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domenica 26 febbraio 2012

L'ottica da "bottegai"


E' un'attività piuttosto affascinante spigolare nella blogosfera ed imbattersi in ogni genere di spunto e notizia. Ora che sono un “retired worker” (il termine “pensionato” è prosaico ed al momento impresentabile) è anche una sorta di rivincita contro anni di costante, spasmodica e preferenziale focalizzazione su elementi congruenti con la mia passata attività. Setacciare le migliaia di elementi che magmaticamente ribollono nei social networks, o che ti si presentano quando consulti i motori di ricerca, è distensivamente dispersivo. E' anche deliziosamente affascinante per le continue sollecitazioni che ti scuotono e, qualche volta, ti confondono, obbligandoti ad una tonificante attività di correlazione tra input spesso molto differenti. E', in definitiva, una forma post-moderna di “cazzeggio”, ma molto produttiva se ti mantieni ricettivo.
Ognuno di noi però mantiene speciale considerazione e sensibilità per taluni argomenti. E' di conseguenza scontato che determinate notizie, o pareri, continuino a posizionarsi su corsie preferenziali che le fanno emergere con vigore e prepotenza, ponendo le altre sullo sfondo, non dimenticate, ma valutabili con maggior comodo.
Nel mio caso, ma sono credo in numerosa e qualificata compagnia, tutto ciò che ha a che fare con la condizione del mondo del lavoro e, in particolare, con la questione dei lavoratori ultra-cinquantenni, attira il mio sguardo e mi induce a riflessioni piuttosto amare vista l'angolazione con la quale, al momento, il dibattito viene svolto. Nella fattispecie la mia attenzione è stata calamitata da un articolo a firma di Marina Cavalieri e pubblicato oggi su Repubblica, consultabile a questo link:

Il titolo - Produttivi, competenti e flessibili" Aziende, assumete i cinquantenni" – ha chiaramente catturato la mia attenzione e, leggendolo, apprendo che in Germania la Sig.a Ursula von der Leyen, Ministro del Lavoro, dichiara:
Assumete i cinquantenni, fateli lavorare. Sono competenti, responsabili e anche flessibili. Non hanno il problema urgente di fare carriera, non devono dimostrare di valere. Per questo sono meno competitivi e più collaborativi. La loro esperienza non è da buttare: gli over 50 possono diventare, con l'allungamento dell'età pensionabile, di nuovo strategici. Queste parole non sono l'ultimo appello di una generazione in declino, prima della definitiva rottamazione, ma l'esortazione di Ursula von der Leyen, ministro del Lavoro tedesco, che ha chiesto alle aziende di assumere sempre più persone sopra i 50 anni, di non prepensionarle. Le ultime ricerche elaborate dalla nazione più efficiente d'Europa dimostrano infatti che la produttività sale quanto più in un'azienda l'età dei dipendenti è equilibrata. Quando cresce il numero dei lavoratori che hanno tra i 45 e i 50 anni, anche la produttività aumenta, secondo uno studio del 2%. È dunque un pregiudizio infondato che più si è giovani e più si lavora.


