giovedì 22 febbraio 2018

Come muore una democrazia.


Mancano, al momento in cui scrivo, esattamente dieci giorni al 4 marzo 2018, data alla quale saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento, e tutti i segnali ci dicono che andremo incontro ad uno stallo istituzionale che potrà essere risolto solo in due modi: ritornando alle urne, magari dopo aver promulgato una legge elettorale meno indecente del Rosatellum, oppure ricorrendo a qualche Große Koalition all’amatriciana, indecente e innaturale.
Ho già espresso in maniera articolata le mie considerazioni circa il fatto che il partito italiano e la coalizione che si assicureranno i risultati elettorali più lusinghieri, M5S e centrodestra rispettivamente, valgono, una volta sommati assieme, esattamente quanto il numero di elettori che si asterranno o deporranno una scheda bianca nell’urna.
La politica italiana è ormai permanentemente scollata da gran parte del popolo - 34% - che dovrebbe rappresentare, a certificazione dello stato comatoso della democrazia nel nostro paese e del fallimento del sistema nella sua globalità.
Un mio amico e collega, acceso sostenitore di M5S, sostiene che 
“i non votanti coscienti come te di quel 34% pesano circa il 15, ma essendo abbondanti, quindi cala trinchetto che l'astensione pesa, ma non pesa quello che dici tu. Gli altri non hanno quasi mai votato, ma non perché non sanno chi votare, ma perché, semplicemente, non gliene fotte nulla e credo che sia davvero un bene che non votino”.
Capisco come, essendo M5S al momento accreditato quale primo partito italiano tra quelli che verranno votati, al mio amico non interessi prendere atto del disastro civico che ci riguarda, salvo poi prendersela con i rincoglioniti che non votando defrauderanno il Movimento della immancabile vittoria, ma una semplice occhiatina ai dati storici sull’astensione racconta una storia differente, come si evince dall’immagine qui sotto.


Negli anni dal 1948 al 1979 la consistenza fisiologica dell’astensione, sostanzialmente composta da persone disinteressate alla politica e all’esercizio di una cittadinanza attiva, si è sempre mantenuta tra il 6 ed il 7%.
Quel livello comincia ad aumentare dopo la famosa intervista del 1981 a Berlinguer sulla Questione Morale, sunteggiata dall’affermazione che 
“i partiti non fanno più politica, hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia”.
Alle successive elezioni del 1983 quel dato si porta a poco meno del 12%, per poi aumentare in corrispondenza dello scandalo di Mani Pulite e non fermarsi più, impennandosi logaritmicamente dopo il bunga-bunga, le nipoti di Mubarak, il diffondersi della corruzione, la crisi, il tradimento del PD nei confronti della sua base elettorale e la supina accettazione di ogni diktat europeo.
Il corpo elettorale, nel corso di settantadue anni di storia repubblicana, è aumentato dell’83,18%, il numero di votanti del 35,72%, quello degli astenuti del
470,33%.

Anche ammettendo che il mio amico abbia ragione, e che dunque poco meno di 9 milioni di italiani se ne fottano, a me pare che alla cosa dovrebbe essere posto riparo urgentemente, recuperandoli ad una cittadinanza attiva che non può che passare dalla ricostruzione di una credibilità da troppo tempo scomparsa.
I problemi del paese sono grandi, e le prospettive, nonostante la propaganda del PD e l’accorta manipolazione dei dati statistici, non sono buone, anche perché il modello gestionale è immancabilmente quello neoliberista, più o meno temperato da risvolti semi-assistenziali o privilegi accortamente distribuiti, e siamo ancora lontani dalla feccia del proverbiale amaro calice.
Ci sono milioni di persone che faticano ad arrivare alla fine del mese, milioni di giovani che non possono mettere in piedi un progetto di vita, e tutti hanno la prospettiva di una vecchiaia di indigenza e lavoro gramo, se saranno fortunati, protratto fino al giorno della loro dipartita, in una società disgregata dove ci si arrampicherà sui corpi dei meno fortunati per prolungare un’esistenza tormentosa.
Togliere loro la sensazione di ineluttabilità, di condanna, che pesa sul loro capo come un macigno è l’unica cosa che li scuoterebbe dalla loro sfiducia.
Tutti i partiti pensano di farlo, ma i risultati dicono che si sbagliano!


lunedì 19 febbraio 2018

Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio!




