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lunedì 9 febbraio 2015

A proposito di rappresentanza politica e vincolo di mandato.

Siamo 60 milioni di persone, santiddio, spalmati su una terra lunga e stretta diseguale in tutto, nel terreno, nell'economia, nelle tradizioni, nei bisogni e nelle aspettative. Non esiste uno "sciroppo miracoloso" in grado di curare tutto, e non si può pretendere di gestire la cosa pubblica senza tener conto della complessità che ne deriva. Bisognerebbe piuttosto operare una sintesi, per quanto caratterizzata dalla propria visione, ma evidentemente per gli attorucoli che affollano la ribalta politica è cosa faticosa, che richiede costanza, applicazione, capacità d'ascolto e grande rispetto, tutte doti che non posseggono.

In questo momento di reiterate "mobilità" parlamentari la tentazione di blindare al meglio il personale politico diviene uno stucchevole leit motiv, che però puzza leggermente di carogna. Pretendere, come fa quell'analfabeta costituzionale di Grillo, di abolire il vincolo di mandato significa, nella migliore delle ipotesi, essere immemore delle "pecurialità" della dittatura fascista, così "coesa" nella sua vestigiale dimensione parlamentare, meramente consultiva, anzi no, ornamentale.

E non mi si obietti, in presenza degli effetti di una legge elettorale che ha originato il fenomeno dei “nominati”, che nel nostro caso si tratta di personale eletto.
Lo è, naturalmente, ma si tratta di un sistema che corre il rischio di avere nel suo patrimonio genetico un precedente come minimo “paternalistico”, a voler essere
molto benevoli, adottato per le elezioni politiche del 1934 ove l'elettore era chiamato ad avallare la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio del Fascismo.   
Peraltro lo doveva fare, o meno, decidendo quale delle due schede imbucare nell'urna, previo un attento controllo della sua “sigillatura” da parte degli scrutatori: quella recante un enfatico “SI” alla domanda “Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?", lasciando quella non corrispondente alla propria scelta in un'altra urna posta in cabina, oppure il contrario.     Grottesco.

E' del tutto evidente che fare scouting comprandosi, letteralmente, il parlamentare è inaccettabile sotto ogni punto di vista.    Scilipoti, Razzi e quel bel tomo di De Gregorio, con la sua tonda faccia “facciosa”, che ha pure dichiarato che Berlusconi gli offerse tre milioni per "transitare" da IDV al PdL, non possono certo deporre a favore della libertà di mandato.
Però per esempio nel caso della Binetti e di Ichino, assodato che non si fecero pagare, è del tutto evidente che il PD per loro era il posto sbagliato. Quando fecero il loro "salto", fecero anche chiarezza e sono sicuro che ne furono contenti sia chi condivideva le le loro convinzioni sia chi, come me, non vedeva l'ora che si levassero di torno.         
Tra l'altro Ichino, tornando in un PD nel frattempo diventato un partito di centro con forti sbandate a destra, ha dimostrato un certa perversa forma di coerenza. L'errore fu della direzione del partito che li candidò e degli elettori i quali, desiderosi di votare per quel partito, in regime di "nominati" si trovò a votarli di conseguenza, volendo in realtà votare per la formazione politica.

Poi c'è la questione della rilevanza del fenomeno. Io non credo che la fuoriuscita di "cittadini parlamentari" da M5S, con la sua significativa consistenza, si possa ascrivere sempre e comunque a malafede, e se è così allora è il sistema di selezione dei candidati che è stato carente. Varrebbe la pena di chiedersi se così tante defezioni si debbano imputare alle scarse qualità morali del dissenziente piuttosto che alla evoluzione della linea politica rispetto al contingente. Domandarsi se attribuirle agli innominabili appetiti dei “traditori” o a una pessima gestione del dissenso e della dialettica politica interni. Piuttosto che stigmatizzare i transfughi forse bisognerebbe porsi qualche domanda, e magari fare anche un po' di autocritica.

D'altra parte abbiamo anche il problema contrario. Il PD, in ogni evidenza, non è più quello che pretende di essere. Dunque mi chiedo: i vari Civati, Cuperlo, Fassina e compagnia cantante, che ci fanno ancora lì?
Rimanendo nel partito, pur criticamente, ma con inesistenti probabilità di incidere sulle scelte politiche, non finiscono forse con l'avallare un percorso che non condividono e che, per di più, è incompatibile con le ragioni e gli intenti di chi a suo tempo li votò?

