venerdì 15 giugno 2018

Prendo atto.

Mi arrendo.  


Devo prendere atto che una parte fin troppo consistente dei miei conterranei, dei cittadini di una nazione che ha generosamente seminato i suoi figli per tutto il pianeta, e che tuttora li semina, è animata da una xenofobia aggressiva e miserabile, impermeabile a qualsiasi valutazione oggettiva, prima ancora che ad un sentimento di umana solidarietà.

Poi, certo, la domenica, sulle panche di qualche chiesa, molti di loro indulgono in una professione di fede di cui non hanno capito nulla, e seminano i loro profili social di immagini sacre, di gattini pucciosi, augurando disgrazie e morte a chiunque abbia l'ardire di criticarli, ché la decisione sulle vite da salvare, o stroncare, degne o meno di essere vissute, è a loro esclusiva discrezione e sottostante a criteri ad assetto variabile e contingente.

Prendo atto pure del fatto che non gradiscono essere contraddetti, dato che evidentemente sono fragili nelle loro contraddizioni, negate, ma non troppo efficacemente sembrerebbe, al punto che la minima sottolineatura della loro suprema indifferenza sostanziale dei valori che pretendono di difendere li precipita in un urlìo scomposto e turbinante di insulti, disprezzo e, non di rado, minacce.

Prendo atto pure che quel sentire minaccioso e gelidamente disumano si identifica, anche questa volta, con un sentire politico preciso, che è a lungo rimasto sotto una viscida pietra, a vegetare, nella silente e sardonica attesa del momento giusto per riemergere e spargere il suo veleno.

Ora capisco meglio quella fase della nostra storia nella quale un sovrano, fellone e cinico, ha appaltato ad un losco tribuno della plebe, egocentrico e furbastro, la gestione della cosa pubblica.  
Capisco meglio i lunghi anni di festosa accondiscendenza, di adunate oceaniche, di bocconi indigesti ingoiati a prescindere, di guerre di conquista, di nemici esterni cui rivolgere il risentimento per i problemi interni, irrisolti e incancreniti, perché, naturalmente, gli interessi tutelati non erano certo quelli del popolo plaudente. 
Capisco i me ne frego, i noi tireremo dritto e le stucchevoli canzonette da avanspettacolo alla "sanzionati questo / Albione rapace / lo so che ti piace / ma non te lo do".


Oggi non c'è neanche più bisogno di un re sciaboletta, facciamo tutto da soli, e comincio a pensare che la Repubblica nata dalla Resistenza abbia i giorni contati, che il nostro popolo sia tuttora un aggregato di individui rancorosi e individualisti, che sopportano di stare nella merda solo quando gli altri stanno peggio di loro, e che non fanno nulla per migliorare la loro situazione, perché farlo comporta obblighi di cui non vogliono farsi carico.

Prendo atto pure del fatto che tra le mie stesse fila, in quel popolo di sinistra che io credevo coerente e pugnace, la veste del sincero democratico per molti era solo un paludamento ingombrante, pronto a cadere con una facilità sconvolgente, a dimostrazione del fatto che certi valori erano prevalentemente recitati.

Ho fatto girare un sondaggio dell'Espresso sull'operato di Salvini, invitando i miei contatti ad esprimere il proprio voto, e perlomeno in un caso mi è stato risposto:


"Non voto su Repubblica,non è più il mio giornale. Salvini secondo me ha sbagliato, prima doveva accogliere gli immigrati, poi andare in Europa a battere i pugni sul tavolo. Comunque in questi anni,il problema degli immigrati è stato gestito malissimo e la gente non ne può più. Per questo molti italiani,anche di sinistra,hanno votato Lega e 5 stelle". 

In prima battuta la ragione oggettiva, poi la valutazione scontata e, a seguire, il pensiero vero, che sarebbe la constatazione che la gente ne ha pieni i coglioni degli immigrati e che dunque chi ha votato Lega e 5Stelle ha sbagliato, ma non troppo, e per questo lo hanno fatto molti, sedicenti, di sinistra.   Una resa totale, anzi poco meno di un'adesione, ma ipocritamente dissimulata da un presunto pragmatismo.

