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venerdì 1 settembre 2017

Occhio non vede, cuore non duole




Molti, anche a sinistra, sono compiaciuti per il fattivo agire di Minniti che avrebbe risolto il problema degli arrivi dei profughi esercitando le prerogative dello stato, e si dolgono del fatto che molti, ancora più a sinistra di loro, affibbino al ministro degli interni l'infamante etichetta di fascista.

Ebbene io non credo che quell'epiteto sia proprio adeguato, ma certo il piglio dell'uomo e la qualità del suo agire lo collocano sul versante dell'autoritarismo, che del fascismo costituisce un inaggirabile precursore.
Leggendo comunque i post dei suoi sostenitori mi viene fa chiedermi: ma Minniti ha effettivamente risolto?  

Ebbene a me pare che nel quadro più generale non abbia concluso un beneamato cazzo, mi si scusi per il francesismo, avendo solo deviato un flusso, e solo fino a quando i signori della guerra libici non decideranno di spremere altri quattrini, o Macron  non troverà conveniente spostare diversamente i suoi carriarmatini nel Risiko mediterraneo, o la Spagna non riprenderà a sparare sui disgraziati che si aggrappano alle reti che cingono Ceuta e Melilla.

Però molti si compiacciono del pragmatismo minnitiano, che ha conseguito il risultato che tutti auspicavano, pur senza dirlo.
Oddio, proprio tutti mica tanto, ma pretendere la coralità serve a occultare il fatto di avere lo sfintere sporco.     

Non starò qui a dire che Minniti, risolvendo da par suo, finisce col finanziare lager e bande di sgherri moralmente indistinguibili dai mercanti di carne umana, quando non esattamente coincidenti, perché se il criterio prevalente è quello pragmatico mi rendo conto che l'aspetto umanitario non può avere grande importanza (sic!), ma vorrei che ci rendessimo conto che Minniti ci ha solo messo una pezza, e lo ha fatto tra l'altro colpevolizzando le ONG, e non alcune che magari, cosa ancora tutta da dimostrare, potrebbero non raccontarcela giusta, ma le ha proprio colpevolizzate tutte.

Si, proprio quelle ONG che, uniche in mare e sul territorio, davano risposte reali a problemi reali, sollievo a disgraziati conciati malissimo, conforto ai reietti che altrimenti vengono buoni solo quando bisogna mungere i famosi 35 Euro al giorno, o si possono impiegare nei campi di pomodori o esibire, nella componente femminile e spesso minorenne, sul ciglio di strade extraurbane, a disposizione dei bravi padri di famiglia, quelli preoccupati per il carico che la comunità deve assumersi per quei disgraziati, con tanti italiani alla canna del gas, nevvero?.

Minniti fascista? Non saprei. L'uso frequente di questo epiteto, comune pratica della sinistra-sinistra, è spesso improvvido, perché l'uso indiscriminato banalizza il concetto politico, non meno del fatto storico, che invece dovrebbe rimanere ben delineato nei suoi connotati identificativi, per non diluirne l'impatto.

Però Minniti, ancorché pragmatico, non ha in realtà risolto un bel niente, in termini di fenomeno generale, principalmente perché il governo di cui fa parte subisce l'iniziativa politica dell'opposizione, quasi tutta beceramente schierata - centrodestra ed M5S - per la rimozione del problema secondo la sagace formula del che siano cazzi di qualcun altro.

Solo che quando questa risolutiva strategia la attuano Ungheria e Francia, o la minaccia la tremebonda Austria, allora sono tutti figli di troia, perché poi questi negri arrivano da noi, per rimanerci, oh cazzo, confinati da muri e posti di blocco volanti. Però se lo fa Minniti, allora la stessa identica strategia perde ogni dimensione negativa e diventa esercitare le prerogative di uno stato.

Minniti magari non è proprio fascista, ma fa sgombrare un edificio pieno di etiopi, tutti abusivi, ma anche rifugiati con tanto di documenti regolari, col massimo della pubblicità e con modalità assai muscolari, però lascia al loro posto i bravi ragazzi di Casa Pound, che occupano altrettanto abusivamente un grosso stabile in piena Roma. Pragmatico il nostro solerte Ministro degli Interni, ma a discrezione parrebbe.
Sai che c'è? Magari non è fascista, però c'ha una coda di paglia king size.

Il fascismo non è definito dal numero delle sue vittime, ma dal modo con cui le uccide.   [J.P. Sartre]



venerdì 28 luglio 2017

Il ras del quartiere


Non vorrei unirmi al coro di risentite critiche verso i nostri cugini d'oltralpe, perlomeno non nei termini che emergono dalla cronaca e dai commenti dei vari opinionisti da tiggì serale, perché facendolo aderirei ad una forma di nazionalismo competitivo interno ad una logica, quella liberista, che mi è estranea, ma non posso certo astenermi da qualche valutazione critica nei confronti di un comportamento che fa dello sciovinismo la propria cifra distintiva.

La Francia è una grande nazione dal grande passato che non ha mai smesso di pensarsi più uguale degli altri, nei suoi momenti migliori, e di nutrire presunzione di supremazia morale nei peggiori.
Quella nazione vanta il primato di essere la più antica entità statuale europea tuttora vitale, formatasi nell'alto medioevo e giunta fino a noi pressoché immutata, nelle dimensioni se non nella forma di governo, e costantemente al centro dei processi storici, politici e culturali che hanno contribuito a formare non solo l'Europa, ma anche l'essenza di ciò che definiamo civiltà occidentale.

Nel corso della sua più che millenaria storia la Francia è stata un riferimento costante, in positivo quanto in negativo, e non possiamo certo stupirci se, a dispetto della presunta e ampiamente teorica coscienza europea, l'inquilino di turno dell'Eliseo, al pari di un novello Borbone, trami con arroganza, e con assoluto disprezzo delle regole, relativizzate a seconda del proprio interesse, per perseguire una politica da grande potenza a spese di chiunque abbia la sventura di porsi sul suo cammino.
Non possiamo stupirci, ma questo non significa che non dobbiamo condannare, solo che sarebbe più credibile farlo da una logica che non sia omologa a quella che si intende stigmatizzare.

Benjamin Disraeli fu un politico inglese che rivestì la carica di Primo Ministro in due occasioni nel corso del XIX secolo, e come tale conosceva molto bene le pratiche di conduzione di una grande potenza le cui fortune poggiavano prioritariamente sulle ragioni di un liberismo eletto a forma di governo.
Fu anche un facondo produttore di aforismi e, tra i tanti, quello che meglio definisce la logica che muove una nazione con interessi globali di natura mercantile è quello che recita:
Le nazioni non hanno mai amici stabili e nemmeno nemici stabili. Solo interessi permanenti.

Una dichiarazione estremamente chiara, che elegge a valore imprescindibile un atteggiamento tipico dei banditi da strada, nobilitandolo in nome del sacro egoismo di salandriana memoria.

Dunque la Francia si compra a prezzi di saldo la nostra grande distribuzione e mette ben più di un piedino nella nostra telefonia, ma esercita diritti, veri o presunti, di prelazione quando cerchiamo di acquisire quote importanti nel loro comparto industriale.