Il vincolo di mandato, in definitiva, rischia di essere la classica toppa peggiore del buco. E quando hai riempito le camere di obbedienti pigiatori di bottoni, che non si discostano di un millimetro da quello che dice il capo, o dalle indicazioni di una base elettorale costantemente in ritardo rispetto alla dinamica parlamentare, e comunque consultata nella misura del 2,2% del totale, che hai ottenuto? Tanto varrebbe a
llora mandare tutti a casa e costituire una sorta di direttorio (ancora 'sta parola) costituito dai segretari di partito.
Mettere su un sistema dove su 100 voti il Segretario "A" ne avrebbe 25, perché il suo partito ha preso un quarto dei voti, il segretario "B" ne avrebbe 12, pari alla sua percentuale di voti, e via di seguito, fino ad attribuirli tutti.
Risparmieremmo certamente un sacco di soldi, ma non sarebbe più democrazia. La ricchezza di valutazioni nei riguardi di un determinato problema e la rappresentanza delle istanze dei vari territori verrebbero a mancare completamente.

Non è certo facile fare la cosa giusta, e lo è ancor meno in presenza di corruzione morale e mancanza di valori. E' quello il nostro più grande problema e, per come la vedo io, solo se ogni cittadino si mobilitasse prendendosi la responsabilità e il disturbo di non delegare più allora potremmo sperare in una rinascita.

Ma nel frattempo cerchiamo di smetterla di pasticciare con la Costituzione. Chi la redasse, a dispetto delle acide ciance su presunti compromessi al ribasso, lo fece con cognizione di causa e con ben presenti gli effetti della mancanza di democrazia.    Certo che vi furono punti di mediazione, ci mancherebbe. Non siamo e non eravamo un paese costituito solo da chierichetti devoti alla Madonna pellegrina di De Gasperi o, al contrario, da “mangiatori di bambini” trinariciuti e al soldo di Mosca.      Comunque ha funzionato abbastanza bene ed i problemi, guarda un po', li abbiamo sempre avuti quando non l'abbiamo rispettata.

lunedì 2 febbraio 2015

Ma che accidenti è 'sta satira alla fine?

Nella mia pagina Facebook ho “depositato”, relativamente alla provocazione iraniana del concorso di vignette sulla negazione dell'olocausto, questo commento:

A suo tempo, ho evitato di dichiarare "je suis Charlie" in quanto, pur condannando i terroristi in quanto autori di una mattanza e araldi dell'intolleranza fondamentalista, ho espresso più di una critica su un certo modo di fare satira, che spesso viene confusa con la mancanza di rispetto e considerazione delle altrui sensibilità. Dunque ora sono a posto, posso esprimere la mia critica verso questa provocazione iraniana senza contraddirmi.


Quanti però ora si sentiranno di approvare, per coerenza, questo "concorso"? Quanti si toglieranno il "je suis Charlie" per sostituirlo con un "אני שלמה" (io sono Shlomo)?”



Per essere sicuro di mettermi nei guai, l'ho postato anche nel sito dell'Huffington post, in calce all'articolo che tratta la notizia e, come mi aspettavo, sono stato subito rimbeccato. Un concitato signore mi scrive:


spero che nemmeno uno si tolga il " je suis Charlie," perché sicuramente non hai ancora capito che, un fatto è la libertà di satira, ma un altro fatto, ben più grave, è negare l'olocausto, che siano vignette oppure no. Non è libertà di fare vignette satiriche, in quel caso avrebbero chiesto un concorso per la presa in giro degli Ebrei, e motivi ne potevano trovare tanti, ma chiederlo per l'olocausto è da infami oltre che nazisti, e tu sostenendo quella tesi mi pare che ti contraddici anche molto !!!!!!


Sono ormai un signore d'età e può benissimo essere che io abbia fatto un pochino di confusione, ma non mi pare proprio di aver stabilito gerarchie del male, come mi sembra evidente abbia fatto il mio impaziente critico, casomai il contrario.

Ho replicato cercando di chiarire meglio e ho avanzato l'ipotesi che il succo del mio discorso non fosse stato colto.

Il dibattito su cosa sia la satira e sulla necessità di porvi dei limiti o di non prevederli del tutto è antica e ben lontana dall'essere conclusa, dato che i livelli discrezionali sono enormi e che sono coinvolti aspetti etici, morali, politici e chi più ne ha più ne metta.


