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sabato 5 dicembre 2015

Occasioni perse e treni da prendere.

Ho commentato, in un social network, un post relativo alle "furbizie" del PD milanese, in ordine allo psicodramma dell'individuazione di un candidato di "sinistra" per le prossime elezioni comunali. Il post è stato scritto da un esponente di SEL, che stimo e apprezzo, ma col quale da un po' di tempo mi ritrovo a battibeccare, essendo lui coinvolto, col suo partito, in un tentativo di salvataggio di "capra e cavoli" che a me sembra del tutto impraticabile.


Il post recita:
Ieri sera il PD ha fatto saltare la riunione del Comitato di Coalizione garante delle primarie milanesi... Non presentandosi.
Sembra che questo impedisca la partenza, il 7 dicembre, della raccolta firme per le candidature e di seguito lo slittamento delle primarie, cosa che il PD cittadino aveva fino all'altro ieri spergiurato non avrebbe fatto.
Bussolati cerca ora di attribuire a SEL e alle sue resistenze sulla candidatura Sala la colpa. Al di là del metodo infantile pre-politico del segretario cittadino del PD questo inizia a comportare una sfaldamento nel suo gruppo dirigente cittadino.
C'è già qualche dimissione e l'ipotesi di una "sindrome Paita" si sta presentando anche nel capoluogo lombardo.

Il mio primo commento si riferiva in realtà alla domanda - retorica - che un altro interlocutore poneva relativamente al bisogno di mantenere una difficilissima collaborazione con compagni di strada riottosi (il PD), i quali in tutta evidenza vogliono imboccare altri sentieri. Forse ci si è già dimenticati che Pisapia venne eletto da un fronte di elettori che trascendeva abbondantemente lo storicamente minoritario elettorato di sinistra lombardo, lettura che comprendo bene possa disgustare alcune persone.
L'impressione che ebbi ai tempi della sua elezione, infatti, fu che Pisapia fosse il "farmaco sintomatico" che la borghesia milanese applicò per allontanare le esperienze fallimentari di Moratti e Albertini, cosa che io collego al coinvolgimento, assolutamente risolutivo, di Assolombarda nella campagna elettorale.

Io credo che questi anni non siano stati ben spesi, non essendo riuscita la Coalizione Arancione a creare e cementare un'aggregazione meno occasionale e contingente, meno dipendente dall'appoggio moderato e meno esposta alle nefaste influenze di un PD renziano spregiudicato e, alla fine di tutto, animato da pregiudiziali sostanzialmente "anticomuniste".  


A differenza di quanto appare ipotizzabile per Roma Capitale, a Milano non è probabile un travolgente successo pentastellato e dunque a mio parere la città tornerà in mano al centrodestra, magari a conduzione Dem.  Un'occasione preziosa, unica e malamente persa, senza dubbio.

Le mie critiche non sono state ben accolte e mi è stato opposto un bilancio tutto sommato positivo dell'operato dell'amministrazione in carica, all'insegna del "ha ben operato, con alcuni limiti" e, argomentazione che si vorrebbe definitiva, giustificando certe convulsioni con l'esigenza primaria di essere responsabili 
verso i milanesi, cercando in tutti i modi di impedire un governo della destra eversiva (una declinazione dell'assai logoro principio del "voto utile").

