domenica 19 marzo 2017

Sono incazzato e implacabile, e tanto vi deve bastare

Per molti versi M5S mi ricorda il Partito Radicale a conduzione pannelliana. 
Stessa carica antisistema, stessa implacabile denuncia dei privilegi e puntuale individuazione del fenomeno casta, identica enfasi sui diritti civili, anche allora slegati dal contesto politico e sociale come se il tutto non discendesse dai rapporti tra le classi, e identica indefinitezza politica che celava una propensione, poi emersa insieme ad un pragmatismo indecoroso, verso visioni più liberiste che socialdemocratiche. 

Il PR si ritagliò una funzione da vero e proprio grillo parlante, condannando la propria azione politica al ristretto campo della testimonianza e della denuncia.

Alla gente piaceva perché Pannella le cantava chiare, ma allora i partiti tradizionali non erano ancora scesi agli infimi livelli di credibilità odierna e dunque il gradimento non si tramutava in consenso elettorale.
Quando il PR riuscì a fare la differenza, con le epocali battaglie per l'aborto e il divorzio, fu solo grazie all'azione comune con partiti fino a poco tempo prima inesorabilmente stigmatizzati quale parte di quel sistema così violentemente condannato, e tornati subito dopo tra gli infami reprobi.

Magari non è lecito sovrapporre più di tanto il PR a M5S, ma le meritorie denunce, ancorché necessarie, mi sembrano confinate in un ambito tattico.  
La cosa poteva andare bene con il PR, partito minuscolo e senza troppe ambizioni, mentre mi sembra poco adeguato a quello che pare essere, a seconda dei sondaggi, il primo partito d'Italia e dunque deputato a governare, soprattutto se conseguirà il premio di maggioranza, frammento superstite indecente di una legge elettorale deprecabile.

Testimonianza e denuncia vanno benissimo, ma non bastano neanche per cominciare ad assumersi la responsabilità di governare, figuriamoci se ci si pone l'obiettivo formale di bonificare lo scenario.

Si, perché a tutt'oggi  non è possibile individuare da nessuna parte un programma organico di governo pentastellato.   Noi non sappiamo realmente cosa faranno in settori come il lavoro, l'istruzione, la difesa, l'immigrazione e tutto il resto.  Pare che bastino virtù e spirito di servizio, il resto, come l'intendenza napoleonica, seguirà, o forse, anzi certamente, no    È quello che sta avvenendo a Roma, mi risulta, con i risultati, striminziti, fin qui conseguiti e una giunta mai completamente e stabilmente definita. 

Intanto l'unica volta che il movimento ha provato a prendere posizione su una cosuccia come l'immigrazione sono esplose tutte le contraddizioni derivanti dalla suprema corbelleria del superamento di destra e sinistra.
Si, perché quelle categorie non sono semplicemente una dislocazione negli scranni parlamentari, e neanche banale araldica, sono differenti, e incompatibili, sistemi di interpretazione di fatti e fenomeni, con relative reciprocamente escludenti soluzioni a corredo.


Nel frattempo emergono contraddizioni e magre figure ostinatamente snobbate da un popolo pentastellato osannante e tanto indulgente coi propri campioni quanto intransigente con tutti gli altri.

Già ai tempi dell'incontro Grillo/Renzi, richiesto dagli iscritti e digerito assai malamente da Grillo, che infatti lo fece scientemente naufragare, si era capito che la democrazia partecipata e dal basso era accettabile solo se perfettamente coincidente con la visione del detentore del brand, ma la grottesca vicenda delle comunarie genovesi, insieme all'efficientissimo sistema immunitario che espelle ogni possibile voce discordante senza dibattito e col sistema della delegittimazione morale del dissidente, hanno definitivamente evidenziato che tra la narrazione del uno vale uno e la pratica gestionale di stampo leninista corre una bella differenza.   
Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di qualcuno che propone instancabilmente l'instaurazione del vincolo di mandato, in aperta contraddizione con quella Costituzione che sostengono di aver difeso il 4 dicembre, mentre desideravano solo impallinare Renzi.

Oddio, si tratta di un'evidenza per tutti, tranne che per i supporter grilliani i quali, con una struttura mentale da "mamma del bullo", quella che individua colpe e responsabilità in tutti, tranne nell'adorato figliolo, accolgono le critiche con costernata incredulità e sembrano pensare che per il bene superiore si possano anche accettare alcune sbavature.     E manco si rendono conto di quanto questo modo di pensare sia vecchio, consunto e ampiamente screditato.

D'altra parte è difficile sostenere laicamente un dibattito con chi ha trovato perfettamente naturale la tesi difensiva del Beppe nazionale nella faccenda degli articoli del suo blog, il quale si chiama www.beppegrillo.it , accoglie le posizioni ufficiali della creatura politica che ha fatto nascere, i suoi articoli e, in mezzo a testi attribuibili a terze persone, anche molti altri, anonimi, ma immancabilmente riconducibili alle posizioni politiche sue e del movimento.

