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martedì 11 agosto 2015

Ma perché questi barboni si ostinano a bussare alla mia porta?

Sempre più spesso, sui “social”, divampano le discussioni sul fenomeno dei profughi, ma spesso non vertono tanto sulla genesi del problema, come si origina e perché prende i connotati che abbiamo sotto gli occhi. Ciò avviene in quanto molti preferiscono ragionare, o “sragionare”, sulle conseguenze che quell'afflusso così consistente e caotico può avere sulle nostre vite.

Non dico che sia sbagliato farlo, anzi, solo che non basta desiderare che una cosa non avvenga per isolarsene.
E non credo neanche che si possa arginare il fenomeno in tempi brevi, dato che è determinato dal rapporto di sfruttamento tra occidente industrializzato e sud del mondo, il cui trattamento richiederebbe un riassetto profondo, generale e antiliberista del nostro modello economico.

Quella gente scappa da paesi dilaniati dalla guerra o dalla fame. Sul perché quei paesi siano in preda a confilitti o siano aridi, desolati e con i campi incolti dovremmo, in quanto occidente, farci molte domande e raccogliere il coraggio per accettare le risposte, cosa che ci guardiamo bene dal fare.

Anche i rimedi “sintomatici” proposti dalle forze politiche xenofobe, praticabili solo a prezzo di veri e propri crimini contro l'umanità, anche se appaltati a terzi, non sembrano adeguati a sostenere l'urto di un fenomeno di proporzioni bibliche.

Bisogna dire oltretutto che spesso si sovrappongono due aspetti differenti confondendo, ad arte, due fattispecie ben distinte: gli immigrati, regolari o meno, ma relativamente integrati, che lavorano ed hanno casa, famiglia ed un ruolo di qualche tipo nella società che li accoglie, e i profughi ammucchiati sulle carrette del mare che costituiscono una turbativa per la consistenza e tumultuosità del loro arrivo.

I primi, quelli variamente integrati, diventano un problema solo in funzione del tipo di politica che pratica il paese ospitante. Più l'immigrato è ghettizzato e fatto oggetto di pulsioni xenofobe, più il conflitto sociale si infiamma e il fossato culturale si divarica.
L'incomprensione può diventare la cifra di un confronto sgradevole, mentre i gruppi etnici, importati e autoctoni indifferentemente, coltivano gli aspetti identitari delle rispettive culture, amplificando le differenze piuttosto che valorizzando i punti di contatto e le reciproche convenienze.

Io sono per due sesti francese ed ho molti parenti che vivono in Francia, con un ampio spettro di posizioni politiche e ideologiche, che vanno dal Front Nationale al PCF.
La Francia, fino a pochi decenni fa era un impero e dunque nei suoi confini ha diverse comunità provenienti dai territori oltremare e dalle vecchie colonie, ma non tutti i gruppi etnici sono trattati, e visti, allo stesso modo. Le due tipologie principali sono il gruppo arabo e quello dei paesi dell'Africa sub-sahariana. Per dirla con le parole di mia zia Jeanne, che dio l'abbia in gloria, “Les noirs sont gentils et honnêtes, mais les Arabes sont perfides et mauvais”. Non credo vi sia bisogno di tradurre vero?

Mia zia era gollista e suo fratello Henry, comunista, rideva e sosteneva che i francesi sono incazzati con gli arabi perché in Algeria questi gli hanno fatto sudare le proverbiali sette camicie, causando loro la seconda sconfitta in pochi anni, ma molto più dolorosa di quella annamita consumatasi pochi anni prima, mentre si permettono di essere paternalisticamente ben disposti verso chadiani, senegalesi ed altri popoli di colore perché questi non hanno mai ferito il loro orgoglio.
Le cose sono un po' più complicate di così, ma rimane il fatto che se la Francia ha un problema con gli immigrati, anche se regolari, è con gli arabi e non certo coi camerunensi. Un caso? Direi di no.

Credo che si potrebbe discutere a lungo, e senza molto costrutto, sul fatto che gli arabi siano un pericolo per l'ideologia revanscista musulmana di cui “alcuni”, e solo alcuni, sono portatori o se quell'ideologia sia il portato, la conseguenza e la reazione ad una lunga storia di sfruttamento e colonizzazione, tuttora perseguita anche se non nelle modalità tradizionali.

Con buona pace della Lega, e a dispetto delle falsità che questa propala, l'Italia, che non ha una presenza di stranieri sui livelli francesi, tedeschi e britannici, non ha problemi realmente gravi con le comunità che si sono installate sul territorio, al di fuori di quelle “pompate” da Salvini e soci, e anzi si può ben dire che se il valore del lavoro espresso da quelle genti e la raccolta previdenziale e fiscale che ne derivano venissero a mancare avremmo più di un motivo per lamentarcene.

