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giovedì 14 novembre 2013

Il Festival dei Diritti a Pavia - 7ª edizione

Come ogni anno il CSV (Centro Servizi Volontariato) di Pavia ha promosso il Festival dei Diritti, giunto alla sua settima edizione e che terminerà il 30 novembre 2013.   Il tema di quest'anno è la "responsabilità", un concetto ampio che il CSV tenta, con successo mi pare, di definire come segue:


Essere responsabili significa impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. La responsabilità può essere definita come la "possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione".

Molte delle associazioni di volontariato attive nella Provincia di Pavia contribuiscono allo svolgimento del Festival presentando iniziative, promuovendo eventi e declinando il concetto di responsabilità secondo il proprio taglio e la propria attività istituzionale.

Anche l'Associazione Filippo Astori con la quale collaboro da tempo, e di cui sono socio, ha proposto, in data 9/11 presso la Nuova Libreria Il Delfino in Piazza Cavagneria, 10 in Pavia, un evento nel quale il tema della responsabilità è stato declinato così:

Il concetto di responsabilità è assolutamente cruciale e definisce in qualche modo quello che siamo e la cultura di cui siamo espressione.
Contempla il fatto di essere all'interno di un processo e di una comunità, costituisce la camera di compensazione tra diritti e doveri e ci ricorda che la rete che ci relaziona con gli altri è biunivoca. In altre parole il mio diritto a poter fruire di qualcosa deriva dal fatto che qualcuno, da qualche parte, assolva i suoi doveri. L'esercizio armonico e consapevole di questi elementi è quello che definiamo responsabilità

Sono in debito con Stefano Borsani, del PIME di Milano, il quale mi ha
suggerito  l'idea dei medaglioni e della stretta correlazione tra diritti e
doveri.   La povertà dell'aspetto grafico non è a lui ascrivibile.
Se prendiamo le iniziali, identiche, delle due parole, doveri e diritti, quindi una D maiuscola e le mettiamo insieme, disposte a specchio, otteniamo una sorta di medaglione che ci definisce integralmente.
Se noi prendiamo questo medaglione e lo sovrapponiamo parzialmente ad un altro, quindi se prendiamo la nostra persona e la sovrapponiamo ad un'altra, vediamo chiaramente che la D dei nostri diritti si interseca con la D dei doveri di chi ci segue, mentre il contrario avviene con chi ci precede. 
Questo tipo di relazione è una catena lunga 7 miliardi di medaglioni, quindi di persone. Se anche in un solo punto questa catena si interrompe significa che da qualche parte qualcuno non vede rispettati i propri diritti a causa di qualcun altro che non assolve i propri doveri. L'integrità della catena è compromessa e gli effetti di questa discontinuità si ripercuotono, amplificandosi, lungo tutta la sua estensione.

Spesso non ci rendiamo conto di quanto sia lungo ed esteso il filo che ci collega ad altre situazioni e come queste situazioni siano, alla fine, costituite da individualità.
Facciamo un piccolo esempio. Noi tutti ci rechiamo periodicamente presso un supermercato per fare la spesa. Da qualche anno gli orari di apertura dei supermercati sono enormemente dilatati ed anche il numero di giorni di apertura è aumentato molto sensibilmente. Il fatto di poterci recare, alle 21,00 di una domenica qualsiasi, presso il punto vendita xy, e di poter comprare tutto quello che ci serve a prezzi competitivi, è molto comodo e rassicurante. Quanti di noi però si ricordano che tale agibilità è ottenuta sottoponendo i lavoratori di quel supermercato a turni e orari molto spesso disagevoli e che i loro giorni di riposo danzano avanti e indietro lungo la settimana? Le loro famiglie quali ricadute possono avere a seguito di questa libertà d'accesso? Questa libertà la viviamo come acquisita e la consideriamo come una sorta di diritto, ma quanto siamo abituati a considerare che è garantita dal dovere, e da un certo grado di disagio (in alcuni casi di sfruttamento), di qualcun altro?

Ma non è finita qui, una volta entrati nel supermercato ci dirigiamo verso il reparto ortofrutta e ci compriamo un po' di pomodori, rallegrandoci del prezzo molto conveniente, attorno ai 50 centesimi al kg.
Ma questo prezzo al punto vendita presuppone un prezzo al punto raccolta ancora più basso. Che ne è del profitto dell'agricoltore? Quali decisioni deve prendere per non rimetterci? La prima cosa che viene in mente sono le schiere di immigrati (clandestini per lo più) utilizzati come braccianti e che vengono trattati al pari di schiavi. Questi disgraziati sopportano lunghissime giornate di lavoro massacrante per pochi soldi, taglieggiati da "caporali" che si prendono tangenti sulla loro magra paga, rivendono loro cibo, bevande e posti letto di infima qualità ed a prezzi assurdi lasciandoli, alla fine, con pochi spicci e con la prospettiva di pestaggi selvaggi alla minima lamentela. La disponibilità di una manodopera così “conveniente” non sarebbe neanche ipotizzabile se questi immigrati, su cui si scatenano periodicamente campagne di stampa, pubblico ludibrio ed ipocrisie di varia natura, non si trovassero nella condizione di dover emigrare.