Poi, a seguito di qualche intemperanza, qualcuno presenta una denuncia e si sente rispondere che non è possibile 
attribuire le responsabilità , civili e penali, connesse ai contenuti ospitati, anche se moralmente mi sembra che non vi sia alcun dubbio in proposito.
Si può discutere con profitto di fronte a schemi mentali simili? Io non credo.

M5S vincerà. Succederà perché le alternative al momento opzionabili sono indecenti, ma vincerà sulla base di un malinteso che credo costerà caro.

sabato 11 marzo 2017

La cittadinanza attiva è faticosa


Leggo sul Fatto Quotidiano che la candidata sindaco pentastellata di Monza, Doride Falduto, è stata identificata come tale dopo aver conseguito 20 voti nelle Comunarie, cosa che ha suscitato molta ilarità in rete e l'immancabile ironia degli esponenti del PD, partito che può vantare tassi di risposta, nelle proprie primarie, più elevati di vari ordini di grandezza.

Non voglio sparare a zero sulle modalità di individuazione/selezione dei candidati grilliani, che hanno il gran pregio di esistere, cosa non scontata, anche se il sistema è spesso sottodimensionato, ma non è la prima volta che vedo il personale politico pentastellato designato in votazioni con volumi di partecipazione degni al massimo di un'assemblea di condominio di dimensioni medio-piccole.
Poi però quei candidati vincono alla grande, o conseguono piazzamenti di tutto rispetto, con un numero di voti immensamente più grande di quello con il quale sono stati individuati.    E' un fenomeno interessante, e mi sono chiesto cosa potesse significare.
Nello specifico mi sembra di poter dire che M5S sul territorio non sembra capace di aggregare, coinvolgere ed organizzare grandi masse nei processi di elaborazione delle istanze locali, mentre in caso di dimostrazioni quali, per esempio, i vaffa day, di elezioni amministrative, ma in futuro anche in quelle politiche, il brand pentastellato e le sue narrazioni paiono capaci di riscuotere una fiducia molto robusta e assai diffusa, finendo col premiare la creatura politica i cui atomi costituenti, all'infuori di Grillo e di pochi elementi apicali, scompaiono in un rumore di fondo abbastanza indistinto.
Non è un effetto inaspettato. Nel nostro paese i grandi partiti hanno sempre funzionato nello stesso identico modo. La DC e il PCI, i due grandi partiti chiesa hanno sempre aggregato una base elettorale molto più ampia, spesso con adesioni di stampo smaccatamente fideistico, della fetta di popolazione che partecipava all'elaborazione delle proposte politiche. Del resto c'è da chiedersi quanto avrebbero gradito le segreterie l'intromissione di una base che avrebbe perturbato le dinamiche delle segrete stanze di comando dei due colossi.
Un effetto della polarizzazione tra due concezioni antagonistiche del mondo, si dirà.
Si, ma fino ad un certo punto, dato che il meccanismo è sopravvissuto pressoché intatto all'indebolimento della preminenza ideologica ed alla scomparsa di quei due soggetti, prima disgregati e poi confluiti, con i tronconi più rilevanti, in una creatura che si pretendeva fosse di sintesi, ma che è stata il teatro di un braccio di ferro che ha definitivamente marginalizzato la componente socialista.
Un meccanismo che si è riproposto pressoché identico dopo l'avvento, la discesa in campo, di Berlusconi e del suo partito-azienda, contrapposto al PD.    Lo schema si è automaticamente ricostituito, con folle plaudenti e sorde ad ogni contraddizione, anche la più plateale, al seguito dei due nuovi attori, però con i termini generali slittati sensibilmente più a destra.
Ma anche ora che Forza Italia è ridotta ai minimi termini, scalzata da un PD che si è impadronito del suo programma di controrivoluzione liberista, riuscendo peraltro a portare a compimento molti dei suoi elementi, lo schema si ripropone ancora una volta con l'ingresso del Movimento 5 Stelle.

