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sabato 22 agosto 2015

Me ne vado, e la colpa è tua.

Dopo aver letto questo articolo de Linkiesta mi ritrovo a fare alcune considerazioni che, originatesi tempo addietro, prendono sempre più consistenza e definizione.
Mi costano più di un epiteto quando le esterno, ma non importa. Le esterno con lo spirito di un padre che parla ai figli e che dunque mette nel conto di essere mandato brutalmente a quel paese, come avviene di norma ai padri.

Parto dal presupposto che ciascuno ha il diritto di decidere che fare della propria vita e convengo, fin da subito, che tali scelte dipendono sia da inclinazioni personali che da condizioni oggettive. Dunque non mi sogno minimamente di negare che lo scenario che si offre alle generazioni più giovani è desolante e assai scoraggiante.

Date le condizioni attuali non ci vuole molto per giudicare l'abbandono del proprio paese un'opzione desiderabile a dispetto della sua praticabilità, talvolta anche molto impegnativa, e giustificata dalle dimensioni e sussistenza di una prospettiva che qui da noi è inesistente o asfittica, al netto di protezioni familiari o di rendite di posizione.

Non intendo dunque addebitare a questi giovani alcuna patente di indifferenza, né insultarli caricandoli di una presunta incapacità di sopportazione, dato che emigrare non è certo una passeggiata.
Detto questo rimane il fatto che qualsiasi scelta comporta responsabilità oggettive le quali, pur sgradevoli, devono essere assunte.

La cifra media dell'atteggiamento di questi giovani è l'individualismo, ovvero la non prospettata, e prospettabile, possibilità di far divenire le proprie aspirazioni materia di una rivendicazione comune, sociale prima ancora che politica.
Trovo che questa visione costituisca la caratteristica più importante delle generazioni nate dagli anni '70 in poi, le prime dopo il II conflitto mondiale di cui posso dire che nessuna ha mai pensato di picchiare i pugni sul tavolo e rivendicare, coralmente e attivamente, le proprie aspirazioni.

La dimensione individuale comporta una bassissima capacità contrattuale dalla quale scaturisce, insieme alla dinamica della decadenza del nostro paese, l'attuale mancanza di prospettive vitali
I giovani hanno la capacità di affrontare i disagi di un'emigrazione e dunque, potenzialmente, avrebbero potuto affrontare, anzi originare, una stagione di lotta (come fecero i loro padri e nonni), ma non lo fanno perché di quella possibilità non tengono alcun conto, essendo fuori dall'orizzonte delle scelte opzionabili.

Alcuni di loro obiettano che se le lotte che hanno avuto luogo in passato hanno potuto poi portare allo sfascio attuale non vale la pena di intraprenderle, ma si tratta di un'obiezione errata e, non di rado, tartufesca.
Le condizioni rivendicate non si conseguono una volta per tutte. Vanno mantenute, accudite e sorvegliate. Quando ciò non avviene si verificano arretramenti, come la vicenda del job act ci dimostra.

Nell'opinione pubblica sta montando una critica sempre più definita nei confronti della tendenza dei giovani (laddove questo termine si può estendere funzionalmente ai quarantenni) all'espatrio e capisco come questo risulti loro poco gradito, ma se è certo criticabile l'aspetto inutilmente moralistico di certi rimproveri (scappate, avete rinunciato ed altre semplificazioni spesso ingenerose) rimane sempre il fatto che, come dicevo sopra, ogni scelta comporta conseguenze e responsabilità. Puoi non gradirle, puoi negarle, ma ci sono.

Questi giovani se ne vanno perché soffrono per le condizioni scoraggianti che accolgono il loro ingresso nella vita adulta, ma non sono solo i loro padri a portare la responsabilità dello sfascio. Tale responsabilità è in capo anche a loro ed alla loro passività.
Dunque ciascuno può fare della sua vita ciò che vuole, è un suo inalienabile diritto, ma questo non giustifica la pretesa di non avere alcuna parte in ciò che accade.

Questi giovani, andandosene e rinunciando a esercitare le proprie rivendicazioni, impoveriscono il paese, e se hanno preso atto di una sconfitta dovrebbero prendersi quantomeno la briga di riconoscere il loro ruolo in questo non per macerarsi in incongrui sensi di colpa, ma per nudo e crudo realismo, un elemento fondamentale nell'armamentario critico che serve ad affrontare la vita.

Troverei anche sommamente preferibile che la smettessero di consolarsi dicendo che potrebbero aiutare meglio l'Italia “da fuori”. Queste sono “cazzate”, per usare un termine che renda semanticamente meglio la mia scarsa considerazione. Sono il ditino dietro al quale ci si nasconde per darsi una giustificazione presuntamente oggettiva.

E' la tua vita, ne fai ciò che vuoi e facendolo dispieghi una serie di conseguenze che vanno oltre la tua persona. Non devi fartene necessariamente carico, ma non puoi fingere che non esistano. E' una questione di onestà mentale e fino a quando non la elaborerai non avrai capito alcune cose fondamentali.