Nel corpo dell'articolo, inoltre, viene rapportata la posizione istituzionale tedesca con... quella italiana? Non scherziamo. Qui da noi non c'è alcun tentativo di governare processi sociologici, così come non esiste alcuna ipotesi di politica industriale, di politica energetica o di altre auspicabili, ma neglette, azioni di governo strategico e responsabile della nazione. Se ci sono, promanano comunque da un governo emergenziale e transitorio, sono in barcollante fase iniziale e, quando toccano interessi costituiti, vengono prontamente smorzate ed edulcorate. Da noi, come noto, si naviga a vista e la frase evoca recenti e dolorosi eventi nautici.
Vengono riportate le opinioni di Paolo Citterio – presidente dei direttori risorse umane – che, in qualche modo, riconosce il valore aggiunto dei lavoratori più anziani, ma che naturalmente riesce solo a entrare nel merito del loro maggior costo per l'azienda. Evidentemente se la risorsa è inanimata il suo costo è una variabile accettabile, altrimenti no. Citterio, con sagacia italica, ritiene di poter aggirare il “problema” postulando per i dispendiosi vecchietti un part time al 50% del loro costoso tempo, ma remunerato al 60%, bontà sua. Che sarebbe poi come dire che è ben contento di fruire del valore aggiunto di un lavoratore esperto e formato, ma che dopo aver gustato il dolce frutto non si perita di gettarne per terra la buccia.
Una proposta agrodolce che arriva all'indomani del passaggio a un sistema previdenziale contributivo che collega quel 50% a durature e pesanti conseguenze, e a carico di chi? Indovinate! Nel 19° secolo il minatore vedeva il suo salario decurtato del costo degli esplosivi e degli attrezzi che utilizzava. In altre parole veniva costretto a partecipare integralmente ai costi percependo, in cambio, i ricavi marginali che l'imprenditore riteneva di riconoscergli. Concettualmente non mi pare che si sia fatta molta strada da allora.
Il sociologo Luciano Aburrà, giustamente, rileva che il tasso di lavoratori con età superiore ai 45 anni non può che aumentare per fattori sia demografici che di scelte in materia previdenziale, solo che mentre in Germania “si cercano soluzioni, da noi continuano i processi di espulsione in base all'età anagrafica, la crisi ha spento gli ultimi segnali di gestione dinamica delle risorse, di acting age, da noi prevale la rottamazione spesso attraverso la forma dei prepensionamenti". Una dinamica piuttosto strabica e controproducente, indice sicuro di carente (o non perseguita) capacità progettuale.
Nella solerte e produttiva Germania, aumentano certamente l'età pensionabile, ma costruiscono e manutengono una prassi complessiva ed efficace a supporto del mondo del lavoro. Stimolano una “visione” del dipendente ultracinquantenne e dei suoi punti di forza, magari interessata, ma funzionale. Da noi, come al solito, la si vuole "cotta e ben condita". Così aumenti l'età pensionabile, espelli i "vecchi" costosi, demotivi i giovani e poi concioni, ideologicamente e con scarsissima onestà intellettuale, riguardo l'art. 18 e la sua presunta esizialità. Naturalmente infrastrutture carenti, corruzione, inefficienza amministrativa, giustizia funzionalmente bloccata sono solo bazzecole che, non appena scongiurato il pericoloso strapotere della trimurti sindacale, si dissolveranno come neve al sole garantendo magnifiche sorti e progressive.
Tempo fa, su Facebook, ha circolato una vignetta che riportava la frase: “una bugia, se ripetuta a sufficienza, diviene realtà”. Nella vignetta , una bimba cancellava la parola “realtà” e la sostituiva con “politica”. Il sentimento soggiacente era, evidentemente, ispirato all'antipolitica, ma questo non toglie nulla alla validità della frase non emendata. Le affermazioni che ci vengono così spesso ripetute, sono così poco argomentate e pervicacemente ripetute da assumere, dopo un po', vita e “validità” proprie.
Per esempio:
  1. I lavoratori a tempo indeterminato non sono persone che, grazie ad una lotta secolare e con sacrifici e privazioni, sono arrivati ad un certo grado di difesa dei propri diritti, sono dei privilegiati che drenano risorse.
  2. I sindacati che si oppongono all'arretramento delle condizioni dei lavoratori sono “conservatori”. Gli imprenditori che si accaniscono a riportare la situazione agli ultimi anni del 18° secolo, invece, come li definiamo?
  3. I giovani, se volessero, potrebbero lavorare anche da subito. Premesso che non è statisticamente vero, di che lavoro stiamo parlando? A che condizioni? Con quale durabilità? Con quali prospettive?
  4. I giovani devono mettersi in testa che devono essere “più bravi”. Piccolo problema; visto che la cosa è posta in termini relativi, con tutta evidenza, non possono essere tutti “più bravi” e, comunque, quelli meno bravi cosa dovrebbero fare, suicidarsi? E, ancora, “più bravi” significa meglio pagati? Non sta funzionando così; in genere più bravo significa con maggiori probabilità di usufruire di qualche mese di contratto di esotica definizione, con retribuzioni vergognose.
Quando, finalmente, avranno demolito del tutto lo statuto dei lavoratori, caduto l'ultimo paravento e  verificata la persistenza degli annosi problemi che deprimono la nostra società, cosa si inventeranno per occultare la semplice constatazione che la classe dirigente di questo paese è incapace e dedita a compulsioni tafazziane? Come faranno a nascondere che, in realtà, manager e politici non sono in grado di andare oltre l'angusta progettualità e la meschinità dei "bottegai" di bordighiana memoria? Non lo so, ma sicuramente qualcosa se la inventeranno.
C'è solo un piccolo problema, Tafazzi massacrava i suoi di attributi, questi invece dispongono liberamente dei nostri (ricordate il dolce frutto e la buccia?). E se, improvvisamente e tutti assieme, dicessimo basta?