Considera l'intera sponda africana che affaccia sul Mediterraneo come roba sua, fin dai tempi dell'acquisizione italiana della Libia, strappata ad un impero ottomano agonizzante, segnata ai tempi con dispetto come faccenda da sistemare, e in effetti in corso di sistemazione, a poco più di un secolo di distanza, prima destabilizzando il regime di Gheddafi, e poi inserendosi nelle dinamiche del conseguente disastro quale potenza conciliatrice.

Non è estranea alle ragioni che generano le masse di profughi che arrivano sulle nostre spiagge, grazie al bieco sfruttamento delle risorse naturali del suo ex impero, tuttora sotto il suo controllo, mantenuto in permanente stato di sudditanza economica e gestito da protogoverni embrionali, ma chiude le proprie frontiere, con grande disprezzo delle normative europee, e accusa l'Italia di insipienza gestionale.

Tutte le manifestazioni di politica estera dell'entità statuale francese sono un distillato di arroganza e relativismo valoriale, ammantato per di più della presunzione di un primato etico, non disgiunto da implicazioni razziali, perfino ridicolo, date le condizioni.
Il fatto è però che quasi tutti i patrioti italici che fumano di rabbia per l'indecoroso atteggiamento gallico, approverebbero quegli atteggiamenti se provenissero dal nostro governo, dato che il discrimine non risiede nella sostanza dell'azione, ma nella propria condizione di beneficiari o vittime di quegli atteggiamenti.

Sentire Brunetta che si scaglia contro l'imbelle compagine governativa di Gentiloni può anche risultare gradito, ma poi ci si rende conto che il battagliero soldo di cacio - immagine riferita alla caratura politica del soggetto, e non alla sua non cospicua altezza - esprime il dispetto per il prevalere del concorrente transalpino e l'incapacità italiana a competere sul piano della ragion di stato, insomma per un nanismo politico che ci vede subalterni.

Le ragioni del malumore brunettiano, ma anche di molti sedicenti patrioti, non risiedono nella valutazione della qualità dell'operato francese, ma nell'incapacità italiana di battere i propri vicini sul piano del cinismo geostrategico, ed è una cosa che a me non interessa, perché sono convinto che i problemi che ci affliggono si possono risolvere veramente solo comprendendo che viviamo in un contesto strettamente interconnesso e altamente complesso, nel quale qualsiasi fregatura che rifiliamo ad altri ci ritorna indietro, amplificata e ingestibile, in una specie di effetto Larsen sociale.

Il fatto è che il modello relazionale tra nazioni in generale, e l'impianto funzionale liberista in particolare, non contemplano amicizie o fratellanza, ma solo clienti e concorrenti. La Francia è una vecchia signora, scaltra ed esperta, dotata di una classe dirigente capace e priva di scrupoli, che si muove in un club esclusivo di vecchie megere ancora più spudoratamente ciniche e spietate. Per neutralizzarne l'azione bisognerebbe essere molto più vitali e determinati di quanto la nostra deludente classe dirigente saprà mai essere, perché i nostri governanti non solo non sono in grado di fornire un'alternativa etica alla concupiscenza bottegaia dei nostri cugini, ma neanche di batterla al suo stesso gioco.


Il nostro potrebbe essere un grande paese, con una grande tradizione cui attingere, e doti nazionali di grande valore e versatilità, con una vocazione potenziale a porsi quale guida di un contesto mediterraneo alternativo all'Europa rapace a trazione franco-tedesca, se solo avesse nelle posizioni apicali persone dotate di visione e capacità strategica. Ma abbiamo solo mezze calzette che camminano con l'occhio fisso alla punta delle proprie scarpe. Grandi arraffatori di uova, totalmente noncuranti delle galline che razzolano nell'aia.

mercoledì 26 luglio 2017

Il naso turato non basta più.

Vorrei dire a tutti gli strateghi della ricostruzione della sinistra italiana, in particolare a quelli che hanno orrore dei partitini del 2-3% che uno dei massimi studiosi di politica elettorale, Walter Dean Burnham, collega l'astensionismo ad una peculiarità relativa del sistema politico, americano nel suo caso, ma facilmente trasferibile in un qualsiasi contesto occidentale, che consiste nella totale assenza di un partito di massa socialista o laburista che funga da avversario credibile nel mercato elettorale.

Ne consegue dunque che offrire un'opzione socialista non è che una parte del compito cui quegli strateghi pretendono di dedicarsi, e che è altrettanto importante conseguire una massa critica necessaria a darsi una forza contrattuale adeguata.
Per fare questo però sarebbe altrettanto fondamentale riuscire a convincere l'elettore di essere il riferimento che aspettava, affidabile, credibile e in sintonia con le rivendicazioni che il rappresentato ritiene strategiche e prioritarie.
Ma la cosiddetta offerta politica, brutta definizione non a caso mutuata dal mondo commerciale per opera degli specialisti di marketing politico, deve essere propositiva, ambiziosa magari, ma anche rigorosa e attendibile. 

Solo che non si sta certo facendo un buon lavoro continuando a parlare di organigrammi, di estenuanti campagne acquisto di dirigenti già scivolati su molte bucce di banana, quando non artefici dei disastri passati, presenti e non di rado futuri.
Farlo non serve più a nulla, come ogni giorno risulta sempre più controproducente sfiancarsi su argomentazioni politiciste fruste e squalificate.
Anche la chiamata alle armi contro la vittoria delle destre perde costantemente efficacia. Noi viviamo già in un contesto che non differisce quasi in nulla rispetto al mondo che Berlusconi aveva tentato di imporre.  Lui non vi riuscì compiutamente durante il suo regno, ma ne pose le premesse, Monti lo mise in atto e Renzi lo perfezionò.

Una vasta parte degli elettori dem dunque non collabora più al proprio martirio, ma neanche trova credibile chi si affanna a pretendere di saperne interpretare le aspettative, e di conseguenza non concede più il voto a nessuno, perché nessuno nel frantumato campo della sinistra, in questo momento, sembra in grado di captare altro che una ristretta cerchia di irriducibili osservatori di ombelichi, e dunque qualsiasi partito, di qualsivoglia temperatura socialista, non potrà che avere dimensioni miserabili e inadeguate.
Ma anche la condensazione in qualche rissosa coalizione non avrà alcuna capacità attrattiva, perché quello che manca alla sinistra è la capacità di convincere chi si è allontanato di avere un programma appetibile e la volontà di attuarlo con rigore, superando antichi vizi.

Stando le cose come stanno, e se non la smettiamo di cincischiarci con moduli politici decotti e falliti - il rilancio del centrosinistra - con personale politico che ha collaborato attivamente all'approvazione delle peggiori nefandezze neoliberiste - MDP et similia - e con improbabili mediatori che hanno come compito principale quello di assorbire tempo ed energie in discussioni inutili e dilatorie - Pisapia - la prossima tornata elettorale sarà una partita a tre fra un PD in rapido sgonfiamento, una destra magmatica, ma in ripresa ed un M5S che ancora deve dirci cosa farà da grande, ma che tra conduzioni cesariste e semplificazioni conservatrici si appronta alla definitiva svolta a destra.

L'unico modo che ha la sinistra per risorgere è quello di porsi all'ascolto di un popolo in grande sofferenza, elaborando risposte precise ad istanze che non possono che filtrare dal basso.       Magari praticare anche un po' di autocritica, e di umiltà, e ammettere senza ambasce di avere fallito.    E rendersi conto che il lavoro che ci aspetta è tanto e che non basterebbe piazzarsi onorevolmente alle prossime politiche, cosa peraltro del tutto irrealistica.



domenica 23 luglio 2017

La mappa non è il territorio.