Si avvicina, a grandi passi, la tornata delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, alla fine di una delle più squallide campagne elettorali di cui ho memoria nei miei quasi sessantaquattro anni di vita.

Sono settimane che manifesto la mia totale sfiducia nei confronti di ogni singola proposta politica tra quelle che si affannano, in un florilegio di promesse ridicole e programmi velleitari, a contendersi il favore elettorale, e così, per la prima volta da quando ho la facoltà di esercitare il mio diritto di voto, mi trovo a valutare seriamente la possibilità di non votare per alcun partito.

E' una decisione che mi angustia profondamente, dato che sono cresciuto disdegnando l'astensione quale esercizio di qualunquismo, ma credo che in questo passaggio noi si sia di fronte ad un fenomeno mai prima verificatosi con pari consistenza nella nostra storia repubblicana, ovvero il continuo incremento del numero di elettori che non si vede rappresentato da alcuna formazione politica.

Ho dunque fatto i miei compitini ed ho trascritto i sondaggi del 16 febbraio 2018, gli ultimi pubblicabili prima del silenzio pre-elettorale, rilasciati da EMG per conto del TG La7, in un foglio elettronico, e li ho elaborati tramutando le percentuali in numero di elettori.

Esaminando il risultato delle mie fatiche è emerso qualcosa di più del dato, sottolineato da Masia e Mentana, che vede nei probabili esiti elettorali un sostanziale stallo, con una quota di indecisi - 12,3% del campione, ovvero 6,5 milioni di elettori - che getta sul tutto la stessa aleatorietà di un lancio di dadi.

Una delle cose che non vengono colte quando si leggono i sondaggi è che le percentuali  riferite ai partiti sono sempre relative agli intervistati che esprimono un'intenzione di voto positiva, col risultato che sommando tutti i risultati, partiti + indecisi + astenuti/scheda bianca, emergono dei totali eccedenti il 100%, nel nostro caso il 146,3%.

In realtà se si rielaborano i dati confrontandoli con l'intero campione quelle percentuali cambiano drammaticamente, tanto che M5S, il partito che con il 27,1% risulta primo nei sondaggi, corrisponde ad un meno entusiasmante 14,55% del corpo elettorale, così come la coalizione in testa a tutti, il Centrodestra, slitta da un grandioso 37,5% ad un più modesto 20,14%.

Alla luce di questa analisi, con i dati riferiti all'intero corpo elettorale, emerge chiaramente che il primo partito italiano è in realtà quello dell'astensione, che mette a segno un terrificante 31,9% (34% aggiungendovi le schede bianche), ovvero un terzo dell'elettorato, molto più del doppio di M5S, quasi tre volte il PD e quattro volte FI.

Anche prendendo in considerazione le coalizioni vediamo che l'astensione mette a segno uno scarto di circa 7 milioni di elettori in più rispetto al centrodestra, scarto che corrisponde alla consistenza sia del centrosinistra che di M5Ssopravanzati ciascuno di circa 10 milioni di voti. 

Si tratta di sondaggi chiaramente, e negli ultimi tempi gli istituti demoscopici non hanno certo brillato, complice la consistenza abnorme della quota di indecisi, ma se può risultare aleatorio cercare ora di strologare chi conseguirà più voti,
non mi pare possano esistere molti dubbi sulla scarsa capacità della politica italiana di rappresentare le istanze della maggioranza degli elettori.
Questo aspetto rende, tra l'altro, irricevibili le considerazioni circa il fatto che chi si astiene ha torto.   Io, posso sbagliare.  In centomila possiamo appartenere al popolo di qualunquisti che non si interessano di politica, ma 17 milioni di elettori non possono aver torto, sono troppi, e se hanno torto allora ancor più sbagliano i partiti politici, che non riescono ad intercettare la loro fiducia e ad interpretarne le istanze.

Non sono in grado di dire cosa accadrà dal 5 marzo in avanti, ma certamente avremo un Parlamento:

  • eletto con una legge che molto difficilmente passerà indenne dall'esame della Corte Costituzionale;
  • rappresentante a malapena una minoranza dispersa dell'elettorato italiano;
  • pronto alle aggregazioni più indecenti.
In una parola: un disastro.



venerdì 26 gennaio 2018

Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (C. Guzzanti)



Saremo in molti, alle prossime elezioni, a non esprimere un voto attivo, e non si tratterà di disinteresse o qualunquismo.     Il nostro non-voto sarà l'espressione politica di una profonda insoddisfazione ed il rifiuto di esprimere l'appoggio a soggetti che, in ogni caso, sviluppano progetti e politiche con le quali siamo in profondo disaccordo.

