venerdì 6 aprile 2018

Parigi, e Palazzo Chigi, val bene una messa?

In questo articolo, di cui raccomando la lettura, Aldo Giannulli elenca puntigliosamente le ragioni per le quali si è allontanato da M5S, che poi sarebbero le identiche ragioni che mi hanno sempre fatto diffidare del Movimento, ragione per la quale non mi ci sono mai avvicinato, dato che quello che viene sottolineato nell'articolo, a mio avviso, è sempre stato ampiamente prevedibile.

Il problema però, a questo punto, è che un terzo dell'elettorato attivo (in realtà un più modesto quinto degli aventi diritto al voto) quel Movimento l'ha votato, e non sono bruscolini.  




E' vero che non basta per costituire un governo stabile e al riparo da brutte sorprese, ma rimane il fatto che M5S è una parte importante e rappresentativa della politica italiana, e allontanarsene - o sottolineare la propria distanza - può risultare interessante, e solleticare l'autostima di chi indulge, come il sottoscritto, in fatali io l'avevo detto, però non aggiunge, o toglie, nulla al fatto che siamo malamente INCARTATI.

M5S intercetta un terzo dei voti, il centrodestra - non troppo unito - fa un pochino meglio, il PD, sconfitto assoluto della consultazione si piazza come secondo partito italiano, pesando un pochino di più del secondo vincitore morale, quel Salvini che non sa proprio come uscirsene dal suo personale pantano strategico.


Un dato politico importante discende dal fatto che, in tutto questo, la componente di sinistra risulta non pervenuta, e si tratta di un elemento che, a prescindere dalle proprie convinzioni e dalla responsabilità che ha la sinistra stessa nella sua latitanza, disegna un contesto squilibrato e intrinsecamente in debito di democrazia, dato che in un dibattito oggettivamente già complicato viene a mancare una parte importante del contributo dialettico.


Un vero e proprio stallo alla messicana, o  mexican standing, per chi preferisce le etichette fighe, che per essere superato necessiterebbe di un'attitudine che, nel nostro paese, si è persa da tempo, ovvero la capacità di fare politica, di ascoltare e arrivare a sintesi operative proficue e oculatamente finalizzate.


Oddio, in verità il Movimento, in consonanza con le critiche di Giannulli, sta dimostrando di avere una forte attitudine, più dei suoi concorrenti comunque, per un realismo politico di alta scuola democristiana.    Lo dico in senso tecnico, ma anche politico in fondo, dato che la defunta DC fu essenzialmente una federazione di famiglie politiche che spaziavano dalla destra alla sinistra, ma con uno scarroccio costantemente verso destra.


Molti rimproverano, qui sui social, a Di Maio una improvvida arroganza, dato che pone condizioni a tutti pur avendo bisogno di robusti aiuti per portare a casa gli obiettivi dichiarati, costi della politica innanzi tutto, ma il buon Luigi non è realmente arrogante, sta solo mettendo i ferri in acqua per contestualizzare e giustificare l'esercizio di un realismo politico che deve superare i punti fermi. morali e moralistici, sui quali M5S ha costruito la propria narrazione e la propria fortuna. 

Dal mai, per nessuna ragione (e se dovesse avvenire, teoricamente, dovrebbero fioccare le dimissioni), con i collusi e gli indagati, si passa, ora che il fatale destino si è rivelato così scomodo e indefinito, al recedere dai propri bellicosi propositi senza darlo troppo a vedere.

Scatta dunque il modus operandi del pragmatismo politico e si diventa possibilisti, al punto che Lega e PD per me pari sono, e li si investe della responsabilità di fare il gioco di M5S, senza che questi debba compromettersi richiedendolo esplicitamente.


E visto che ci siamo, e che si presenta la possibilità di farlo, perché rinunciare a gettare manciate di sabbia nei meccanismi della concorrenza?  Perché non infilare punteruoli nei punti di giunzione, nel PD, tra un renzismo aventiniano e la sue flebile opposizione interna, più possibilista?  Perché non soffiare sulle braci del fuoco che minaccia di divorare la coesione di un centrodestra diviso tra un Salvini in grande spolvero e un anziano pregiudicato che mastica amaro?