Quello che non cambia, non è mai cambiato e costituisce l'aspetto più generale del fenomeno, è l'estrema riluttanza del popolo italiano a coinvolgersi direttamente nella vita politica nazionale, preferendo di gran lunga la delega fiduciosa, salvo poi lamentarsi amaramente di essere stato turlupinato.
Qualcosa sembrava potesse cambiare con l'esperimento delle primarie del PD, profondamente innovativo e massicciamente partecipato, ma presto snaturato dalla palese indifferenza dimostrata dalle varie correnti partitiche nei confronti delle indicazioni di una base che pure aveva partecipato entusiasticamente.
Lo sconsolante spettacolo istituzionale seguito alle elezioni politiche del 2013, con parlamentari totalmente autoreferenziali, il rifiuto di riconoscere l'avvento del nuovo attore politico, il sorprendente M5S, e un Napolitano dedito a letture quantomeno personali del dettato costituzionale, hanno evidenziato che l'esperimento di consultazione diretta aveva in realtà più una veste scenografica che effettiva, considerazione poi definitivamente confermata dalla pratica di far affluire alle urne delle primarie truppe cammellate dedite al voto mercenario, come avvenne, successivamente e a dispetto delle piccate smentite dello stato maggiore renziano, a Milano, Roma e Napoli.
L'unico esperimento di coinvolgimento diretto, di successo e numericamente rilevante, è stato dunque rovinato dall'indegnità di una classe politica miserabile, con l'effetto di convincere definitivamente l'italiano medio che andare oltre la delega in bianco al politico di fiducia, o di convenienza, è faticosamente inutile.
L'elettore non riesce a percepire la necessità di partecipare alla elaborazione della linea politica, e neanche concepisce l'importanza di vigilare sull'operato dei propri rappresentanti, e dunque si limita a dare il voto, e sempre più spesso neanche quello, ma confidando che stavolta andrà meglio e senza articolare granché le proprie aspettative.
L'opzione sembra essersi ridotta ad una difficilmente comprensibile aspettativa che il re delle slide, Renzi, faccia seguire alle sue dozzinali trovate marketing da corso motivazionale aziendale una effettiva capacità di modernizzazione del paese, mentre è del tutto evidente che l'unica cosa che abbia mai patrocinato sia un tuffo all'indietro di perlomeno ottant'anni nella dinamica dei diritti costituzionali e del lavoro.
In alternativa si confida che il Movimento 5 Stelle discenda sui posti di comando del paese come un fuoco purificatore in grado di scrostare dalle istituzioni i sedimenti di una corruzione morale e politica di lungo corso.     Come questo possa avvenire nei fatti e in dettaglio non è dato sapere poiché, per quanti sforzi si facciano, risulta arduo individuare un programma di governo articolato, organico e realistico al di fuori di alcuni capitoli rivendicativi, che sembra abbiano più che altro il compito di rappresentare un pur giustificato malcontento.
Sia in un caso che nell'altro, per quanto posso capire, i vari supporter sembrano pensare che le numerose contraddizioni ed ambiguità delle due proposte, piddina e pentastellata, siano una sorta di prezzo da pagare per avere la parte qualificante che loro interessa, in un bilancio totale che sperano risulti alla fine positivo. Non certo una disposizione mentale innovativa, che tra l'altro ha fin qui deluso amaramente, ma è così che sta andando.

Per segnare un passo realmente nuovo che ci tragga dal letamaio nel quale ci dibattiamo, ciascuno di noi dovrebbe praticare una cittadinanza attiva e consapevole, in grado di designare la rappresentanza, ma anche di pretendere di vigilarne l'operato e di assicurarsi che le aspettative espresse all'interno di istanze permanenti di elaborazione, vengano portate avanti senza travisamenti e cedimenti. E' però una cosa faticosa, spesso ingrata, e pretende una disposizione d'animo battagliera, senso della comunità e una certa onestà intellettuale, meglio delegare.

mercoledì 1 marzo 2017

La fede si sposta. La gente comincia a credere nel dio e finisce per credere nella struttura. (Terry Pratchett)




In questo momento di recrudescenza desolante di un integralismo religioso che travolge i singoli per affermare le proprie verità, rivelate e non negoziabili, che calpesta ogni possibile declinazione della carità cristiana per esercitare un sistema di controllo sociale che è, prima di tutto, sistema di potere temporale, riemerge un ricordo della mia infanzia e prima adolescenza.

Per desiderio espresso di mia madre, e contro il parere risoluto, ma perdente, di mio padre, ho ricevuto una completa educazione cattolica, con annesso percorso sacramentale d’ordinanza e pure un’esperienza da chierichetto, brevissima perché mio padre ottenne che perlomeno questo, dopo solo una messa, mi fosse risparmiato.
Frequentai chiesa e oratorio con spirito fiducioso, come fanno i bambini, e senza rendermi conto dell’orgia di conformismo nella quale mi stavo rivoltolando.

Da un certo punto in avanti però cominciai provare un certo disagio che solo in parte poteva provenire dalla contrarietà di mio padre, inflessibile ma pochissimo manifestata, dato che si limitava a non partecipare alle fasi del mio percorso formativo.
Ricordo che nei giorni della prima comunione e della cresima, mia e di mia sorella, mentre il resto della famiglia era in chiesa lui era di norma in un bar vicino a giocare a flipper, con grandissimo scorno di mia madre e di mia zia.

