate dalle persone più anziane.
Scarseggiando i riscontri diretti, cerco di compensare con la lettura di saggi ed articoli di giornale e con l'ascolto di trasmissioni televisive e radiofoniche. Sia gli uni che le altre, però, sospetto siano un po' troppo mediate per rappresentare adeguatamente il pensiero giovanile. Va un po' meglio con la frequentazione del web dove, tuttavia, mi scontro con la mia estraneità a certi linguaggi. Nessuno ha detto che dovesse essere facile.
Ho già avuto modo di dire che il mondo che questi ragazzi devono imparare ad affrontare è diverso da quello della mia gioventù. Diverse le aspettative, gli scenari e, soprattutto, le potenzialità. Le ricette che noi possiamo suggerire non sono necessariamente valide. Noi però possiamo fornire testimonianza e credo che questa debba venire recepita ed elaborata.
Molte cose sono cambiate o sono inedite, ma spesso sono anche talmente vecchie da “sembrare” nuove, per cessata frequentazione.    E', questo, il maggior successo del marketing politico mistificatorio operato dal berlusconismo.
Prendiamo, per dire, la polemica sull'art. 18. Secondo mia figlia questa norma, impedendo i licenziamenti in caso di ristrutturazioni del ciclo produttivo (maggiore efficienza o migliori processi possono generare esuberi) ingessa il mondo del lavoro e comprime la dinamica delle assunzioni. Questa considerazione è, mi risulta, abbastanza condivisa anche da giovani genericamente orientati al progressismo. 
Posso anche concordare, in linea puramente teorica. Per usare un'espressione cara agli economisti liberisti, in un "mondo perfetto" una maggiore flessibilità dovrebbe andare a vantaggio di tutti. Naturalmente il mondo in cui viviamo non è per niente perfetto.
Mi si dice che il fenomeno della precarietà si è generato nel tentativo di superamento dell'art. 18 addebitandone, dunque, la responsabilità a quest'ultimo ed alla mentalità “conservatrice” del sindacato. Io, invece, chiedo: non è che il precariato è la concezione tendenziale di rapporto di lavoro così come la concepisce una classe imprenditoriale che predilige mani libere e rifugge da qualsiasi responsabilità? Il sindacato, come fenomeno, è storicamente legato al contrasto dello sfruttamento dei lavoratori da parte della classe padronale. Se il sindacato è conservatore, allora Marchionne – che vuole riportare l'orologio dei rapporti industriali agli inizi del Novecento – come può essere definito?
Quello che intendo dire ai ragazzi è questo:  se si ritiene di dover intervenire su fattori nevralgici come, appunto, l'art. 18 bisognerebbe pretendere sempre che tutti si assumessero la loro parte di compiti.     Certo se si aspetta la vigilia della catastrofe, diventa facile declinare l'equità alla maniera di Monti.
Ragazzi, ascoltate la nostra testimonianza.  Avete gli strumenti per elaborarla e farne buon uso. Però, per piacere, evitate i nostri errori. Del resto anche questi sono una forma di testimonianza.

lunedì 19 dicembre 2011

C’è vita anche nella destra liberista?


Consulto spesso un sito curato da una persona che unisce innegabile intelligenza ad una, per me, preoccupante propensione al qualunquismo, con tutto quello che da questo può originare!!!!
Può sembrare autolesionistico, ma penso che l’ascolto di persone intelligenti con le quali non si concorda procura, qualche volta, bruciori di stomaco, frequentemente utili spunti e necessari contradittori, occasionalmente strabilianti chicche.
Consultandolo potrete visionare un video, proveniente da YouTube (c’è lo zampino di Travaglio), girato nel settembre di quest’anno.
Il relatore è Oscar Giannino che, spesso, mi causa accessi di vera e propria ira.  Lo ascolto ugualmente, ma talvolta - non questa - è veramente dura.
La tesi è interessante e sfonda una porta per me aperta. I dati che la sostengono sono “pesanti”.
Si coglie pienamente la differenza tra un solido economista liberista – categoria che, ripeto, non amo ma ascolto – ed un volgare imbonitore da fiera.   Vi serve aiuto per identificare quest'ultimo?
C’è vita anche nella destra liberista? (domanda retorica, non nutro eccessive speranze).