Ci viene spesso rimproverato di agevolare, con il nostro proposito di non collaborare, l'avvento di un governo prossimo venturo di centrodestra, ma il fatto è che quell'evento è stato reso ineluttabile proprio da chi lancia questa accusa, e che ne ha posto le premesse, tradendo sistematicamente i valori per i quali, a suo tempo, reclamò il voto.

Perché mai dovremmo votare per qualcuno che ha reso possibile l'inverarsi delle peggiori riforme berlusconiane? 

Perché dovremmo favorire chi costituisce cartelli elettorali per poi fiancheggiare proprio il soggetto che quelle riforme ha finalizzato?    

Per quale ragione dovremmo riporre, ancora una volta, la nostra fiducia in chi non ci ha solo abbandonati a noi stessi, ma ha anche attivamente condotto il gioco dei nostri peggiori nemici ed antagonisti?

Quale differente destino favoriremmo votando, direttamente o indirettamente, quegli stessi attori che hanno distrutto lo Statuto dei Lavoratori, smantellato il sistema produttivo italiano, pesantemente ipotecato il futuro di intere generazioni e corteggiato le peggiori pulsioni xenofobe di un popolo messo all'angolo come meglio non avrebbe saputo fare quella destra che si accinge a reinsediarsi ai vertici della nazione?

Ma l
a nostra decisione assume anche le caratteristiche proprie di un'azione positiva, e non di una semplice rinuncia, nel momento nel quale, dopo aver riconosciuto in alcuni soggetti dei lupi travestiti da agnelli, non cogliamo in nessuna delle altre proposte la capacità di rappresentarci nella nostra ansia di vedere elaborata una risposta organica ed articolata al passaggio epocale che stiamo vivendo.

Quello che riusciamo a cogliere sono solo la raccolta di un dissenso generale e diffuso, ma in un'ottica normalizzatrice, che promette moralizzazione, rimanendo però sul generico e contraddittorio non appena si cerca di tracciare un percorso operativo, oppure la predisposizione di ambiti organizzativi per un'operatività antagonista, in una dimensione mentale da partito-sindacato, che vigila, denuncia e protesta, ma non è attivamente propositiva, perché esserlo significherebbe sbattere il muso contro le contraddizioni di una dottrina sviluppatasi in uno scenario differente, e da tempo lasciato indietro.

Non vi è nulla, sul tavolo, che prometta di saper riconoscere l'impellente necessità di coniugare i presupposti filosofici ed analitici del socialismo con il riconoscimento del superamento della struttura del lavoro collegata ad una fabbrica fordista morta e sepolta, con l'inclusione delle tematiche ambientali quali elemento basilare delle scelte strategiche e la necessità di sviluppare strumenti specifici per il trattamento dei sistemi di governo sovranazionali, in gran parte non elettivi e al totale servizio del pensiero unico neoliberista.

Quella che ci viene proposta è la scelta tra vari nemici storici, un traditore, un suo fiancheggiatore, una bufala populista e un tentativo generoso, ma sostanzialmente nostalgico, che deve ancora dimostrare di saper sopravvivere alla caduta della tensione elettorale, quando presumibilmente riemergeranno vecchi vizi.

Noi scegliamo di non scegliere, perché nulla di quello che ci viene offerto ci corrisponde, ma soprattutto mostra alcuna disposizione a prestare ascolto alle nostre istanze.  


In passato molti di noi, in mancanza di un soggetto politico che ci rappresentasse, hanno espresso un voto di interdizione, votando qualcuno il cui solo merito era di rappresentare un ostacolo per le nostre bestie nere, ma quel voto è quasi sempre stato incamerato dai beneficiari come espressione di favore e appoggio, usato poi per legittimare linee d'azione che, invece, godevano in realtà di scarso appoggio. 

Ebbene non intendiamo più prestarci a questi giochetti.


Il 5 marzo ci consegnerà istituzioni congelate in uno stallo che potrà essere superato solo mediante alleanze indecorose, con partiti scarsamente rappresentativi ed un livello di astensione, voti nulli e schede bianche che certificheranno che il primo partito italiano è quello degli inascoltati.