La mia pessimistica analisi è quella di un "esterno", non addentro a certi meccanismi e lontano da una quotidiana esperienza di vita e vissuto nella città, ma è corroborata dalla testimonianza di una persona a me assai vicina, facente riferimento all'area cosiddetta "a sinistra del PD" e agente in un contesto, ora di natura privata, ma che gestisce un servizio pubblico essenziale per la città.
Questa persona mi ha raccontato dei reiterati tentativi di accesso e ascolto, presso Pisapia, per la denuncia di determinate storture sia occupazionali che operative nell'ambito del servizio ove opera, e del respingimento di tali addebiti da parte del sindaco con la formula, assai convenzionale, abusata e dal sapore formigoniano della cosiddetta "eccellenza cittadina", che gli consigliava di non sollevare polveroni.
Devo necessariamente aggiungere questa testimonianza, di cui sono in grado di valutare positivamente l'attendibilità, alle analisi che mi provengono dalla lettura di articoli giornalistici e dall'ascolto di servizi televisivi. 
Tutte queste cose mi dicono che Pisapia, come afferma l'esponente di SEL, ha "fatto bene, con alcuni limiti", e ci mancherebbe altro, ma pure che sia lui che la sinistra milanese non hanno potuto/saputo costruire le basi per il consolidamento di un coinvolgimento della cittadinanza. Quel coinvolgimento, prodigiosamente creatosi prima delle elezioni, fu un elemento innovativo di grandissima importanza è costituì il "carburante" essenziale di una vittoria di portata assolutamente storica. Però quel coinvolgimento è andato disperdendosi nel tempo, dissipato e stritolato da una conduzione quotidiana che ha dimenticato che la realtà milanese non è mai stata favorevole ad un clima di sinistra, soprattutto dopo che il PSI ha fatto terra bruciata dietro di sé.
Non sto a discutere tanto delle convulsioni delle varie forze politiche oggi e a ridosso della prossima tornata elettorale, ma credo che queste convulsioni siano la conseguenza diretta di una mancata costruzione di condizioni oggettive.

Io non so nulla, vivo altrove e magari mi sfugge qualcosa e le mie conclusioni soffrono per una mancata contiguità con le condizioni politiche di quella che fu la mia città. Forse la mia diffidenza verso una sinistra che continua a pensare in termini quasi esclusivamente tattici, e che si ostina a operare per linee interne e con logiche apicali e manovriere, costituisce un pregiudizio. Forse sono eccessivamente diffidente, però a me questa costante pratica di non coinvolgere la base, se non in quella vuota ritualità addomesticata che sono divenute le primarie, incute somma diffidenza, come strumentale e stucchevole trovo questa "urgenza" di costruire un argine a sinistra allo strapotere renziano. Si, certo, bisogna cominciare a ricostruire un tessuto, a ridare rappresentanza politica a classi e categorie che l'hanno persa, ma non siamo all'indomani di uno scivolone, dove basta raccogliere le carabattole che ci sono sfuggite dalle mani e riprendere come nulla fosse. Noi siamo alla fine di un ciclo che ha pervicacemente costruito i problemi ed ha neutralizzato, assiduamente e incoscientemente, ogni anticorpo possibile all'infezione liberale. Renzi ed il turbocapitalismo hanno già azzerato decenni di lotte politiche e sindacali, che vuoi difendere? Qui c'è da ripartire da capo. Ci abbiamo messo un sacco di tempo per evirarci così efficacemente, non riusciremo certo ad approntare, in pochi semestri, qualcosa di vitale e privo dei vizi che ci hanno fin qui condotto. Chi dovrebbe sorreggere la volontà di tutte queste dirigenze, tutte di lungo corso e tutte transfughe da precedenti disastri? Quali voti? Quelli di chi, completamente demoralizzato è andato a ingrossare le fila dell'astensione? O quelli di chi ha pensato di trovare nel "sanculottismo" di maniera pentastellato un succedaneo di rivolta indignata? Quella è tutta gente che è fuggita a gambe levate e che puoi recuperare solo se li convinci che la tua capacità di ascolto e la tua disponibilità a cedere quote decisionali verso il basso sono decisamente migliorate, cosa che, al momento, non mi pare si possa ravvedere nei detriti di quella che fu la sinistra della politica di questo paese.
Quello che ci manca è una declinazione italiana di Podemos, con la sua pratica politica fatta di condivisione, coinvolgimento ed elaborazione corale da parte dei diretti interessati, una cosa assai diversa dalla creatura civatiana, che si è fermata all'adozione di una discutibile traduzione del termine ispanico. Questo "buco" potrebbe essere riempito da un nuovo soggetto politico che, a breve si darà una forma ufficiale, dopo una lunga gestazione operata per il tramite dei social network; sto parlando del Movimento Essere Sinistra - MovES. La sento già l'obiezione, tra lo spazientito ed il sarcastico. Ma come, un altro soggetto politico? Come se non ne avessimo abbastanza. Beh, i soggetti possono essere tanti o pochi, ma l'unica cosa che importa è che siano utili ed efficaci. MovES non ha "quarti di nobiltà" marxista-leninista da vantare, pregresse frequentazioni o autorevoli personaggi cui riferirsi, ma è costituito da persone che intendono collaborare attivamente e che non intendono più delegare niente a chicchessia. Nessuno chiede a nessuno di "arruolarsi", o firmare assegni in bianco, ma tutti possono informarsi e controllare:
Date un'occhiata, se volete, e fate le osservazioni che riterrete più opportune.