E' vero che la realpolitik in salsa postideologica grilliana stride con la sua veste originaria, tutta vaffaday e dimissioni, tutti a casa, ma come ci insegnano le vicende indecorose delle comunarie genovesi l'elettorato pentastellato è tanto intransigente con gli altri quanto è indulgente con i suoi, e certo saprà convivere con soddisfazione con tutto ciò che il fatal destino renderà necessario fare, riservando ad altri soggetti la responsabilità di tutto ciò che risulterà indigeribile o non si riuscirà a fare.

Insomma, la ricreazione è finita e si torna su modalità più da prima repubblica che da terza, e forse, vista la messe di orrori della seconda, potrebbe essere pure un affare non così tremendo, se ci si accontenta.    

Una cosa però è chiara: 


M5S è qui per restarci.    

Sta dimostrando una capacità di adattamento che è propria degli organismi destinati a sopravvivere a lungo.


Prima ero preoccupato, ora sto organizzandomi per la rassegnazione.


lunedì 12 marzo 2018

Chi semina vento raccoglie tempesta




Nel 2013 M5S impose la pratica dello streaming, vista come imprescindibile prassi di trasparenza (salvo poi farla cadere quando quel metodo documentò le increspature dei consessi parlamentari pentastellati) al solo scopo di rivendicare pubblicamente la propria unicità e umiliare Bersani, e con lui il PD, che in quella occasione sollecitò, seppure di malavoglia e sapendo a cosa andava incontro, lo stesso senso di responsabilità che ora invoca Di Maio.

In quella occasione Crimi e Lombardi furono i portatori materiali del sonoro ceffone che propiziò sia le condizioni oggettive dei successivi inciuci che l'avvento di Renzi e del renzismo.
Il PD non aveva allora ancora imboccato la strada che lo ha condotto all'attuale disastro, che non è solo elettorale, ed esistevano in quel momento anche altre opzioni, altre diramazioni del sentiero, che avrebbero potuto portare ad altri esiti.

Molti sostengono, con qualche ragione sia chiaro, che quell'incontro fu una manfrina dal copione già scritto e dall'esito scontato, ma io credo che se qualcuno avesse avuto il coraggio di sparigliare le carte, Grillo, ma anche Bersani, il paese si sarebbe potuto risparmiare molti dei successivi tormenti.
Il PD nel 2013 prese circa 10 milioni di voti, e M5S circa 8,6.  I rispettivi pesi erano sostanzialmente comparabili, e la gestione del paese avrebbe avuto basi paritarie, al contrario di quanto potrebbe avvenire oggi.

Ma le cose andarono diversamente, il Parlamento andava aperto come una scatoletta di tonno, la vittoria appariva immancabile allo stato maggiore pentastellato, e la strategia scolpita su qualche gloriosa lastra di marmo.
Anche grazie a quella sceneggiata, all'interno del PD presero forza le correnti favorevoli a quello che poi divenne il patto del Nazareno, ma soprattutto vennero poste le premesse adatte all'avvento di Renzi e del renzismo, con tutto quello che ne è conseguito.

Fu dunque, a mio parere, un disegno lucidamente perseguito, perché a M5S serviva un PD impresentabile, ed era fondamentale che lo fosse in maniera evidente. 
Il senso di responsabilità non era allora moneta corrente, o forse qualcuno ritenne responsabile consegnare il paese ad un processo che aveva il solo scopo di esaltare la propria virtù, per rendere il proprio successo, posticipato nel tempo, ineluttabile. 
I risultati sono qui, davanti agli occhi di tutti, e a me pare che pochi possano dire di non avere responsabilità, effettive o morali, negli assetti che patiamo, anzi proprio nessuno.

Con questo voglio dire che le colpe sono tutte in capo a M5S, con il PD nelle vesti della vittima incolpevole?  No, per niente, ma date le argomentazioni che vengono oggi sviluppate circa l'appoggio dem ad un esecutivo pentastellato, mi sembra necessario ripassare alcuni eventi della passata legislatura, che hanno ispirato il titolo di questo testo.