Prendo atto di far parte di una minoranza e mi rendo conto che discutere di quello che farà questo disgraziatissimo governo significa solo raccogliere insulti e commenti acidamente divertiti sul rosicamento che secondo quei deficienti, nel senso di "notevolmente scarsi sul piano della disponibilità o del rendimento",  è l'unico sentimento che posso provare.

Io so che questa stagione pentalegaiola sarà lunga e che, come quella fascista che l'ha preceduta, finirà malissimo, lasciando una nazione desertificata e in ginocchio, come so che molti degli attuali festanti e plaudenti  elettori  diverranno, repentinamente e a giochi finiti, fieri critici dei delinquenti, perchè tali immancabilmente diverranno, che loro stessi insediarono, perché la colpa è sempre degli altri.
Del resto nel '45, e fino ai tardi anni '60, fu molto difficile trovare qualcuno che ammettesse di essere stato fascista, così come, nel 2011, la corposa rappresentanza di berlusconiani espliciti  divenne improvvisamente striminzita.

So anche che non camperò abbastanza per vedere questi rancorosi difensori dell'orgoglio italico finire col culo per terra, ma forse lo vedrà mia figlia, alla quale ho fatto il torto di lasciare in eredità questo merdaio.


Prendo atto che ho vissuto un'intera vita illudendomi di vivere in un paese diverso, condividendo la cittadinanza con persone di cui non avevo capito nulla e la militanza con gente dalla coerenza gracile.

Un bilancio fallimentare, ma devo prenderne atto.

lunedì 4 giugno 2018

Per poter agire nel modo giusto è necessario vedere la realtà esattamente per quella che è. (Björn Larsson)

Scrivo questo articolo riciclando una risposta che, su Facebook, ho dato ad un mio contatto che ho classificato, a mio uso e consumo, quale compagno grillino, anche se lui protesta continuamente di non aver mai votato M5S.

La cosa sarà anche vera, ma non incide poi molto sul fatto che è pervicacemente impegnato a promuovere un avvicinamento tra la sinistra, in senso lato, ed il Movimento, producendo, copiosamente, post all'insegna di quesiti retorici che vorrebbero indurre risposte obbligate.   Non gli rimprovero l'intento, anche se non lo condivido.  Semmai trovo fastidiosa ciò che non posso definire altro che un'ambiguità di fondo.

Comunque sia, la domanda del giorno, di più giorni in realtà, è:


SONO GLI ELETTORI CHE SBAGLIANO?

Una domanda che riflette abbastanza bene una delle linee di difesa più praticate dal Movimento nei confronti di chi gli rimprovera la sua alleanza (che tale è, anche se gli interessati preferiscono chiamarla Giuseppe Contratto) con la Lega.

Dopo un acceso dibattito, contrappuntato anche da una puntuale assaltatrice pentastellata che nutre pochissima stima per il mio raziocinio e per la mia onestà intellettuale, si finisce, come da progetto, a parlare più delle colpe della sinistra che dell'ambiguità pentastellata, e in fondo questo rivela la debolezza di fondo, che è l'inesistenza della sinistra in quanto alternativa praticabile.

Alla fine si arriva al dunque, cioè al fatto che le urne hanno parlato, e anche piuttosto chiaramente, per quanto riguarda gli orientamenti perlomeno, mentre come abbiamo visto per il governo è stato più faticoso.
La realtà è effettivamente questa: M5S e Lega hanno fatto il pieno di voti, e ora con questa cosa dobbiamo farci i conti.

Ricordo che mio nonno Luigi, uomo che rispettavo tantissimo, diceva: 
quando piove, o apri l'ombrello, o ti bagni. Nessuno ti impedisce di sperare che faccia bel tempo, ma farlo non serve a nulla.