sabato 17 dicembre 2011

La risposta di Obama e i silenzi nostrani


Fantastico. Ho scritto a Napolitano e a Monti, il mio Presidente ed il mio Premier, e non mi hanno risposto.   Ho scritto al Presidente USA (vedi “who rocked the boat” postato il 29/11/11) e mi ha risposto.    Sembra più una circolare che una lettera, però mi ha risposto.
Ovviamente Mr. Obama non ha mai letto la mia mail, la quale è stata gestita da incaricati e funzionari presumibilmente oberati dal disbrigo di quantità rilevantissime di posta quotidiana.
Si potrebbe obiettare che il funzionario che mi ha inoltrato la risposta in nome di Barak Obama, ha dedicato un'attenzione frettolosa e piuttosto superficiale al mio scritto e che, di conseguenza, la risposta non sembra essere proprio centrata. Anzi risulta leggermente comica visto che sembra cercare di rassicurare me – italiano – del fatto che l'amministrazione Obama avrà sempre a cuore gli interessi americani e, con e per questi, gli interessi di altri paesi (bontà loro). Io credevo, appunto, che “certi” interessi americani fossero devastanti per loro e per il resto del mondo. Va anche detto che i disastri che stiamo vivendo si sono originati durante altre e precedenti amministrazioni (parlo della “dinastia” Bush).     Alla fine sono solo uno sconosciuto rompiballe europeo; meritavo tempi e risorse limitati.
Il fatto è che, nonostante la mia assoluta irrilevanza, il capo della grande superpotenza superstite - il suo staff in realtà, ma dietro indicazioni del boss - ha ritenuto che la mia mail, molto critica e leggermente sgarbata, meritasse comunque una risposta. Trovo che questo evento sia assolutamente rimarchevole.
Siamo di fronte ad una cultura politica differente. I miei governanti mi hanno considerato molto più irrilevante di quanto non abbia fatto un capo di stato straniero.
Ho, negli ultimi tempi, scritto a molte persone. Ho sottoposto i miei pareri, le mie domande e le mie ambasce a giornalisti, redazioni, sindacati, segretari di partito e alte cariche dello stato.
Tutti questi interlocutori sono sottoposti ad un flusso continuo e corposo di sollecitazioni e domande. Alcuni di loro sono anche gravati da pesanti responsabilità. 
Per un giornalista, in fondo, la risposta è solo un'opzione, magari desiderabile, ma comunque una scelta discrezionale. 
Per i politici, invece, dovrebbe essere una preziosa opportunità. 
Per le figure istituzionali, poi, dovrebbe essere un obbligo morale.
E invece niente, ma si tratta, come dicevo, di una cultura differente. Qui da noi impera, nelle migliore delle ipotesi, l'atteggiamento alla “spostati ragazzino, fammi lavorare”.
Alla fine, tra tutti questi interlocutori, solo due hanno trovato il tempo e la voglia di rispondermi.    Uno è Michele Serra, che mi ha risposto con la sua consueta sensibilità e proverbiale garbo, l'altro è Obama, per l'appunto.
Vi giro, dunque, questa risposta preceduta da una mia traduzione forse non perfetta, ma comunque adeguata, credo.

Caro amico
la ringrazio per aver scritto. Sostenere il progresso e la stabilità in tutto il mondo è un imperativo strategico, economico e morale per la nostra nazione, ed io apprezzo il suo punto di vista.
Nel mondo globalizzato odierno, una crisi finanziaria o un un focolaio di malattia in un altro continente possono avere conseguenze anche in casa nostra. Per trattare le sfide che abbiamo di fronte,che trascendono i confini, sono fondamentali gli investimenti all'estero e le partnership. La mia Amministrazione continua a lavorare con le nazioni di tutto il mondo per favorire la crescita economica, promuovere i diritti umani e la governance democratica, rispondere alle crisi e soddisfare i bisogni umani fondamentali. Le iniziative di sviluppo all'estero della nostra nazione sono combinate con il nostro impegno a rilanciare le istituzioni multilaterali e a massimizzare l'impatto degli aiuti all'estero per creare le condizioni per arrivare a diminuirne la necessità o eliminarli.
Con il progresso, anche nei paesi più poveri, può aumentare non solo la sicurezza, ma anche la prosperità delle persone, ben al di là dei loro confini, fino agli Stati Uniti compresi. Con l'apertura dei mercati ai nostri beni e la riduzione dei rischi per gli investimenti delle nostre aziende all'estero, i nostri sforzi per lo sviluppo internazionale vanno a beneficio del settore privato americano e creano posti di lavoro. In definitiva, renderemo migliore il futuro dell'America e la vita di innumerevoli donne e uomini accrescendo sempre più il benessere di paesi prosperi, validi e democratici con i quali potremo lavorare nei decenni a venire.
La mia amministrazione continuerà ad utilizzare tutte le nostre capacità, compresa l'assistenza all'estero, per proteggere gli americani e creare un futuro più sicuro e prospero. Per saperne di più sulla mia visione per il ruolo dell'America nel mondo, visiti i siti www.WhiteHouse.gov/issues/foreign-policy,www.State.gov, e www.USAID.gov.
Grazie ancora per avermi scritto.