9 commenti:

  1. Non sono d'accordo sulla critica al liberismo/capitalismo (ma non ho letto gli altri tuoi articoli) ma che ci siano conseguenze sull' emigrare è quello che penso anch'io.
    La forza di una nazione è anche il capitale umano, e se i giovani, soprattutto di talento, se ne vanno allora è finita.
    Poi uno può rispondere alle critiche dicendo di non essere patriottico o di aver perso la voglia di sbattersi, ma pensare che tutto sia immutabile...bè è davvero triste.

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    1. A parte i giudizi di merito sul sistema economico, in proposito ho opinioni molto salde, ma sono le mie opinioni, cosa che cerco di non perdere mai di vista, quello che mi angustia è vedere questa passività.
      Questi giovani sono stati derubati del loro futuro e certamente chi li ha preceduti (cioè quellindella mia generazione) ha responsabilità in proposito, ma se uno non lotta per il suo stesso destino, per che cosa dovrebbe lottare?
      Andare da un'altra parte non è lottare. Se le cose dovessero peggiorare nei luoghi prescelti come destinazione, come è accaduto a chi se ne andò in Spagna (Barcellona, a un certo punto pareva essere diventata il nuovo Eldorado) cosa faranno? Se ne andranno da qualche altra parte ancora? Non volendo, o potendo, disegnare il proprio futuro lo prendono in appalto, ma il loro problema esistenziale più profondo, che va oltre il lavoro, non lo risolvono.
      I miei genitori sono emersi dal disastro della II Guerra Mondiale con solo i vestiti che indossavano, in un paese distrutto e che aveva quasi perso la propria identità. Allora molti dovettero emigrare, ma furono più numerosi quelli che rimasero, e ricostruirono il paese. Quelli della mia età affrontarono cimenti molto meno gravi, ma comunque ci facemmo strada tra terrorismo e fenomeno della droga (una fetta fin troppo consistente di miei compagni di scuola ci rimise le penne, ed altri si sono rovinate le esistenze), ma siamo rimasti qui e abbiamo rivendicato le nostre ragioni.
      Rimanere o andare è una loro scelta, mi piacerebbe solo che capissero che se non lottano per il loro futuro qui e ora dovranno solo contare sulla loro buona stella.

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  5. Penso che chi sta all'estero lo faccia perche' all'Italia manca il respiro internazionale di altre nazioni e una visione dinamica del lavoro e dell’imprenditoria, e un sistema trasparente che permetta un maggior controllo sulla propria autodeterminazione. I giovani (e non) che investono nella propria formazione professionale, a qualunque livello, investono non solo con l'impegno, la dedizione e il tempo, ma anche con il denaro proprio e della propria famiglia. Perche' prepararsi al mondo del lavoro, alla fine dei conti, ha un costo. In quest'ottica e' assurdo chiedere a chi e' pronto ad andare a cogliere i frutti del proprio investimento dove meglio e' retribuito, di non farlo: sarebbe come mettere da parte i soldi per comprare una casa per molti anni, e il giorno successivo all'acquisto rivenderla a meta' prezzo. Chi lo farebbe?.

    L'Italia ha un handicap enorme che e' quello della lingua, che limita il nostro accesso alle questioni di rilievo internazionale, nonostante l’accesso fisico (internet) non manchi. Questo conduce ad essere molto autoreferenziali, e si traduce in una capacita' di analisi estremamente povera, come questo blog dimostra, incentrato in modo drammaticamente ottuso sul mondo visto da un solo angolo.

    Da cui l'invito a valorizzare gli espatriati con due obbiettivi: uno è di ribilanciare i flussi della mobilità favorendo i rientri, l’altro di investire sulla costruzione di reti internazionali usando la comunità expat come una leva per l’emancipazione e lo sviluppo del Paese.
    Il primo richiede di lavorare sulla competitività del nostro sistema, dai salari ai contratti di lavoro, dalla trasparenza ad una maggiore internazionalizzazione della visione di business e sviluppo economico.
    Il secondo necessita un cambiamento nelle rigidità dei nostri sistemi istituzionali e burocratici a tutti i livelli, ma anche di un cambio di mentalita': gli espatriati possono diventare una risorsa solo se coinvolti in dinamiche positive, a cui possano contribuire traendone gratificazione. Si devono creare occasioni di scambio virtuoso, che generi interesse da entrambi i lati, trattandoli come se dall’Italia non se ne fossero mai andati. E questo, per ora, si vede troppo poco. A questo si riferiva l'idea di essere utili da fuori. Ma se la volonta' di valorizzare chi sta fuori non nasce dal paese di partenza, gli espatriati continueranno ad andare per la propria strada, come d'altra parte hanno sempre fatto, almeno in larga maggioranza.

    Concludo osservando che la mobilita' geografica della forza lavoro e dei capitali e' una delle poche leve, se non l'unica, che permette di fare seriamente pressione sui sistemi piu' inefficienti, mettendoli in competizione con sistemi migliori. Se l'esito non e' scontato, almeno gli individui hanno un'alternativa possibile per costruirsi un futuro altrove.