Il fatto però è che quelli di cui si dibatte ora nelle discussioni su FB e gli altri “social” non sono stranieri integrati, pervenuti in scaglioni gestibili, e con anche solo uno straccio di prospettiva. No, si tratta di gente che fugge da qualcosa di tanto scoraggiante da rendere un viaggio difficile, pericoloso e la certezza di taglieggiamenti, rapine e oltraggi alla persona preferibili alla situazione da cui scappano.
Questo dovrebbe farci capire che si tratta di un flusso virtualmente incontenibile, anche a fronte di provvedimenti drastici e perfino inumani.

Negli anni scorsi la Lega si ascrisse il merito di aver contenuto il flusso di immigrati, e ha opportunamente sorvolato sul fatto che l'emergenza giudiziaria lamentata provenisse in primo luogo dalla Bossi-Fini, che definiva assiomaticamente illegali, e dunque malfattori, gli immigrati privi di permesso. Un caratteristica del problema lucidamente perseguita per dipingere lo straniero quale delinquente “naturale”.

Quel merito comunque proveniva da due fattori: i punti di crisi erano minori e meno incandescenti e la diminuzione degli arrivi si doveva principalmente alla fattiva, e costosissima, collaborazione con un dittatore psicopatico e sanguinario, Gheddafi, che fermava i profughi in terra di Libia con metodi e spietatezza che opportunamente non abbiamo mai avuto interesse ad indagare.

Checché ne dicano Cameron, Farage, Hollande e, in sedicesimo e molto più modestamente, i nostri Salvini e Calderoli, l'ondata non è contenibile e dunque pretendere che “siano cazzi” esclusivamente dei paesi in prima linea è una castroneria ipocrita e inutile, è come lamentarsi che, piovendo, ci si bagna.
La stragrande maggioranza degli arrivi è di gente a cui di rimanere in Italia o Spagna o Grecia non interessa nulla. E' ovvio che i paesi che costituiscono il target di quei disgraziati non possono assorbire quei volumi in quei tempi, ma dovrebbe essere ovvio che anche chi se li vede arrivare sulle spiagge ha i suoi bravi problemi.

L'Italia li gestisce male, si dice. Ok, ma questo non incide più di tanto sulla sostanza. Identificati o meno, detenuti, perché questo è il giusto termine, o meno in qualche CIE, ciò non toglie il fatto che recuperarli, curarli, alloggiarli e sfamarli costa un bel pacco di soldi, che non sempre vengono spesi bene, e fino a prova contraria sono proprio i paesi che vengono investiti per primi quelli con le finanze dissestate e sotto l'arcigna e occhiuta sorveglianza dei tutori dell'equilibrio finanziario europeo.
Non possiamo aggirare il patto di stabilità per fare strade e scuole, perché dovremmo poterlo fare per gestire i profughi? E infatti non lo facciamo. Dovremmo tagliare ancor di più su sanità e istruzione? Ah già, porca pupazza, lo stiamo già facendo.

E dunque i bravi, solerti ed affidabili francesi e britannici hanno girato la testa dall'altra parte quando il problema sembrava ben lontano da casa loro ed hanno decretato un bel “fatti vostri, arrangiatevi” quando l'Italia ha richiesto maggiori coinvolgimento e contributi europei.
Ora i disgraziati hanno tracimato e sono passati in Francia e, da lì, adesso, premono sulla gran Bretagna. Evidentemente il problema non sta solo nell'incapacità italiana. Anche i francesi sono stati incapaci, quanto noi, di contenerli e sia Hollande che Cameron si ritrovano a caldeggiare le stesse richieste di Renzi, quelle che precedentemente avevano schifato con sufficienza.

A me sembra che il problema sia europeo a tutto tondo e che fino a quando ciascuno continuerà a suonare per i fatti propri i guai peggiori ce li costruiremo da soli.
Magari si può sempre sperare che la gente non scappi più da casa propria, ma dovremmo anche ingegnarci a non mungere più le risorse dei loro paesi nell'invereconda maniera che normalmente attuiamo.


Parte dei miei nonni, contadini e poveri in canna, quando qualcuno conciato peggio di loro si presentava alla porta lo sfamavano con un piatto di minestra, magari lunga e poco condita dato che i tempi erano duri per tutti, ma siccome la fame la conoscevano bene scattava una forma di solidarietà ben rappresentata dal detto, non sempre realistico, che “dove ce n'è per due, ce n'è anche per tre”, una cosa di cui ci siamo dimenticati.

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