La sinistra, intesa come movimento politico organizzato, nelle sue varie articolazioni, ha fallito miseramente, e della cosa si può discutere solo argomentando sulla gravità degli errori fatti, non certo sulla sostanza del fallimento.

Di fronte alla mutazione sostanziale della struttura del lavoro, indotta dalla finanziarizzazione dell'economia, in un quadro di contrazione delle risorse naturali e di accumulo di scorie, che ci stanno uccidendo, la sinistra in senso lato non ha saputo abbandonare il fortino di una prassi superata dagli eventi, e laddove ha azzardato una risposta, da Blair in giù, negli inferi, questa è stata di spostamento, armi e bagagli, nel campo avversario.

Laddove ci si è accontentati di un'occhiuta e cipigliosa aderenza ad un'ortodossia senza più strumenti, ci si è votati alla sublimazione per assoluta inanità, ridotti ad azzannarsi vicendevolmente le chiappe su inutili contrasti dottrinari.

Il risultato è qui, sotto gli occhi di tutti. Le ultime elezioni hanno detto a PD (sinistra del tutto nominale), e Forza Italia (che di sinistra non è mai stata) che il giorno di paga era arrivato, e che le trattenute erano maggiori degli emolumenti, e io certo non mi dolgo per questo. 
Chi è causa del suo mal pianga se stesso, e vada finalmente a farsi fottere.

Il voto popolare è sovrano, e certo queste elezioni si sono svolte in modo assolutamente regolare, dunque gli elettori NON hanno sbagliato, ma si tratta di un'affermazione di principio. Hanno esercitato liberamente il diritto più importante di cui sono titolari, ma sta di fatto che l'offerta era drogata.

Il popolo italiano, lasciato solo di fronte ad emergenze talvolta accuratamente coltivate, ha dovuto scegliere tra i maggiori responsabili dei loro problemi (curiosamente la Lega arrembante è tra questi), un nuovo che ha saputo interpretare magnificamente il dissenso, e sulla cui coerenza ho mille motivi per essere diffidente, ed una fragorosa assenza, quella sinistra che, unica, avrebbe tra i suoi valori fondanti il concetto di solidarietà, che è del tutto assente nelle proposte dei vincitori, ma anche dei perdenti di rango.     In sua vece ha stravinto il noi contro loro.

Quelli che io chiamo i compagni grillini pensano che basteranno l'abrogazione del Job Act e della Legge Fornero per qualificare e giustificare la connivenza con il partito più fascista al di fuori dell'area geneticamente neofascista, ma io credo che si illudano, e che il prezzo da pagare per quegli encomiabili provvedimenti, che vorrei vedere come verranno applicati, dato che sospetto si tratterà di pannicelli caldi per spuntare un impegno senza incidere più di tanto, sarà altissimo e devastante per i diritti sociali e per le prospettive democratiche del paese.

Il contratto accuratamente sbandierato non garantisce altro che la non ingerenza reciproca sui punti più contrastati, con il furbo escamotage di escluderli dalla progettualità, ma come il ministro Fontana insegna certi argomenti non ci faranno il piacere di non presentarsi alla porta, e allora vedremo chi farà cosa e, perdonatemi, ma io non sono per nulla fiducioso.

domenica 20 maggio 2018

E il rancio? Ma ottimo e abbondante, che diamine.

Molti giornali annunciano trionfalmente che il 94% degli iscritti M5S approva il contratto legastellato, credo intendendo, con la dizione iscritti, il numero di abilitati alla piattaforma Rosseau che hanno espresso la loro opinione su quel programma.

Un risultato importante?  Beh, vediamo!

Cominciamo col dire che gli elettori che hanno votato per M5S, alla Camera, nello scorso 4 marzo sono esattamente 10.937.305, cosa che fa del Movimento, come sappiamo, il primo partito italiano, senza se e senza ma.