Cordiali saluti.

Barak Obama


martedì 13 dicembre 2011

Fare spazio a chi sta cominciando.


E’ facile passare per qualunquista quando la carie è così vasta da mangiarsi tutto il dente.
Anche solo cercare di elencare tutti gli esempi di assoluto disprezzo per la cosa pubblica è un compito così vasto da risultare scoraggiante.
Se si affrontano puntualmente tutti gli aspetti del malcostume politico (che locuzione inadeguata per descrivere il basso impero che ci affligge) lo sconforto e la rabbia più incandescente sono assicurati.
Leggete Denis Mack Smith (ci vuole uno straniero per demistificare i nostri alibi) e verificherete che, sin dai tempi del Regno d’Italia, il nostro problema è sempre stato il disporre di una classe dirigente d’infima qualità.
Qua e là, è vero, sono emerse alcune personalità degne e capaci, ma non hanno potuto incidere più di tanto ed abbastanza a lungo. Non appena possibile, il soffocante e gretto establishment ha provveduto a riportare il livello medio all'abituale mediocrità.
Più spesso si è affacciato qualche individuo magari capace, ma non molto degno purtroppo. In quelle occasioni ci è capitato di vivere le nostre ore più buie.
Negli ultimi decenni hanno imperato individui sia indegni che inetti, e tutti possono vedere come siamo conciati.
Abbiamo bisogno di rifondare i nostri valori, di ripensare un progetto di paese vitale, di operare una netta rottura con la stanca decadenza che ci affligge.
Siamo come un corpo passato, nel corso di una vita, dal vigore della gioventù alla stanchezza della vecchiaia, dalla fiducia di chi ha tanto da sperimentare alla querula diffidenza di chi non ha più orizzonti da raggiungere.
Dobbiamo smettere di delegare le responsabilità, dobbiamo riappropriarci del diritto di operare consapevolmente le nostre scelte, ma soprattutto dobbiamo pretendere che di queste ne sia tenuto il dovuto conto.
Io ho 57 anni; ho già percorso un bel tratto di strada e ho un'idea di quanto la stanchezza possa essere perfidamente seducente. Forse non posso più pensare e proporre soluzioni fresche ed innovative, ma ho una figlia e, non fosse altro che per lei e per tutti i suoi coetanei così privati di prospettive, perlomeno non intendo essere un freno.
Come dico sempre, sono stato cresciuto con l'idea che esistono tre modi per fare le cose: il modo giusto, quello sbagliato e quello del mio interlocutore (il mio mentore) che era l'unico degno di considerazione. Questa visione, così rappresentativa del passaggio di consegne generazionale italian style, ha fortemente e negativamente inciso sulla mia progettualità e, in quanto sistema, su quella di generazioni di italiani. Non deve essere più tollerata.
Con mia moglie, ho fatto il possibile per trasmettere a nostra figlia un sistema di valori. Le ho assicurato la possibilità di studiare (non credo ci sia bisogno di sottolineare l'importanza della cultura). Le fornisco tutto il mio appoggio. Potrei fare diversamente mantenendo il rispetto per me stesso?
Quello che non intendo assolutamente fare è, per così dire, guidarla dal sedile di dietro.
Non è più una bambina e vive in un mondo molto diverso da quello della mia gioventù.
Posso fornire pareri e consigli, se richiesti, amorevole aiuto finché avrò vita, senz'altro, ma non posso dirle come vivere la sua vita, non sarebbe giusto. Soprattutto non posso farlo quando le mie “istruzioni per l'uso” riportano la scritta “best before 12/1999”.
Sono cresciuto in un mondo fatto di grandi fabbriche, boom economico, classe operaia numerosa e potente, grandi aspettative di crescita.   Lei si affaccia alla vita nell'epoca del precariato, del terziario avanzato, delle crisi economiche.
Lei ed i suoi coetanei dovranno reagire. Sono in grado di farlo, devono solo accorgersene. Dovranno elaborare le loro ricette; le nostre sono scadute.     Dovranno pretendere di potersi assumere le proprie responsabilità
Nel frattempo noi dobbiamo sostenerli ed incoraggiarli e fare qualcosa per arrestare questo sfacelo.      Personalmente ho deciso di non transigere più su nulla. Non voglio più fare sconti a nessuno, sulle piccole cose come sulle grandi. Il prossimo artigiano che mi farà il discorsetto “80 senza, 100 con fattura”, oltre a rischiare uno sputo in faccia, si beccherà anche una segnalazione all’Intendenza di Finanza. Voglio prendere la tessera di un partito, partecipare alle riunioni ed alle assemblee e diventare così importuno da farmi espellere. Voglio inondare le redazioni di giornali di così tante lettere da diventare un fenomeno nazionale.
Basta con le deleghe in bianco. Sono un cittadino e non un suddito! 