sabato 18 febbraio 2012

Il destino di un satellite


Le potenze vincitrici della Grande Guerra, la Francia in particolare, dopo l'armistizio  protrassero criminalmente il blocco delle derrate alimentari ad una Germania già sconfitta, affamata ed inerme, con ciò causando inutili morti tra i civili e moltiplicando gli effetti della concomitante e letale epidemia di spagnola.   Imposero anche riparazioni economiche così ingenti da stroncare preventivamente e programmaticamente, nel breve e medio termine, qualsiasi ipotesi di ripresa di una nazione che solo cinque anni prima era all'avanguardia tecnologica ed industriale mondiale.
Le potenze dell'Intesa perseguirono l'obiettivo strategico di rimuovere dalla scena un ingombrante competitore.    Agirono con protervia e in preda ad un fatale desiderio di rivalsa che, ancora oggi produce effetti.

L'atteggiamento così meschino e miope dei vincitori rese precario e alla fine perdente l'esperimento di una democrazia, quella di Weimar, già costitutivamente gracile, innestata com'era su di un terreno fino a poco prima monarchico e semi assolutistico. 
La democrazia, vissuta senza alcuna padronanza di strumenti adeguati, circondata da suggestioni autoritarie e impazienti sentimenti revanscistici, finì ben presto schiacciata dal confronto tra il miraggio bolscevico e la risposta populista e reazionaria nazista. Sappiamo chi ebbe la meglio e, retrospettivamente, possiamo dire che si trattava della classica “alternativa del diavolo”.

Chi se la sente di rimproverare ai tedeschi reazioni pressoché pavloviane di fronte a scenari economici recessivi? 
Immaginatevi di aver avuto un nonno che vi raccontava di prezzi decuplicati nell'arco di una giornata lavorativa e borsellini grandi come zaini alpini per riuscire a contenere le banconote necessarie all'acquisto di un filone di pane e un po' di cipolle. Figuratevi di essere cresciuti con un padre reduce da un conflitto che ha guadagnato alla vostra patria una inossidabile diffidenza mondiale. Pensate a voi stessi come ad un soggetto che, comunque, deve aprioristicamente chiarire di non avere suggestioni antisemite, autoritarie ed egemoniche prima di intraprendere qualsiasi confronto. Piazzate tutto questo nel quadro di un paese condannato ad essere, per virtù propria, forte e leader e vedrete come sia fatalmente facile produrre comportamenti sbagliati se non si esprimono, nel contempo, leaders politici veramente cospicui.

La signora Merkel è persona seria ed onesta, ma non è un gigante politico. Anzi, l'intero personale politico tedesco (e non solo) è inadeguato alla bisogna. Pur per ragioni distanti anni luce da quelle delle potenze dell'Intesa, l'atteggiamento tedesco nei confronti della crisi in generale e della Grecia in particolare è strategicamente e rovinosamente errato. E' paradossale come proprio i tedeschi non comprendano quanto è storicamente pericoloso ridurre una nazione ed un popolo all'angolo, senza prospettive e con certezza di un futuro di fame e sofferenze e, d'altra parte e ancor più paradossalmente, è proprio il loro vissuto che li condiziona a farlo.
I processi storici non sono lineari e pretendere di affrontarli e risolverli come se si trattasse del montaggio di uno scaffale è velleitario e rovinoso.