Noi abbiamo mungitori Sikh, braccianti romeni, pizzaioli e imbianchini egiziani, ambulanti senegalesi, ogni tipo di etnia e di cultura, tutti appostati in impieghi generalmente subalterni, di basso profilo e retribuzione conseguente.
Molte di queste persone provengono da condizioni di precarietà e povertà, altri sono sfuggiti, con i soli abiti che indossano e talvolta con pochi e miseri effetti personali, da guerre, stragi, pulizie etniche. Situazioni che fanno loro ritenere preferibili i disagi e le umiliazioni di un lungo viaggio e la collocazione precaria all'interno di comunità, come la nostra, che tendono a ritenerli corpi estranei, talvolta pericolosi, sempre alieni.
Tutte cose che, solo una generazione fa, pativamo a nostra volta con i nostri nonni, padri e zii disseminati in mezza Europa, in Australia e nelle Americhe, cosa di cui pare ci siamo dimenticati.

Quanti di noi sanno che tutti i nostri gadget elettronici, cellulari, tablets, computers e lettori mp3 dipendono da un approvvigionamento abbondante e conveniente del cosiddetto coltan, contrazione di columbo-tantalite? Quanti sanno che, per esempio, alcuni dei giacimenti più ricchi sono situati nella Repubblica Democratica del Congo? Quanti sono a conoscenza del fatto che questa, che dovrebbe essere una ricchezza, costituisce invece una maledizione?
Cito quanto dice Wikipedia:
Il valore commerciale del tantalio è molto elevato e, di conseguenza, anche una bassa produzione, come quella congolese, può fornire elevati proventi economici.
Con l'aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Un'area particolarmente interessata è la regione congolese del Kivu (sul confine centro-orientale della Repubblica Democratica del Congo) e i due stati confinanti, Ruanda e Uganda; gli intermediari che trattano la vendita del coltan in questi due paesi si approvvigionerebbero, infatti, dai giacimenti minerari congolesi.

I proventi del commercio semilegale di coltan (così come di altre risorse naturali pregiate) attuato dai movimenti di guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questi territori. Tuttavia, il fatto che gruppi armati o comunque non rappresentanti società statali e industrie, si impossessino del minerale e lo vendano con grossi introiti ad acquirenti principalmente occidentali od asiatici non costituisce di per sé un reato in nessuno dei tre stati interessati, rendendo più controversa la situazione. All'acquisto di columbo-tantalite congolese si sarebbero interessate, come intermediarie, anche organizzazioni criminali europee ed asiatiche dedite al traffico illegale di armi, che verrebbero scambiate con il minerale.
Si potrebbe obiettare che se sono i congolesi stessi a combattersi tra di loro, con l'entusiastica partecipazione di Ruanda e Burundi, che pure sono reduci da atroci guerre civili, noi, in quanto occidentali, centreremmo poco o niente. Siamo sicuri? Chi rifornisce e foraggia questi gruppi armati? Chi, in ultima analisi ha interesse a che non si costituiscano nella regione forti interessi nazionali organizzati che potrebbero trattare con gli utilizzatori finali del minerale condizioni più vantaggiose per chi lo estrae?

Si potrebbe andare avanti a lungo citando casi del genere, ma non è strettamente necessario. Non si pensi tuttavia che si stia qui, con il dito indice puntato e vibrante di sacra indignazione, a lanciare rimproveri per un cinismo che, spesso, è inconsapevole e deriva da semplice ignoranza.
Quello che si vuole significare è che i torti e le storture sono tanti e diffusi e che spesso sono perpetuati, oltre che dal cinismo e dal tornaconto di grossi interessi costituiti, anche dalla non consapevolezza di noi gente comune, che non ci poniamo il problema di conoscere e comprendere alcuni meccanismi.
Noi non dobbiamo farci cogliere da inutili sensi di colpa e, neanche, coltivare imbarazzanti deliri di onnipotenza. I mali del mondo non sono una nostra personale responsabilità e molto difficilmente potremmo coltivare la speranza di essere, in qualche modo risolutivi, ma dobbiamo sforzarci di superare la nostra ignoranza, di comprendere la relazione tra diritti e doveri individuali e quindi in che cosa consiste la nostra responsabilità, quali sono i limiti che la contraddistinguono e quale importanza e peso questa responsabilità e la consapevolezza che ne consegue, unite a quella di chi ci sta intorno, possono avere.

Uno dei primi passi da compiere in questa direzione consiste nel conoscere le culture e le situazioni, fare in modo che le cose non rimangano a lungo sconosciute e, perciò, minacciose o ben impacchettate dentro una ragnatela di pregiudizi; gli arabi infidi, gli zingari ladri e, tanto per fare un esempio che ci riguarda, gli italiani mafiosi.

Trovare i punti in comune con altre genti e culture significa riscontrare quanto, in fondo, “funzioniamo” allo stesso modo, quanto siano sovrapponibili le motivazioni e gli scopi che ci muovono. Tutti, alla fine, cerchiamo di soddisfare gli stessi identici bisogni fondamentali, nutrirsi, curarsi, crescere i propri figli, assicurare a se stessi, alla famiglia, alla propria comunità un certo grado di benessere ed autosufficienza.

L'Associazione Filippo Astori ha interpretato questa necessità di riconoscimento di se stessi negli altri attraverso uno dei bisogni fondamentali, quello di nutrirsi. La via prescelta è stata la pubblicazione di un ricettario che, operando l'associazione in Tanzania, raccoglie ricette rappresentative di ogni parte dell'Africa.

Si tratta certo di un'iniziativa destinata a raccogliere fondi, ma anche a fornire una “chiave di lettura” di culture lontane, ma che spesso danno risposte sorprendentemente simili alle nostre, oppure che ci possono fornire spunti interessanti da esplorare a nostra volta.