Non cambierà nulla?  Perché votando chi non ti rappresenta invece?



venerdì 22 dicembre 2017

Quando due furbi s'incontrano uno dei due è costretto a cambiare categoria. (Michelangelo)

Non ho seguito la puntata del 21/12/17 di Piazza Pulita, ma mentre Di Battista veniva intervistato da Formigli, ho notato che su FB molti dei miei contatti che hanno aderito a Liberi e Uguali si sono espressi benevolmente verso il rappresentante pentastellato, certificando molte sue affermazioni come profondamente condivisibili.

Non è una modalità inconsueta, nel campo della sinistra, quella di prodursi in endorsement abbastanza incongrui, date le precedenti sferzanti critiche sui soggetti momentaneamente osannati. Avvenne anche ai tempi della prima guerra del Golfo, quando molti si produssero in entusiastici commenti a favore del Papa, che aveva una posizione programmaticamente pacifista, immemori di averlo sfanculato fino al giorno prima, quando parlava di aborto, e tornando a farlo alla prima occasione utile.

Sta di fatto che anche il più disattento degli osservatori può agevolmente rilevare che mentre Bersani torna a tendere la mano ai pentastellati, M5S supera, con una disinvoltura solo apparente, il suo originario dogma sulla non commistione con i partiti collusi e apre alla possibilità di alleanze quantomeno operative.
Sulla cosa ho un'opinione che forse è un po' azzardata, ma che mette insieme una certa ambiguità strategica di LeU e il passaggio di M5S da semplice macchina da opposizione a soggetto governante.

Io penso che la creatura politica di Bersani e D'Alema, che sta avendo un certo successo principalmente per il desiderio di molti simpatizzanti di fare qualcosa per uscire dal profondo buco nel quale si è cacciata la sinistra, sia alla fine più che altro un tentativo di reinventare il PD, ma senza Renzi e con lo scopo di recuperare il voto di sinistra copiosamente drenato dai 5Stelle fin dal loro apparire, ragione per la quale si produce in qualche apertura verso i pentastellati allo scopo di riappropriarsi di scaglioni di elettori persi da molto tempo.

Ma si tratta di un tentativo goffo e che fa mostra di una condiscendenza perfino ridicola, considerando che, stando ai sondaggi, LeU dentro M5S ci ballerebbe non meno di tre volte, nella migliore delle ipotesi.
Che c'entra? Beh diciamo che, come minimo, siamo di fronte a posizioni negoziali non precisamente equivalenti. M5S ha le vele al vento, si è tenuto le mani libere, gode di una rendita di posizione cospicua e ha molte opzioni di fronte, mentre LeU si gioca tutto su una coppia di scartine, sperando che qualcuno si distragga e non si accorga di una manovra che spicca, litizzettianamente, come un paracarro nel sole del tramonto.

La penosa furbata di LeU parte dalla constatazione che M5S sembra non riuscire a schiodarsi da una situazione che lo vede padrone di un terzo dei consensi, ma non di più, ragione per la quale ha cominciato a demolire il dogma dello splendido isolamento per scongiurare uno stallo inconcludente.
Per farlo dovrà rimangiarsi molte cose, e non sono così convinto che abbia voglia di mettersi realmente alla prova, ma diciamo che si prepara a governare con qualche tipo di alleanza. Ecco dunque che LeU pensa di poter approfittare della situazione per ritagliarsi un ruolo, forse con un occhio al partito ago della bilancia, di craxiana memoria, e proporsi come utile complemento per superare il più che probabile stallo post elettorale e, per buona misura, ripigliarsi un po' di voti confluiti in M5S.

Ma io credo che il movimento difficilmente collaborerà in questo senso, dato che gli si possono muovere molte critiche, ma certo non quella di essere composto da fresconi senza malizia, e alla fine troverà più conveniente guardare a destra, ovvero ad una compagine consistente sulla carta, ma assai fragile nei fatti e dalla quale potranno staccarsi pezzi abbastanza consistenti da svolgere il ruolo che vorrebbero ritagliarsi D'Alema e Bersani, ma con il vantaggio di una maggiore vicinanza a molte delle posizioni espresse su immigrazione ed Euro, per non parlare di un elettorato meno litigioso e tranquillizzato dalle intercorse aperture grilliane ad associazioni di categoria come Assolombarda.