Ora, io capisco che molti compagni caldeggino un atteggiamento responsabile da parte del PD, e di LeU, per evitare un governo leghista, ma a quei compagni vorrei dire che il pericolo è assai teorico, dato che un governo del centrodestra sarebbe minoritario tanto quanto quello pentastellato, dunque altrettanto gracile, e che un raccordo Lega-M5S è piuttosto improbabile, nonostante la sovrapposizione di molti punti di programma, per due distinte ragioni:
  • i due partiti "pescano" nello stesso bacino elettorale, a dispetto dei molti voti anti-PD provenienti da un popolo di sinistra esacerbato, e sono a tutti gli effetti diretti concorrenti;
  • la Lega non può permettersi di supportare M5S senza disfare i governi e le amministrazioni locali di cui è membro, insieme a Forza Italia, in larga parte del paese.
Starei anche abbastanza tranquillo circa la creazione di un partito di Renzi, generato da una scissione dal PD, dato che secondo le previsioni più accreditate non porterebbe al centrodestra un numero di parlamentari sufficiente a conseguire la maggioranza necessaria a garantire un governo stabile.

Un PD responsabile, inoltre e data la disparità assoluta del proprio peso parlamentare rispetto al Movimento, in un governo pentastellato non avrebbe alcun peso decisionale, avendo in realtà il solo scopo di assumersi la responsabilità di tutte le contraddizioni del programma grilliano, concepito per vincere, ma difficilmente attuabile, date le condizioni oggettive, mentre eventuali successi sarebbero intestati tutti ai sanculotti del terzo millennio, e non certo ai collusi e indagati, col capo cosparso di cenere e costretti ad una recalcitrante responsabilità.

Dunque a me pare che la propensione all'atteggiamento responsabile, caldeggiato a sinistra da alcuni dirigenti, e da molti simpatizzanti sia di Leu che del PD, sia solo un tentativo, all'indomani della severa sentenza elettorale, di recuperare un ruolo spurio in grado di far dimenticare la desolante inconsistenza della sinistra nel paese, senza passare da un ormai inevitabile e quanto mai necessario processo di radicale autocritica.

Una certa ilarità, inoltre, suscita in me il confronto tra le dichiarazioni ante voto pentastellate, tutte improntate ad un divertito, o talvolta indignato, disprezzo per ogni eventuale forma di alleanza, o collaborazione, tra il Movimento ed un ceto politico di indagati e collusi, e la compunta chiamata alle armi di un Di Maio paludato nei panni da statista che la invoca per il bene del paese, e dopo cotanti precedenti.

Meno divertito sono per l'imbarazzante lettura che il buon Gigino dà degli obblighi presidenziali nella formazione del prossimo governo, misura diretta della sua suprema presunzione ed autoreferenzialità. 

Tra i molti difetti del Rosatellum, infatti e con buona pace di Di Maio, c'è il piccolo particolare che non è stabilita alcuna gerarchia tra partiti coalizioni, dunque la scelta di Mattarella tra affidare l'incarico a Di Maio o a Salvini non può essere fatta in punta di diritto, come pretende il capo politico 5Stelle bensì operando una scelta di natura eminentemente politica, e di conseguenza intrinsecamente opinabile.

Comunque a me interessa relativamente chi dei due, Lega o M5S, verrà scelto, perché non mi aspetto nulla di buono da ambedue. Forse, alla fine, mi potrebbe pure andare bene un governo pentastellato, perché questo consentirebbe di andare a vedere bluff che hanno bisogno urgente di venire esplorati, ma senza che vengano convocati colpevoli di comodo, quali dovrebbero essere PD e LeU in veste di responsabili.

A mio parere Mattarella dovrebbe affidare ad un esterno, stile Ciampi nel '93, l'incarico di formare un governo tecnico, in attesa del più che certo verdetto di incostituzionalità del Rosatellum, che si occupi della promulgazione di una nuova legge elettorale.

E stavolta dovremo tornare alle urne solo dopo che la Corte Costituzionale, con procedura d'urgenza, la avrà esaminata e ritenuta conforme alla legge fondamentale.   Anche il fatto che dovrebbe essere una legge non ad hoc sarebbe un graditissimo cambiamento.

martedì 6 marzo 2018

The day after



Lo dico subito a chi sta leggendo queste righe: non saranno considerazioni gradevoli le mie, soprattutto se si condivide il mio sentire politico.
Il mio stato d'animo, mentre scrivo, è plumbeo.  Spero che in futuro possa risollevarmi dallo sconforto che provo, ma ora le cose stanno così. 