I greci sono stati cicale? Pare di si. Hanno fatto tutto da soli? Pare proprio di no. I due maggiori fustigatori, Francia e Germania, hanno le loro responsabilità tanto nell'insorgenza quanto nell'incancrenirsi del problema e ora appaiono come quegli animali selvatici che, sorpresi nella notte su di una strada di campagna, fissano immobili i fari dell'auto che li travolgerà o, peggio ancora, vi corrono incontro spaventati e palpitanti.
Adenauer, De Gasperi e Schumann, contemplando le macerie materiali e morali di un'Europa distrutta e sofferente per numerose piaghe ancora aperte, consapevoli che gli odi, i tornaconti nazionali e nazionalistici erano ancora lì a covare sotto la cenere, si sono detti che l'unica strategia risolutiva doveva essere il superamento dei particolarismi e la fusione delle varie identità in un tutto coerente e vitale. Un compito immane e di lungo corso che avrebbe meritato costante applicazione e grande concentrazione. Non è stato così. Man mano che le generazioni di politici si succedevano le une alle altre, e sulla ribalta si affacciavano persone sempre più appagate per una sicurezza ereditata e non costruita, il processo di costruzione dell'Europa unita perdeva di chiarezza e focalizzazione. Ora l'Europa è qualcosa di incompiuto e contraddittorio, con componenti di serie A e di serie B e con tutte le tipiche compartimentazioni che la visione frammentata ed egoisticamente localistica di governanti piccoli e di corto respiro, fatalmente, comporta.

Noi dobbiamo trovare il coraggio e la forza di riprendere a costruire il sogno dei nostri padri. Dobbiamo sforzarci di assumere, ciascuno per la propria parte, assetti adeguati per poi fonderci gli uni con gli altri. Dobbiamo fare ciò per riuscire a competere sullo stesso piano dei giganti mondiali che ci circondano. Dobbiamo fare in modo di essere loro partner, diversamente diventeremo loro satelliti e noi sappiamo cosa accade, di norma, ai satelliti, vero?

mercoledì 15 febbraio 2012

Chi guarda il dito e chi la luna splendente


Ho preso atto del risultato delle primarie del PD per la scelta del candidato sindaco di Genova.
Uso l'espressione “prendere atto”, distaccata e neutra, perché a mio parere non dobbiamo sprecare una preziosa occasione per cercare di comprendere al meglio un evento e trarne preziosi insegnamenti e validi orientamenti, e dobbiamo poterlo fare spassionatamente ed analiticamente.
Non sono interessato all'evento specifico. Conosco solo superficialmente i problemi di Genova. So solo che la città è compressa in uno spazio angusto rispetto alle sue dimensioni e che questo ha conseguenze sulla qualità della vita, sulla viabilità e sulle comunicazioni. Il porto, tra le principali attività economiche genovesi, ha visto tempi migliori. Il centro storico ha, credo, vaste zone che abbisognerebbero di urgenti ed onerosi interventi di recupero. Anche sui candidati non ho che elementi di giudizio superficiali, ma non ha molta importanza. Presumo che i genovesi avessero tutte le informazioni necessarie e che la loro scelta sia stata ben ponderata poiché, come molte altre realtà italiane, il governo di Genova è una sfida impegnativa e necessita di scelte adeguate.
Quello che mi interessa è altro. Intanto faccio una considerazione. Prendo in esame gli esiti delle primarie più recenti e posso solo pensare che una cosa può accadere una volta e va bene così; può accadere una seconda volta ed è una bella combinazione; dalla terza volta in avanti devo concludere che un fatto si ripeta per ragioni precise ed oggettive. Sarà importante valutare tutte le implicazioni connesse.