Mi sto arrampicando sugli specchi? Forse, e forse no, dato che la scena politica italiana ha, da molto tempo, la lineare verosimiglianza di un pezzo teatrale à la Ionesco.
E forse, alla fine, M5S potrebbe anche aver scherzato, non sarebbe la prima volta che si dichiarano aperti ad iniziative condivisibili, salvo poi non farne niente. Dipenderà anche dal tipo di risposta che la base pentastellata darà non appena vedrà che quelle aperture comportano la frequentazione di partiti e politici fin qui abbondantemente demonizzati.

E' di oggi la notizia dell'ingresso della Boldrini in Liberi e Uguali. Come la prenderanno tutti quei gentiluomini e nobildonne del movimento che hanno passato anni a collocarla tra le virtuose del meretricio interrazziale?


mercoledì 6 dicembre 2017

Montagne e topolini

Nel campo della sinistra si discute molto della nuova creatura politica, quel Liberi e Uguali nato dalla fusione fredda di tre entità non-piddine, o forse e più correttamente dovremmo dire diversamente piddine.

Molti, tra cui il sottoscritto, non possono che rimanere freddi, contemplando gli sforzi profusi per rilanciare la formula politica del centrosinistra, consci di come quell'assetto abbia costituito il brodo di coltura del renzismo, inaggirabile conseguenza logica della stagione blairista che ha travolto la sinistra occidentale nel suo complesso.

Si discute soprattutto del fatto che molti non vedono proprio come potrebbero votare chi ha fatto passare provvedimenti vergognosi, mediante astensioni strategiche, quando non votandoli direttamente, salvo poi prodursi in speciosi distinguo, ridicolmente lunari, o penose lacrime coccodrillesche.

Una delle obiezioni che vengono indirizzate a chi, come me, nutre una monumentale diffidenza verso quella specie di PD in sedicesimo e derenzizzato, sta nel qualificare certe scelte collaborazioniste come inevitabili, data la situazione peculiare nella quale maturarono.    Qualcuno si spinge addirittura a scomodare il pragmatismo del patto Ribbentrop-Molotov, dimentico del fatto che quello sciagurato esercizio di realismo politico risultò alla fine del tutto inutile e controproducente, favorendo Hitler molto più di quanto convenisse all'URSS.

Sarei dunque molto cauto con le ineluttabilità storiche.  Le mosse della restaurazione liberista che ha definitivamente ucciso la mediazione socialdemocratica, con la quale si illuse chi era disposto a credere all'esistenza di un capitalismo dal volto umano, ci vengono spacciate come inevitabili ed emergenziali, ma non furono altro che la strumentalizzazione del decorso di una crisi economica ingenerata dai meccanismi dissipatori di un capitalismo definitivamente entrato nella sua fase finanziaria.
Il governo tecnico Monti approfittò della congiuntura favorevole per un deciso balzo in avanti di vecchi disegni liberisti in agguato da più di cinquant'anni.

La sinistra del XXI secolo ed i sindacati, la prima in cerca di un ruolo post-muro ed i secondi in crisi di appeal, collaborarono, non reagendo in alcun modo.   Quella sinistra poi aderì al nuovo corso quando, evaporato il fenomeno Monti, si  insediò ai posti di comando, aggiungendo all'edificio neoliberista mattoni fondamentali, come il Job Act, e facendo ingegneria costituzionale in chiave presidenzialista.

Qualcuno vuole dimenticare chi collaborò e a che cosa? Si accomodi, ma io passo, grazie. Non si tratta di essere vendicativi, o di togliersi sassolini dalle scarpe, o di coltivare vecchi fantasmi d'integrità dottrinaria fine a se stessa, ma solo di essere convinti che se hanno contribuito a creare le condizioni che stiamo vivendo, rifuggendo bellamente da ogni accenno anche solo larvatamente autocritico, allora non possono che continuare su un cammino che li pone tra i miei nemici.

Alternative?  Nessuna, anche perché per fare questo mini-PD hanno strozzato nella culla un processo che aveva il fatale difetto di porsi, programmaticamente, il superamento degli attuali stati maggiori, quelli che si sono ora così convenientemente sistemati, salvo evaporare dopo un esito elettorale per forza di cose insufficiente e l'inevitabile indulgere nelle tradizionali mene egemoniche delle diverse componenti.

