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martedì 10 settembre 2013

Osanna, la guerra è rimandata.

La Russia di Putin ha bellamente battuto in manovra gli USA di Obama, del resto le capacità diplomatiche medie americane, storicamente, non sono mai state adeguate al rango che quel paese ricopre. 
La loro cifra è sempre stata il modello "straniero, questa città è troppo piccola per tutti e due" di fordiana (da John Ford, quello di Ombre Rosse) memoria. 
Ringrazio comunque il cielo che al n. 1600 di Pennsylvania Avenue in questo periodo risiedesse il buon Barak. Vi immaginate se vi fosse stato ancora uno dei Bush? I bombardamenti sarebbero già storia.

Putin ha lanciato un'iniziativa che disgusta solo gli insorti, che contavano di poter dare in appalto, a terzi, la bastonatura di Assad. 

Tutti gli altri tirano un sospiro di sollievo, i francesi, prigionieri delle loro parole, gli inglesi cui il fatto di non aver seguito il loro miglior alleato USA pesava assai, l'Europa che avrebbe scontato la vicinanza ad un conflitto incontrollabile, gli israeliani ai quali l'arsenale chimico di Assad ha sempre turbato il sonno, i turchi che proteggono il loro ruolo di potenza regionale e che con la Siria hanno una lunga storia di vertiginosi alti e bassi.

Non so se i siriani, quelli presi in mezzo tra governativi ed insorti di varia specie, si accorgeranno di essersi risparmiati i tomahawk statunitensi, intenti come sono a beccarsi tutto il resto, e neanche so se i libanesi, che alla Siria e all'Iran, devono la dissoluzione della loro nazione e lo stato di continua precarietà che li affligge, giubileranno per lo scampato pericolo dei loro aguzzini.
Ridono, sotto i baffi, Cina e Russia per essere riusciti a muovere con profitto i loro pezzi sullo scacchiere mondiale del confronto con gli USA.

Tira un sospiro di sollievo Obama perché, essendosi chiuso il pisello nella zip dei pantaloni, si è reso conto che qualcosa doveva fare, ma che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata dolorosa. Si è anche reso conto di doversi appropriare di parte dei meriti dei russi che, a suo dire, se non fossero stati minacciati non avrebbero costretto Assad al compromesso. Ha anche riconosciuto al suo Congresso un diritto che decine di suoi predecessori avevano negato, e cioè il diritto di avere voce in capitolo negli interventi armati, un diritto che i precedenti presidenti si erano sempre gelosamente riservati. Un vero e proprio autogol in politica interna, il presidente americano è ora meno potente. Meglio così naturalmente, ma Obama verrà maledetto da tutti i suoi successori.

Ridono anche gli antiamericani in servizio permanente effettivo, anche se questa vittoria significa reggere la coda ad un dittatore (ereditario) sanguinario e rapace.
Piangono i sostenitori degli insorti, serenamente inconsapevoli (o colpevolmente noncuranti) del fatto che questi ultimi sono infestati da integralisti islamici, predoni e malavitosi di varia natura, assassini e torturatori tanto quanto i governativi.

Prendere posizione in questo distillato di doppiezza levantina e cruda realpolitik è impossibile senza sporcarsi le mani. Ci sentiamo tutti dunque sollevati per lo scampato (ma solo rimandato, sia chiaro) pericolo, ma forse perché sentiamo le nostre terga più al sicuro, non perché sia stata fatta giustizia di qualcosa.