Implicazione numero uno.
Il sistema delle primarie è un sistema di successo. I tassi di partecipazione possono fluttuare, ma la comunità degli elettori del centro sinistra vi annette grande importanza ed ha fiducia, finora confermata, che il partito si atterrà alle indicazioni scaturite dalle urne, anche quando queste saranno differenti da quelle indicate dalla segreteria.
Il PD, di conseguenza, potrà avere qualche mal di pancia in alcune sue componenti, ma aderisce sostanzialmente alla promessa di trasparenza e democrazia di base connessa al sistema delle primarie, e non è poco in un contesto politico di nominati.

Implicazione numero due.
Il PD, evidentemente, aggrega un grande numero di elettori, ma fatica a produrre candidati realmente in sintonia con la base elettorale. Troppo spesso la selezione risponde più a logiche interne di corrente che all'individuazione delle personalità che più sanno interpretare le istanze territoriali.

Implicazione numero tre (che affina quella precedente).
Milano, Cagliari, Regione Puglia dimostrano che l'elettorato ha scelto personalità consistenti che, poi, hanno condotto alla vittoria. Spesso queste personalità vengono messe in quota SEL, ma questo non è sempre corretto. Il più delle volte sono semplicemente appoggiate da SEL e, in sé, accolgono il consenso di vasti e compositi strati della cittadinanza. 
Qualcuno pensa veramente che a Milano Pisapia avrebbe avuto qualche chance se non avesse goduto di grande ascendente personale e di un appoggio trasversale e incredibilmente rappresentativo di tutte le componenti cittadine, anche di quelle piuttosto distanti dalla sinistra? Tra l'altro, per quello che ne so, l'affermazione di Doria a Genova presenta notevoli somiglianze con quella di Pisapia.

Credo che sia corretto affermare che il PD è nato per aggregare al suo interno le due grandi tradizioni riformiste italiane, quella socialista e quella cattolica e generare così una più completa e valida offerta politica progressista. Non si tratta di un compito banale date le peculiarità, tutte italiane, del processo evolutivo politico del secondo dopoguerra. 
Troppo prolungate e polarizzate sono state le divergenze conseguenti alla cristallizzazione del dibattito in un paese che, contemporaneamente, ospitava  un papa invariabilmente ingombrante, fungeva da baluardo contro l'Est sovietico ed annoverava la presenza del più grande e potente partito comunista d'opposizione del mondo. 
Né è stato molto di aiuto il collasso repentino di quello status quo. La regolarità del processo di elaborazione del cambiamento ne ha molto risentito. Il risultato è che la fusione armoniosa delle migliori istanze delle due componenti non è avanzata quanto sarebbe desiderabile e che le resistenze e le meschinità delle frange più arretrate delle due parti incidono più di quanto sarebbe auspicabile.
Tra le conseguenze di questo stato di cose vi è, tra l'altro, la difficoltà di elaborazione di una linea politica coerente, persistente e con respiro strategico. Troppo spesso la tattica miope ed il gioco correntizio prendono il sopravvento, questo perché le pratiche egemoniche restano pericolosamente seducenti.

Agli elettori, però, non interessano le manovre più o meno sagaci e spietate dei vari capibastone, la finezza o la brutalità con la quale scafatissimi, e di lungo corso, professionisti della politica riescono a mettere in minoranza, momentanea peraltro, indesiderati competitori alla conduzione del partito.
La gente “normale” si aspetta senz'altro che all'interno del proprio partito di riferimento vi sia un processo di elaborazione della linea politica, magari anche brutale, ma compiuto e fungibile e non, come ora, inconcludente e privo di propositività. Da una parte si teme di perdere pezzi, dall'altra si cerca di scongiurare ogni parvenza di vittoria, anche parziale, che possa avvantaggiare l'antagonista interno. 
Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che troppo spesso il candidato è una personalità opaca che, più che rispondere alle istanze del territorio e degli elettori, è il prodotto della soffocante tutela degli equilibri di compromesso dell'apparato che lo ha espresso. 
Se poi, come a Genova, si compie l'errore tattico (ma inevitabile vista la logica soggiacente) di andare alla consultazione con più candidati, non si fa altro che lastricare il percorso della proposta “esterna”, già intrinsecamente più appetibile, favorendo la dispersione dei voti.