Credo che le elezioni svoltesi il 4 marzo rimarranno nella storia quale punto di svolta, in una misura che forse apprezzeremo compiutamente solo guardandole da una certa distanza.    Ora è piuttosto il momento dello stress post-traumatico e dell'instabilità del proprio sentire, per chi ha visto frustrate le proprie aspettative mentre, naturalmente, chi ha fatto il pieno di voti si gode la sua vittoria, e solo tra un po' si renderà conto che quella vittoria è largamente morale.

Grazie alla natura del sistema Rosatellum, infatti, nessuno potrà esprimere una maggioranza abbastanza robusta da sostenere un governo capace di mettere a segno i propri punti di programma senza compromessi variamente insoddisfacenti o senza alleanze, sostegni esterni, o altri fantasiosi marchingegni parlamentari, magari escogitati all'uopo, che faranno storcere il naso ai propri elettori, quelli duri e puri, o perlomeno quelli dotati di senso critico.

Ma queste sono considerazioni che riguardano chi ha vinto, ed io non sono certo tra di loro.   No, io contemplo le macerie, e mentre lo faccio passo da velleitari propositi di rinascita a corrosive prese d'atto di realtà oggettive, e sono queste ultime a farsi largo con maggiore, e sgradevolissima, efficacia.

Lasciate che mi spieghi svolgendo prima tre considerazioni di base:
  • Il PD che di sinistra non lo è più da tempo, mette a segno il peggior risultato della sua breve storia, dimezzandosi rispetto allo sbandierato 40% delle europee e molto sotto al risultato del suo esordio veltroniano;
  • LeU, che giocava le sue carte sul fatto di non essere Renzi, puntava alla doppia cifra e ottiene solo una presenza in Parlamento, e pure di stretta misura;
  • PaP si compiace di aver segnalato la propria presenza, ma non consegue neanche i livelli minimi di RC, che ne costituisce l'ossatura organizzativa.

Non mi interessa qui esaminare le ragioni di questa debacle, che ai miei occhi sono piuttosto evidenti peraltro, e non mi interessa perché il dato importante è in realtà un altro, ed è che il popolo italiano, in gran parte, si è espresso in favore del populismo in varie gradazioni di destra, e in quella categoria ci metto anche M5S, che ormai molto chiaramente si è attestato su posizioni che appartengono al centro liberale e liberista, con molte sovrapposizioni col sentire leghista sull'immigrazione e argomenti collegati.

Quell'offerta, dichiaratamente o oggettivamente, di destra e centrodestra ha anche inciso sull'astensione, attesa al 34% e poi fermatasi al 25% (che costituisce in ogni modo una sconfitta del civismo in questo paese, comunque la si voglia mettere), e questo mi impone amarissime riflessioni ed una domanda devastante:

questa è ancora la repubblica nata dalla Resistenza?

La sinistra potrà anche capire la natura dei suoi errori, se si metterà d'impegno - e non è scontato - ma quello che avrà da dire sarà capace di penetrare nella coscienza e nel sentire di persone che hanno privilegiato una visione darwiniana della società e che hanno della solidarietà una concezione familiare o etnica?

Io credo che sia cambiato il paradigma culturale del nostro paese e che sia appena cominciata, dopo il lungo crepuscolo berlusconiano, una notte, che sarà fredda e lunghissima, durante la quale quello che la sinistra avrà da dire sarà in larga parte inascoltato, perché il popolo sovrano ha fatto la sua scelta, ha privilegiato altri valori e a noi non resta che prenderne atto.

Questa notte durerà fino a quando la scelta populista non avrà espresso tutto il male che può esprimere, motivando quel popolo a optare per altre proposte quando le contraddizioni che porta non potranno più essere celate dietro alle narrazioni che l'hanno propiziata.

Non sto disprezzando il responso elettorale, perché io credo nel sistema democratico anche quando non posso compiacermi del risultato.  Devo dunque accettarlo, però credo che quel responso metta in pericolo la nostra democrazia per le prassi che sta sdoganando.      

Ne devo prendere atto, come devo prendere atto dell'inconsistenza della parte politica cui appartengo.   Sono sempre stato dalla parte della minoranza in questo paese, ma è la prima volta che mi ritrovo prossimo all'estinzione.    Non ho più voglia di coltivare illusioni.

venerdì 2 marzo 2018

In politica niente è così apprezzabile come una memoria corta. (J.K. Galbraith)

M5S ha presentato una possibile squadra di governo composta da persone prive di un passato ingombrante, perlomeno fino a prova contraria, e con profili professionali di qualità e coerenti con i dicasteri che andrebbero ad occupare.
Una iniziativa intelligente e funzionale alla rivendicazione pentastellata circa la propria diversità rispetto agli altri partiti.