La penisola italiana, così lunga e stretta, e i retaggi culturali di cui siamo portatori, così vari e complessi, dovrebbero renderci particolarmente ricettivi ai contributi esterni. Scoprire poi che, in fondo, un contadino ugandese si nutre praticamente come il suo omologo bergamasco, o veneto, avendo come piatto tradizionale una polenta, o che le innumerevoli pietanze a base di verdura, pur se aromatizzate da spezie per noi inusuali, possono trovare echi presso la nostra tradizione culinaria, non potrà far altro che prendere quelle genti, che spesso sono per noi delle ombre sullo sfondo di qualche reportage o i soggetti di titoli giornalistici variamente inquietanti, e farle diventare delle persone umane che vivono, soffrono ed hanno passioni e reazioni uguali alle nostre.

Nel momento in cui le vediamo come persone, le vediamo anche come portatori di diritti e doveri, proprio come noi. Sono anche loro come quei medaglioni di cui si parlava all'inizio e, se abbiamo un minimo di onestà intellettuale, non possiamo allora fare a meno di rapportarci a loro mediante quel collante potente che è la responsabilità.


Il libro "Ricette africane" si può ordinare:
- scrivendo una mail a info@filippoforever.it
- inviando un sms al 340-0564592

oppure lo si può reperire direttamente presso:
- la Nuova Libreria il Delfino - Piazza Cavagneria 10 - Pavia
- il CSV Pavia - via Bernardo da Pavia 4 - Pavia
La Bottega il Girasole - frazione Chiavica-Frua, Travacò Siccomario (PV)
- La Libreria del Sole - via XX settembre 26 - Lodi


martedì 10 settembre 2013

Osanna, la guerra è rimandata.

La Russia di Putin ha bellamente battuto in manovra gli USA di Obama, del resto le capacità diplomatiche medie americane, storicamente, non sono mai state adeguate al rango che quel paese ricopre. 
La loro cifra è sempre stata il modello "straniero, questa città è troppo piccola per tutti e due" di fordiana (da John Ford, quello di Ombre Rosse) memoria. 
Ringrazio comunque il cielo che al n. 1600 di Pennsylvania Avenue in questo periodo risiedesse il buon Barak. Vi immaginate se vi fosse stato ancora uno dei Bush? I bombardamenti sarebbero già storia.

Putin ha lanciato un'iniziativa che disgusta solo gli insorti, che contavano di poter dare in appalto, a terzi, la bastonatura di Assad. 

Tutti gli altri tirano un sospiro di sollievo, i francesi, prigionieri delle loro parole, gli inglesi cui il fatto di non aver seguito il loro miglior alleato USA pesava assai, l'Europa che avrebbe scontato la vicinanza ad un conflitto incontrollabile, gli israeliani ai quali l'arsenale chimico di Assad ha sempre turbato il sonno, i turchi che proteggono il loro ruolo di potenza regionale e che con la Siria hanno una lunga storia di vertiginosi alti e bassi.

Non so se i siriani, quelli presi in mezzo tra governativi ed insorti di varia specie, si accorgeranno di essersi risparmiati i tomahawk statunitensi, intenti come sono a beccarsi tutto il resto, e neanche so se i libanesi, che alla Siria e all'Iran, devono la dissoluzione della loro nazione e lo stato di continua precarietà che li affligge, giubileranno per lo scampato pericolo dei loro aguzzini.
Ridono, sotto i baffi, Cina e Russia per essere riusciti a muovere con profitto i loro pezzi sullo scacchiere mondiale del confronto con gli USA.

Tira un sospiro di sollievo Obama perché, essendosi chiuso il pisello nella zip dei pantaloni, si è reso conto che qualcosa doveva fare, ma che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata dolorosa. Si è anche reso conto di doversi appropriare di parte dei meriti dei russi che, a suo dire, se non fossero stati minacciati non avrebbero costretto Assad al compromesso. Ha anche riconosciuto al suo Congresso un diritto che decine di suoi predecessori avevano negato, e cioè il diritto di avere voce in capitolo negli interventi armati, un diritto che i precedenti presidenti si erano sempre gelosamente riservati. Un vero e proprio autogol in politica interna, il presidente americano è ora meno potente. Meglio così naturalmente, ma Obama verrà maledetto da tutti i suoi successori.

Ridono anche gli antiamericani in servizio permanente effettivo, anche se questa vittoria significa reggere la coda ad un dittatore (ereditario) sanguinario e rapace.
Piangono i sostenitori degli insorti, serenamente inconsapevoli (o colpevolmente noncuranti) del fatto che questi ultimi sono infestati da integralisti islamici, predoni e malavitosi di varia natura, assassini e torturatori tanto quanto i governativi.

Prendere posizione in questo distillato di doppiezza levantina e cruda realpolitik è impossibile senza sporcarsi le mani. Ci sentiamo tutti dunque sollevati per lo scampato (ma solo rimandato, sia chiaro) pericolo, ma forse perché sentiamo le nostre terga più al sicuro, non perché sia stata fatta giustizia di qualcosa.

lunedì 29 aprile 2013

Le stragi della solitudine


Il ferimento dei due carabinieri in servizio davanti a Palazzo Chigi, avvenuto mentre il neonato governo Letta prestava giuramento, sembra tirato fuori di peso dalla cronaca USA.    Proprio da quel paese infatti, e fin da tempi remoti, provengono con sconcertante regolarità notizie di ripetuti atti di solitaria follia, di persone che, in preda a disperazione o persi in qualche delirante complesso di persecuzione, si armano e urlano il proprio malessere uccidendo innocenti ed inermi che hanno la sola colpa di trovarsi nel luogo e nel momento sbagliati.