    Rimane l'invito a non cadere nel gioco dei buoni e cattivi, che e' vizio culturale che impedisce una seria presa di consapevolezza del fatto che il problema e' sistemico e non individuale, e che va risolto.

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    1. +Zotto, A quanto pare espatriare può diventare più difficile. Ci si allontana da un problema prendendo in appalto altrove non una soluzione, ma un aggiustamento, però ti chiudono anche quella via.
      La Gran Bretagna, temo, è solo la prima. Mi sa che, alla fine, bisogna stare qui a prendere a calci in culo i parassiti che hanno sputtanato il paese.

      http://www.ilgiornale.it/news/cronache/londra-basta-schengen-anche-europei-disoccupati-1164643.html?mobile_detect=false

      https://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2015/08/30/londra-caccia-gli-italiani/

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  6. Rispondo in due riprese per aggirare la limitazione del numero di caratteri consentiti.
    I parte

    Vedo che questo commento è il superstite di 5 tentativi differenti, di cui i primi quattro cancellati dall'estensore, e dunque si tratta senz'altro di considerazioni meditate, ma la complessità dello scritto non so se riesce a bypassare efficacemente quello che io ritengo il vero retropensiero del suo autore, che mi sembra venga efficacemente compendiato nell'affermazione che siamo in presenza di "una capacita' di analisi estremamente povera", laddove il pietoso spettacolo di una visione “autoreferenziale” e, deduco, provinciale e datata è rappresentata dal mio articolo.
    Non vorrei però che questa mia puntualizzazione venisse caricata di un risentimento che non provo, dato che scrivendo quello che ho scritto ero ben conscio di quello che stavo facendo, delle sensibilità che avrei urtato e della concretissima possibilità di non essere compreso o, magari, di essere frainteso. Anche la ancor più concreta possibilità di incappare in opinioni diametralmente opposte è stata messa in conto e dunque sarei poco intelligente se, una volta espressomi pubblicamente, non accettassi serenamente quello che ne deriva.

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    1. II parte

      Cercherò di andare con ordine:
      1. ho impiegato circa metà dell'articolo per dire che comprendevo molto bene le motivazioni di chi opta per l'espatrio e che non riesco, nonostante tutto a ritenerle oziose o errate;
      2. la natura delle mie osservazioni è centrata sul fatto che tali motivazioni, legittime e spesso obbligate, comportano comunque un'assunzione di responsabilità di cui non vedo traccia;
      3. riterrei molto importante che tale assunzione avesse luogo per il semplice fatto che nel momento in cui ciò avviene, a prescindere dalle conseguenze che si ritiene di poterne trarre, ha luogo una crescita interiore che costituisce un'importante conquista esistenziale (questa è una mia suggestione che ho in quanto genitore e che, ovviamente, si adatta al profilo di solo alcuni dei lettori);
      4. la natura delle obiezioni che Zotto mi muove, per nulla peregrine e ben circostanziate, riflettono comunque un'impostazione individualistica, che poi è l'elemento che io ritengo maggiormente responsabile della nostra decadenza, come cultura e come nazione;
      5. non mi è chiaro come certi virtuosi circuiti e meccanismi di rientro, nonché le importanti implementazioni a competitività del sistema, salari e via elencando, potrebbero svilupparsi all'interno di un sistema ove i diretti interessati non hanno alcuna fiducia e preferiscono andare altrove;
      6. so per certo che molti giovani (di alcuni lo so proprio per via diretta) espatriano e non si ritrovano per nulla nella condizione di far fruttare un investimento, trovando impieghi dequalificati o per i quali non hanno alcuna formazione, come un giovane ingegnere che ora ripara biciclette in quel di Amsterdam, un graphic designer che serve drink in un bar londinese ed una laureata in ingegneria gestionale che opera come contabile in un'azienda britannica, dopo adeguata formazione in situ. Evidentemente si abbandona l'Italia anche, e sempre più spesso, per disperazione. Questo, a mio parere, cambia di molto i connotati del problema, sottraendo alla scelta di espatriare una bella fetta di autonomia;
      7. sospetto che la visione che muove Zotto, in ordine ai sistemi economici più vantaggiosi ed alle architetture sociali più efficaci, sia molto differente dalla mia, e che dunque ben difficilmente troveremo un punto di accordo, ma non per questo mi permetto giudizi personali. Ho il sospetto di non aver beneficiato della stessa considerazione da parte sua.

      Io comunque ringrazio chiunque trovi la voglia di depositare un commento in calce ai miei articoli, a meno che, naturalmente non si tratti di insulti gratuiti, e non è certo questo il caso.
      Io scrivo non per affermare “verità”, ma solo per esporre come la penso. Se qualcuno mi contesta, io sono comunque soddisfatto. Chiunque ci leggerà potrà confrontare le sue opinioni con quelle che si troverà a leggere e magari, nei casi più fortunati, anche cogliere un punto di vista, mio o di chi mi contesta, che non aveva preso in considerazione.

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