Quello che è stato presentato, però, è sostanzialmente un governo tecnico, e i paesi non vengono governati dai tecnici, bensì dalla politica.

L'ultimo governo tecnico che abbiamo avuto, quello montiano, ha in realtà agito sulla base esclusiva delle direttive politiche di una ideologia neoliberista applicata draconianamente ed approfittando di un momento di profonda crisi, con i risultati, poi mantenuti dai successivi governi PD, che sono sotto gli occhi di tutti.

La natura tecnica del possibile governo pentastellato, senza una dimensione politica retrostante, non sarebbe di per sé sufficiente a qualificarne il lavoro, perché le soluzioni tecniche possibili sono molteplici e le differenze tra un'opzione e l'altra risiedono nei risultati di lungo periodo che conseguono e nella distribuzione, a livello sociale, degli effetti e del peso delle azioni intraprese.

Un tecnico attua, con diversi livelli di efficienza, le direttive politiche che governano il suo agire, e qui, perlomeno ai miei occhi, casca l'asino, perché la dimensione politica del Movimento, che rivendica una natura post-politica di superamento dei concetti di destra e sinistra, in realtà volge il proprio sguardo politico proprio a destra, come del resto quella sua rivendicazione, che fu  già della cosiddetta maggioranza silenziosa, segnalava già fin dall'inizio del suo percorso.

Il Movimento, forse molti se lo sono dimenticato, nacque come forza antisistema e deputata a piombare sul Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, con accenti che, personalmente, mi ricordavano le parole mussoliniane sulla aula sorda e grigia ed il suo destino di bivacco per i manipoli, evitato solo provvisoriamente e grazie alla sprezzante benevolenza del minaccioso oratore.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.  Il Movimento, alla fine, non mangerà tonno. Di Maio, il suo capo politico nella definizione del Rosatellum, ha passato gli ultimi mesi a rassicurare assemblee confindustriali, consessi europei (difatti l'antieuropeismo è nel frattempo andato quietamente in soffitta) e inquilini della Casa Bianca.

Il Movimento rassicura gli italiani circa l'afflusso degli immigrati, si astiene sullo ius soli, accoltella alle spalle, per interposto magistrato, le ONLUS che agiscono in mare e strizza l'occhio ai no-vax.

Sviluppatosi mantenendo funamboliche posizioni su ogni argomento sensibile, raccogliendo consensi sia a destra che a sinistra, vede ora che la ciccia sta a destra, dove le pretese sono più semplici, e si attrezza di conseguenza.

Anche il padre nobile di M5S, il vulcanico Grillo, emerge dal suo buen retiro per dirci che il tempo dei vaffa day è alle nostre spalle. Grazie Beppe, ce ne eravamo già accorti.

M5S è organizzato per andare al governo, e una volta che vi sarà, eventualmente, arrivato avremo il taglio degli emolumenti ai parlamentari, come tutti si aspettano, ma anche l'instaurazione di un esecutivo sostanzialmente di destra, magari non quella becera di Salvini, ma certo quella moderna ed europea, ed oggettiva, di Macron.    Il tutto dietro l'etichetta unificante della moralizzazione del paese, e come si fa ad essere contrari ad una cosa del genere? Non si può, dunque tutto il resto verrà di conseguenza, come l'intendenza napoleonica. O no?!
Non è che un governo di destra moderata sia il male assoluto, ma neanche una soluzione adeguata ai nostri problemi e certamente non è quello che mi auguro .

Mi chiedo spesso cosa motivi i miei molti amici, già di sinistra, a rimanere convinti sostenitori del Movimento.   Forse, e semplicemente, non riescono a riconoscere di aver preso un grosso abbaglio, una cosa comune, nel campo della sinistra.

giovedì 22 febbraio 2018

Come muore una democrazia.


