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martedì 19 maggio 2015

I quattro assiomi del pensiero di Peter Singer.

Recentemente è riesplosa la querelle sul pensiero di Peter Singer. docente di etica (ahinoi) a Princeton.  
Qui fornisco un link a un sito nel quale, io credo, è possibile cogliere le sue numerose contraddizioni dottrinali.


Grandi critiche, disgusto e riprovazione per il suo pensiero, fortunatamente, ma anche qualche giudizio sospensivo (forse a schermo di un inconfessabile gradimento?) che attribuisce la generale riprovazione a campagne denigratorie ingiustamente montate a danno del docente.

Sono andato a informarmi e prelevo, tra le tante fonti consultate, questo interessante sunto tratto da Wikipedia, la quale così riassume le quattro premesse che informano le sue tesi:


  1. Il dolore, inteso come qualsiasi tipo di sofferenza fisica o psicologica, è negativo a prescindere da chi lo provi.
  2. La specie umana non è l'unica in grado di provare sofferenza o dolore. Ed è innegabile che ciò succede anche a tutti gli animali di specie non umana, molti dei quali sono in grado di provare anche forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica (l’angoscia di una madre separata dai suoi piccoli, la noia dell’essere rinchiusi in una gabbia senza aver nulla da fare). È proprio questo che ci rende uguali agli animali non-umani e che porta a ritenere la sperimentazione scientifica sugli animali e il consumo di carne atti ingiustificabili, dettati unicamente dalla nostra concezione specista, profondamente radicata nella civiltà occidentale odierna.
  3. Nel soppesare la gravità dell’atto di togliere una vita, bisogna prescindere da specie, razza e sesso, ma guardare ad altre caratteristiche dell’essere che verrebbe ucciso, come il suo desiderio di continuare o meno a vivere, la qualità della vita che sarebbe in grado di condurre, ecc.
  4. Tutti noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.

Punto 1 – E' forse il meno controverso, nella sua basilarità fondante e preparatoria, e piuttosto intuitivo.

Punto 2 – Qui esce abbastanza chiaramente la pratica singeriana di produrre ragionamenti apparentemente conseguenziali, ma che in realtà compiono più di un balzo logico, confondendo piani etici non omologhi. 
In particolare se risulta preferibile non torturare ed angariare gli animali con intenti e scopi futili o anche pratici, ma inutilmente aggressivi e dolorosi, non credo che si possano mettere sullo stesso piano detenzione negli zoo, abbattimenti indiscriminati per procacciarsi parti di un animale (corni di rinoceronte, pinne di squalo e via dicendo), allevamenti intensivi in anguste gabbie e con alimentazione malsana e forzata, mattanze industriali per scopi alimentari et similia con la tanto vituperata sperimentazione farmacologica animale che in ultima analisi persegue lo scopo di salvare vite e trattare patologie (n.b. non includo anche la sperimentazione a scopo di test di prodotti estetici e per la pulizia personale). 
Questa, evidentemente, è una mia valutazione etica e se qualcuno la ritiene arbitraria spero che avrà l'onestà intellettuale di riconoscere tale caratteristica anche a quella degli animalisti.


Punto 3 – Tutto giusto, tutto condivisibile. Resta il fatto che sulla scelta drammatica tra continuazione della vita, pur in condizioni difficili, e eutanasia l'unico deputato a prendere una decisione è l'interessato, se vigile o senziente, oppure il delegato in caso di coma o morte cerebrale, o il tutore, in caso di incapacità di intendere e volere del soggetto, del padrone, infine, se si tratta di animali.
Se una scelta del genere la si delega a stato ed istituzioni si va in cerca di grossi guai etici e morali, come successe nella Germania hitleriana dell'ausmerzen e della soluzione finale, o nella Cina postrivoluzionaria, che sopprimeva i bambini in eccesso tramite pratiche abortive coatte o addirittura sopprimendoli al momento della nascita.

Punto 4 – Abbacinante nella sua lapidaria drammaticità, questo punto delega la sua pregnanza al birignao dialettico che la illustra e si ferma prima di tirare la logica conclusione che se l'assunto è valido, ed è assolutamente valido, lo è in tutte le sue implicazioni, qualunque scelta si operi. 
Sarò responsabile di non aver “sollevato” il sistema sanitario dall'inutile peso di un malato irrecuperabile (che orribili implicazioni in questo approccio), come di aver operato al pari di un allevatore che abbatte capi per non compromettere l'intero branco a fronte di una pestilenza. 
Non se ne esce. Anche ficcare la testa nella sabbia e non prendere partito è una scelta con precise responsabilità, dunque il famoso professore si produce in una banalità, per quanto efficace nella formulazione, e ci dice, praticamente, che quando piove ci si bagna, folgorante perla della quale tutti noi lo ringraziamo.

Insomma, si ha un bel dire che il prof. Singer gode semplicemente di cattiva stampa e di pregiudizio nei suoi confronti, ma non mi sembra realmente necessario immergersi nell'esegesi dei suoi scritti, con la precisione ispirata di uno studioso del Talmud, per capire che il docente di etica intende oggettivizzare un suo sentimento, peraltro abbastanza primitivo per pulsioni ed implicazioni, al fine di imporre come necessaria, etica e scientificamente motivata la sua personale visione, finora sostenuta dalle parti più arretrate delle manifestazioni sociali umane. 

Se dovessimo individuare la parte del cerebro dalla quale più verosimilmente scaturisce l'input per questo raggelante costrutto etico e filosofico, direi senz'altro dalla parte più primordiale, quella “rettiliana”.



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