Il mio disagio era di tipo esistenziale e oscuro, date le scarse capacità di razionalizzazione di un ragazzino. C’era qualcosa che non girava e che mi causava un malessere sottile, che montava costantemente e mi rendeva timoroso e insoddisfatto.
Ci misi molto ad inquadrare quel disagio, e quando lo feci, in maniera provvisoria e non ben definita, presi una decisione che fu poco volitiva e molto difensiva: smisi di frequentare chiesa e oratorio, e non partecipai più al rito della messa.

Avevo solo tredici anni, di lì a poco ne avrei compiuti quattordici, ed ero confuso, ma quando incontrai per strada, un paio di mesi dopo il mio allontanamento, il sacerdote che si occupava dell’oratorio (allora le vocazioni non erano in crisi ed un parroco poteva anche avere diversi preti a coadiuvarlo), alla sua domanda sul perché della mia scomparsa io riuscii a rispondergli che non capivo perché avrei dovuto adorare un dio d’amore infinito per la semplice paura delle conseguenze nel caso non l’avessi fatto.

Non fu una risposta formulata proprio in questi termini concisi e polemici ovviamente, ma il senso era quello, e si fece strada tra il timore di qualche maestosa ed immediata punizione divina e la penosa consapevolezza della mia risibile forza contrattuale, per così dire, nei confronti di un adulto, e pure ministro di culto. Non arretrai però.

Non originalissima fu la sua risposta. Mi chiese chi m’avesse messo in testa quelle idee. Evidentemente il diritto d’indottrinamento era l’unica ipotesi possibile, che peraltro prevedeva un monopolio di fatto in favore di santa madre chiesa.

Solo più tardi, e a conclusione di un percorso piuttosto complesso, ho potuto distinguere tra l’impedimento tecnico principale alla professione di fede, ovvero l’assenza di una convinzione, ai miei occhi irrazionale, dell’esistenza di una divinità di qualsiasi tipo, ed il riconoscimento della dimensione manipolativa di un sistema di potere che si avvale di elementi spirituali per l’implementazione di uno strumento temporale di governo delle coscienze.

In questi giorni la tragica vicenda di DJ FABO, al secolo Fabiano Antoniani, riporta in primo piano tutti gli elementi contraddittori di una fede che, strutturata su principi di amore universale e incondizionato, si abbandona, per bocca dei suoi “difensori” più intransigenti, alla più miserabile mancanza di rispetto e di comprensione per chi soffre.

Alcuni presunti campioni della fede e della virtù, personaggi pubblici e già ben conosciuti per le loro opinioni, si sono scatenati in giudizi morali violenti e privi della benché minima traccia di umana comprensione. Ben lontani da quell'amore puro e disinteressato che dovremmo nutrire per i nostri simili, soprattutto quelli più sfortunati e in difficoltà, sono riusciti solo a dimostrare la distanza siderale tra valori professati e pratica quotidiana.

Io non sono un esperto di citazioni tratte dalle sacre scritture, ma credo che da qualche parte il figlio di quel dio cui io non riesco a credere, dica:
chi afferma di essere nella luce e odia suo fratello, è ancora nelle tenebre.

Forse per un miscredente come me la cosa non è molto impegnativa, ma per chi ha il dono della fede quella citazione dovrebbe essere piuttosto vincolante. Non mi sembra che la cosa si verifichi e mi sento di dire che già a quattordici anni avessi tutti gli elementi per pensarlo.

martedì 21 febbraio 2017

Bisognerebbe andare a scuola di povertà per contenere il disastro che la ricchezza sta producendo. (E. Olmi)



Dalla funzione "Accadde oggi" di Facebook emerge un post del 2014, riprodotto nell'immagine, che riconduceva ad una pagina che oggi non è più in linea.

Allora commentai che:

«Questo è un dibattito che non si può affrontare alla leggera e che, a mio parere, avrebbe bisogno prima di tutto di una laicità che nessuno al momento può vantare. Non lo possono fare i sindacati che inquadrano il tutto nella dialettica antagonistica tra lavoratori e padroni, e neanche lo possono fare questi ultimi, che sono stati determinanti nel giustificare le remore sindacali.
Il lavoro flessibile deve essere per forza precario? Non l'ha certo ordinato il dottore, ma rimane pur sempre il fatto che un accordo tra due parti non dovrebbe prescindere dall'equipotenza tra contraenti. In fin dei conti se è vero che il dipendente ha bisogno di un lavoro, anche l'imprenditore ha bisogno di lavoratori. Suona pleonastico, e lo è, ma ci si passa sopra scomodando alibi, e oggettive (e ipocrite) ragioni esterne.
Bisognerebbe intanto riconoscere che se l'imprenditore aspira al conseguimento di adeguati margini (magari reinvestendoli nell'impresa) è nel suo pieno diritto e non andrebbe per questo demonizzato. Ma anche il lavoratore ha diritto a regole stabili, costanza dei dettati contrattuali, condizioni di lavoro dignitose e adeguata rappresentanza. 