Mancano, al momento in cui scrivo, esattamente dieci giorni al 4 marzo 2018, data alla quale saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento, e tutti i segnali ci dicono che andremo incontro ad uno stallo istituzionale che potrà essere risolto solo in due modi: ritornando alle urne, magari dopo aver promulgato una legge elettorale meno indecente del Rosatellum, oppure ricorrendo a qualche Große Koalition all’amatriciana, indecente e innaturale.
Ho già espresso in maniera articolata le mie considerazioni circa il fatto che il partito italiano e la coalizione che si assicureranno i risultati elettorali più lusinghieri, M5S e centrodestra rispettivamente, valgono, una volta sommati assieme, esattamente quanto il numero di elettori che si asterranno o deporranno una scheda bianca nell’urna.
La politica italiana è ormai permanentemente scollata da gran parte del popolo - 34% - che dovrebbe rappresentare, a certificazione dello stato comatoso della democrazia nel nostro paese e del fallimento del sistema nella sua globalità.
Un mio amico e collega, acceso sostenitore di M5S, sostiene che 
“i non votanti coscienti come te di quel 34% pesano circa il 15, ma essendo abbondanti, quindi cala trinchetto che l'astensione pesa, ma non pesa quello che dici tu. Gli altri non hanno quasi mai votato, ma non perché non sanno chi votare, ma perché, semplicemente, non gliene fotte nulla e credo che sia davvero un bene che non votino”.
Capisco come, essendo M5S al momento accreditato quale primo partito italiano tra quelli che verranno votati, al mio amico non interessi prendere atto del disastro civico che ci riguarda, salvo poi prendersela con i rincoglioniti che non votando defrauderanno il Movimento della immancabile vittoria, ma una semplice occhiatina ai dati storici sull’astensione racconta una storia differente, come si evince dall’immagine qui sotto.


Negli anni dal 1948 al 1979 la consistenza fisiologica dell’astensione, sostanzialmente composta da persone disinteressate alla politica e all’esercizio di una cittadinanza attiva, si è sempre mantenuta tra il 6 ed il 7%.
Quel livello comincia ad aumentare dopo la famosa intervista del 1981 a Berlinguer sulla Questione Morale, sunteggiata dall’affermazione che 
“i partiti non fanno più politica, hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia”.
Alle successive elezioni del 1983 quel dato si porta a poco meno del 12%, per poi aumentare in corrispondenza dello scandalo di Mani Pulite e non fermarsi più, impennandosi logaritmicamente dopo il bunga-bunga, le nipoti di Mubarak, il diffondersi della corruzione, la crisi, il tradimento del PD nei confronti della sua base elettorale e la supina accettazione di ogni diktat europeo.
Il corpo elettorale, nel corso di settantadue anni di storia repubblicana, è aumentato dell’83,18%, il numero di votanti del 35,72%, quello degli astenuti del
470,33%.

Anche ammettendo che il mio amico abbia ragione, e che dunque poco meno di 9 milioni di italiani se ne fottano, a me pare che alla cosa dovrebbe essere posto riparo urgentemente, recuperandoli ad una cittadinanza attiva che non può che passare dalla ricostruzione di una credibilità da troppo tempo scomparsa.
I problemi del paese sono grandi, e le prospettive, nonostante la propaganda del PD e l’accorta manipolazione dei dati statistici, non sono buone, anche perché il modello gestionale è immancabilmente quello neoliberista, più o meno temperato da risvolti semi-assistenziali o privilegi accortamente distribuiti, e siamo ancora lontani dalla feccia del proverbiale amaro calice.
Ci sono milioni di persone che faticano ad arrivare alla fine del mese, milioni di giovani che non possono mettere in piedi un progetto di vita, e tutti hanno la prospettiva di una vecchiaia di indigenza e lavoro gramo, se saranno fortunati, protratto fino al giorno della loro dipartita, in una società disgregata dove ci si arrampicherà sui corpi dei meno fortunati per prolungare un’esistenza tormentosa.
Togliere loro la sensazione di ineluttabilità, di condanna, che pesa sul loro capo come un macigno è l’unica cosa che li scuoterebbe dalla loro sfiducia.
Tutti i partiti pensano di farlo, ma i risultati dicono che si sbagliano!


lunedì 19 febbraio 2018

Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio!




Si avvicina, a grandi passi, la tornata delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, alla fine di una delle più squallide campagne elettorali di cui ho memoria nei miei quasi sessantaquattro anni di vita.