Proseguiamo col dire che è pressoché impossibile sapere quanti di quegli elettori si siano effettivamente accreditati presso la piattaforma, peraltro risultata piuttosto insicura e costantemente ansimante, non appena sottoposta a livelli anche limitati di accessi, e che l'unico dato che ho fortunosamente reperito riporta il risibile numero di 140.000, ovvero l'1,28% degli elettori pentastellati.  Prendendolo però per buono, ne dobbiamo far discendere che si è pronunciato in proposito il 32% degli iscritti citati nei titoli giornalistici.

Trattandosi tuttavia di un dato non certificato (l'ho riportato solo per sottolineare l'opacità che avvolge il sistema di voto digitale grilliano), dimentichiamocelo e prendiamo atto che gli abilitati che si sono espressi sul contratto sono esattamente 44.796, ovvero lo 0,41% degli elettori del Movimento, e che il 94,37% rivendicato dai titoli di cui sopra, corrisponde al non cospicuo numero dei 42.274 favorevoli (2.522 i contrari), ovvero lo 0,39% del popolo pentastellato.

Quanto sopra non per squalificare l'esito della consultazione, ma solo per dire che certi toni trionfalistici sono piuttosto ridicoli.   A me già basta considerare che:
  • la consultazione elettorale ci ha consegnato un primo partito, M5S, ed una prima coalizione, centrodestra, al cui interno vi è quella Lega che sta trattando col Movimento;
  • l'infima qualità del Rosatellum bis impedisce di discriminare una gerarchia tra quelle due primazie;
  • il popolo pentastellato ha rumoreggiato assai più quando si è profilato un abboccamento col PD, rispetto all'attuale concerto con la Lega.

Dato dunque che il favore elettorale ha privilegiato, col voto e con le dinamiche successive, l'evoluzione di un'ipotesi di governo sostanzialmente di destra moderata, con molte componenti di quella estrema non neofascista, e che il funzionamento delle nostre istituzioni non abbisogna di strutture altre rispetto alla: 

  • prassi del conferimento di un incarico da Primo Ministro;
  • formazione di un governo su un programma;
  • successiva votazione della fiducia; 

tutta questa rappresentazione pataccara di democrazia diretta (nel frattempo la Lega ha promosso i banchetti) non è altro che fumo negli occhi, per spogliarsi della responsabilità delle proprie future azioni.

Non è necessario, infatti, possedere arcane doti divinatorie per sapere che questa armata Brancaleone, se investita della responsabilità di governare, ci porterà a sbattere la capoccia su molti solidissimi muri, dato che privilegia le soluzioni demagogiche, senza porsi problemi di fattibilità e verosimiglianza, e quando ciò accadrà ci sentiremo dire: “ma l'avete voluto voi, e ci abbiamo le prove”.

Insomma, signori miei, avete voluto la bicicletta? Bene, ora pedalate.

A me fanno un pochino pena, e anche molto incazzare, i compagni grillini, con i loro spericolati esercizi di free climbing sugli specchi, che si fanno bastare i larvati accenni ad un'abrogazione della Legge Fornero tutta da verificare, l'epocale endorsement per un NO TAV che non fa i conti con l'Europa ed i notoriamente cazzutissimi francesi, e che liquidano flat tax e rodomontate razziste dicendo che “si aprono prospettive per una nuova sinistra”, sottintendendo che si piglieranno il buono dell'operato legastellato  predisponendosi a protestare ed opporsi per il cattivo dell'operato del governo giallo-verde.

Protestare?    
Opporsi?    
E come?    
Con chi?    
Attraverso quali canali? 

E intendente farlo contando sulla straordinaria benevolenza normalmente riservata a chi critica le virtù pentastellate? Sfruttando la proverbiale correttezza dialettica e dibattimentale che ha sempre accolto le rimostranze degli implicitamente collusi e venduti che osano dissentire?

Dormite bene, cari compagni.   Sarà anche poco elegante, ma io ho già bello pronto un bel “ve l'avevo detto, cazzoni”! 




mercoledì 9 maggio 2018

Il ventennio berlusconiano non è passato invano.