Le prossime elezioni saranno una faccenda nella quale la sinistra non avrà alcun ruolo, ragione per la quale ho sempre visto l'ansia prestazionale relativa alla prossima tornata elettorale come una pericolosa distrazione. 

Avremmo fatto meglio a concentrarci sulla costruzione di un nuovo percorso, privo di ingombranti e impresentabili aderenze con un passato prossimo fallimentare.
Sono profondamente convinto che le ragioni della mia freddezza siano ampiamente condivise da un numero veramente troppo elevato di delusi, come le percentuali di astensione, in continua crescita, stanno a dimostrare.


Parliamo, tutti quanti, i pro e i contro, ma basta aspettare. I fatti faranno giustizia e spiegheranno molto meglio la strada che stiamo percorrendo, anche se molti chiameranno ancora cioccolato le merde che calpesteremo.

domenica 3 dicembre 2017

L'occhio vede solo ciò che la mente è preparata a comprendere. (H. L. Bergson)






Questa volta sarò insolitamente breve, perlomeno per i miei standard, ma la funzione on this day di Facebook, mi ripropone un post che mi ha sempre colpito per le sue implicazioni le quali adesso, inevitabilmente, fomentano in me alcune considerazioni che desidero esporre qui, in forma tutto sommato sintetica.
Mi riferisco ad un post con una foto piuttosto interessante la quale, in un'occasione, spinse un amico a criticarne la valenza relativista, soprattutto in campo politico, che vi può essere attribuita. Per come la vedo io però questa rappresentazione grafica sottolinea che esiste una verità oggettiva e una o più visioni possibili, le quali possono essere in malafede, ma allora dovremmo parlare d'altro, in buonafede, o semplicemente non sufficientemente informate. La verità esiste, ma noi dobbiamo fare i conti con i nostri limiti ed essere sempre pronti ad acquisire dati senza farci deviare. La voluttà del giusto e corretto è desiderabile, ma non molto realistica. Un fenomeno fisico può risultare incomprensibile o frainteso per la semplice inadeguatezza degli strumenti di osservazione e un costrutto matematico è valido all'interno dei propri peculiari presupposti, non in altri. In campo economico o politico, che a dispetto di quanto affermano i loro esperti e cultori, io non posso proprio annoverare tra le scienze, ogni parvenza di oggettività implicita diviene problematica e praticabile con esiti incerti. Ecco allora che entrano in campo interessi specifici, per come la vedo io, e allora questa grafica mi ricorda che esistono diversi punti di vista e che io farò bene a tenerne conto, non per farmi sviare, ma per comprendere meglio certi meccanismi e combatterli meglio magari, o anche cogliere elementi che non avevo compreso e dunque non avevo incluso nella mia constatazione della realtà. Non sono mai stato un bracciante agricolo, ma sono sicuro che uno di loro mi può insegnare un sacco di cose. Non sono mai stato neanche un topo di fogna fascista, ma mi è utile comprendere come certi loro stimoli facciano presa su certa gente. Il mio non è uno sdoganamento dell'indeterminazione ideologica, che in genere ha collocazioni ideologiche per nulla indeterminate e sempre coricate sul lato destro del novero di opinioni, ma un discorso sulla disponibilità ad imparare.

sabato 25 novembre 2017

Fantastici sconti, occasioni irripetibili.

E' una settimana che ci menano il torrone, come si dice a Milano, con 'sta vaccata del Black Friday ed io, che ho una personalità oppositiva, mi sono guardato bene dall'approfittare dei fantastici sconti con i quali ci stanno martellando, anche perché è del tutto evidente che ci stanno pigliando per i fondelli.

Come avviene infatti con la nota azienda che propone divani e poltrone, con i suoi simpatici artigiani dalla divertente calata romagnola, quei  fantastici sconti  sono in realtà proposti, in un modo o nell'altro, tutto l'anno.

Si tratta in effetti di uno strumento marketing piuttosto banale, reso possibile da precisi prerequisiti che incidono sulla nostra qualità di vita, ma più come lavoratori che come consumatori.

Quelle fantastiche offerte, proposte tanto frequentemente da essere ormai diventate la normalità, sono infatti il controaltare di condizioni salariali marginali, in un contesto di normative lavoristiche integralmente sbilanciate a favore delle imprese, con lavoratori deboli, ricattati, precari e soggetti a condizioni operative e di vita vergognose e spesso sconfinanti nel paraschiavistico.