Mi si dirà: ma tu privilegi la parte dei lavoratori. Certo, innanzitutto lo sono (lo ero, ora sono un esodato [ora pensionato nonostante gli sforzi di lacrima facile Fornero]) e poi, fuori da ogni comoda ipocrisia, chi tra le due parti impugna (e ha sempre impugnato) il bastone più grosso? E perché mi viene così istintiva l'immagine di una colluttazione?

Già, perché? Nel dibattito sulla ripresa e sul fantomatico job act [ora, come si sa, tragicissima realtà], l'unica richiesta chiara che è emersa proviene dalla parte datoriale e riguarda la minimizzazione del contratto collettivo nazionale a favore di quelli aziendali e, perché no, anche degli accordi individuali che, vanno benissimo in tempi di vacche grasse e agli iperspecializzati, un po' meno alla gran parte degli altri lavoratori e in piena depressione. 

Con la trasparente scusa di voler flessibilizzare e localizzare le condizioni di lavoro chi già gode di una posizione preminente cerca di tenersi tutte le briscole in mano. Quindi e alla fine: il lavoro flessibile deve essere per forza precario? No, ma bisognerebbe dirlo anche agli imprenditori.»

Oggi invece constato che la parte datoriale ha fatto ori, carte, primiera, settebello e un bel pezzo di napola, grazie al fiancheggiamento di un partito che, tradendo il mandato elettorale, si è trasferito, armi e bagagli nel campo nemico (uso la parola consapevolmente).

Il potere contrattuale del lavoratore è compresso in dimensioni infinitesimali, sottoposto com'è alla pressione congiunta di job act, giungla dei contratti atipici, ripresa inesistente e contiguità, quando non frequentazione, di una indigenza che è controllo sociale.

Secondo le parole di Warren Buffet, il terzo uomo più ricco del mondo, la lotta di classe esiste, e l'hanno vinta i ricchi.     La sua constatazione trova nel nostro paese una conferma evidente.         

Noi siamo tecnicamente una democrazia parlamentare, con molte metastasi presidenziali, ma nella nostra dinamica politica manca da molto tempo un elemento fondamentale dell'esercizio sano della democrazia, siamo cioè privi di una opposizione in grado di rappresentare, organizzare e condurre le istanze di chi percorre il lato in ombra della strada.

Non lo fa più, e da tempo, il PD, transitato nel campo liberale turboliberista. 
Non è in grado di farlo la sinistra-sinistra che, di fronte alla svolta storica della caduta del socialismo reale, si è ritratta inorridita dalla necessità di una valutazione critica dell'accaduto, rifugiandosi in una ortodossia priva di progettualità, che stronca sistematicamente ogni elaborazione, e ve ne sono state parecchie.

Ma non lo fa neanche il terzo incomodo, quel M5S che lucra sull'impresentabilità altrui, con grande e giustificata efficacia,  e si dedica alla raccolta del dissenso, ma rimanda ogni definizione di un programma di governo al giorno dopo il conseguimento di una vittoria elettorale ormai abbastanza vicina, senza mai sbilanciarsi troppo e limitandosi a promettere una moralizzazione di massima e poco focalizzata, a quanto pare risolutiva in sé.
Un riscatto sulla fiducia e a data da destinarsi.

Ora il PD è in preda alle convulsioni conseguenti ad una sconfitta mai riconosciuta da chi l'ha propiziata, con una miserabile opposizione interna che ventila scissioni strumentali, straccione e improbabili, dopo aver avallato ogni singola porcata licenziata dalla conduzione renzista.     

La sinistra-sinistra beneficia dell'instabilità piddina, che fornisce una spinta alle vele di un processo di aggregazione iniziato già da tempo, ma che fatica ad uscire dalla dimensione politicista e verticista che ha sempre strozzato sul nascere il dispiegarsi di proposte vitali.    

Attende fiducioso M5S il compiersi del suo vittorioso destino, dopo aver agganciato ogni valutazione critica, e potenzialmente devastante, dell'operato della sindaca Raggi ad un fruttuoso vittimismo, favorito in primis da una stampa schierata e priva di credibilità che ha calcato la mano sulla campagna di delegittimazione della giunta pentastellata fino ad ottenere l'effetto contrario.  

Nel frattempo un popolo intero è ridotto all'angolo da una controrivoluzione liberista trionfante e spietata, senza alcuna prospettiva di riscatto che non sia quella pentastellata, potenziale e tutta da verificare.    Ma di far sentire la propria voce direttamente e senza intermediari non se ne parla proprio.

Anni fa svolgevo alcune considerazioni sul fatto che si può partecipare ad una società in due modi: da cittadino oppure da suddito.   Se sei un cittadino, sei un soggetto conscio dei propri doveri e consapevole dei propri diritti.  Adempi agli uni e pretendi gli altri. Sapendo di avere un ruolo, concorri alla crescita materiale e spirituale della tua comunità e in quest'ultima arrivi a comprendere l'intera umanità. Sei inoltre convinto del valore della solidarietà, per cui ti presti per il bene comune.