Tutti sembrano aver ingoiato l'idea che il nostro sia un ordinamento simil-presidenziale, che necessita di un Premier onnipotente, figura vicaria di un presidente come quello nordamericano, e di un Parlamento ornamentale, ridotto a mera segreteria di un esecutivo poderoso e senza contraddittorio.

Quella era l'idea che aveva della gestione politica di un paese un imprenditore, cioè un individuo abituato a pensare in termini di proprietà, nel senso di facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, e di brutali rapporti di forza.

Quella era anche la sostanza ultima della riforma costituzionale renziana, invero assai berlusconiana, che avrebbe dovuto essere attuata insieme all'Italicum, brutalmente maggioritario, ed al Job Act, che si occupava, e si occupa tuttora, della ricattabilità di un popolo tenuto programmaticamente a stecchetto.
Il tutto in una laida triade, di cui al momento sopravvive solo l'ultima gamba; un dispositivo teso ad impiantare un regime sostanzialmente autoritario, in nome di un'emergenza affrontata solo nominalmente, ma in realtà coltivata con cura.

Non è ancora finita comunque.    In questi giorni abbiamo la lampante dimostrazione di come il sistema partitico sia incapace di fare politica, imprigionato in una logica maggioritaria ed ostaggio di un quinquennio di dialettica fatta di insulti, falsità, delegittimazioni reciproche e solenni promesse di soluzioni finali velleitarie e controproducenti.

Nessuno sembra disposto a ricordarsi che la nostra è tuttora una repubblica parlamentare, ove la rappresentanza democratica della volontà popolare è affidata,  tramite elezioni politiche, al Parlamento e ai suoi membri, che, in quanto tale, elegge il Presidente della Repubblica, il quale individua il Primo Ministro, e con esso una compagine governativa la quale, a sua volta, deve riscuotere la fiducia nel Parlamento, in un ritorno che assicura a quell'organismo la patente di istituzione centrale del nostro ordinamento


Il luogo ove si fanno le leggi è il Parlamento, sede del potere legislativo che, costituzionalmente, deve essere ben distinto da quello esecutivo, espresso dal Governo, che non fa leggi, al massimo sollecitandole, limitandosi ad esprimere una conduzione, tattica quanto strategica, della vita del Paese, all'interno dei limiti espressi da quelle leggi.

La buona salute di una nazione è il frutto dell'armoniosa sinergia nell'azione dei tre differenti poteri, quelli sopra citati e quello giudiziario, espresso da quella Magistratura che molti vorrebbero imbrigliare.    Per converso, come stiamo sperimentando sulla nostra pelle, una distonia tra di loro la paghiamo con una pessima qualità del suo funzionamento 

L'enfasi posta sulla cosiddetta governabilità è solo la certificazione dell'incapacità, ma forse dovremmo parlare della non volontà di affrontare la fatica di una costante opera di composizione di aspettative e istanze differenti, che tengano conto della natura composita del contesto sociale di una nazione relativamente estesa, popolosa e percorsa da mentalità e storie differenti per quanto lungo e stretto è lo stivale.

La scarsa capacità della nostra classe politica emerge, in tutta la sua imbarazzante evidenza, nel continuo richiamo a sistemi elettorali che superino la complessità col semplice espediente di dopare una dichiarata minoranza, fino a farla diventare una maggioranza convenzionale. in quello che non possiamo definire altro che una prevaricazione dei principi costituzionali.

Comunque il nostro Parlamento, nuovo di zecca e ancora in rodaggio, è nella pienezza delle sue facoltà, e se solo volesse potrebbe legiferare, anche in assenza di un esecutivo politico, la cui individuazione sta risultando così problematica.

I due vincitori delle scorse elezioni, Lega e M5S, hanno dichiarato in campagna elettorale  di voler abrogare la Legge Fornero, e potrebbero ora realizzare quella promessa, dato che i numeri consentirebbero loro di farlo, ma ciò non avviene, e dovremmo tutti meditare su questa cosa, anche per capire la differenza tra le pubbliche dichiarazioni e le sottostanti volontà effettive.

domenica 6 maggio 2018

...ché la diritta via era smarrita!