venerdì 9 dicembre 2011

Adam Smith è vivo e lotta insieme a noi?


Ho ascoltato, in diverse e recenti occasioni, gli interventi che il Dr. De Nicola – presidente dell'Adam Smith Society – ha effettuato nel corso di alcune puntate di Omnibus, su La7.
Tali interventi, come si può facilmente intuire, aderiscono perfettamente al pensiero liberista più distillato e puro e mi causano, in genere, sconforto e risentimento.
Sono abissalmente ignorante riguardo alla scienza (non esatta) dell'economia, ciononostante, come tutti, non posso evitare di elaborare alcune valutazioni in proposito.       
Non sono incline a considerare l'economia quella sorta di feticcio autoreferenziale che il liberismo ha innalzato sull'altare più elevato.       
Poco attrezzato sul fronte dottrinale, sono più propenso ad esaminare il contesto storico da cui si è originata quella corrente di pensiero e gli effetti che ha determinato sulla realtà.
Prima di tutto mi permetto di essere diffidente nei confronti di una teoria che è nata contemplando l'insorgere della rivoluzione industriale - con tutto il suo portato di sfruttamento umano e spietata selezione darwiniana – limitandosi ad annotarne deterministicamente i processi, senza alcuna elaborazione di tipo etico se non quella, collaterale, strumentale e di stampo calvinista che ti identifica come peccatore in quanto diseredato.
Mi chiedo inoltre se il liberismo ha mai avuto una sua reale autonomia rispetto all'interpretazione, interessata, degenerata e contingente, praticata dai suoi più entusiasti sostenitori è cioè industriali, magnati, speculatori ed oligarchi di varia specie e natura. 
Gente che è costitutivamente miope e dotata di un orizzonte temporale che non va oltre la prossima assemblea degli azionisti, a mio parere, non solo è inadeguata a governare processi strategici, in realtà non è neanche interessata a farlo. E quando ci si prova, comunque, in genere non sa dirimere le contraddizioni tra gli obiettivi a breve e quelli a medio e, soprattutto, lungo termine. Direi che, in media, al loro agire si adatti alla perfezione il detto “è peggio la toppa del buco”. In questo sono aiutati anche dalla scarsissima memoria storica e dalla suprema indifferenza nei confronti degli esiti sociali del loro agire, che li porta a reiterare continuamente gli stessi disastri.
La teoria economica marxista, unico competitore, è sparita da due decenni, sotterrata dal verdetto della storia e comunque, a mio parere, più che un costrutto autonomo ed alternativo al liberismo ne era una confutazione velleitaria e burocraticamente puntuale. 
Considerando la situazione attuale, così fosca e deteriorata, credo che il liberismo possa essere dichiarato vincitore solo in quanto unico sopravvissuto. 
Troppo poco.