Io banalmente parto dalla vecchia, ma sempre valida massima che dice che i limiti della mia libertà sono definiti dalla libertà altrui, e dunque, nel caso specifico, non posso prescindere dalla valutazione comparata dei valori miei e degli eventuali bersagli della mia ironia e mettere a fuoco le componenti del sistema di riferimento che desidero colpire.


Ecco perché sono fermamente convinto che mettere in una vignetta la Madonna a gambe aperte o definire il Corano una "merda" non è satira, è provocazione ed esercizio di una superiorità morale autoattribuita e non dimostrata. 


Satira sarebbe, piuttosto, denunciare le numerose contraddizioni di chi si arroga la capacità esclusiva dell'interpretazione del sacro, smerdare il prete e non il simbolo, ma forse non è abbastanza grossolano da essere compreso al volo.



Anche la sottovalutazione, anzi il “non pervenuto”, del mio disgusto per le tesi negazioniste mi risulta incomprensibile se non vedendolo come strumentale alla manichea confutazione della mia tesi. Ho esternato questa mia valutazione e, ovviamente, sono stato subito rimbeccato ancora più assertivamente con questa straordinaria obiezione:

“chi crede che Charlie, con la sua satira, offende i mussulmani, oppure con vignette sui cattolici, offende tutti i cattolici, di fatto crede che i mussulmani , tutti, e che i cattolici, tutti, sono degli stupidi, e dicendo questo crea un danno culturale immenso... chi vuole capire capisca, Saluti”. Decisamente non mi sono fatto un amico, anche se, considerato il disordine delle sue costruzioni mentali, non posso certo dire di esserne dispiaciuto.


Mi pare del tutto evidente come non sia necessario offendere tutti i cattolici, i musulmani o buddisti o animisti, per mancar loro di rispetto, basta farlo con alcuni di loro, così come per martoriare il popolo ebreo non è stato necessario trucidarne tutti i rappresentanti, è bastato farlo con una bella fetta di loro, e sarebbe stato troppo anche farlo con uno solo. Quello che non mi sembra sia stato capito è che io ne faccio una questione di principio e non di bersaglio. perché altrimenti dovrei dire che la stessa azione è giusta o sbagliata a seconda di chi la piglia in saccoccia. 

Io sono convintamente agnostico, dunque dovrei infischiarmene altamente di come vengono trattati i simboli sacri di qualsivoglia religione, invece ogni volta che vedo certi atteggiamenti noncuranti, o lucidamente offensivi mi arrabbio perché mi metto automaticamente nei panni di chi li subisce. Se qualcuno facesse vignette volgari sui partigiani o su qualsiasi altra cosa cui io tengo in maniera particolare mi adirerei moltissimo. Certo se qualcuno piglia d'aceto per la presa in giro delle sue contraddizioni allora il problema è suo. Una bella vignetta sui preti pedofili non è colpire un valore, ma chi quel valore l'ha tradito e calpestato. C'è una bella differenza.

La presunzione di chi decide unilateralmente cosa è inviolabile e cosa no è mancanza di rispetto e considerazione, e anche arbitrio e prevaricazione.     Quando la riscontro a me girano gli zebedei perché è del tutto evidente che chi la opera si rivolge a chi è devoto, e onesto nella sua devozione, e gli dice: "guarda io con i tuoi simboli mi ci pulisco il culo e vedi bene di non replicare, cazzone fondamentalista". Ne più ne meno.

Però se qualcuno pensa che sminchionare i credenti sia commendevole, dovrebbe non storcere il naso di fronte alla negazione della shoa. Non ci sono principi etici e morali ad assetto variabile, e anche la coerenza è cosa piuttosto esigente sotto il profilo logico. Però bisogna decidersi.

Detesto Grillo e i suoi "fiduciari", ma non necessariamente i "grillini".