Il primo evento di questo tipo di cui ho memoria risale al 1966, quando un certo Charles Withman, studente ed ex Marine, si chiuse nella torre dell'orologio del campus di Austin nel Texas e sparò con un fucile, ammazzando 16 persone e ferendone 30 prima di venire ucciso a sua volta dalla polizia. La notte precedente il massacro Whitman aveva ucciso sua moglie e sua madre. Da allora tragedie di questo tipo si sono ripetute con sconsolante frequenza, Columbine, Virginia Tech, il massacro di Aurora, la sparatoria di Tucson e potrei andare avanti ancora per un bel pezzo.


Ho spesso pensato che questa tipologia di azione trovasse il suo habitat naturale negli USA perché quel paese, oltre ad avere una legislazione assurdamente liberale in fatto di armi da fuoco, è storicamente denotato da un individualismo estremo e fortemente ideologico, un luogo ove la solidarietà tra individui e di classe ha una fama cattiva e in odore, sulfureo per i timorati americani, di socialismo, qualcosa da cui rifuggire e da aborrire.

La società americana tiene in gran conto la volitiva volontà di successo, l'eroica dimensione del self made man che affronta impavido le difficoltà, senza “piagnistei” e parassitarie richieste di aiuto. Un contesto dove, oltretutto, la non riuscita è vista come una colpa esclusivamente personale dovuta, prioritariamente, alla propria carente umanità, un fallimento del proprio modo di essere. Il tutto in un ambiente fortemente competitivo, dove la pressione raggiunge livelli estremi e che affronti in estrema solitudine. Se ce la fai comunque ti indurisci, rinunci a gran parte dei tuoi residui sentimenti di compassione e paghi un prezzo rilevante in termini di stress e di qualità della vita. Se non reggi ti ritrovi escluso da tutto e tutti, colpevolizzato per le carenze tue e della società in cui operi.
Isolato, percosso crudelmente dal discredito sociale, di cui sei il primo e più convinto interprete, hai poche alternative, scivoli in qualche dipendenza, ti suicidi o infine ti armi e, in preda al tuo cupo delirio, ammazzi chi ti sta intorno, sconosciuti ed affetti, senza alcuna distinzione.

La nostra società è molto differente, perché dunque fatti riconducibili alla cronaca statunitense diventano anche da noi sempre più frequenti? Palazzo Chigi, l'omicidio/suicidio al palazzo della Provincia di Perugia, la bomba all'istituto Morvillo e Falcone di Brindisi, sono tutti fatti che testimoniano del crescente sentimento di impotenza ed isolamento della gente di fronte alle difficoltà. Per quale ragione assistiamo all'intensificazione di questi fatti criminosi?

Da noi le suggestioni liberiste che informano l'immaginario e l'etica americani, ancorché sfacciatamente propagandate da un berlusconismo in realtà ben lontano da quei canoni, non sono native. E' per questo che, da vent'anni a questa parte, è stato messo in atto un “piano B” di una certa efficacia. Un piano di lungo corso che, da una parte ha attaccato, ridicolizzandole o attribuendovi presunti “insostenibili” costi sociali, le istanze solidaristiche tradizionali, l'associazionismo laico o cattolico e pressoché tutte le forme di welfare, dall'altra ha messo nell'angolo i sindacati, con particolare riguardo alla CGIL, ed i partiti che promuovevano la coesione sociale mediante messaggi e comportamenti socialistizzanti.

Un individuo isolato è più malleabile e permeabile ad una propaganda che lo preferisce consumatore piuttosto che interlocutore, suddito piuttosto che cittadino. Tutti abbiamo assistito impotenti al costante processo di svuotamento del senso di comunità e dell'attaccamento a determinati valori di solidarietà. La squassante crisi che ci sta tormentando ha fatto il resto.

La gente, ridotta all'angolo, senza più risorse, senza più prospettive, vittima anche dei propri limiti, enfatizzati dall'isolamento e dall'egoismo sociale così efficacemente propagandato, è disperata e, sempre più frequentemente, perde l'equilibrio e scivola nel delirio omicida ed autolesionista.

Ora tutti si affannano ad individuare le colpe oggettive di questi fatti che, ovviamente, risiedono sempre altrove; l'ululante Grillo, il dito medio di Gasparri, l'opera corruttiva del berlusconismo, i partiti che tradiscono le aspettative degli elettori, le pretese di un'Europa teutonica e cinica. Ce n'è per tutti, accomodatevi, io la mia scelta l'ho già fatta, come si intuisce da quello che ho scritto poco sopra, ma a dispetto del sicario che riteniamo di poter individuare un fatto solo non cambia: siamo sempre più soli ed isolati di fronte alla fatica di vivere, una fatica che si è appesantita enormemente negli ultimi anni.

Dobbiamo tornare a sentirci parte di una comunità, comprendere che non dobbiamo affrontare la protervia e lo sfruttamento isolati, ma congiuntamente. Ci hanno indotti a ritenere che rivendicare i nostri diritti fosse sbagliato e desueto, che i nostri diritti non esistessero, ma non è così.

Una mano ci sta tenendo la testa sott'acqua, dobbiamo allontanarla.


lunedì 22 aprile 2013

Guardiamo avanti?


Lasciamo passare del tempo. Quando il PD avrà consumato il suo funerale emergendone purificato e senza certi tristi figuri, come mi auguro, o diventando una DC in sedicesimo ininfluente ed accattona, come è possibile, allora potremo vedere chiaramente anche le responsabilità che ha M5S, perché le ha e piuttosto pesanti anche.
E non serve a nulla dire che il PD ha fatto tutto da solo. E' vero e sacrosanto, lo sfascio lo hanno costruito in lunghi anni di suicida costanza degna di miglior causa, ma M5S ha lucidamente agito per togliersi di torno l'unico competitor che sentiva di avere, predisponendosi ad accogliere un popolo di sinistra in piena diaspora.