Avevo dodici anni quando scoprii gli scacchi.  La vecchia scacchiera e la scatola dei pezzi, ambedue dozzinali e di poco prezzo, facevano parte della geografia dell'appartamento, piccolo e sovraffollato, dove viveva la mia famiglia, insieme al centrino a uncinetto sul tavolino a fianco della poltrona in tinello, alla etager piena di ninnoli di ogni tipo, orgoglio di mia madre, e la piccola raccolta di dischi, con la scacchiera utilizzata quale separatore tra i 78 giri di Beniamino Gigli, Claudio Villa ed altre ugole di pregio della canzone italiana, ed i 33 giri di musica classica editi dalla fabbri Editore e comprati ogni mese in edicola, con la scatola dei pezzi sistemata in modo che quei dischi non scivolassero sulla mensola che li ospitava.
Fino a quel momento quei due oggetti non avevano avuto alcuna importanza per me. Li vedevo ogni giorno e non mi importava nulla di loro.  Neanche mi chiedevo a cosa servissero e perché fossero lì.     Esistevano e basta, come tante altre cose.

A quei tempi, con le scuole che riaprivano il primo di ottobre, le estati di un bambino erano lunghe, e calde, e piene di giochi.   Si giocava a ondate, nel senso che i mesi estivi scorrevano scanditi dal passaggio da un gioco all'altro.  C'era il momento delle biglie, quello delle cerbottane e relative battaglie epocali a colpi di bussolotti, quello delle corse in bicicletta e via dicendo.

Ci dedicavamo preferenzialmente al gioco del momento fino ad esserne annoiati e saturi, dopo un paio di settimane, per poi passare ad altro, perché si sa, i ragazzini sono monomaniacali quando si applicano a qualcosa;  è difficile che l'oggetto del loro interesse rimanga centrale veramente a lungo nei loro pensieri, ma quando sono incuriositi ed affascinati da qualcosa la frequentano fino allo sfinimento e poi, non di rado, la gettano a lato, passando oltre e dirigendo la loro attenzione verso altro.


Quello fu l'anno nel quale, del tutto incidentalmente, fui l'agente patogeno che portò il gioco degli
scacchi nella compagnia di scavezzacollo che frequentavo, e a distanza di così tanti anni mi chiedo ancora come fu possibile che un gioco tanto cerebrale riuscisse a conquistare tutti indistintamente, e anche per un bel pezzo.
Tutto cominciò quando mia madre, dovendo pulire la nostra piccola libreria, depose davanti ai miei occhi una pila di libri, sopra alla quale ne vidi uno intitolato ABC degli scacchi, con un re ed una regina stilizzati su una porzione di scacchiera.

Cominciai a leggerlo, mi piaceva la copertina, e in breve mi ritrovai a disporre i pezzi sulla scacchiera e a provare a muoverli più o meno in accordo con quello che leggevo.    Mia madre fu un pochino perplessa, vedendomi così tranquillo, e mio padre ne fu invece compiaciuto.
Qualche giorno dopo uscii di casa con scacchiera e pezzi e trasferii ai miei compagni sia i rudimenti del gioco sia l'arcana voglia di giocarci, e ben presto molti di noi reperirono altre scacchiere, al punto che presto cominciammo ad organizzare una specie di torneo.

Fu praticamente la nostra unica attività per ben più di un mese.  Ci trovavamo la mattina ai giardinetti di Piazza Martini, nel quartiere di Porta Vittoria in una Milano che non esiste più, e giocavamo partite su partite, ovviamente di ben miserabile qualità, ma noi non lo sapevamo e ci divertivamo ugualmente.    Alcuni anziani si fermavano a guardarci, e qualcuno ci diede anche qualche dritta.

Poi la cosa si esaurì ovviamente, e passammo ad altro.  L'anno dopo non vi fu l'ondata scacchi, anche se qualcuno dei miei compagni di scorribande mantenne il contatto col gioco e, anzi, uno divenne poi uno scacchista di un certo valore.

Per parte mia, ad un certo punto mi resi conto di un curioso effetto che la pratica compulsiva del gioco ebbe su di me, quando infatti mi accorsi che concepivo ogni più piccolo movimento, sia mio che degli oggetti che maneggiavo, come se dovesse essere compiuto da un pezzo degli scacchi.  
Se a tavola uno dei miei familiari mi chiedeva di passare il sale, o il cestino del pane, io lo facevo con il movimento ad elle del cavallo, e mi ritrovavo a contare inesistenti caselle entro le quali contenere lo spostamento degli oggetti.

Non è esatto dire che la cosa mi spaventò, e certo non ero allora in grado di elaborare compiutamente il fenomeno, ma in qualche modo non mi piacque ed io non mi riaccostai più al gioco, se non sporadicamente e con una certa riluttanza.

Molti anni dopo tentai di metabolizzare quell'esperienza, e l'inquietante effetto che ebbe su di me, e giunsi a pensare che gli scacchi sono un affascinante gioco di strategia, ma che si tratta di un modello rappresentativo di attività umane il cui reale svolgimento non è confortevolmente schematico come il gioco stesso indurrebbe a pensare.

Forse la ragione per la quale mi ritrassi fu che intuii come fosse possibile perdere il contatto con una realtà abbastanza complessa da risultare talvolta incomprensibile, e come la presunzione, errata, di poter controllare quella realtà tramite una sua inadeguata rappresentazione potesse essere un grossolano peccato di presunzione, tra l'altro non privo di pericolose conseguenze.

Qualcuno potrà pensare che sto drammatizzando eccessivamente, ma io non credo che sia così.   In questi tempi grami, nei quali le magnifiche sorti e progressive non sono più così brillanti come immaginavamo, vedo molta gente rifiutarsi di esporsi alla realtà per come è, preferendo costruirsi un modello a proprio uso e consumo, solo che, come disse Korzybski, la mappa non è il territorio, e se non si è capaci di interiorizzare questo concetto noi possiamo solo soffrire per le cocenti delusioni che ci autoinfliggiamo.

mercoledì 19 luglio 2017

Chiamate alle armi.



La sinistra-sinistra, categoria cui elettivamente apparterrei, si sfianca su lunari dibattiti circa le aggregazioni che sarebbe conveniente promuovere per presentarsi alle prossime elezioni, finendo per parlarsi addosso, come accade spesso.
Io sto esaurendo la pazienza e, siccome penso di non essere isolato in questo, come me la sta esaurendo quel bel pezzo dell'elettorato che non vota più PD, un partito che sta evaporando come neve al sole, e che ha assolutamente necessità di vedere qualcuno che affronti i nodi del suo tormentoso presente.

Ci si sfianca sull'opportunità e la convenienza di imbarcare Tizio, Filano e Martino, a prescindere da quello che questi preziosi elementi hanno sponsorizzato fino a a ieri, misurando col bilancino il vantaggio che ne potrebbe derivare e dimenticandosi che molti di quelli che si vorrebbe cooptare, o che magari si propongono spontaneamente con una sfacciataggine davvero monumentale, sono invisi alla gran parte di un popolo di sinistra che ha ben presente cosa in effetti quegli acquisti rappresentino e quanta responsabilità portino nelle loro attuali disgrazie.