Se sei, invece, un suddito non sai di avere diritti, quindi non li reclami. Non conosci doveri, quindi arraffi tutto quello che puoi e strisci per ottenere privilegi dal potente da cui dipendi. Il tuo unico dovere è verso te stesso, perciò vedi gli altri solo in funzione dei tuoi interessi. La tua comunità, al massimo, è ampia quanto la tua famiglia.

Secondo voi quale delle due modalità è più consona alla tavola che ci hanno apparecchiato?

lunedì 23 gennaio 2017

Il nemico del mio nemico ecc. ecc.



Alcune constatazioni:
a) Trump è il 45° Presidente degli Stati Uniti d'America;
b) non ci possiamo fare nulla;
c) la cosa ci riguarda comunque da vicino e, qui in Europa, incontra il favore sia della destra che della sinistra.

Per come la vedo io le elezioni americane hanno proposto una classica alternativa del diavolo che non metteva a confronto un meglio e un peggio, bensì due solenni fregature, una scelta poco appetitosa tra due visioni perverse dell'esercizio del potere.

Per noi europei, classici vasi di coccio tra le due superpotenze ed una Cina che si tiene in tasca gran parte del debito pubblico occidentale, si trattava di scegliere, si fa per dire, tra una calcagnata negli zebedei ed una martellata sugli incisivi.

Non saprei dire, qui ed ora, quale delle due ci è toccata, ma francamente non vedo esattamente di cosa dovremmo gioire, o per quale ragione dovremmo provare sollievo.

Posso capire, fino a un certo punto, il compiacimento della destra per la consonanza della propria matrice con la visione trumpiana, anche se si accorgeranno presto che The Donald farà pagare a noi il prezzo della sua visione di un ossimorico liberismo protezionista di stampo concettualmente ottocentesco.

Un pochetto meno giustificato mi sembra il compiacimento di una parte della sinistra.  E' pur vero che la presidenza Trump si apre all'insegna di un raffreddamento dei motivi di frizione con la Russia, ma forse si sottovaluta l'aspetto darwiniano del confronto tra due differenti visioni geostrategiche che non possono fare altro che concorrere per lo stesso osso.

Quanto poi possa giovare, nel quadro generale, una normalizzazione dei rapporti tra Washington e Mosca mentre si deteriorano quelli con Pechino mi deve essere spiegato

E quanto durerà poi la sintonia tra Trump e Putin?  Il Medio Oriente smetterà di aver rilevanza strategica?    Tutti i motivi di frizione - Siria, Israele, Daesh, Turchia, Arabia Saudita, Yemen, Iraq, Iran, Afghanistan - verranno risolti e la concordia mondiale raggiunta?   Il petrolio non sarà più una risorsa da controllare?   Una portaerei russa che incrocia al largo della Libia, ricevendo uno dei pretendenti al governo di quella disgraziata nazione, peraltro non il beniamino dell'occidente, sarà ancora un fatterello da mettere a margine del più vasto discorso del passaggio di potere tra Obama e Trump?


Quanto gioverà poi alla serena convivenza la muscolarità trumpiana nei confronti della Cina?  Quali reali vantaggi potremmo ottenere dal disinnesco della situazione ucraina se poi Trump si limita a cambiare l'effige del nemico n. 1?

Alla fine di tutto mi chiedo: ma è veramente cambiato qualcosa grazie all'avvento di Trump o ci si è limitati a rimescolare il mazzo?



La poltrona dell'uomo più potente del mondo è ora occupata dalle grasse terga di un tycoon misogino e irresponsabile, xenofobo e fascistoide, ma si è fumato l'algida e orrida Hilary Rodham Clinton, quindi siamo a posto.... o no?


sabato 21 gennaio 2017

DIBATTITO s. m. [der. di dibattere]. – Discussione nella quale si contrappongono e valutano idee e opinioni diverse in merito a determinati argomenti.

La funzione onthisday di Facebook, quella che giornalmente ripropone i post originati negli anni precedenti in una certa data, è spesso interessante poiché consente di recuperare elementi di valutazione, anche antropologici, che circostanziano processi e percorsi i quali, visti in prospettiva, acquistano maggiore evidenza.

Oggi, in particolare, mi è stato riproposto un post di tre anni fa, dunque del 21 gennaio 2014, nel quale, dopo aver occasionalmente seguito un talk show tipicamente addomesticato, commentavo le uscite di una allora emergente Maria Elena Boschi, la quale soavemente sosteneva la necessità parlare con Forza Italia e dunque con Berlusconi, in questo spalleggiata da quel filone privo di vergogna di Casini.