Chi avesse avuto la ventura di seguire i miei post ed i miei commenti sui social network, e su questo stesso blog, non può non aver visto quanto io sia critico con M5S. Lo sono anche con Renzi e Berlusconi; il primo perché ha devastato un partito al quale, pur tra molte perplessità, avevo dato il mio voto, convinto come ero - che dio mi perdoni - che fosse il compromesso più accettabile tra i miei desideri e lo stato di fatto delle cose, il secondo perché lo ritengo responsabile del tracollo della decenza civica e dello “sdoganamento” delle componenti più retrive della nostra società.     Ma è nei confronti di Grillo che io ho l'avversione più emotiva e implacabile, poiché lo ritengo il dilapidatore di un prezioso sentimento di rivincita morale, lo strumentalizzatore del civile sdegno dei miei concittadini, che mi sono fratelli e sorelle, e con i quali condivido riprovazione e disgusto per lo stato indecente della nostra democrazia.

In realtà penso che Grillo, M5S, “cittadini parlamentari” e simpatizzanti vadano valutati separatamente e che talvolta, anche all'interno delle singole ripartizioni, sia necessario operare distinguo.      Del resto la nascita del movimento, le ragioni per le quali si è verificata e l'ampiezza stessa delle tipologie di matrici culturali e politiche che hanno risposto alla chiamata sono gli elementi di un fenomeno complesso, che non si può liquidare senza distinguere.
Purtuttavia il carisma di Grillo, la sua debordante personalità e il controllo ferocemente leninista che esercita sulla sua creatura rendono questa distinzione faticosa e spesso fonte di equivoci.

Ho potuto “apprezzare” la notevole disinvoltura di Grillo fin da prima che si buttasse in politica, rendendomi conto che la sua forte e impaziente assertività corrispondono alle sue esigenze dialettiche e comunicative e non, necessariamente, alla verità. Come dico sempre, Grillo dice quello che vuole, quando vuole e nei termini più funzionali ai suoi scopi, anche a costo di stravolgere i fatti.       

Grillo non dovrebbe essere il tema centrale, mentre dovrebbe esserlo il movimento, ma non si può comunque prescindere da lui. La sua cifra è messianica, e dunque è difficile essere realmente "laici" se prendi come riferimento la sua creatura, e laddove ci riesci vieni epurato.
Quando esprimo una critica, in genere, i miei numerosi amici “grillini” non mi contestano nel merito, ma si affannano a comparare l'adamantino spirito di servizio dei pentastellati con la disonestà morale ed intellettuale dei politici di lungo corso del resto del panorama politico. Se non sono amici allora mi ritrovo arruolato tra le truppe cammellate dei ladri e dei collusi, colluso a mia volta, che altro se no? Le posizioni verso il movimento sono digitali, on oppure off, e per essere off ci vuole veramente poco.

Superiori qualità morali dunque, ed è incontestabile, ma bastano? E' sufficiente rimanere virtuosi tra ladroni? I grilliani hanno fatto molte proposte nel consesso parlamentare, moltissime condivisibili, e hanno lavorato seriamente nelle commissioni, ma non hanno mai fatto realmente la differenza. Privilegiando la preservazione del distacco morale si sono accontentati di attestare la propria "superiore virtù". Una cosa che fecero anche i radicali, a suo tempo, divenendo incisivi solo quando si allearono con altri per far passare divorzio e aborto, con ciò correndo i rischi che la parte migliore del movimento non vuole correre.

La parte peggiore invece (Grillo, i suoi kapò del “direttorio” e gli occhiuti “commissari politici” accortamente disseminati tra il popolo pentastellato) ha fatto di tutto per assicurarsi che il PD prendesse la piega che ha preso, assicurandosi che le fosche profezie si avverassero, con poco sforzo peraltro visto che il PD ha entusiasticamente collaborato.     Non si fidavano di Bersani? Ne parleremo per anni, rimanendo ciascuno irremovibile nella sua convinzione, ma penso realmente che, per un attimo, ebbero la possibilità vera di gettare sabbia negli ingranaggi, e che vi hanno consapevolmente rinunciato, inseguendo un successo elettorale che, sfrangiandosi il movimento, si allontana ora sempre di più.

Mi sono ritrovato a fare una distinzione precisa tra chi sfodera magari una notevole insofferenza, sgradevole ma sostanzialmente in buonafede, e chi invece è proprio autoritario e fondamentalista, quando non in malafede.    I primi sono tanto disgustati da avere la necessità che la grande bugia di Grillo funzioni e sia vera.       Gli altri hanno solo bisogno che l'universo si conformi alla loro visione, perché non amano la complessità che deriva da un parere diverso.          Io mi sento più vicino ai primi, ma non riesco a nutrire la loro stessa fiducia in Grillo e nella sua creatura.