L'insofferenza dell'elettorato (soprattutto di centro sinistra) ha veramente raggiunto livelli di guardia. Il meccanismo di identificazione con un partito-chiesa non funziona più già da decenni. L'elettore pretende sempre più pressantemente dalla politica, vista la situazione e le prospettive deprimenti, l'assunzione di precise responsabilità sui programmi e sulla loro gestione.
Prodi, nella sua prima campagna elettorale, raccolse molti consensi perché, tra l'altro, era l'unico che dimostrava di avere una prospettiva storica. I programmi che proponeva guardavano al ventennio successivo. Questo dovrebbe fare un politico. Prodi venne fatto fuori dal piccolo cabotaggio di manovratori della politica dal corto respiro. In molti se lo ricordano tuttora e non sono troppo disposti a perdonare o dimenticare.
Pisapia ha avuto successo perché è risultato credibile e propositivo, ha dimostrato di voler governare in stretta relazione con i cittadini e non ha mai occultato o edulcorato i provvedimenti critici che si proponeva di prendere. 
E' stato, in una parola, autorevole e questo lo ha ripagato, ha insomma deciso di correre i suoi rischi.
Siamo tutti in ansiosa attesa che il PD arrivi alla stessa determinazione. Certo, può optare per una tormentosa morte per inedia.
Fatti suoi? No, dannazione, fatti nostri.




P.S. Ho inoltrato, come allegato, questo articolo a Pierluigi Bersani, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Enrico Letta, Massimo D'Alema e Walter Veltroni.   Alcuni destinatari li ho coinvolti in quanto istituzionali, altri perché li ritengo responsabili dell'impasse che affligge il PD, tutti perché gestiscono, tra gli altri, anche il mio voto.

giovedì 9 febbraio 2012

O cavallina, cavallina storna


Ho visto, in ritardo, la puntata di domenica 5/2 di “Che tempo che fa”. Sono rimasto molto colpito dalla dissertazione di Roberto Saviano sulla poesia in generale e sull'opera di Wisława Szymborska in particolare, e dalla passione, genuina e coinvolgente, che ha espresso nello svolgerla. Indubbiamente, se lo avesse voluto, avrebbe potuto essere un grande professore di lettere, uno di quelli in grado di trascinare e motivare intere classi.
Non conoscevo Wisława Szymborska poiché la mia formazione e le mie inclinazioni non sono umanistiche e, in particolare, perché ho un rapporto difficile con la poesia. Per questo sono rimasto colpito quando Saviano , addirittura sul suo onore, ha assicurato che la lettura dell'opera della Szymborska sarebbe stata in grado di far amare questa forma d'arte anche a chi non la capiva e non la amava.
Dicevo, dunque, un rapporto difficile, che significa? Significa che la pratica didattica di cui ho potuto fruire (sono classe '54, ma credo che il crimine venga tuttora perpetuato) ha fatto di tutto, e con successo, per spogliare la poesia di ogni fascino, di ogni significato e di ogni bellezza, questo perlomeno ai miei occhi.
La mia inadeguata capacità mnemonica mi ha sempre reso penoso il compito di imparare a memoria poemi anche non eccessivamente lunghi. Nonostante la mia giovanissima età, inoltre, sentivo che la cantilena tipica sviluppata dallo scolaro medio per ritenere, perlomeno fino all'interrogazione, la successione di sillabe e fonemi (che altro non erano diventati) a cui veniva ridotta l'opera di un insigne letterato del passato, non poteva essermi di alcun aiuto perché troppo imbarazzante.
Ditemi che non avete mai sofferto ascoltando qualche volenteroso bimbo delle elementari declamare, con occhio vitreo, espressione concentrata, dizione impastata, allegra noncuranza per ritmo e metrica, nonché qualche involontario sputazzo, versi immortali resi quasi irriconoscibili. Ho flash mnemonici di atrii muscosi e fori cadenti quasi urlati, con incongrui ed indesiderati effetti comici.
Per ricordare qualcosa avrei dovuto capire il senso dei versi, ma il linguaggio aulico ed antico, mal spiegato ed esposto convenzionalmente dalla maestra, non mi era di molto aiuto. Se a tutto ciò aggiungiamo una certa dose di personalità oppositiva, ecco confezionata la mia avversione, inossidabile e aprioristica, nei confronti della poesia.
Non che fra i miei compagni si potessero annoverare molti consapevoli estimatori del linguaggio poetico. Anche gli altri, come me, detestavano cordialmente il dover mandare a memoria componimenti lunghi ed abbastanza incomprensibili per le nostre acerbe capacità. Solo che gli altri, dotati di una memoria più efficiente o forse più ostinati o, diciamo, manescamente motivati dai loro genitori, spuntavano, al contrario di me, adeguate votazioni che perlomeno li ripagavano della fatica.
Mi hanno insegnato ad essere insofferente verso la poesia, ma in realtà l'ho sempre cercata. La mancanza di adeguati strumenti di lettura e un'astiosità non riconciliata hanno reso i miei tentativi di riavvicinamento disordinati e poco produttivi.
Assolutamente refrattario all'estetica tendenzialmente ridondante e decadente, tanto gradita a molti dei miei insegnanti, formatisi nel periodo tra le due guerre, mi sono rivolto istintivamente ad un tipo di poesia non strutturata e molto scarna. Ho apprezzato alcuni dei componimenti di Ungaretti, essenziali, densi e potenti. Ho trovato commoventi, ma solo dopo aver raggiunto una certa maturità, i sorprendenti haiku giapponesi:

Pioggia d'autunno
un cane corre
fradicio d'abbandono

Tradotti in italiano perdono la loro perfezione estetica, ma mantengono intatto il loro pregnante messaggio.
Non sono mai riuscito, però, a imparare a “frequentare” la poesia.
Molti dei miei amici d'infanzia hanno recuperato, negli anni finali delle scuole superiori, un rapporto soddisfacente con la poesia, ma a mio parere l'hanno fatto a livello prevalentemente estetico perché credo che per amarla e comprenderla veramente bisogna aver vissuto e aver provato emozioni profonde e mature. Per come la vedo io, la poesia deve risuonare in te così come la pura nota di un diapason manda in risonanza la corda di uno strumento, diversamente è un vuoto esercizio estetico e retorico.

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna

Bella rima, ma solo se sai cosa sia una perdita e come una vita possa, improvvisamente, non essere più la stessa, diventa una emozione, solo allora entri in comunione con l'essere umano che l'ha scritta.

sabato 4 febbraio 2012

Un aggiornamento sui fragorosi silenzi

L'inchiostro, virtuale, del mio scritto del 2/2 "Quanto sono reattive le istituzioni?", che riportava della risposta del Presidente Fini non aveva ancora finito di asciugarsi che mi perveniva anche la risposta dell'Onorevole Di Pietro. Eccola qua:


From: Antonio Di Pietro
Sent: Thursday, February 02, 2012 9:31 AM
To: Roberto.rizzardi@xxxxxx.it
Subject: risposta da Antonio Di Pietro
Gentile Roberto,
scusandomi del ritardo, rispondo alla sua mail del 27 gennaio. Convengo con le sue considerazioni. È ora che inizino a pagare coloro i quali non hanno mai pagato il loro dazio a Cesare, coloro che hanno sempre potuto beneficiare di grandi  coperture, ed ora vorrebbero mantenere il loro status di intoccabili.
Il provvedimento del governo Monti sulle liberalizzazioni e' un testo alla “vorrei ma non posso” che se la prende solo con le fasce piu' deboli del Paese.
Noi di Idv rimaniamo fautori delle liberalizzazioni per quanto concerne i grandi sistemi, ovvero quello assicurativo,energetico, bancario e dei trasporti. Non guardiamo invece di buon occhio quelle che interessano i poveri cristi, con essi riteniamo che il governo debba discutere e trovare un accordo condiviso. Invece di pensare ai tassisti, pensassero ai cosiddetti Ncc che operano attraverso un sistema imprenditoriale ed in assenza di limiti territoriali.
Per seguire più da vicino la nostra azione politica, la invito a seguirci attraverso i nostri siti di riferimento (www.italiadeivalori.itwww.antoniodipietro.it).
Cordialmente,