Si era in piena creatività giustificatoria del nefando Patto del Nazareno, stretto solo quattro giorni prima, che predisponeva tutti i punti qualificanti della successiva strategia renziana di ridisegno istituzionale, quella poi fortunatamente bocciata sonoramente dall'esito della consultazione referendaria del 5 dicembre 2016.

Una delle considerazioni che svolgevo verteva sulla circostanza che il pregiudicato Berlusconi, in quanto tale, non avrebbe dovuto poter rappresentare nessuno.
Procedevo poi, piuttosto ingenuamente, ad argomentare che se l'esponente è indegno il problema è del partito a cui appartiene e che dunque non sarebbe toccato a noi (allora, che dio mi perdoni, consideravo ancora il PD un riferimento) doverlo risolvere, e che qualsiasi pregiudicato, con pena ancora da scontare, non potrebbe fare altro che saldare il proprio debito con la società.

Tra i molti commenti più o meno concordi con la mia opinione, ad un certo punto emerse questa vagamente disgustata e retoricissima domanda digitata da un mio contatto già segnalatosi per la sua osservanza renziana:

"Scusate ma tra i vostri commenti non trovo spazio per i dubbi... Solo certezze???"

Un esempio lampante di fasulla ragionevolezza e di paternalistica assertività, un espediente dialettico portato alla perfezione dalle pratiche manipolatorie berlusconiane, non a caso acquisite senza variazioni dal renzismo. 

L'essenza di quella domanda, posta in quei termini e circostanze, dietro ad un'apparente bonomia di stampo quasi pedagogico cela una chiusura aprioristica, una presunzione di ragione assoluta, lampante al punto di non necessitare di alcuna verifica, il che non è male dopo aver stigmatizzato le altrui certezze.

Abbastanza indispettito chiesi a mia volta cosa significasse quel richiamo strumentale al dubbio, per quale ragione dovessi vergognarmi per l'esito delle mie valutazioni e se avesse la minima idea del processo che me le aveva suggerite.

Gli chiesi anche per quale ragione ritenesse che non avessi sperimentato dubbi e di conseguenza preso decisioni ponderate e nella speranza di non sbagliarmi troppo.
Ma, soprattutto e alla fine di tutto, per quale motivo avrei dovuto dolermi per le mie certezze, e per quale accidenti di ragione avrei dovuto metterle in secondo piano, dato che le motivavo ed ero disposto a ridiscuterle in ogni momento?

La ancor più condiscendente risposta fu che avrei dovuto solo consentirgli 
"la facoltà di dubitare delle altrui certezze" altrimenti non sarei stato certo migliore di chi criticavo con tanto livore (termine assai utilizzato da Renzi, guarda caso), passando poi a salutarmi con un ancor più smaccata e indimostrata professione di superiorità morale, sostanziata in un olimpico  "Un abbraccio... con estremo rispetto per le altrui idee".

E con questo ero a posto evidentemente, e senza uno straccio di argomentazione a supporto, dato che ho dovuto accontentarmi del suo implicito disprezzo per le mie supposte intemperanze.

Ecco, in un'epoca nella quale gli epiteti di gufo e rosicone assumono la dignità di categoria politica, e l'elaborazione dialettica viene considerata un'inutile perdita di tempo, non posso certo stupirmi se l'esercizio della libertà di parola e di opinione diventa offesa e maleducazione.
Il fatto è che nessuno dovrebbe farsi carico del desiderio altrui a non essere contraddetto, per cui rivendico la facoltà di nutrire convinzioni e il diritto di esternarle, motivando e rimanendo nei limiti di un civile confronto naturalmente.

Quelle che il mio sussiegoso critico definì certezze erano, in realtà, opinioni, cui ciascuno ha diritto. Le sue opinioni, che potei solo intuire dato che non vennero realmente esplicitate, non mi minacciarono, anche se mi indispettì la sua supponenza.   Le mie invece lo angustiarono, ma non furono una prevaricazione, e soprattutto non un mio problema.



Un vecchio uomo di destra, Indro Montanelli, nel '94 disse che:

 “l’Italia di Berlusconi finirà male, malissimo, nella vergogna e nella corruzione. E sarà stato inutile avere ragione”. 

La dialettica mutuata dalle invenzioni retoriche da corso motivazionale, ad uso e consumo dei rampanti funzionari delle imprese del terziario avanzato, fu alla base del successo dell'originario partito di plastica inventato da Berlusconi, che infatti lo fece germinare dalla macchina organizzativa delle sue aziende, ed è stata acquisita con grande disinvoltura da Renzi, l'erede morale del Cavaliere.