Ma poi queste fusioni fredde e raziocinanti per fare cosa, di grazia.   O bella, ma per ottenere una presenza parlamentare, naturalmente.  Ottimo, e per fare che?  Per rivitalizzare il centrosinistra.   No, col cazzo, per rilanciare la sinistra.  Ah, va bene, per negoziare il ristabilimento di un assetto socialdemocratico allora.  E no, qui si costruisce il socialismo.  Me cojoni, e passando per dove?  Ecc. ecc.  Sempre però nel proverbiale campo delle cento pertiche, senza il minimo accenno di aver individuato un percorso credibile e praticabile.   Intenzioni di massima, ognuno con la sua, e la convinzione di potersi impegnare in una sfiancante lotta per il predominio, per l'egemonia della compagine, dopo però.


Ma perché non vogliamo ammettere che l'unico atteggiamento realmente innovativo sarebbe quello di costruire un programma di assoluta rottura col passato e con le scelte della sinistra di governo che ha costruito il disastro nel quale viviamo? 
Un programma di recupero dei diritti distrutti e scompaginati, quelli del lavoro, della salute, dell'istruzione, un programma coerente in grado di rispondere alle aspettative di una vasta parte di popolazione in affanno e senza prospettive, che tra l'altro ha già dimostrato che di parole non ne vuole più sentire?

Forse abbiamo dimenticato come si fa? Forse abbiamo l'intima convinzione di non saper più raggiungere il cuore e le menti di persone che non hanno più alcuna rappresentanza? Forse che a qualcuno, in realtà, non gliene freghi più una beata mazza, e da un bel po' anche?
Ovvio che si rischi grosso, ma anche rimpannucciare vecchi esperimenti già falliti, riproporre una dirigenza che ha già fallito e armate brancaleone le cui caratteristiche più rimarchevoli sono ingombranti retropensieri fallimentari è un viatico sicuro verso una stentata sopravvivenza di una classe dirigente in cerca di riallocazioni che sollevino dalla necessità di una seria autocritica, non certo la risposta a chi sta soccombendo ai colpi di un liberismo trionfante.

Alle ultime elezioni si è data alla macchia la bellezza del 60,7% dell'elettorato. Era il turno di ballottaggio di elezioni amministrative, dirà qualcuno. Ok, e allora? Forse che la percentuale di astensione non è in continua crescita da perlomeno un quinquennio? Forse che non dobbiamo interrogarci sulle ragioni di questo fenomeno? 

L'unica cosa che mi interessa del PD è intercettare il suo elettorato deluso, quello che non vota più quel partito, ma che non ha alcuna intenzione di rivolgersi a M5S e che però non si fa incantare dal risiko di una sinistra che non sa assumersi la responsabilità di uscire dai propri steccati autoreferenziali.

Ci sono problemi giganteschi da affrontare, e urgentemente anche. C'è gente che vive con risparmi ridotti al lumicino, lavoratori sotto costante ricatto, giovani che a trent'anni non hanno uno straccio di progetto di vita, malati cronici in procinto di essere gettati in pasto ad assicurazioni con l'occhio rivolto esclusivamente al budget.

Questa è tutta gente che vuole sentirsi dire: guarda, io i tuoi problemi li affronterei così e così, e non sfiancanti lustrature di membro su chi imbarcare, santiddio.


Un programma, un appello rivolto all'elettorato e non agli stati maggiori in transumanza tra partiti e formazioni.

venerdì 14 luglio 2017

Zuppa e pan bagnato.




Michele Pizzolato, noto sostenitore pentastellato con un certo seguito su Facebook, negli ultimi tempi è realmente incontenibile e si abbandona a numerosi post che denunciano la sua crescente omologazione al superamento di destra e sinistra, riservando lo sbandieramento della sua passata consonanza con la sinistra al contenimento dialettico dei suoi critici di quel versante politico.


Molta impressione, ma dovrei dire senso, mi ha fatto la sua recente asserzione circa il
fatto che il M5S ha elettori sia di destra sia di sinistra: è un comitato di liberazione da PD e FI che governano malissimo da 30 anni, che io vivo come una sua franca ammissione di colpa.



Oggi, pimpante e trionfante, si compiace del fatto che Pisapia non si candidi e ne approfitta per sottolineare che non esiste alcun partito oggi di sinistra [.....] Che un partito che prende il 2% ha qualche problemino a rappresentare il popolo  [....] e che senza popolo [è] dura fare la sinistra.

L'unico aspetto sul quale concordo è che effettivamente il PD non è più sinistra da un bel pezzo, ma certo non posso convenire sul fatto che l'unica possibilità di non fare trionfare il campo della destra (PD - FI - Pisapia - Lega) sia M5S, dato che la gran parte delle sue recenti, ma anche molte più datate, prese di posizione sono incontrovertibilmente sintonizzate sui temi cari a Lega e qualunquisti vari, nei termini da questi prediletti, o perlomeno non pregiudizialmente rifiutati.

M5S è, stando ai sondaggi, il primo partito della  minoranza dell'elettorato, essendo la maggioranza renitente al voto.  Questo significa che il movimento fornisce una risposta parziale, e sostanzialmente minoritaria, ben lontana dalla rappresentatività che rivendica.

L'esercito dell'astensione è andato ingrossandosi dopo le ultime ormai lontane politiche, in contemporanea con il progressivo e inarrestabile dimagrimento del PD, un effetto che indubbiamente mette i due dati in stretta correlazione.

M5S ha inizialmente fatto spesa anche presso il popolo di sinistra, ma ora molti di quei transfughi sono quantomeno perplessi e credo che stiano cominciando a togliersi, anche se il movimento non se ne accorge, ancora, perché sta avendo successo a destra, o forse se ne è accorto, ma non vede ragioni per dolersene, essendo l'elettorato di destra meno esigente e, in prospettiva, un investimento più pagante.

Nella buona sostanza credo che ci sia un bacino potenziale di elettorato di sinistra che attende la comparsa di un'opzione praticabile, anche se quella comparsa è tutto tranne che scontata.
Intanto prendo atto che i maggiori detrattori della cosa di sinistra sono PD e M5S, e ciò ha un senso, dato che se decollerà non potrà che avvenire a loro spese, e del resto ai più attenti non può sfuggire il fatto che la creatura politica grilliana ha sempre orientato, e fin dall'inizio, il grosso della sua artiglieria propagandistica contro il versante sinistro dell'emiciclo, riservando al centro destra sparsi comunicati di circostanza e di virulenza sostanzialmente inferiore.


Io faccio parte di quel popolo di sinistra che non ha al momento alcuna rappresentanza, e non mi sento isolato, anzi so di essere in numerosa e qualificata compagnia.
Nulla, assolutamente nulla mi indurrà a votare PD, o qualche inconcludente relitto di una sinistra risikara e politicista, per non parlare di ridicoli pontieri di disturbo, il cui scopo reale è interdire lo sviluppo di un'alternativa di sinistra, ma altrettanto certamente nulla mi indurrà mai a votare M5S, sintesi post politica tra Uomo Qualunque, Partito Radicale d'antan e IDV, tutte creature accomunate da robuste caratteristiche di viscerale anticomunismo, unite a istanze della destra sociale del fascismo primigenio e sansepolcrista, quello antipolitico e ancora suggestionato dalla sua germinazione teratogena dal corpaccione di quel partito socialista che di lì a poco avrebbe subito la scissione livornese.