Abbiamo il problema di come superare l'attuale fase di stallo, propiziata dall'impianto sostanzialmente tripolare del sentire politico del corpo elettorale e acuita dall'assuefazione alla soluzione maggioritaria, oggi del tutto impraticabile, indotta, anzi inculcata, dal berlusconismo.

A me verrebbe da dire che la soluzione consisterebbe nel tornare a praticare la politica, intesa come attività intrinsecamente dialettica di individuazione di esigenze e strumenti, motivata dalla volontà di risolvere problemi e di progettare il futuro, guidata da una visione, ma consapevole, e rispettosa, della natura composita del contesto sociale.

Questo significherebbe, come dice la nostra Costituzione, che il luogo di questa sintesi dovrebbe essere il Parlamento, all'interno del quale si dovrebbero verificare i necessari processi di elaborazione, ma, come dicevo, Berlusconi non è passato invano, e tutti si affannano a vedere nei sistemi maggioritari la soluzione al problema.

In pratica si sostiene che il luogo di elaborazione e attuazione della politica dovrebbe essere l'istanza esecutiva, e non quella legislativa, in una truffaldina sopravvivenza del cuore pulsante di quella riforma costituzionale, con Italicum a corredo, fortemente voluta da Renzi, e sonoramente sconfitta dal referendum popolare: un forte esecutivo senza effettivo contraddittorio e con il Parlamento ridotto alla funzione di pura vidima notarile dei desiderata governativi.

Stiamo accarezzando un incubo democratico poiché la composizione delle attuali istanze parlamentari ci dice che le varie proposte politiche rappresentano parti minoritarie dell'elettorato, rese ancora più minuscole se rielaboriamo le percentuali emerse considerando il forte tasso di astensione.
Un impianto maggioritario sancirebbe l'imperio di una minoranza e la castrazione operativa di un'opposizione del tutto ornamentale.

In questi ultimi giorni, in particolare e soprattutto tra chi ancora vede nel PD il proprio punto di riferimento, particolare enfasi viene posta sul modello maggioritario alla francese, e un mio amico, ed ex collega, sottolinea che:

"con l’elezione diretta il candidato, soprattutto al secondo turno, si fa appello direttamente agli elettori. Ci sono vantaggi e svantaggi".

Ma il candidato non può che essere il distillato di una proposta politica.
Questa, alla fine, discende da interessi precisi che o vengono mediati da una organizzazione partitica, a base popolare, oppure da gruppi di interesse specifici, che di popolare possono anche non avere nulla.

Con l'enfasi sul candidato viene meno la fase elaborativa e di coinvolgimento dei diretti interessati, cioè tutti noi.   
L'elettore, scoraggiato dal prendersi le sue responsabilità nell'elaborazione di una linea politica, smette di essere l'artigiano che costruisce il suo futuro, e diviene il consumatore che preleva dallo scaffale il prodotto che trova.

I nostri guai peggiori sono cominciati proprio quando abbiamo iniziato a opzionare nomi, e non modelli politici.

venerdì 27 aprile 2018

I "compagni grillini"