L'ombrello di Altan

La teoria economica marxista, nata con grandi aspirazioni, riposa ora in pace (anche se qualche ostinato necrofilo ancora non se ne è accorto).
In compenso l'analisi marxiana del capitalismo e delle sue contraddizioni mi sembra che continui a mantenere un elevato grado di validità.
E' da decenni che grazie ad una, peraltro, programmatica deriva finanziaria il capitalismo si avvita su pratiche onanistiche e decadenti, fatte di devastanti catene di Sant'Antonio.
Ora che contempliamo sconfortati la catastrofe, non più velata da una scellerata cortina di ottimismo d'accatto, che ci viene a proporre questa sorta di A-Team accademico-creditizio? L'ombrello di Altan, nientemeno. Molto innovativo; direi rivoluzionario!
E va bene, in fondo lo sapevamo tutti che sarebbe arrivato il momento di fare grandi sacrifici. 
Dove sarebbe la novità?
Certo, la statuita accoglienza orifiziale del suddetto ombrello è differenziata a seconda dei blocchi sociali. 
Anche qui, dove sarebbe l'innovazione?
Chi finora ha potuto stabilire, diciamo così, il proprio grado di contribuzione alle necessità finanziarie dello Stato – limitandosi a mancette striminzite vissute, d'altronde, come intollerabili espropri – ovvero ha ritenuto di non dover contribuire affatto, ebbene costoro sono i meno sollecitati da questo straordinario sforzo di salvataggio.
Come si dice a Roma? E che ve lo dico a fare!!!!!

mercoledì 7 dicembre 2011

Cittadini e sudditi

Ho ripensato alla lettera che ho scritto al Presidente ed al Primo Ministro e che ho postato il 5 dicembre. Rileggendone la parte finale, con quelle domande serrate e retoriche, mi sono reso conto che in passato non mi era mai capitato di provare tanta sfiducia e tanta disaffezione nei confronti del senso civico. Per me parlava l'esasperazione, ma è stato solo per un po', per fortuna. Già nelle ultime frasi cercavo di recuperare, sentendomi fuori posto in un atteggiamento che, se non controllato, prelude facilmente al qualunquismo.
Ho allora compreso che la cosiddetta “manovra salva Italia”, pur indispensabile, con la sua deludente equità ha tra l'altro il difetto di sancire che, nel nostro paese, fare i furbi è più conveniente. Questo difetto, forse, è il peggiore. Come un cancro si diffonde e ti irride per i tuoi sforzi di essere corretto e onesto. Sei stato ai patti per una vita, minchione, e ti ritrovi a pagare il conto più salato, mentre quelli che, come parassiti, hanno liberamente usufruito dei servizi che tu hai loro offerto – spesso portandoteli via perché apparentemente più disagiati – sono cascati ancora una volta in piedi.
Per me, da sempre, esiste un solo modo per stare in comunità, che sia questa la famiglia, il luogo di lavoro, la carrozza di un treno, la tua città, la tua nazione o qualsiasi altra aggregazione. O tu sai relazionare i tuoi diritti ai tuoi doveri, o sei un barbaro. E scusate la banalità. 
Io ho scoperto che, nonostante tutto, preferisco veramente essere il “minchione” piuttosto che il fetido pidocchio che si nutre del sangue altrui.
Ci sono due modi per appartenere ad una società. Puoi essere un cittadino oppure un suddito.
Se sei un cittadino, sei un soggetto conscio dei propri doveri e consapevole dei propri diritti. Adempi agli uni e pretendi gli altri. Sapendo di avere un ruolo, concorri alla crescita materiale e spirituale della tua comunità e in quest'ultima arrivi a comprendere l'intera umanità. Sei inoltre convinto del valore della solidarietà, per cui ti presti per il bene comune.
Se sei, invece, un suddito non sai di avere diritti, quindi non li reclami. Non conosci doveri, quindi arraffi tutto quello che puoi e strisci per ottenere privilegi dal potente da cui dipendi. Il tuo unico dovere è verso te stesso, perciò vedi gli altri solo in funzione dei tuoi interessi. La tua comunità, al massimo, è ampia quanto la tua famiglia.
Se sei un cittadino sei anche un essere umano; se sei un suddito, al massimo, puoi aspirare ad essere un primate.