Quel modo di affermare senza dimostrare ha fatto scuola divenendo stabilmente cifra di ciò che viene proditoriamente definito dibattito

lunedì 19 dicembre 2016

Quanta forza può avere, in realtà, un cuore che si è smarrito? (Haruki Murakami)

Leggo sul sito di ADNKronos un breve articolo, contenente la seguente incontrovertibile dichiarazione, rilasciata da Gentiloni, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio Europeo;
"non ho nessunissima intenzione di cambiare linea su articolo 18 e Jobs Act. tutto è perfettibile, ma ritengo che la riforma del lavoro fatta sia uno dei risultati da difendere".
In questa dichiarazione sta interamente la cifra di ciò che rappresenta il PD effettivamente, ovvero il punto di arrivo di un processo a dir poco teratogeno, un percorso che pone quella formazione, definitivamente, di diritto e con un tasso di ambiguità prossimo allo zero, nella famiglia già abbastanza ampia del nemico di classe dei lavoratori.
Io mi chiedo cosa aspettino ancora certi fautori del dialogo a sinistra, a prendere atto di questa realtà, evidente e abbacinante, e a farne discendere le ovvie conseguenze.
Il problema è che questa ovvietà è oscurata da un fatto ancor più palese, ovvero che la sinistra è in piena crisi propositiva, non ha una strategia propria ed evidenzia pochissima autonomia, tanto è vero che, come è sotto gli occhi di tutti, vi sono ampi settori che ancora fanno i conti col PD, chiedendosi se è il caso di eleggerlo ad interlocutore preferenziale ai vari livelli, locale o nazionale. In alternativa vi è anche chi ritiene di avere una soluzione pret a porter già fruibile e di successo, quel M5S arrembante che raccoglie a piene mani il malcontento, senza discriminare troppo tra famiglie politiche dichiarate superate e grottesche, d'ufficio e senza indulgere in spiegazioni verosimili. I fautori di questo orientamento ritengono conveniente aprire ad un dialogo con una forza che del suo isolazionismo ne ha fatto marchio qualificante e pratica inaggirabile. Altri ancora invece, rotto ogni indugio, sono confluiti convintamente nell'universo pentastellato senza più guardarsi indietro. In mezzo sta un esercito non troppo ben individuato, soprattutto numericamente, che non può identificarsi con questi due estremi, e che viene da questi dileggiato e criticato aspramente. Al momento questi orfani guardano con qualche aspettativa, smorta e disincantata, al processo costitutivo di Sinistra Italiana, che naturalmente si dibatte tra i due estremi di cui sopra. L'aspettativa verte principalmente sulla cessazione di un tragico politicismo, che ha portato la sinistra alla catatonia attuale, in favore di una pratica che cessi le visioni verticistiche e miri, piuttosto, al radicamento in una base inascoltata, delegando a questa l'individuazione del personale politico. Un'aspettativa che, al momento, non sembra goda di grande ascolto. La sinistra pare dunque non risolversi tra il reggere la coda ai nuovi servi del capitale, da una parte, e il corteggiare con miserabile invidia, e per motivi di spregevole interesse, i fasti, provvisori per perseguita indeterminatezza, dei sanculotti 2.0 pentastellati. La prima pulsione, quella in favore del PD, è a dir poco autolesionistica e denuncia lo stato di fatale debolezza di una sinistra evirata, però io credo che anche rivolgersi verso M5S, con intenti variamente tattici o strategici, essenzialmente per fare il mazzo al PD, sia un sintomo della stessa, identica malattia. Rivolgersi a forze che ci sono estranee, senza un progetto vitale, significa solo farsi assimilare. Il PD é un partito che difende valori e soluzioni liberiste, ormai irrecuperabile alle ragioni socialiste, mentre M5S é una formazione che raccoglie il malcontento, senza discriminare e con bocca buona, e si guarda bene dal delineare, anche a grandi linee, strategie d'intervento che non siano risparmi sulla cosa pubblica. Noi non sappiamo nulla di cosa vogliono fare per il lavoro, l'istruzione, la sanità e l'immigrazione, salvo generiche affermazioni che fanno chic e non impegnano, per tenere insieme il diavolo e l'acqua santa. Quando, mesi fa, provarono a entrare nel merito del problema immigrazione, si accorsero di essere seduti su di un petardo, scoprendo che la voce più grossa ce l'avevano i loro elettori di matrice destrorsa (perché ovviamente il superamento dei concetti di destra e sinistra è una corbelleria assoluta), mentre i simpatizzanti provenienti dall'altro versante non intendevano mollare su principi che costituivano il fondamento morale del loro pensiero, ragione per la quale la comunicazione pentastellata fece un veloce dietrofront, optando per enunciazioni piuttosto vaghe e spiccatamente amministrative.
Da allora su quello, e su molti altri argomenti strategici, stanno bene attenti a non entrare nel dettaglio, contando di risolvere quando avranno il 51% dei consensi elettorali, dimostrando con questo la loro natura peronista. La sinistra non sta bene, ed è un fatto, ma non è guardando al suo esterno che migliorerà.