I compagni grillini, ovvero quella fetta della sinistra che ha votato M5S, ravvedendo in quel movimento una preziosa opportunità, sono ringalluzziti per la chiusura del forno leghista, che li aveva messi in difficoltà per l’assai scarsa consonanza coi presupposti strategici della loro scelta, ma forse dovrebbero aspettare ancora un poco prima di rilassarsi.
Vasti settori delle basi del PD e di M5S, sono prossimi alla rivolta di fronte alla prospettiva di un accordo qualsiasi con l'arcinemico, grullino o pidiota, a seconda dei casi, e non credo che Renzi rinuncerà troppo facilmente a mettersi di traverso, per interposti sostenitori all’interno della Direzione del suo partito.
La strada di un concerto tra M5S e PD, definito in vari fantasiosi modi pur di stare alla larga dal termine alleanza, è tutta in salita e difficilmente potrà avere un seguito. L’esito più probabile sarà quello di propiziare una ulteriore spaccatura, l’ultima e definitiva io credo, in ciò che resta del PD, con la scheggia renziana pronta all’abbraccio con le salme - in senso politico - di Berlusconi e del suo partito-azienda, e quella dei collaborativi - a quel punto però inutili a sé ed agli altri - che andrà ad ingrossare il parco moscerini della sinistra nazionale, ovviamente indisponibile a qualsivoglia processo di aggregazione.
La macchina propagandistica pentastellata non è però in difficoltà, essendo straordinariamente sfacciata come sappiamo, e si prepara a rivendicare lo storico successo di aver sconfitto e scompaginato l’odiato partito dei collusi.
A quel punto, se il Presidente Mattarella non perderà la pazienza e continuerà ad affidare mandati esplorativi, M5S potrà volgersi nuovamente verso la Lega, chiarire che l’unico impedimento reale ad un governo M5S-Lega consiste nell’ingombrante presenza del pregiudicato Berlusconi, ed allora potrebbe anche accadere che, dopo aver spezzato le reni al PD, alla macchina da guerra pentastellata riesca il colpaccio di scardinare il centrodestra, con Salvini che, con il suo 17 e spiccioli percento, potrebbe salutare il cavaliere e portare quello che serve al Movimento per andare molto vicini alla maggioranza assoluta, il tutto con un’opposizione sparsa e ininfluente, anche nel più che probabile caso di una saldatura tra FI e PdR (partito di Renzi).
Lo sento già il rumore delle pernacchie, delle risate e degli insulti che i compagni grillini mi rivolgeranno, ma non me ne cala nulla, dato che con la scelta che hanno fatto a suo tempo io e loro abbiamo imboccato strade differenti e divergenti, cosa che rende le loro critiche meno efficaci, per quanto mi riguarda.
Tutto quello che precede può anche essere catalogato nel campo della fantapolitica, o delle stronzate come preferiranno definirle, ma sta di fatto che quando si arriva con le spalle al muro, e la definizione di un governo è indubitabilmente finita su un binario morto, tutto diviene possibile, soprattutto quando i due attori - M5S e Lega - sono così compatibili su argomenti quali immigrazione, Europa, moneta unica ecc. 
Come? Non lo sono? Mah, non saprei, però su quegli argomenti M5S non ha mai smentito nulla, ha solo sfumato quanto bastava per lisciare il pelo ai poteri sovrannazionali in ottica elettorale.
Comunque sia io vedo, ahimé, un grande futuro per il matrimonio grillo-leghista, anche nel caso di scioglimento delle camere e nuove elezioni, soprattutto se i compagni grillini continueranno a gratificare il Movimento delle loro assai malriposta fiducia, rendendolo la più bella zita del paese.


venerdì 6 aprile 2018

Parigi, e Palazzo Chigi, val bene una messa?

In questo articolo, di cui raccomando la lettura, Aldo Giannulli elenca puntigliosamente le ragioni per le quali si è allontanato da M5S, che poi sarebbero le identiche ragioni che mi hanno sempre fatto diffidare del Movimento, ragione per la quale non mi ci sono mai avvicinato, dato che quello che viene sottolineato nell'articolo, a mio avviso, è sempre stato ampiamente prevedibile.

Il problema però, a questo punto, è che un terzo dell'elettorato attivo (in realtà un più modesto quinto degli aventi diritto al voto) quel Movimento l'ha votato, e non sono bruscolini.  




E' vero che non basta per costituire un governo stabile e al riparo da brutte sorprese, ma rimane il fatto che M5S è una parte importante e rappresentativa della politica italiana, e allontanarsene - o sottolineare la propria distanza - può risultare interessante, e solleticare l'autostima di chi indulge, come il sottoscritto, in fatali io l'avevo detto, però non aggiunge, o toglie, nulla al fatto che siamo malamente INCARTATI.

