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martedì 20 gennaio 2015

Lettera ai miei amici "grillini".

Stamattina mi sono subito ingolfato in una discussione su M5S e sul ruolo che il movimento svolge e su quello che pretende di svolgere, due aspetti che, a mio parere, non collimano troppo.

A tutti i miei amici grilliani voglio dire: ma credete davvero che un anziano signore che, per lungo tempo, ha militato nella sinistra extraparlamentare e ha evitato di "confondersi" con una sinistra "collusa" e disposta al compromesso, fiero della propria specificità e della propria "superiore" coscienza - di classe nel mio caso - non sia in grado di comprendere l'afflato che vi anima?



Credete davvero che protestare una più nitida e rocciosa visione delle cose basti per essere realmente efficaci, che la nuda evidenza della "giustezza" delle proprie idee consenta, per semplice inerzia e forza delle argomentazioni, di superare il marciume e gli interessi costituiti delle schiere parassitarie che soffocano le nostre vite e le nostre aspettative?


Vi aspettate realmente che la semplice furia delle masse disilluse e percosse dal malaffare produca, di per se stessa e immancabilmente, LA reazione che vi aspettate, l'unica che ritenete possibile?


Credete davvero, infine, che uno che ha visto franare l'asciutta linearità delle proprie proposte sotto il peso della complessità del mondo reale e la consumata abilità del nemico - sempre di classe, nel mio caso - vi possa liquidare come semplici imbecilli?


Beh, non è così anche se l'eterogeneità stessa della moltitudine degli elettori che hanno votato per il movimento mi convince che tra di voi vi sono persone che hanno una visione molto diversa rispetto alla mia.        Una visione che non potrò mai accettare perché voi potete ben protestare che sinistra e destra non esistono più, ma forse non vi rendete conto che è una tesi da sempre sostenuta - guarda un po' - dalla destra, che si sentiva marginalizzata dalle colpe storiche del fascismo e che pretendeva di non arrivare al redde rationem del proprio operato, saltandolo a piè pari con questa risibile argomentazione.   Tenetevene alla larga, costa più di quanto renda.

Esisteranno sempre modi differenti di affrontare la situazione e questi modi si qualificano non per le cause che li originano o per i guasti che vogliono riparare, ma per il principio guida che li ispira; solidarietà o darwinismo sociale, inclusione o classismo, responsabilità individuale o tutela, presunzione di superiorità o fermo egualitarismo.

Ma soprattutto il problema che si individua sarà anche netto ed evidente, ma la risposta che richiede non può prescindere dalla sensibilità e dalla visione delle singole persone.    Chiedetevi, per esempio: sull'immigrazione e sull'accoglimento degli extracomunitari quale criterio ha preso il sopravvento tra di voi?  E, soprattutto, qualcosa o qualcuno lo ha preso questo sopravvento, o si è verificato un semplice "trattamento" sintomatico e "antiflogistico" di un fenomeno la cui valutazione, al vostro interno, si è rivelata semplicemente impossibile senza forti lacerazioni, e che è rimasto intatto e tuttora da affrontare e trattare?

No, io penso proprio di capirvi e, in qualche modo, anche di approvarvi nelle intenzioni, ma non nella presunzione, che fu anche mia, che vi anima e nella pervicace incapacità, anche questa da me sperimentata, di vedere e affrontare le contraddizioni più scomode.

Io vi avviso, potrebbe anche toccarvi qualche feroce disillusione e un'età matura di faticose rielaborazioni, nonché, in vecchiaia, una collocazione sociale da"vecchio trombone".  Pensateci.

giovedì 15 gennaio 2015

Re Giorgio tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra cingendolo d'allor?

La "lunga" presidenza Napolitano è giunta alla fine e, non volendomi confondere con Grillo, i suoi seguaci e i numerosi interpreti "fai da te" della nostra Costituzione, dico subito che il suo "novennato" non mi è piaciuto quasi per nulla, soprattutto l'ultima parte, ma solo per via delle scelte che ha fatto e non per il presunto e pretestuoso addebito di aver "travalicato" le sue funzioni istituzionali.

Giova ricordare, infatti, che nonostante le pretese berlusconiane di legittimazione popolare del “premier”, una figura inesistente nel nostro ordinamento, la designazione del “Primo Ministro”, figura affatto diversa, è di stretta competenza del Presidente della Repubblica, il quale lo identifica tra le personalità che lui ritiene più adeguate all'esigenza di formare un governo passibile di riscuotere la fiducia del Parlamento. Solo se quest'ultima non viene conseguita allora il Presidente ricorre all'indizione di elezioni generali politiche.
E' quello che è successo in numerosi momenti e passaggi della storia della Repubblica, senza che nessuno avesse da ridire.