La base PD però, dopo aver preso atto del disastro ed aver accollato le colpe a chi le ha (la dirigenza tutta) individua anche le responsabilità oggettive di M5S. Un movimento che, tra provocazioni e marce indietro (se votate Rodotà si aprono le praterie del governo, no non è vero, intendevamo dire altro e via smentendo), cunei perfidamente infilati nelle contraddizioni del PD e spocchiose rivendicazioni di una purezza ancora da sottoporre a stress test, ha lucidamente tolto di torno un concorrente diretto. Un gioco di successo, e il fatto che provenga da una parte con la quale si condivide una porzione di patrimonio genetico rende il tutto più doloroso.

Una manovra che però credo non avrà tutta l'efficacia attesa e che per il momento ha consentito al trionfante Berlusconi, di fatto e molto più efficacemente del PD “inciucista”, comunque di concerto con quest'ultimo, di conseguire i suoi scopi, ovvero un governo di larghe intese, un presidente non eccessivamente ostile e maggiori spazi di manovra per evoluzioni costituzionali populiste, per non dire peroniste.

M5S si appresta a stravincere le prossime elezioni, ma contribuendo così efficacemente al suicidio del PD ha conseguito un successo tattico ed una sconfitta strategica. Chi ci dice, infatti, che alla prossima tornata elettorale non ci troveremo con un "iperporcellum" che precostituirà un risultato che marginalizzerà anche loro? 
Un PD in salute non avrebbe fatto la differenza? Bah, ora è anche inutile discuterne, non ci sono più i presupposti per verificarlo e qualsiasi ipotesi in proposito rimane, appunto, un'ipotesi, per quanto verosimile possa apparire.

Quello che è certo è che non siamo mai stati così in pericolo di divenire definitivamente una repubblichetta delle banane. Il PD si è indubbiamente impiccato, ma M5S ha preferito guardare il dito, così la luna rimarrà là in alto, ineffabile e irraggiungibile, come sempre.

Sarà anche banale e forse semplicistico pensare, come io penso, che alla base di tutto c'è stata la volontà di egemonizzare e “killerare” l'antagonista più contiguo, un errore che ho testé addebitato a M5S, ma del quale anche il PD si è macchiato, non credo però di essere fuori strada. 
Del resto quando si esclude l'altro a priori e si pretende di accaparrarsi l'esclusiva titolarità di un disegno politico, non si può far altro che favorire il volpone che riesce, unico, a mantenere l'iniziativa, il ghignante Berlusconi che si accinge a coronare il suo disegno.

Il tracollo del PD, paradossalmente, è una preziosa opportunità. Bisogna prendere atto della squalifica definitiva dell'ostinato occultamento delle contraddizioni tra le due diverse anime costituenti, anime che possono anche avere sovrapposizione di valori, ma che danno risposte diverse, mai sottoposte ad un serio e sincero processo di integrazione. 
Si è preferito, negli anni, perseguire un risultato numerico, scimmiottare un grande partito di massa, votandosi però alla fragilità ed alle lotte egemoniche permanenti e inconcludenti. 
Chiedere agli elettori una delega in bianco, peraltro concessa, promettendo irraggiungibili risultati, preferendo le manovre occulte di corridoio e gli accordi sottobanco con un antagonista sempre in vantaggio d'iniziativa e rinunciando ad informare onestamente la base elettorale è stato così fallimentare da non necessitare di ulteriori indagini.

A questo punto la paventata scissione potrebbe essere la strada più conveniente. Si perdono massa critica ed influenza? Perché, adesso come siamo messi? No, molto meglio realizzare degli insiemi separati ed omogenei, più autorevoli e meno afflitti da mediazioni che non si vogliono affrontare. Si valuterà poi in futuro, con attenzione e senza pericolosi retropensieri con chi, quando, per quanto tempo e a che scopo unirsi ed a quali condizioni, condividendo con la base le determinazioni che si assumeranno, magari con modalità meno grottescamente elitarie (48.824 aventi diritto di consultazione su 8.689.458 elettori) di quelle propagandisticamente sbandierate da Grillo.


Vi sono un paio di requisiti essenziali per la “cosa” che mi auguro emergerà da questa crisi. Prima di tutto dovrà avvenire un ricambio generalizzato della dirigenza, con preminenza delle giovani leve. In secondo luogo si dovrà valorizzare al massimo la pratica del dibattito franco ed aperto, i circoli dovranno risuonare delle impazienti argomentazioni di iscritti, simpatizzanti e funzionari e la sintesi che ne scaturirà dovrà essere sentita come vincolante.

La silente accondiscendenza, percorsa da viperine manovre nascoste, la pretesa concordia, fasulla e miserabile, che ci hanno fin qui condotti, dovranno essere definitivamente accantonate.

In mancanza di questo il popolo di sinistra, magari non opterà per M5S, ma certo se ne andrà da qualche altra parte.

domenica 21 aprile 2013

Le convulsioni di un corpo già morto

Napolitano rieletto e nomi stancamente conosciuti per la prossima poltrona di Primo Ministro. Non so come si evolveranno le cose da ora in poi, ma non credo vi sia di che gioire. Se anche si riuscirà a varare un governo, a mio avviso questo rappresenterà la vittoria tattica, e costosissima, di un disegno scellerato che ha sistematicamente anteposto le larghe intese rispetto al desiderio, conclamatissimo, di cambiamento espresso dal corpo elettorale. Una vittoria di uno status quo in avanzato stato di decomposizione e pericoloso, come ogni carogna che si rispetti. E allora, non trovando alcuno stimolo positivo in questa macabra danza di morti viventi, preferisco guardare un po' più avanti, verso un cammino incerto, ma imprescindibile che spero ardentemente si saprà imboccare.