Questo paese è sostanzialmente il terreno di gioco al momento indisturbato di una destra molto variegata.    In campo non ci sono visioni diverse della società, ma solo declinazioni differenti  di un liberismo che oscilla tra l'anodino cinismo di una oligarchia ben pasciuta, e la scomposta mistificazione di un populismo che naviga a vista.

Non sono in grado di contrastare questo stato di cose, ma certo non collaborerò con voti di circostanza al mio stesso martirio.

mercoledì 14 giugno 2017

Il primo partito italiano.


Repubblica titola che l'affluenza alle urne domenica 11 giugno si è assestata sul 60,07%.
Questo significa che il partito dell'astensione a prescindere dal numero di elettori convocati, è stabilmente rappresentativo di circa il 40% degli aventi diritto e che dunque, se avesse una veste politica, conseguirebbe quasi certamente il premio di maggioranza in caso di elezioni politiche.
Questa, a mio avviso, è la certificazione di un acuto stato morboso della nostra democrazia.

Discutendo con una mia amica, appassionata sostenitrice di M5S che sta cominciando a non poterne più del mio atteggiamento critico verso quella formazione, emerge che il contendere, al momento, è tra la cosca vincente della politica italiana e i salvatori di M5S, visti come il grimaldello col quale forzare il dispositivo di potere, politico, mediatico ed economico del regime nel quale viviamo.

Dal PD  non credo potrà mai venire qualcosa di buono, in effetti, però a mio parere il problema è un altro, e deriva dal fatto che  chiunque si aggiudichi la vittoria non può, in queste condizioni, che rappresentare una minoranza, essendo gli altri la minoranza che ha espresso un voto differente sommata alla grande massa, quella sì maggioritaria, degli astenuti.

In queste condizioni si può al massimo esprimere una benevola dittatura dei giusti, ma più facilmente, come abbiamo visto finora, un comitato d'affari al servizio di precisi interessi, che non sono certo di servizio pubblico.

Affidarsi, come fanno la mia amica e molte altre persone che rispetto, al Movimento per spezzare un monopolio soffocante è  comprensibile, ma è un pensiero non molto differente da quello che informò l'antiberlusconismo, che tenne insieme un'opposizione unita in niente, una sorta di armata Brancaleone che, cessato - forse - il pericolo, si è poi sbandata.

Il collante che dà forza al Movimento è la condanna della classe politica, la sua debolezza è, a mio modestissimo parere, la vaghezza della cura che dovrebbe seguire alla soluzione del male principale.  In questa debolezza risiede, io credo, la consistenza dell'esercito degli astenuti.
Far fuori il nemico principale non è  sufficiente, e non lo è mai stato.

Forse è per questo che la presa del movimento è su settori della popolazione abbastanza giovani da non aver interiorizzato precedenti delusioni.
Ma forse questi sono solo i rimuginamenti di un signore di età.

So già che molti penseranno: «bravo, e la soluzione sarebbe.... ?»
Certo, io una soluzione non ce l'ho, ma neanche ce l'ha chi mi farebbe quella deliziosamente maliziosa domanda in realtà, e qui sta il punto.

Ci sono milioni di persone che vivono sulla propria pelle condizioni che non si vedevano più dall'immediato dopoguerra.
Sono in un cantuccio, prive di prospettive e ridotte ad una faticosa sopravvivenza.
Persone che, a differenza dei miei genitori in quei tardi anni '40, non trovano nella politica alcuna rappresentanza e che dunque hanno smesso di interessarsi e di esercitare il primo e fondamentale esercizio di democrazia.

Come possono gli attori politici, tutti e nessuno escluso, gloriarsi di alcunché fino a quando non si metteranno in contatto con quelle persone?
E come rimanere tranquilli sapendo che in quel 40% la disperazione è la cifra centrale dell'esistenza?

In altri tempi il fascismo ed il nazismo dei primordi trovarono in un vasto serbatoio di dimenticati il carburante per la loro marcia verso il potere.  Dobbiamo essere grati del fatto che, finora, non si sia riproposto l'identico schema, forse perché quel 40% accoglie un bel pezzo di un popolo di sinistra che non trova ragioni per approdare da qualche parte, condannandosi ad una crociera senza fine.

Una riflessione, questa ultima, per gli ingenieri della ricostruzione di una sinistra. La roba c'è, ma bisogna dire, e soprattutto fare, le cose giuste.

lunedì 12 giugno 2017

La morte lenta di una democrazia

E' la mattina del 12 giugno 2017 e sto svogliatamente guardando i risultati non ancora definitivi della tornata elettorale del giorno precedente.
La cosa che mi sento di rilevare è che l'unico dato finora attendibile pare essere quello dell'individuazione del primo partito nazionale, ovvero quello dell'astensione, in continua lievitazione.

Un dato che, tra l'altro, rende necessario confrontare le percentuali conseguite dalle varie formazioni politiche in rapporto non ai votanti, bensì agli aventi diritto al voto, per collocarle nel giusto peso e nel reale significato.

Facendolo non si può che prendere atto del fallimento della politica, in senso lato, la quale, nel momento in cui non riesce a motivare il popolo a compiere il primo e più elementare esercizio di cittadinanza democratica, dovrebbe anche assumersene la responsabilità, cosa che non mi pare abbia intenzione di fare.

Poi possiamo anche parlare dei risultati che stanno emergendo, che sembrano sottolineare un costante calo dei consensi PD, magari mascherati dalla scarsa affluenza elettorale, che droga il risultato, ma anche - veltronianamente - una brusca frenata pentastellata, col capitolo genovese che certo non può stupirci, mentre si profila un teorica ripresa del centrodestra, se i due galletti - Salvini e Berlusconi - la smetteranno di fare a chi ce l'ha più duro e grosso.

Ma più di tutto, secondo me, si profila il rischio che l'aspetto fondamentale del congegno Italicum, ovvero il pompaggio normativo di minoranze per ovviare alla non rappresentatività degli attori elettorali, appena e giustamente bocciato dalla Corte Costituzionale, ridiventi il punto centrale del dibattito politico, all'indomani dello storico(sic!) deragliamento della grande entente sulla legge elettorale.

La lontananza della classe politica dal corpo vivo della nazione per essere risolta richiederebbe una capacità di ascolto dell'elettorato di cui non vi è traccia da molto tempo, una capacità dalla quale fare discendere l'azione politica, mentre è del tutto evidente che il meccanismo in atto è quello di far corrispondere alle aspettative della gente l'autoreferenzialità di proposte insoddisfacenti che, non inaspettatamente, creano rigetto e disgusto.

Se il corpo elettorale non saprà pretendere dalla classe politica un cambio di atteggiamento, o se una qualsiasi forza politica non riuscirà a smetterla di trastullarsi col proprio... organo dirigente, noi non potremo che avviarci, più o meno quietamente, verso un regime rappresentativo di interessi che non potranno essere che di minoranza, o esogeni, ma più probabilmente sia l'uno che l'altro, secondo il modello così ben rappresentato dalla cabina di regia europea a trazione neoliberista e teutonica, quella che ha imposto tutti i tragici provvedimenti che ci stanno flagellando.

Il mio personale sentire fa si che io non mi senta certo costernato se i due dominus del centrodestra fanno a cornate, e nemmanco mi straccio le vesti se M5S va a sbattere sulle contraddizioni che ha tenacemente cercato di ignorare.
Però l'ambiguità del risultato piddino già mi inquieta di più, al pensiero degli equilibrismi dialettici del potente reparto marketing di quel partito, notoriamente tetragono alla verosimiglianza e connotato da una potente indifferenza al senso del ridicolo.