Dunque Napolitano non ha fatto altro che interpretare correttamente il suo ruolo. Quello che gli si addebita è di non essere stato passivo nell'elaborazione del percorso che la politica italiana ha poi intrapreso, una mancanza di passività che peraltro gli è stata contestata solo “dopo”, mentre al momento la classe politica italiana è stata ben felice che fosse il Presidente a prendersi la responsabilità di “consegnarci” alla tutela contabile mitteleuropea.


Non dimentichiamoci, infatti, che il Parlamento, votando la fiducia al governo Monti e producendo il desolante spettacolo della tragicomica rielezione dello stesso Napolitano, ha di fatto confermato e convalidato le scelte del vituperato Presidente. Si potrebbe discutere che il paese avrebbe potuto essere di diverso avviso, ed io sarei anche d'accordo, ma sta di fatto che l'elettorato, se è stato tradito, cosa che io penso, lo è stato dai parlamentari e non dal Presidente.

Napolitano, questo è il mio pensiero, ha anteposto la supina accettazione dei diktat europei alle legittime aspirazioni del corpo elettorale, il quale espresse piuttosto chiaramente una volontà di cambiamento, ma non altrettanto chiaramente il metodo di questo cambiamento, dividendosi tra un partito tradizionale, il PD, e gli arrembanti sanculotti di M5S e producendo, per le diverse interpretazioni dei rispettivi ruoli da parte dei “vincitori” della competizione elettorale, un sostanziale stallo.

Moltissime sono le argomentazioni che è possibile svolgere contro la visione programmatica di Napolitano ed io, in tal senso, non mi risparmio di certo essendo, tra l'altro in numerosa e qualificata compagnia, una delle vittime della scellerata riforma Fornero, ma credo che a Napolitano si possa, al massimo, contestare un “concorso di colpa”, dove le responsabilità maggiori sono in capo alla dirigenza dei nostri partiti politici.

Come non ricordare il clima di smarrimento, se non di panico, che portò l'ultimo governo Berlusconi a sottoscrivere quella famosa “letterina” che ci consegnò, legati mani e piedi, al rigore finanziario germanico? Ebbene in quel clima da “8 settembre”, laddove tutti i nodi di una ilare e sconsiderata gestione politica, economica e finanziaria giungevano al pettine, i partiti non seppero far altro che replicare quel “tutti a casa” morale che nel '43 ci portò a un passo dal dissolvimento di una nazione allora non ancora centenaria.

Nessuno volle prendersi la responsabilità di elaborare una decisione qualsiasi, sapendo che sarebbe stata dolorosa e costosa in termini di consensi. Tutti furono ben felici di lasciare la cosa in mano a Napolitano, il quale non si sottrasse, unica figura istituzionale a farlo, e produsse scelte che noi ora contestiamo, e con più di una ragione, ma che qualcuno doveva comunque prendere. La colpa maggiore, semmai, è di chi si rifiutò di generare un contraddittorio, di contribuire ad una dialettica. Insomma “Re Giorgio” divenne una sorta di monarca presidenziale, un ossimoro infausto, ma più per diserzione della gran parte degli attori che per sua usurpazione del potere.

Ecco dunque che mi trovo a salutare le dimissioni di Napolitano e a valutare negativamente, nel complesso, la sua prestazione, ma, ripeto, senza dimenticarmi che altri, più di lui, sono responsabili di gran parte dei problemi che ci affliggono.

Vedremo ora se questo Parlamento, ormai così poco rappresentativo del sentimento degli elettori e in procinto di essere rottamato da un Primo Ministro, Renzi, che è uno degli “errori” che mi sento di addebitare a Napolitano, saprà produrre un Capo dello Stato adeguato al momento e alla bisogna.

Nel frattempo vorrei ricordare a quei costituzionalisti da Bar Sport, o da circolo carbonaro, che lo stato di Senatore a vita che compete agli ex Presidenti della Repubblica, non è un arbitrio del “Signor” Napolitano, ma un dispositivo previsto dall'art. 59 della Costituzione della Repubblica Italiana che recita: "È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica". Napolitano potrebbe “rinunziare”? Certamente, ma per sua scelta e non certo perché lo dice Grillo in una delle sue fantasiose interpretazioni del bon ton istituzionale. Tra l'altro pochi ricordano che Napolitano era già Senatore a vita da “prima” di diventare Presidente della Repubblica, essendo stato nominato da Carlo Azeglio Ciampi il 23 settembre 2005 per “meriti in campo sociale”.

Alla fine di tutto io condanno Napolitano? No, io non condanno nessuno, piuttosto lo critico duramente, ma non per quello che gli viene comunemente addebitato. E' stato un Presidente rispettoso del suo ruolo. Lasciato solo nel momento più critico dalle altre funzioni che regolano, o dovrebbero regolare, il funzionamento della politica italiana, si è prodotto in alcune scelte strategiche che non condivido, ma ha assolto il suo dovere.