Frequentando i social forum mi sono imbattuto in grande costernazione, smarrimento e sconcerto da parte degli elettori del PD. Quasi tutti stanno provando avversione verso la dirigenza di quel partito, declinata secondo la propria peculiare visione naturalmente, ma abbastanza concordi nel valutare come fallimentare l'azione (?!) fin qui espressa dal Partito Democratico. 

Occasionalmente però mi capita di incontrare anche qualcuno che, incredibilmente, si ostina ad individuare punti di positività nello psicodramma a cui, increduli, abbiamo assistito.

A mia volta sono (sono stato?) un "ostinato" elettore del PD e, fino a qualche settimana fa, pur cogliendo i sinistri presagi che si stavano addensando, avrei tenuto il punto con la stessa ostinazione che ho individuato in questi inguaribili ottimisti (od organici all'establishment magari), ma qui siamo andati ben oltre. 

Non è più questione di tattica o di contenimento di questo o di quello. Quella logica, a partire dal contenimento delle contraddizioni interne, mai affrontate e quindi mai risolte, ci ha portati a non avere iniziativa ed autonomia, a subire ogni tipo di influenza e di proposta altrui, a non poter esprimere alcuna visione in maniera coerente e, quindi, a perdere tutto, le elezioni, la capacità di incidere sulla scena, la decenza e, infine, il rispetto di noi stessi.

Ben venga la scissione, tanto siamo già divenuti marginali, meglio rifare tutto da capo, ma espellendo i "padroni di labrador" ed i vecchi mandarini. 
Nei partiti, soprattutto nel PD, vi è già una larga rappresentanza di gente giovane e dotata, molto spesso, di retroterra culturali rilevanti, esperienze di respiro internazionale e che, soprattutto, sono il prodotto di un tempo dove la cifra non sono i grandi partiti di massa o le vaste schiere della classe operaia, la confidenza in un futuro inevitabilmente progressista e progressivo. 
Per loro la cifra è recessione, precarietà e dibattito sul futuro modello di sviluppo, saranno loro ad avere la capacità di interpretare al meglio il loro ruolo o gente come me (ho quasi 59 anni), cresciuta in un mondo ora perduto? 
Io, ed i miei coetanei, dobbiamo prenderci la responsabilità di metterci di lato, fornire appoggio e testimonianza, ma sono loro a dover decidere del loro futuro. Per fare ciò però bisogna saper individuare il fetore della putrefazione, seppellire la cara salma e ricominciare da capo declinando antichi valori su nuove situazioni.

A noi il compito di trasmettere i valori, a loro il compito di costruire il futuro.


martedì 16 aprile 2013

Il capolinea


Ho votato Bersani, ma se tornassi indietro non lo rifarei. Queste le parole di Peppino Caldarola, proferite durante una puntata di Omnibus, su La7, di alcuni giorni fa.
Le ragioni di questa tombale dichiarazione il giornalista le individua nella, a suo dire, scriteriata gestione che Bersani ha sviluppato successivamente al voto.
Non mi è chiaro chi Caldarola voterebbe se potesse tornare indietro. Renzi? Non mi sembra coerente con le sue convinzioni di comunista di lungo corso, figuriamoci Tabacci. Forse la Puppato? Grande donna, a mio parere, ma ancora acerba per una scena nazionale. Senz'altro non il Vendola da lui molto spesso ritenuto sostanzialmente ininfluente. Non lo so cosa farebbe Caldarola e, dopotutto, non me ne importa nulla.


Ai tempi delle primarie la grande scelta, in tutta evidenza, fu tra il rappresentante di una spregiudicatezza blairiana (Renzi) programmaticamente nuovista e l'epigono (Bersani) di una concretezza padana, continuatrice di un'antica e nobile tradizione, quel socialismo sempre più irriso per la sua vetustà proprio mentre, invece, i disastri sociali lo definiscono di grande attualità, analitica se non progettuale. Vendola, con la sua grande passione, ma anche con la sua ben prevedibile marginalità, partecipò ridotto alla funzione di sostegno esterno all'anima “di sinistra” di un PD in cerca di se stesso.

La proposta di Renzi, foriera di pragmatici ammiccamenti verso un liberismo disastroso, ci venne comunicata avvolta in scoppiettanti slogan di “grande efficacia comunicativa”, personificata con atteggiamenti di disinvolta e spazientita modernità da parte del suo propugnatore (e da piagnucolosi distinguo dei suoi supporter).
In contrapposizione vi fu la proposta di Bersani, contraddistinta dall'ormai proverbiale inconsistenza comunicativa del PD. Una proposta di assunzione di responsabilità nei confronti del disastro che stiamo vivendo, di una road map, non sufficientemente esplicitata, di ricostruzione del decoro istituzionale, della situazione economica e di un progetto di futuri assetti da nazione moderna ed europea.

Bersani, come tutti sappiamo, vinse sulla fiducia, ma solo all'interno del PD e non definitivamente. La nazione, al momento del voto, non seppe decidersi tra il distacco dell'astensione, l'insensato credito verso quello stesso Berlusconi che ci cacciò nel guano in cui ci dibattiamo, la conturbante promessa di improbabili nuovi processi democratici espressa da un M5S tra il forcaiolo e l'innovatore ed un PD che non è riuscito a rassicurare a sufficienza né gli elettori né se stesso. 
Monti, infine e a grande distanza, riuscì solo a soccorrere il boccheggiante “grande” centro, innestandogli un po' della sua residua rendita di posizione, in rapido disfacimento peraltro.