Sono settimane che manifesto la mia totale sfiducia nei confronti di ogni singola proposta politica tra quelle che si affannano, in un florilegio di promesse ridicole e programmi velleitari, a contendersi il favore elettorale, e così, per la prima volta da quando ho la facoltà di esercitare il mio diritto di voto, mi trovo a valutare seriamente la possibilità di non votare per alcun partito.

E' una decisione che mi angustia profondamente, dato che sono cresciuto disdegnando l'astensione quale esercizio di qualunquismo, ma credo che in questo passaggio noi si sia di fronte ad un fenomeno mai prima verificatosi con pari consistenza nella nostra storia repubblicana, ovvero il continuo incremento del numero di elettori che non si vede rappresentato da alcuna formazione politica.

Ho dunque fatto i miei compitini ed ho trascritto i sondaggi del 16 febbraio 2018, gli ultimi pubblicabili prima del silenzio pre-elettorale, rilasciati da EMG per conto del TG La7, in un foglio elettronico, e li ho elaborati tramutando le percentuali in numero di elettori.

Esaminando il risultato delle mie fatiche è emerso qualcosa di più del dato, sottolineato da Masia e Mentana, che vede nei probabili esiti elettorali un sostanziale stallo, con una quota di indecisi - 12,3% del campione, ovvero 6,5 milioni di elettori - che getta sul tutto la stessa aleatorietà di un lancio di dadi.

Una delle cose che non vengono colte quando si leggono i sondaggi è che le percentuali  riferite ai partiti sono sempre relative agli intervistati che esprimono un'intenzione di voto positiva, col risultato che sommando tutti i risultati, partiti + indecisi + astenuti/scheda bianca, emergono dei totali eccedenti il 100%, nel nostro caso il 146,3%.

In realtà se si rielaborano i dati confrontandoli con l'intero campione quelle percentuali cambiano drammaticamente, tanto che M5S, il partito che con il 27,1% risulta primo nei sondaggi, corrisponde ad un meno entusiasmante 14,55% del corpo elettorale, così come la coalizione in testa a tutti, il Centrodestra, slitta da un grandioso 37,5% ad un più modesto 20,14%.

Alla luce di questa analisi, con i dati riferiti all'intero corpo elettorale, emerge chiaramente che il primo partito italiano è in realtà quello dell'astensione, che mette a segno un terrificante 31,9% (34% aggiungendovi le schede bianche), ovvero un terzo dell'elettorato, molto più del doppio di M5S, quasi tre volte il PD e quattro volte FI.

Anche prendendo in considerazione le coalizioni vediamo che l'astensione mette a segno uno scarto di circa 7 milioni di elettori in più rispetto al centrodestra, scarto che corrisponde alla consistenza sia del centrosinistra che di M5Ssopravanzati ciascuno di circa 10 milioni di voti. 

Si tratta di sondaggi chiaramente, e negli ultimi tempi gli istituti demoscopici non hanno certo brillato, complice la consistenza abnorme della quota di indecisi, ma se può risultare aleatorio cercare ora di strologare chi conseguirà più voti,
non mi pare possano esistere molti dubbi sulla scarsa capacità della politica italiana di rappresentare le istanze della maggioranza degli elettori.
Questo aspetto rende, tra l'altro, irricevibili le considerazioni circa il fatto che chi si astiene ha torto.   Io, posso sbagliare.  In centomila possiamo appartenere al popolo di qualunquisti che non si interessano di politica, ma 17 milioni di elettori non possono aver torto, sono troppi, e se hanno torto allora ancor più sbagliano i partiti politici, che non riescono ad intercettare la loro fiducia e ad interpretarne le istanze.

Non sono in grado di dire cosa accadrà dal 5 marzo in avanti, ma certamente avremo un Parlamento:

  • eletto con una legge che molto difficilmente passerà indenne dall'esame della Corte Costituzionale;
  • rappresentante a malapena una minoranza dispersa dell'elettorato italiano;
  • pronto alle aggregazioni più indecenti.
In una parola: un disastro.



venerdì 26 gennaio 2018

Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (C. Guzzanti)



Saremo in molti, alle prossime elezioni, a non esprimere un voto attivo, e non si tratterà di disinteresse o qualunquismo.     Il nostro non-voto sarà l'espressione politica di una profonda insoddisfazione ed il rifiuto di esprimere l'appoggio a soggetti che, in ogni caso, sviluppano progetti e politiche con le quali siamo in profondo disaccordo.