Però, andando un po' oltre le letture di questi risultati elettorali, quello che mi inquieta maggiormente è vedere l'inconsistenza del mondo di sinistra, che avrebbe a disposizione una storica possibilità di riscatto in un contesto che sembra fatto apposta per dare spazio ai suoi valori fondamentali e costitutivi: la solidarietà, la giustizia di classe, il valore della dimensione sociale ed il perseguimento della dignità individuale, mediata dal lavoro e dai diritti civili e politici.

Nelle ultime settimane in quel mondo si è sviluppato un dibattito, circa possibili processi di aggregazione, che io spero possa dare finalmente qualche frutto.     Perché ciò avvenga però devono accadere alcune cose.  
Prima di tutto è necessario presentarsi agli interlocutori, i detentori del diritto di voto, con l'animo disposto all'ascolto e con una propensione a fare domande, piuttosto che a presentare risposte preconfezionate.  

Altrettanto necessario sarebbe presentarsi non con una classe dirigente già pronta, e per forza di cose reduce da disastri precedenti di cui porta la responsabilità, bensì, e al massimo, con un corpo di coordinatori che mettano a disposizione la loro esperienza gestionale, lasciando che linea e direzione di marcia, nonché il ricambio graduale di quella classe, la esprimano i diretti interessati.

Più di tutto però sarebbe necessario dimenticarsi dell'ansia prestazionale da tornata elettorale.  La malattia che ha quasi ucciso il corpo sfatto della sinistra ha avuto un lungo, e non ancora terminato, decorso, e le lunghe malattie comportano cure prolungate.  Quel corpo malato ha bisogno di riprendere a camminare e non può certo aspettarsi di vincere una maratona entro il prossimo anno, ma neanche di arrivare al traguardo se è per questo.

Infine, e su questo tendo ad essere intransigente, sarebbe necessario pigliare tutti i vari pontieri alla Pisapia, più o meno in buona fede, e chiarire loro che se non si tolgono di torno più che alla svelta potrebbe anche capitare che si salti la fase dialettica della confutazione delle tesi per passare a formule espressive meno concilianti e più stringenti circa la loro oggettiva, ma spesso anche consapevole, intelligenza col nemico.





lunedì 15 maggio 2017

E vissero a lungo, felici e contenti.






Il claim con il quale Internazionale.it accompagna il breve reportage del Guardian sui sex robots recita:

“Voglio diventare la ragazza che hai sempre sognato”, dice Harmony.
Matt McMullen, fondatore di un’azienda che produce bambole in silicone, ha ideato Harmony, un robot del sesso che sarà messo in commercio entro la fine dell’anno. Centinaia di persone sono già interessate.
I progressi tecnologici e l’intelligenza artificiale hanno trovato applicazione anche nell’industria del sesso. Ma questi robot somigliano più alle pornostar che alle donne vere, e potrebbero promuovere l’idea che le donne siano oggetti da possedere. 
Ho visionato il breve video sapendo già cosa aspettarmi, grosso modo, e non sono certo rimasto deluso, per così dire. 

E' un argomento che sicuramente non si può esaurire in poco più di un quarto d'ora, e altrettanto certamente ognuno dei fruitori del video avrà opinioni alquanto definite in proposito, perlomeno apparentemente, però io vorrei comunque sottolineare qualche aspetto.

I due imprenditori - il primo titolare di una già avviatissima azienda che fornisce un catalogo di prodotti abbastanza articolato, e il secondo una specie di Wozniack/Jobs con orgogliosa mamma al seguito - sottolineano:

1) il pragmatismo non-morale dei loro intendimenti;

2) l'utilizzo possibile, e auspicabile, delle loro proposte quale trattamento preventivo delle pulsioni dei violentatori, seriali od occasionali; un trasparentissimo alibi, in tutta evidenza;

3) che i loro prodotti sono la risposta adeguata ai bisogni di una clientela con esigenze e caratteristiche precise, ovvero una pretesa di implicita inevitabilità che introduce il punto successivo;

4) l'ineluttabilità delle ragioni del mercato, grazie alla quale se c'è domanda allora l'offerta consegue come l'umido alla pioggia, da cui il classico “se non lo faccio io lo farà qualcun altro”.

Sul punto 1 credo che possono anche farsi uscire un'ernia nello sforzo di sterilizzare il contesto delle loro azioni, ma non mi pare proprio che sia possibile aggirare la dimensione morale ed etica, a prescindere dal punto di partenza delle possibili valutazioni che si possono fare in proposito. E quando parlo di dimensione morale non mi riferisco tanto al sesso, quanto agli aspetti sociali e relazionali che sono implicati.

Anche sul punto 2 credo che i due imprenditori stiano solo ingannando qualcuno, che si tratti di loro stessi o di chi li ascolta.
Mi risulta infatti che un violentatore non sia interessato alla oppressione psicologica e all'abuso di potere su cose inanimate, per quanto mirabilmente antropomorfe, dato che nel suo caso il sesso non è il fine ma piuttosto il mezzo con il quale afferma il suo potere su un altro individuo, da cui consegue che un simulacro, per quanto realistico e conturbante, non può soddisfarlo in alcun modo.  
La cosa però funziona abbastanza bene se lo scopo è quello di evitare di parlare del vero target, che è verosimilmente costituito da una platea di individui, non necessariamente tutti maschili, che desiderano escludere dall'equazione che governa i loro modelli sociali il fastidio costituito da personalità autonome e non controllabili.

Sul punto 3 forse posso convenire con loro, ma mi sembra che sia come passare una bottiglia magnum di scotch ad un alcolizzato. Lo farai felice magari, ma certo non gli renderai un buon servizio.

Sul punto 4, considerato che sono da sempre un fiero antagonista del pensiero liberista, che in quel punto viene espresso nella sua forma più basilare e rappresentativa, fatico a non dare in escandescenze. 
Quella enunciazione, non corredata da alcuna considerazione morale, presa così come viene espressa, giustificherebbe ogni commercio possibile, dalla tratta degli organi a quella della persona umana, passando per il traffico di droga.

Dunque noi abbiamo individui con problemi relazionali, e non solo sessuali, tanto gravi da portarli a sostituire alle persone dei manufatti, tra l'altro con la palese soddisfazione dell'intervistato che vive ormai da tre anni con una bambola/moglie, ovviamente devota e condiscendente, e questi individui, nella visione dei due imprenditori, vedrebbero sostanzialmente sdoganate e normalizzate le loro esigenze, sottratte al campo del disturbo emotivo e consegnate ad una normalità che sarebbe tale solo in funzione della sua rilevanza numerica, opportunamente enfatizzata e spacciata per naturale.

Mi chiedo con quali modalità quell'individuo, rassicurato da un mercato a lui dedicato, amministrerà le differenze tra le due tipologie di rapporto, umano e simulato, e se sarà in grado di gestire, se forzato a farlo, la manifestazione di una personalità reale, con un libero arbitrio non congruente, senza ritrarsi in un solipsismo definitivo, o se il contrasto non farà emergere pulsioni aggressive e distruttive.

Mi fermo qui, ma ho solo grattato la superficie di un argomento molto complesso.


sabato 6 maggio 2017

Tra i due mali....... sei comunque dannato!