Emerso dalla contesa elettorale con una vittoria tanto risibilmente tecnica, Bersani si è ritrovato praticamente “castrato”. Il potere interdittivo del PDL sostanzialmente intatto, un M5S intollerante ed atterrito dal suo stesso successo ed il pronto risveglio delle componenti più retrive e compromissorie del PD, temporaneamente contenute ai tempi delle primarie, hanno consegnato al povero segretario, ben lontano dal possedere le doti risolutorie di un Ethan Hunt, la classica “mission impossible”.

Una vera e propria via crucis si è dipanata da un “preincarico” espresso da un circospettosissimo Presidente della Repubblica dotato di inossidabile propensione verso una mortifera Große Koalition in salsa italiana.
Il primo, e unico, passo fu in direzione di M5S, il giusto riconoscimento di un'ansia di rinnovamento espressa dall'elettorato, ma la porta venne chiusa, e malamente, in faccia.

A molti brucia lo sprezzante “non ce ne frega niente” ripetutamente espresso dall'intellighenzia pentastellata, mentre della relativa base non è dato di sapere con certezza, visto che nessuno ha mai quantificato credibilmente la consistenza del dissenso, opportunamente derubricato a trollismo mercenario e controrivoluzionario.
Il tentativo, comunque, andava fatto e pure reiterato, anche a costo di fare figuracce. A imperitura memoria, infatti, dovrà essere ben chiara ed individuabile la quota di responsabilità storica di M5S nella spinta verso la resurrezione definitiva (e mortale) delle ansie inciuciste del PD.

Tutti sanno che, chiusa la strada di un'alleanza con Grillo, rimangono solo nuove elezioni con una legge disgraziata che ci riconsegnerebbe la stessa identica situazione, oppure la pratica di larghe intese con una controparte inaffidabile e mendace, e tutti sono ben contenti di attribuire la responsabilità esclusiva della scelta a Bersani, curando così i propri interessi di bottega senza pagarne lo scotto.

Grillo stressa il PD, il suo vero avversario, e vaneggia di democrazie digitali, al presidente/imprenditore, quello che "ha a cuore l'Italia", interessa solo di emergere intonso dai suoi guai giudiziari e ricatta tutti pretendendo un presidente “amico” e Bersani, che certo non sta facendo una grande figura, si piglia tutti i fischi, ma fra tutti non è certo il peggiore.
Si dà addosso a quello che ha vinto perdendo e ci si dimentica di quelli che hanno perso vincendo e che stanno cinicamente lucrando sullo stallo determinato dalla frammentazione dell'elettorato.

Tutti, compreso il Caldarola che non voterebbe più Bersani, ritengono che si dovrà andare verso le larghe intese, sapendo già quale funesto esito ne deriverà, ma si guardano bene dall'esprimerlo con chiarezza e si infuriano se Bersani si ostina a non favorirli in questo.
Ora vedremo chi diventerà Presidente della Repubblica e poi, quasi senz'altro, ci imbarcheremo in qualche forma di governo promiscuo e dalla fantasiosa, e farisaica, definizione. 

Andremo tutti a sbattere ed il PD dovrà affrontare tutte le conseguenze della sua pluriennale indeterminazione, lo stesso PD che ora si affanna a dire che l'ipotesi scissione non è credibile, ma io s
ono quasi giunto a sperare che non sia così. 
Le prove tecniche d'inciucio, l'emergere sempre più prepotente delle due anime, quella cattolica e quella socialista che non sono mai riuscite ad amalgamarsi veramente, e dei loro notabili, bonzi dediti alla manovra correntizia ed alle pratiche egemoniche, la costante mancanza di coraggio e la pervicace solerzia nel percorrere strade antiche e fallimentari. Meglio forse il dissolvimento.

Come dice Travaglio, che pure ne gode e lo odio per questo, nel suo articolo “Progetto forconi”: gli elettori PD sono stati fin qui troppo pazienti. Sto leggendo il documento di Barca, corposo e non facile, perché sono alla ricerca costante di qualcosa che mi riconcili con l'idea di un grande partito che tenga in conto le istanze di chi lo vota.

Ultima fermata, mi sa. 


martedì 2 aprile 2013

Il viale del tramonto


Il migliorista Napolitano, a dispetto dei peana sulla sua grandezza di manovratore e stratega, si avvita in una spirale discendente di pragmatismo controproducente.   Monti, governo tecnico, i 10 saggi, tutto passa per essere una sagace capacità di contemperare i problemi interni con le aspettative internazionali. Solo che, data la prevalenza assegnata a queste ultime, i problemi interni non sono stati risolti, mentre i nordici rigoristi europei  sono solo stati rintuzzati, ma con sospettosità vieppiù incarognita.
Il buon Renzi si prepara a scendere in campo, con tutte le critiche alla sua spregiudicatezza “larghintesista” azzerate dalla "gravità" del momento.
L'immarcescibile Berlusconi continua a curare i propri interessi personali (alla faccia di chi l'ha votato) e mantiene intatto il suo potere d'interdizione.
La simpaticissima Lombardi (la supplente di matematica, come l'ha definita Enrico Vaime) ed il continuamente ritrattante Crimi eseguono volenterosamente i compitini che un Grillo intollerante e sospettoso affida loro. I troll (perché evidentemente il dissenso non può che provenire dalla quinta colonna) danno libero sfogo alla delusione ed al rammarico.