Ci viene spesso rimproverato di agevolare, con il nostro proposito di non collaborare, l'avvento di un governo prossimo venturo di centrodestra, ma il fatto è che quell'evento è stato reso ineluttabile proprio da chi lancia questa accusa, e che ne ha posto le premesse, tradendo sistematicamente i valori per i quali, a suo tempo, reclamò il voto.

Perché mai dovremmo votare per qualcuno che ha reso possibile l'inverarsi delle peggiori riforme berlusconiane? 

Perché dovremmo favorire chi costituisce cartelli elettorali per poi fiancheggiare proprio il soggetto che quelle riforme ha finalizzato?    

Per quale ragione dovremmo riporre, ancora una volta, la nostra fiducia in chi non ci ha solo abbandonati a noi stessi, ma ha anche attivamente condotto il gioco dei nostri peggiori nemici ed antagonisti?

Quale differente destino favoriremmo votando, direttamente o indirettamente, quegli stessi attori che hanno distrutto lo Statuto dei Lavoratori, smantellato il sistema produttivo italiano, pesantemente ipotecato il futuro di intere generazioni e corteggiato le peggiori pulsioni xenofobe di un popolo messo all'angolo come meglio non avrebbe saputo fare quella destra che si accinge a reinsediarsi ai vertici della nazione?

Ma l
a nostra decisione assume anche le caratteristiche proprie di un'azione positiva, e non di una semplice rinuncia, nel momento nel quale, dopo aver riconosciuto in alcuni soggetti dei lupi travestiti da agnelli, non cogliamo in nessuna delle altre proposte la capacità di rappresentarci nella nostra ansia di vedere elaborata una risposta organica ed articolata al passaggio epocale che stiamo vivendo.

Quello che riusciamo a cogliere sono solo la raccolta di un dissenso generale e diffuso, ma in un'ottica normalizzatrice, che promette moralizzazione, rimanendo però sul generico e contraddittorio non appena si cerca di tracciare un percorso operativo, oppure la predisposizione di ambiti organizzativi per un'operatività antagonista, in una dimensione mentale da partito-sindacato, che vigila, denuncia e protesta, ma non è attivamente propositiva, perché esserlo significherebbe sbattere il muso contro le contraddizioni di una dottrina sviluppatasi in uno scenario differente, e da tempo lasciato indietro.

Non vi è nulla, sul tavolo, che prometta di saper riconoscere l'impellente necessità di coniugare i presupposti filosofici ed analitici del socialismo con il riconoscimento del superamento della struttura del lavoro collegata ad una fabbrica fordista morta e sepolta, con l'inclusione delle tematiche ambientali quali elemento basilare delle scelte strategiche e la necessità di sviluppare strumenti specifici per il trattamento dei sistemi di governo sovranazionali, in gran parte non elettivi e al totale servizio del pensiero unico neoliberista.

Quella che ci viene proposta è la scelta tra vari nemici storici, un traditore, un suo fiancheggiatore, una bufala populista e un tentativo generoso, ma sostanzialmente nostalgico, che deve ancora dimostrare di saper sopravvivere alla caduta della tensione elettorale, quando presumibilmente riemergeranno vecchi vizi.

Noi scegliamo di non scegliere, perché nulla di quello che ci viene offerto ci corrisponde, ma soprattutto mostra alcuna disposizione a prestare ascolto alle nostre istanze.  


In passato molti di noi, in mancanza di un soggetto politico che ci rappresentasse, hanno espresso un voto di interdizione, votando qualcuno il cui solo merito era di rappresentare un ostacolo per le nostre bestie nere, ma quel voto è quasi sempre stato incamerato dai beneficiari come espressione di favore e appoggio, usato poi per legittimare linee d'azione che, invece, godevano in realtà di scarso appoggio. 

Ebbene non intendiamo più prestarci a questi giochetti.


Il 5 marzo ci consegnerà istituzioni congelate in uno stallo che potrà essere superato solo mediante alleanze indecorose, con partiti scarsamente rappresentativi ed un livello di astensione, voti nulli e schede bianche che certificheranno che il primo partito italiano è quello degli inascoltati.

Non cambierà nulla?  Perché votando chi non ti rappresenta invece?