Antonio Di Pietro


Non sono sorpreso del fatto che l'On. Di Pietro abbia trovato il tempo di rispondere ad un comune cittadino.
Riporto dunque con grande piacere il suo scritto e spero ardentemente di dover pubblicare, prossimamente, altri aggiornamenti che attenuino il fragoroso silenzio dei destinatari della mia mail.
Ho detto spero.   Ci sono alcuni famosi detti e proverbi costruiti attorno al verbo sperare, alcuni dei quali sardonicamente disillusi come il famoso chi vive sperando muore.... beh, lasciamo perdere.
Preferisco quello sul sostantivo speranza che, si dice, è l'ultima a morire.






giovedì 2 febbraio 2012

Quanto sono reattive le istituzioni?

Il report delle statistiche di Blogger (la piattaforma che utilizzo per il mio blog) riferisce un buon numero di accessi (20) al mio post del 28/1 "Disturbiamo il manovratore".   Anzi, al momento detiene il record assoluto.    Numeri piccoli, in senso assoluto, ma importanti per un neofita come me.
Non ho idea di quanti dei lettori abbiano aderito al mio invito di inoltrare la mia mail (o altra di loro maggior gradimento) alle massime cariche dello stato, ai segretari dei maggiori partiti ed ai segretari dei sindacati confederali.   Spero che qualcuno l'abbia fatto.
L'unica cosa certa, ed è la ragione per la quale scrivo questo articolo, è che tra tutti i numerosi destinatari, uno solo mi ha risposto e, devo dire, avrei potuto scommettere che l'avrebbe fatto.  Sto parlando del Presidente della Camera On. Gianfranco Fini.
Ecco qua:



    From: Segreteria del Presidente Fini
    Sent: Tuesday, January 31, 2012 9:14 AM
    To: roberto.rizzardi@txxxxx.it
    Subject: Rif: Liberalizzazioni

    Si comunica che il Presidente ha disposto la trasmissione della Sua e-mail alla
    Commissione parlamentare competente, affinche' i deputati che ne fanno Parte
    possano prenderne visione ed assumere le iniziative che ritengano opportune.
    Con i migliori saluti.


   La Segreteria del Presidente della Camera dei deputati



Chi mi conosce sa che il sentimento politico professato dall'On. Fini è quanto di più lontano ci possa essere dai miei convincimenti.   Credo che la destra politica che lui rappresenta, non potrà mai elaborare proposte che io possa condividere o anche solo considerare in maniera neutra. Questo, comunque, non mi impedisce di apprezzare il suo solido attaccamento alle istituzioni e la coerenza con la quale lo pratica.
E' il presidente della Camera, riceve una mail da un cittadino, accusa ricevuta e dispone un'azione conseguente.   Volete oppormi che è una risposta amministrativa? Intanto è una risposta,  l'unica finora pervenuta.  
Credo che il traffico di mail su quella casella di posta possa essere definito, come minimo, impetuoso ed io conto quanto il proverbiale due di picche.  
Questo non ha impedito alla terza carica dello Stato di reagire nell'unico modo decente previsto da un ordinamento liberale.   Mi è stato detto: ci sei, esisti e noi, per quanto leggera possa essere la tua influenza, ne prendiamo atto.

Fra i destinatari ci sono altre istituzioni alle quali ho già scritto in precedenza e che non mi hanno mai degnato di alcuna attenzione, neanche formale.
Come ho già detto in "la risposta di Obama e i silenzi nostrani", perfino il Presidente degli Stati Uniti ha pensato bene di rispondermi; a me, uno straniero privo di ogni importanza, soprattutto elettorale.  E pensare che gli avevo inoltrato una mail piuttosto critica e brusca.

Quali determinazioni traggo da tutto ciò.   E' semplice: il manovratore va disturbato, sempre, pervicacemente, e con militante costanza.     Lui non ci ascolta? Ebbene noi dobbiamo diventare così importuni da costringerlo a cambiare atteggiamento.  Avete forse qualcosa di più importante da fare?