Votate per Macron. Con la stessa energia ed entusiasmo con cui ci opporremo a lui quando sarà eletto.

Capisco lo spirito col quale Varoufakis pronuncia questa esortazione, ma non so se sarei capace di aderirvi, non in Francia intendo, dove la cosa ha un senso, ma qui da noi, con quel consiglio calato nella nostra realtà dai nostrani ragionevoli in servizio permanente effettivo.


Qui purtroppo, a fronte di sistemi elettorali, proposte politiche e protagonisti differenti, e con nessuno, proprio nessuno, in grado di opporsi con entusiasmo ed energia all'alternativa ad una autarchica Le Pen polenta e osëi, quel consiglio risulta suggestivo, ma irricevibile.

Quell'alternativa difensiva potrebbe essere costituita solo da chi ci ha già martirizzato con lo smantellamento dello Statuto dei Lavoratori, con tentativi di riassetto istituzionale semi-autoritari, e la sottomissione ai desiderata teutonici di un'Europa cui il guappo di Rignano oppone solo simulacri rituali di fastidio, una specie di teatro kabuki dell'orgoglio italico.

Oppure potrebbe essere quell'altro equivoco nazionale, araldo di una democrazia digitale sistematicamente negata nella pratica, macchina da guerra mirabilmente efficace nella denuncia e indeterminata ed opaca sul piano della proposta di governo.

E a queste due alternative, chi si dovrebbe opporre con entusiasmo ed energia e con qualche speranza di ottenere qualcosa? Quale delle piccole schegge di una fu-sinistra che popolano il panorama politico? Chi fra gli stati maggiori in transumanza tra sigle, in cerca di eserciti da comandare, dediti all'autoascolto onanistico?

Perché è indubbio che senza un portatore vivo e vitale di entusiasmo ed energia, io posso solo scegliere il tipo di agonia che mi attende. O la morte violenta di un neofascismo sostanziale, xenofobo e isolazionista, o la bollitura a fuoco lento di una sinistra di governo, che esprime in realtà le ragioni di un neoliberismo incurante della persona umana, o la patacca di un populismo che raccatta consensi a destra e a manca, curando di evitare come la peste di fronteggiare le contraddizioni sulle quali campa, in attesa di franare sotto il loro peso quando non potrà più addossarne la responsabilità ad altri.

Lo so! L'astensione non costituisce una soluzione, ma d'altra parte io non ho soluzioni da proporre, e sono anche un po' infastidito da chi mi sventola davanti al naso gli inefficaci simulacri gabbati come tali, confondendo il fare purchessia col risolvere.

E certo ad indispettirmi non è Varoufakis, che cala il suo messaggio in un contesto, quello francese, nel quale la sinistra mostra perlomeno segni di ripresa. No, chi mi fa saltare la mosca al naso è chi pensa che l'esibizione di una volitività priva di verosimiglianza possa occultare il vuoto pneumatico che dovrebbe opporsi, scampato il pericolo, al contravveleno votato in emergenza, in un tatticismo d'accatto che già ci è costato carissimo in passato.

Si, tatticismo! Perché se dietro vi fosse un disegno strategico plausibile, con i debiti presupposti, le adeguate risorse e la necessaria credibilità, con un programma definito, attendibile e condivisibile, o perlomeno la promessa verosimile di un suo inverarsi, allora io voterei chiunque, consapevole che si tratterebbe di un punto di passaggio sgradevole in un processo che potrei condividere.

Ma così non è! Non c'è nulla in grado di opporsi con entusiasmo ed energia all'insediarsi del pifferaio di Hamelin, neoliberista o populista, che ci salverà dai topi di fogna neofascisti. O quantomeno non c'è nessuno che, in questo momento, offra qualche prospettiva di poter contrastare, o perlomeno impensierire, un eventuale Macron de noantri.

L'unica speranza è che, al momento del voto alle prossime politiche, si condensi a sinistra qualcosa che si possa definire, seppure con disperato ottimismo, promettente. Solo che dovremmo smetterla di cincischiarci, stante la vicinanza di quel passaggio elettorale, e cominciare a fare sul serio.

Nel frattempo però eviterei di sventolare la concretezza di Varoufakis, arruolato ad uso e consumo di una realtà per la quale sospetto che il buon Yaris utilizzerebbe parole completamente differenti.


Le scelte giuste vengono dall’esperienza, e l’esperienza viene dalle scelte sbagliate.   (Arthur Bloch) 
 

giovedì 20 aprile 2017

Austerità espansiva. L'ossimoro al potere


Mi è ricapitato sotto l'occhio il log di una discussione in chat con un amico di Facebook sulle riforme renziane e sulla straordinaria baggianata della cosiddetta austerità espansiva, una delle tante, troppe, trovate del guappo di Rignano, sempre pronto a coniare formulette di bassa lega da convention aziendale.

Si tratta di una geniale strategia in base alla quale lo Stato taglia la spesa inducendo di conseguenza i cittadini a ricorrere a servizi privati alternativi, per supplire a quanto toglie loro, oppure a rinunciarvi del tutto. 

In genere per il cittadino questo significa spendere di più, spesso indebitandosi.
In altre parole, la spesa pubblica è sostituita da (più elevata) spesa privata, e il debito pubblico è sostituito da (più elevato) debito privato. Il servizio risultante, per chi non ha molto fieno in cascina, è un notevole arretramento nei livelli della prestazione, oppure, come detto, il suo azzeramento.

Sono un soggetto che ha un serrata e articolata frequentazione della pubblica sanità, sempre più sotto attacco e già in larga parte appaltata a strutture convenzionate, dunque mi viene naturale considerare le implicazioni del compimento di questa austerità espansiva in quel campo, ovvero la totale cessazione del presidio statale con passaggio ad una gestione integralmente privata.

Consideriamo una parte importante della popolazione, quella con pregresse patologie croniche. Ebbene, un cardiopatico, con quadro clinico diabetico e affetto da miopia potrebbe in effetti stipulare una polizza sanitaria, ma molto difficilmente troverebbe qualcuno disposto a coprire le sue patologie, se non a prezzi assolutamente proibitivi.

Questa è una cosa che si può tranquillamente riscontrare già nelle polizze integrative che alcune aziende stipulano per i propri dipendenti dove, di norma, le spese odontoiatriche, pressoché immancabili, sono di norma oggetto di una prestazione aggiuntiva a pagamento, limitandosi quella standard a coprire gli esiti di eventi traumatici. Uguale discorso per tutto ciò che ha a che fare con difetti della vista preesistenti al momento della stipula.

Ci sarebbe poi da considerare, come gli statunitensi possono testimoniare, che le coperture sanitarie non assicurano le migliori prestazioni sanitarie, e talvolta neanche quelle medie, dipendendo tutto dai livelli di spesa che l’assistito può sostenere e dai margini che l'azienda assicuratrice vuole realizzare.

Austerità espansiva? Forse nel breve termine e a prezzo della costruzione programmatica della crisi prossima ventura, ma tant’è. Il liberismo postula cicli di sfruttamento, non sostenibile, di condizioni date, seguito da un collasso dell’ambiente operativo, ritenendo possibile ricominciare da capo spostandosi, per così dire, a lato.