M5S intercetta un terzo dei voti, il centrodestra - non troppo unito - fa un pochino meglio, il PD, sconfitto assoluto della consultazione si piazza come secondo partito italiano, pesando un pochino di più del secondo vincitore morale, quel Salvini che non sa proprio come uscirsene dal suo personale pantano strategico.


Un dato politico importante discende dal fatto che, in tutto questo, la componente di sinistra risulta non pervenuta, e si tratta di un elemento che, a prescindere dalle proprie convinzioni e dalla responsabilità che ha la sinistra stessa nella sua latitanza, disegna un contesto squilibrato e intrinsecamente in debito di democrazia, dato che in un dibattito oggettivamente già complicato viene a mancare una parte importante del contributo dialettico.


Un vero e proprio stallo alla messicana, o  mexican standing, per chi preferisce le etichette fighe, che per essere superato necessiterebbe di un'attitudine che, nel nostro paese, si è persa da tempo, ovvero la capacità di fare politica, di ascoltare e arrivare a sintesi operative proficue e oculatamente finalizzate.


Oddio, in verità il Movimento, in consonanza con le critiche di Giannulli, sta dimostrando di avere una forte attitudine, più dei suoi concorrenti comunque, per un realismo politico di alta scuola democristiana.    Lo dico in senso tecnico, ma anche politico in fondo, dato che la defunta DC fu essenzialmente una federazione di famiglie politiche che spaziavano dalla destra alla sinistra, ma con uno scarroccio costantemente verso destra.


Molti rimproverano, qui sui social, a Di Maio una improvvida arroganza, dato che pone condizioni a tutti pur avendo bisogno di robusti aiuti per portare a casa gli obiettivi dichiarati, costi della politica innanzi tutto, ma il buon Luigi non è realmente arrogante, sta solo mettendo i ferri in acqua per contestualizzare e giustificare l'esercizio di un realismo politico che deve superare i punti fermi. morali e moralistici, sui quali M5S ha costruito la propria narrazione e la propria fortuna. 

Dal mai, per nessuna ragione (e se dovesse avvenire, teoricamente, dovrebbero fioccare le dimissioni), con i collusi e gli indagati, si passa, ora che il fatale destino si è rivelato così scomodo e indefinito, al recedere dai propri bellicosi propositi senza darlo troppo a vedere.

Scatta dunque il modus operandi del pragmatismo politico e si diventa possibilisti, al punto che Lega e PD per me pari sono, e li si investe della responsabilità di fare il gioco di M5S, senza che questi debba compromettersi richiedendolo esplicitamente.


E visto che ci siamo, e che si presenta la possibilità di farlo, perché rinunciare a gettare manciate di sabbia nei meccanismi della concorrenza?  Perché non infilare punteruoli nei punti di giunzione, nel PD, tra un renzismo aventiniano e la sue flebile opposizione interna, più possibilista?  Perché non soffiare sulle braci del fuoco che minaccia di divorare la coesione di un centrodestra diviso tra un Salvini in grande spolvero e un anziano pregiudicato che mastica amaro?

E' vero che la realpolitik in salsa postideologica grilliana stride con la sua veste originaria, tutta vaffaday e dimissioni, tutti a casa, ma come ci insegnano le vicende indecorose delle comunarie genovesi l'elettorato pentastellato è tanto intransigente con gli altri quanto è indulgente con i suoi, e certo saprà convivere con soddisfazione con tutto ciò che il fatal destino renderà necessario fare, riservando ad altri soggetti la responsabilità di tutto ciò che risulterà indigeribile o non si riuscirà a fare.

Insomma, la ricreazione è finita e si torna su modalità più da prima repubblica che da terza, e forse, vista la messe di orrori della seconda, potrebbe essere pure un affare non così tremendo, se ci si accontenta.    

Una cosa però è chiara: 


M5S è qui per restarci.    

Sta dimostrando una capacità di adattamento che è propria degli organismi destinati a sopravvivere a lungo.


Prima ero preoccupato, ora sto organizzandomi per la rassegnazione.