E quanto sopra vale se ci limitiamo al caso di produzioni in ambito occidentale, o alla distribuzione, ma se cominciamo a parlare delle snickers di uno dei famosi marchi mondiali, o di qualche pallone e di quasi tutti i capi d'abbigliamento griffati, oggetti cuciti e confezionati da eserciti di minori in antri fumosi e malsani in qualche slum del terzo mondo, allora ci trasferiamo in veri e propri gironi infernali.

Ma anche l'elettronica di consumo, col suo contenuto tecnologico che è fuori della portata esecutiva di bimbetti curvi su deschi sui quali consumano un'infanzia privata della sua innocenza,  viene prodotta ed assemblata in fabbriche lager convenientemente dislocate in paesi che sgomitano per percorrere, in una frazione del tempo occorso all'Inghilterra sette/ottocentesca, la loro personale rivoluzione industriale.

Una fase economica  che infatti si consumerà in una parabola drammaticamente più corta di quella originale, data la vicinanza del modello liberista alla sua consunzione per raggiunti limiti teorici ed operativi, per non parlare del consumo irresponsabile e suicida delle risorse naturali.

In quelle fabbriche la componente umana spesso vale meno delle attrezzature che maneggia, e risulta agevolmente sostituibile, ragione per la quale nessuno vede nelle malattie invalidanti, o nei suicidi da superprestazione, altro che un momentaneo intoppo.
Che si fa di un utensile di poco prezzo che si consuma?   Semplice, lo si getta, e si pesca dal cassetto uno nuovo. Amen!

Quei fantastici sconti sono in realtà resi possibili dallo sfruttamento di forza lavoro sistematicamente privata di forza contrattuale, e configurano non un prezzo di favore, valido solo per occasioni irripetibili, in realtà continuamente reiterate, bensì il reale valore di mercato di oggetti e servizi la cui vendita, a dispetto della presunta convenienza, comporta margini di guadagno abnormi per i colossali players che gestiscono l'affare.

L'economia è un classico esempio di sistema chiuso, a somma zero.   Al suo interno, in un dato momento, la quantità di ricchezza è un dato finito.  Se la sua distribuzione è iniqua i vantaggi stanno solo da una parte, e la cosa configura una prevaricazione sostanzialmente delinquenziale, qualsiasi cosa la mistica liberista appositamente confezionata all'uopo pretenda di dire a riguardo.

Prodotti e servizi vengono proposti a prezzi relativamente bassi ad un'utenza il cui potere d'acquisto viene costantemente mortificato dalle logiche che rendono possibili quei prezzi, in una spirale funzionale assurda, che massimizza i guadagni di pochi a spese del sistema sociale intero, dell'equilibio ecologico del pianeta e con sommo diprezzo della dignità di chi subisce gli effetti peggiori del sistema.

Io non so proprio dire se qualcuno o qualcosa saprà contrastare questo stato di cose, ma se non sapremo darci un limite siamo tutti destinati ad un medioveo distopico ad alta tecnologia e bassa vivibilità, come quello descritto in alcuni racconti o film di fantascienza sgradevolmente verosimili, come il pregevole Elysium.

Per il momento mi accontento di non collaborare troppo.  Opto dunque per gli acquisti che ritengo necessari, escludendo quindi le orge voluttuarie, quando l'oggetto, o il servizio, mi servono effettivamente, cosciente del fatto che l'urgenza di acquisto artificialmente indotta mediante sconti in realtà fasulli è al servizio di interessi assolutamente contrastanti con il mio.

Ma ci sono altre cose che mi rifiuto di fare, come per esempio approfittare degli assurdi orari di apertura della grande distribuzione.   Non ho alcun bisogno di comprare un etto di formaggio, o una camicia iperscontata, alle 22.00 di un sabato notte, o la mattina di S.Stefano.

E se invece non posso fare altro è perché quella possibilità è all'origine delle mie limitazioni, spacciate per opportunità dilatate, un po' come accade con il vetraio che ti sfonda la finestra con un mattone avvolto nel volantino della sua pubblicità.

Il primo passo è sempre la consapevolezza.   Poi, se si è intellettualmente onesti, e civicamente solidali, viene anche l'incazzatura, ovvero il mattone fondamentale di una riscossa veramente necessaria.