Un’impostazione settecentesca, che risale cioè a tempi nei quali erano disponibili frontiere e mercati vergini che non richiedevano investimenti proibitivi.
Ora però l’ambiente operativo è limitato e sempre meno produttivo, ragione per la quale prospera, o prosperava, il terziario, nel tentativo di estrarre margini non raggiungibili diversamente, o esplode la finanza più esoterica, quella che, slegata totalmente dai processi produttivi, si solleva tirandosi per i lacci delle scarpe e crea ricchezze dal nulla il cui costo, demandato alla prossima - inevitabile – crisi, finirà in capo ai paria della società.


Qualcuno ha notato che quei cicli divengono sempre più corti a testimonianza che stiamo raschiando il fondo del barile?


domenica 16 aprile 2017

Imbecille! Parliamone.

Un anno fa, di questi tempi, ero personalmente coinvolto nel processo costituente di un movimento politico nel quale rivestivo un incarico a livello nazionale, circostanza di cui non meno gran vanto dato che la creatura era neonata, e dunque per forza di cose piuttosto contenuta nelle dimensioni.

A un certo punto però, almeno per me, la cosa finì, perché emersero contrasti non componibili, sia a livello dottrinario che organizzativo e di metodo, ragione per la quale decisi di dimettermi ed allontanarmi, senza cominciare antipatiche ed astiose opere di sabotaggio dell'organizzazione e degli esponenti coi quali avevo avuto i contrasti.
Non ho mai potuto sopportare gli ex che poi te la fanno pagare, e anche se il processo di distacco fu per me doloroso, in quanto corrispondeva ad un fallimento personale, ho preferito operare un taglio secco e senza code velenose e patetiche.

La funzione "accadde un anno fa" di Facebook però non mi consente di dimenticare quel periodo della mia vita, dato che mi ripropone giornalmente i post degli anni precedenti in una determinata giornata, e grazie a questa retrospettiva posso oggi apprezzare il fatto che la mia produzione facebucchiana, mai molto contenuta, in quei tempi aveva raggiunto dimensioni perfino imbarazzanti.

Contemplo dunque ogni giorno l'infinita sequenza di post che condividevo dalla pagina del movimento (uno ogni mezz'ora nelle giornate calme, ancora di più in occasione di eventi, ricorrenze o in corrispondenza di tornate referendarie, cui aggiungere i miei non pochi personali contributi) e mi vengono alla mente le ragioni attorno alle quali è maturata la mia fuoriuscita.

Tralasciando infatti le mie personali valutazioni attorno ad alcuni argomenti - Europa ed Euro, ma ve ne erano altre - non conformi alla linea politica che andava definendosi, e che inibiscono tuttora qualsiasi mio rientro in quella formazione, il contrasto che portò al mio ritiro verteva proprio attorno al fatto che ritenevo eccessiva la frequenza della nostra comunicazione politica. Ritenevo fosse controproducente, forzatamente ridondante e tanto fitta da lasciare poco spazio all'elaborazione dialettica degli iscritti e simpatizzanti.
Le mie argomentazioni in proposito non furono ritenute valide (in realtà venni percepito come un elemento di disturbo e poco disciplinato), e compresi che, a meno di non voler diventare il capetto di una minoranza litigiosa (ma esisteva?) avrei fatto meglio a ritirarmi, cosa che infatti feci.

Perché tornare ora su quei fatti? Presto detto: mi sono reso conto che quella vicenda non fu che l'inizio di un processo che oggi ha raggiunto un punto per me critico.
Il fatto è che quei post non mi limitavo a condividerli sul mio profilo, ma li piazzavo anche in ogni gruppo FB di sinistra di cui ero membro, causando talvolta un certo risentimento, e propiziando la mia iscrizione d'ufficio in molti altri gruppi.

In breve tempo mi ritrovai, anche dopo le mie dimissioni, inserito all'interno di una comunità molto vasta, frammentata e litigiosa, dove le mie valutazioni a riguardo di specifiche tematiche fanno di me quasi sempre una specie di cane in chiesa.

Sono contrario alla guida mitteleuropea e liberista dell'Europa, ma ritengo l'isolazionismo nazionale un suicidio e il sovranismo un concetto troppo contiguo, nonostante puntuti distinguo, alle mene di una destra arrembante.
Sono cosciente della funzione di controllo dell'Euro, ma non penso che il ritorno alla Lira ci possa isolare dalla lunga mano della speculazione finanziaria.
Ritengo la visione politicista e di vertice, che caratterizza la transumanza di gruppi dirigenti in cerca di stati maggiori da occupare, come una letale coazione a ripetere antichi e costosi errori, tipica di ogni buon osservatore compulsivo di ombelico.
Vedo M5S come il fumo negli occhi, ma utilizzo nei confronti dei suoi aderenti l'epiteto fascista con molta parsimonia, a ragion veduta e in casi specifici.
Non riesco comunque a farmi bastare il fatto che quello pentastellato sia il primo partito italiano e dunque trovo ridicolo accorgersi, improvvisamente, che i grilliani sono tanti e cominciare per questo ad avvicinarli con una ridicola condiscendenza che denuncia, prima di tutto, nanismo progettuale e un'autostima incomprensibilmente elevata, smentita dai fatti.
Non comprendo la fascinazione verso un regime, quello russo, opinabile sotto quasi tutti gli aspetti, solo perché 
fa il culo agli americani.
Parimenti mi gettano nella più profonda costernazione le valutazioni risikare dei singoli teatri di crisi: i pregi del regime siriano, la presunta preferibilità di Trump, rispetto alla guerrafondaia Clinton, questa continua e perseguita miopia che privilegia le soluzioni a breve e costruisce immancabilmente il merdaio a lungo, un po' come hanno fatto, e fanno, gli americani con il foraggiamento dei difensori della democrazia di oggi, nonché immancabili terroristi di domani.

Insomma non sono assimilabile ad alcuna grande corrente, dunque colleziono insulti ed epiteti ovunque e la cosa non mi disturberebbe se solo fosse possibile discuterne, anche animatamente, ma rimanendo su un piano dialettico, però in genere non va così.
Più facilmente partono vere e proprie sentenze non negoziabili, disprezzo e sufficienza, ragione per la quale mi sono ritrovato, dapprima impercettibilmente, ma poi sempre più frequentemente, a ritirarmi dall'interazione, a non frequentare più quei gruppi, se non passivamente e come semplice osservatore.

Ciò a cui anelerei sarebbe una visione laica della realtà e l'abbandono di professioni identitarie decise una volta per tutte e a dispetto di lampanti evidenze fattuali.
Il processo di cui parlavo credo sia giunto al suo approdo finale, ed ora io mi limito ad affidare le mie ponderose esternazioni esclusivamente al mio blog ed al mio profilo personale, con qualche cedimento di cui in genere mi pento immediatamente. Insomma professo le mie convinzioni a casa mia, confidando nel fatto che un visitatore, a meno che non sia un barbaro assoluto, non entra in casa altrui dicendo a brutto muso al padrone di casa che è un coglione senza arte né parte, ma se lo fa ho perlomeno l'agio di buttarlo fuori a calci senza indugio, e a buon diritto.

O meglio, posso anche considerare l'idea di essere effettivamente un supponente imbecille che non capisce una beata fava, come mi è stato elegantemente fatto notare, ma pretendo solide argomentazioni a corredo, perché l'opinione di qualcuno che storta il mondo per farlo aderire alle proprie convinzioni non è sufficiente e non mi interessa.