Probabilmente il PDL e l'anima dalemiana dello sconfortato PD si daranno il bacio appassionato e catastrofico della morte, alla fine. Ma, con buona pace di Grillo, non era scritto negli astri che dovesse finire così, solo che a Beppe e a Gianroberto fa gioco e allora "tanto peggio, tanto meglio". L'unica cosa che potevo riconoscere al movimento era che non aveva un passato imbarazzante, ma a questo vi sta velocemente ponendo riparo. A dispetto delle intenzioni per fare vaccate basta rimanere un po' sul mercato.


Bersani avrebbe potuto andare a vedere il bluff di Grillo dicendogli: "ok, ci arrendiamo, vai avanti tu, ti votiamo la fiducia e tutte le leggi che ci piaceranno", ma non è andata così e sono più che sicuro che, se anche fosse successo, M5S avrebbe rifiutato. Governare è pericoloso, ti rovina lo scintillante pedigree che ti sei costruito e poi bisognava far avverare la predizione dell'inciucio. Avrebbe potuto e dovuto andare diversamente, ma oramai è fatta. Siamo nel guano e ci resteremo.



Una parte del PD, è innegabile, ha fatto di tutto per sprofondare la sinistra nel mare di fango che è stata la politica degli ultimi venti anni, ma la parte che avrebbe potuto fare la differenza è stata messa in condizioni di non poter agire, e tra chi ha creato le condizioni perché ciò avvenisse c'è proprio il fantastico duo, quello che telecomanda con leninista pugno di ferro il movimento dei focosi moralizzatori. Non saranno gli unici responsabili, ma certo sono stati quelli giusti al momento giusto. Il PD e Bersani pagheranno per gli errori di D`Alema e compagni, ma più di tutti pagheremo noi. M5S, di certo, si è giocato un buon numero di voti, ne raccatterà altri, non voglio neanche sapere dove, oppure ci sarà chi voterà turandosi il naso (a proposito, benvenuti).

Io ritengo che la generalità degli elettori PD abbia riconosciuto (o stia riconoscendo) di non aver saputo contrastare una dirigenza, cinica e manovriera, che aveva perso l'anima.    Penso anche che, alle ultime elezioni, abbia pensato di riconoscere nella conduzione Bersani l'occasione di marginalizzare, finalmente, quella componente "spregiudicata" che tanti errori e strategie fallimentari ha saputo inanellare.  Ciò  purtroppo non è avvenuto e ho già detto quanto M5S abbia propiziato questo esito che, però, è stato ancor più predisposto dagli incresciosi atteggiamenti passati del PD.
Quello che intendo dire è che, in quanto elettore del PD, mi assumo la responsabilità di non aver fatto abbastanza per dire a certi compagni e amici "grazie, non abbiamo più bisogno, vi faremo sapere", e penso di non essere isolato in questo. Bisogna, alla fine di tutto, sapersi assumere le proprie responsabilità.   M5S, d'altra parte, ha fatto la sua irruzione. Per il momento, ha solo sfasciato e non mostra di avere alcuna strategia, alcuna "road map". Bene, cari "cittadini", fatevi questa scampagnata, abbeverate i cavalli nella fontana di Trevi, divertitevi. Quanto agli elettori del movimento, quelli che manifestano perlomeno qualche perplessità (gli altri sono ancora in preda a splendidi orgasmi), preparatevi ad assumervi le "vostre" di responsabilità, che saranno altrettanto pesanti.

I “cittadini” di M5S nutrono la presuntuosa convinzione di essere i soli a capire cosa non va, e qualcuno lo proclama pure con puntuta arroganza. Vogliono cambiare tutto, ma al di là di dichiarazioni massimaliste non hanno ancora espresso un cammino credibile ed organico. Tutto, al momento e a quanto pare, deve passare dal bagno purificatore di una "rivoluzione" immaginata e non ben esplicitata, o dalla tignosa noncuranza dei disposti costituzionali e della prassi parlamentare.
Non hanno consentito la nascita di alcun governo e, a dispetto di dichiarazioni al momento indimostrabili, sarebbero inorriditi se li avessero incaricati di formarne uno. Si nascondono dietro la coerenza, in sé ammirevole, con le loro dichiarazioni pre-elettorali. Solo che quelle furono concepite in vista di un risultato corposo ma non così buono come quello conseguito. Una presenza rilevante, ma non determinante, avrebbe loro consentito di fare le pulci alla casta senza però infarinarsi come il proverbiale frequentatore di mulini. Invece sono diventati troppo grossi, quel programma non è più adeguato e la loro coerenza è diventata immediatamente insipienza.

Uno dei grossi problemi del centralismo democratico di stampo leninista, a cui li sta sottoponendo l'ira di un Grillo che non riesce a concepire il dissenso, è giustappunto la scarsa adattabilità, che riflette quella della dirigenza. Capisco come questa caratteristica possa, visti i tempi, generare diffidenza, ma bisognerebbe pur sforzarsi di trovare un equilibrio.


Il PDL continua a perorare gli interessi del proprio proprietario, vestendoli con la solita arroganza ed ipocrisia come interessi del paese, ed interponendoli tra questi ed una qualsivoglia soluzione. Il PD, stressato dalle tensioni interne sempre più emergenti, non vuole cedere a delle larghe intese che sarebbero solo il definitivo suggello del cancro che ha distrutto la credibilità della politica italiana.   M5S non intende consentire che si verifichi altro che la previsione grillina dell'inciucio finale e, per questo, picchia di più sul PD che su altri, intravvedendo in quest'ultimo l'unico pericoloso competitor.

Esistono i problemi del paese, sono grossi e avrebbero bisogno di serietà, competenza e buona volontà, poi c'è il panorama politico italiano. Le due cose, al momento, non si incontrano.


Vanitas vanitatum et omnia vanitas”  (Ecclesiaste 1,2)