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giovedì 15 gennaio 2015

Re Giorgio tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra cingendolo d'allor?

La "lunga" presidenza Napolitano è giunta alla fine e, non volendomi confondere con Grillo, i suoi seguaci e i numerosi interpreti "fai da te" della nostra Costituzione, dico subito che il suo "novennato" non mi è piaciuto quasi per nulla, soprattutto l'ultima parte, ma solo per via delle scelte che ha fatto e non per il presunto e pretestuoso addebito di aver "travalicato" le sue funzioni istituzionali.

Giova ricordare, infatti, che nonostante le pretese berlusconiane di legittimazione popolare del “premier”, una figura inesistente nel nostro ordinamento, la designazione del “Primo Ministro”, figura affatto diversa, è di stretta competenza del Presidente della Repubblica, il quale lo identifica tra le personalità che lui ritiene più adeguate all'esigenza di formare un governo passibile di riscuotere la fiducia del Parlamento. Solo se quest'ultima non viene conseguita allora il Presidente ricorre all'indizione di elezioni generali politiche.
E' quello che è successo in numerosi momenti e passaggi della storia della Repubblica, senza che nessuno avesse da ridire.

Dunque Napolitano non ha fatto altro che interpretare correttamente il suo ruolo. Quello che gli si addebita è di non essere stato passivo nell'elaborazione del percorso che la politica italiana ha poi intrapreso, una mancanza di passività che peraltro gli è stata contestata solo “dopo”, mentre al momento la classe politica italiana è stata ben felice che fosse il Presidente a prendersi la responsabilità di “consegnarci” alla tutela contabile mitteleuropea.


Non dimentichiamoci, infatti, che il Parlamento, votando la fiducia al governo Monti e producendo il desolante spettacolo della tragicomica rielezione dello stesso Napolitano, ha di fatto confermato e convalidato le scelte del vituperato Presidente. Si potrebbe discutere che il paese avrebbe potuto essere di diverso avviso, ed io sarei anche d'accordo, ma sta di fatto che l'elettorato, se è stato tradito, cosa che io penso, lo è stato dai parlamentari e non dal Presidente.

Napolitano, questo è il mio pensiero, ha anteposto la supina accettazione dei diktat europei alle legittime aspirazioni del corpo elettorale, il quale espresse piuttosto chiaramente una volontà di cambiamento, ma non altrettanto chiaramente il metodo di questo cambiamento, dividendosi tra un partito tradizionale, il PD, e gli arrembanti sanculotti di M5S e producendo, per le diverse interpretazioni dei rispettivi ruoli da parte dei “vincitori” della competizione elettorale, un sostanziale stallo.

Moltissime sono le argomentazioni che è possibile svolgere contro la visione programmatica di Napolitano ed io, in tal senso, non mi risparmio di certo essendo, tra l'altro in numerosa e qualificata compagnia, una delle vittime della scellerata riforma Fornero, ma credo che a Napolitano si possa, al massimo, contestare un “concorso di colpa”, dove le responsabilità maggiori sono in capo alla dirigenza dei nostri partiti politici.

Come non ricordare il clima di smarrimento, se non di panico, che portò l'ultimo governo Berlusconi a sottoscrivere quella famosa “letterina” che ci consegnò, legati mani e piedi, al rigore finanziario germanico? Ebbene in quel clima da “8 settembre”, laddove tutti i nodi di una ilare e sconsiderata gestione politica, economica e finanziaria giungevano al pettine, i partiti non seppero far altro che replicare quel “tutti a casa” morale che nel '43 ci portò a un passo dal dissolvimento di una nazione allora non ancora centenaria.

Nessuno volle prendersi la responsabilità di elaborare una decisione qualsiasi, sapendo che sarebbe stata dolorosa e costosa in termini di consensi. Tutti furono ben felici di lasciare la cosa in mano a Napolitano, il quale non si sottrasse, unica figura istituzionale a farlo, e produsse scelte che noi ora contestiamo, e con più di una ragione, ma che qualcuno doveva comunque prendere. La colpa maggiore, semmai, è di chi si rifiutò di generare un contraddittorio, di contribuire ad una dialettica. Insomma “Re Giorgio” divenne una sorta di monarca presidenziale, un ossimoro infausto, ma più per diserzione della gran parte degli attori che per sua usurpazione del potere.

Ecco dunque che mi trovo a salutare le dimissioni di Napolitano e a valutare negativamente, nel complesso, la sua prestazione, ma, ripeto, senza dimenticarmi che altri, più di lui, sono responsabili di gran parte dei problemi che ci affliggono.

Vedremo ora se questo Parlamento, ormai così poco rappresentativo del sentimento degli elettori e in procinto di essere rottamato da un Primo Ministro, Renzi, che è uno degli “errori” che mi sento di addebitare a Napolitano, saprà produrre un Capo dello Stato adeguato al momento e alla bisogna.

Nel frattempo vorrei ricordare a quei costituzionalisti da Bar Sport, o da circolo carbonaro, che lo stato di Senatore a vita che compete agli ex Presidenti della Repubblica, non è un arbitrio del “Signor” Napolitano, ma un dispositivo previsto dall'art. 59 della Costituzione della Repubblica Italiana che recita: "È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica". Napolitano potrebbe “rinunziare”? Certamente, ma per sua scelta e non certo perché lo dice Grillo in una delle sue fantasiose interpretazioni del bon ton istituzionale. Tra l'altro pochi ricordano che Napolitano era già Senatore a vita da “prima” di diventare Presidente della Repubblica, essendo stato nominato da Carlo Azeglio Ciampi il 23 settembre 2005 per “meriti in campo sociale”.

Alla fine di tutto io condanno Napolitano? No, io non condanno nessuno, piuttosto lo critico duramente, ma non per quello che gli viene comunemente addebitato. E' stato un Presidente rispettoso del suo ruolo. Lasciato solo nel momento più critico dalle altre funzioni che regolano, o dovrebbero regolare, il funzionamento della politica italiana, si è prodotto in alcune scelte strategiche che non condivido, ma ha assolto il suo dovere.


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