lunedì 5 dicembre 2011

Il basso impero


Sono stato in silenzio per un po'. Ero in attesa della “Mazzata”, con tanto di maiuscola e virgolette. Quella di cui ci si ricorderà negli anni e di cui si parlerà come si è parlato del sessantotto, dell'attentato a Togliatti, del rapimento di Moro. Dell'evento, insomma, che ha impresso all'esistenza di tutti una drammatica svolta. L'evento dopo il quale qualcosa è cambiato per sempre e non in meglio, temo.
Dovrei tacere anche ora. L'amarezza ed il risentimento che provo formano un groppo enorme, che fatica ad uscire e a disporsi in forma di pensieri ordinati.
Ma non ci riesco, devo espellere il grumo disgustoso che mi tengo dentro.

Ill.mo Sig. Presidente della Repubblica
Ill.mo Sig. Presidente del Consiglio dei Ministri

ho ascoltato, come tutti, per giorni e giorni le analisi di politici, economisti e giornalisti. Lasciando da parte le ricette che ciascuno di loro proponeva, mi sembra che tutti concordassero, al minimo, sul fatto che fosse necessario intervenire con estrema urgenza e con grande incisività per ricondurre la situazione entro limiti travalicati, oramai, da molto tempo. Alla gravità e durezza dei provvedimenti necessari, inoltre, avrebbe dovuto corrispondere anche grande equità al fine di renderli più moralmente sopportabili.
Vorrei delimitare meglio il concetto di equità. Qui non è sufficiente dire che tutti devono concorrere, ci mancherebbe altro. Bisognerebbe anche definire la maggiore o minore capacità di sostenere il peso dei provvedimenti, salvaguardare il sacrosanto principio della progressività e pretendere di più da chi ha di più (che poi è pretendere la stessa cosa da tutti, se ci pensate bene). Ancora di più. Visto che ci sono persone e categorie che hanno prosperato parassitariamente sulle spalle di chi ha sempre fatto il proprio dovere, ebbene costoro dovrebbero sostenere il peso della gran parte della manovra di salvataggio. Hanno frodato il fisco sistematicamente? Hanno, a suo tempo, applicato su merci e servizi un tasso di cambio Euro/Lira personalizzato e maggiore di quello ufficiale? Hanno mantenuto la difesa corporativa delle loro professioni azzerando la concorrenza e praticando tariffe abnormi? Hanno condotto aziende utilizzando capitali altrui, intascando il frutto e smistando i costi ad altri? Hanno insomma drenato la liquidità esistente riversandola, magari, in depositi all'estero e con ciò impoverito la nostra economia lasciandoci il conto da pagare? Lo hanno fatto, eccome se lo hanno fatto. Loro, di conseguenza, avrebbero dovuto essere interessati dalla maggior parte degli interventi del “decreto salva Italia”, poiché loro hanno effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità.
Non è stato così, come è sotto gli occhi di tutti. E manca ancora la parte che riguarda il lavoro. Non sono per nulla impaziente di vederla affrontata.
Nella buona sostanza, mi sembra, la parte investimenti è vagamente definita in senso strategico e, sostanzialmente, demandata ad un'articolazione futura ancora da strutturare. Tra l'altro uno dei pochi elementi esplicitati – l'intervento sull'IRAP – privilegia l'assunzione di donne e giovani, cosa in sé più che giusta, ma rende ancora più antieconomico assumere o mantenere in servizio quei lavoratori over-50 che, sempre più estromessi dalle imprese, si vedono spostata la pensione ancora più in là. Per non parlare di quelli che non sono più in grado di fare scelte. Qualcuno ha già scelto per loro e li ha già espulsi, e si trovano di fronte a svariati anni di degradanti espedienti e lavoretti per la sopravvivenza, in attesa di una pensione svalutata.
La parte tagli, invece, è molto meglio definita e, in sostanza, corrisponde quasi integralmente all'intervento sulle pensioni. Complimenti. Alla faccia dell'equità si è andati a cercare i soldi dove era più facile trovarli e non dove era più giusto. Si comunica, a chi era comunque disposto a sostenere sacrifici, che sarà l'unico a doverlo fare, perlomeno a un livello tale da sconvolgere la propria vita e quella dei suoi familiari.
Il richiamo alla gravità del momento attuale suona, a questo punto, uno sporco ricatto. La prossima volta che faranno appello al nostro senso del dovere e di responsabilità, cosa dovremmo fare? Come sarà possibile trattenere quella rabbia che sta montando dentro di noi? Come sarà possibile credere ancora che esiste un bene comune? Come sarà possibile mantenere la coesione necessaria al superamento di questo grave momento?
Mi sono sempre sforzato di essere un cittadino responsabile e credo di esserci riuscito fin qui. Mi piacerebbe continuare a trovare le ragioni per farlo. Mi piacerebbe che qualcuno mi aiutasse a farlo.

L'ho inviata e, come ho detto in una lettera che ho scritto giorni fa, provo la stessa soddisfazione di un pedone che manda a quel paese l'automobilista che l'ha inzaccherato. Poca roba. E' come ululare alla luna.


08/12/11
Qualche giorno dopo, consultando il sito di Innovando, ho letto questo post.
Leggetelo anche voi. Il grado di condivisione del suo contenuto potrà anche variare, ma ritengo che, comunque, sia rappresentativo di un sentimento molto diffuso.   Bisogna tenerne conto.

giovedì 1 dicembre 2011

I diritti acquisiti

Seguo sempre, salvo impedimenti, Omnibus poiché ritengo che sia una trasmissione necessaria e ben condotta. Quest'ultima caratteristica, naturalmente, subisce variazioni a seconda del moderatore di turno, ma gli ospiti vengono comunque sempre adeguatamente stimolati a produrre la loro posizione, lasciando opportunamente in sottofondo quella di chi pone le domande. Intendo dire che la fruizione di Omnibus a mio parere risulta fondamentale per una corretta e bilanciata formazione delle opinioni.
Qualche volta però non capisco perché LA7 ritenga opportuno annoverare, tra gli ospiti, anche qualche personaggio tendenzialmente autoreferenziale e poco altro di più. Mi sto riferendo, per quanto riguarda la puntata odierna, al Sig. Claudio Velardi, noto e spregiudicato frequentatore di ambienti politici antitetici.  
Esponente del PCI/PDS/DS, ha recentemente organizzato, contemporaneamente, le campagne elettorali di due aspiranti governatori. Quella di Renata Polverini, destra, nel Lazio e quella di Enzo De Luca, sinistra, in Campania.   Coerente, non trovate?
Questo signore, che evidentemente ritiene di avere un passato da farsi perdonare, ha elargito per tutto il tempo opinioni “paraliberiste” come minimo superficiali, senz'altro convenzionali e, qualche volta, d'accatto.   Provate a visionare la puntata sul sito di Omnibus.
Ad un certo punto ho temuto che, con tono petulante e salottiero, ci comunicasse che, oramai, non ci sono più le mezze stagioni. 
Ha anche variato, in corso di trasmissione, alcune prese di posizione per agganciarsi furbescamente a quelle del più accreditato, anche se ruvido, Cisnetto. Non che io sia un fan di quest'ultimo; ritengo semplicemente che l'autorevolezza e l'autonomia di pensiero dei due personaggi non siano minimamente paragonabili. 
Ho trovato particolarmente insopportabile la frivola indifferenza con cui il “pensatore” Velardi ritiene sia possibile, anzi desiderabile, gettare a mare i diritti acquisiti. Sto parlando di quei diritti, maturati nel corso di una vita intera, messi a repentaglio proprio nel momento in cui le opzioni difensive praticabili dall'interessato sono minime o inattuabili.
Per non parlare della curiosa concezione secondo la quale, nel momento in cui crescono esponenzialmente licenziamenti, cassa integrazione e prepensionamenti, aumentare l'età pensionabile aiuterebbe i giovani a trovare lavoro. Secoli di logica e pensiero scientifico buttati nel pattume. 
A questo punto credo proprio che La7 inviti certi personaggi per dar maggior risalto, per contrasto, agli altri intervenuti. 
Naturalmente tutto quanto precede costituisce, in grandissima parte, il testo di una mail che ho inviato a La7.     Sono definitivamente divenuto un grafomane compulsivo.