domenica 22 novembre 2015

Un futuro grilliano ci attende.

Non credo sia un mistero il fatto che non nutro nei confronti di M5S aspettative di segno positivo. Le ragioni della mia diffidenza sono di natura eminentemente politica e vanno un pochino oltre gli aspetti di coerenza fin qui rivendicata (dimostrata?) dal movimento.

Quello che intendo è che, al di fuori della puntuale condanna del malcostume e oltre gli esercizi di "presentabilità" morale, non riesco a intravedere un programma che vada oltre la sconfitta dell'orrido PD, peraltro necessaria.   

Inoltre il mantra del superamento di "destra e sinistra", insieme ad alcuni discutibili, a mio parere, pronunciamenti positivi nei confronti di Casa Pound e certe esternazioni su mafia e fenomeno profughi confliggono irreparabilmente con il mio personale sistema di valori.
Date queste premesse, la comune aspirazione ad un maggior rigore etico e morale nella cosa pubblica non basta a farmi superare questa distonia.

Detto questo io semplicemente credo che il profilo e l'esperienza professionale, sia di Grillo che di Casaleggio, abbiano loro consentito di attenuare in maniera determinante la cattiva stampa che, almeno inizialmente, accolse il movimento, fino a riuscire addirittura a ribaltare la situazione e a creare un vero e proprio fenomeno mediatico di straordinario successo.

E' quella che, con un termine caricato di un'aura negativa, ma non per questo tecnicamente inesatto, possiamo definire una manipolazione ben riuscita, e il fatto che i pifferai che vennero per suonare alla fine furono suonati non aggiunge altro che una nota di beffarda soddisfazione.

Un ulteriore successo propagandistico è costituito dal fatto che il movimento si è messo lucidamente nella condizione di non poter influire su nulla, dato che non ha i numeri per farlo e che si guarda bene dallo stringere alleanze (avendo in questo buon gioco), riuscendo a far passare questa perseguita impotenza quale elemento di discriminazione a suo danno.

Il movimento, intendiamoci, è effettivamente discriminato ma questo, nonostante il vittimismo attivamente sbandierato, è voluto e profondamente funzionale alla strategia politica grilliana, la quale si sta dimostrando straordinariamente efficace (grazie anche all'attiva collaborazione di un PD sempre più inqualificabile).

Il problema naturalmente, è che date le condizioni e le scelte attuate, questa impotenza è prima di tutto una logica conseguenza di scelte strategiche espresse dalla conduzione politica grilliana. Una scelta avveduta sotto il profilo propagandistico. Il PD si avvita nel suo male incurabile, il centrodestra cerca di coagularsi con istanze che rimangono intrinsecamente localistiche per cercare di recuperare antichi fasti, M5S rifulge stagliandosi sullo sfondo del “sol dell’avvenir”, unica speranza, intonsa, illibata e virtuosa.

Il movimento denuncia, e ha molte occasioni per farlo, attua comportamenti lucrosamente spendibili sul piano del consenso - autotassazione e lavoro duro nelle commissioni per esempio - ma nulla che abbia anche solo un vago sapore di strutturale e consolidato. Perché? Ma perché non lo fanno lavorare, che diamine! (già sentita questa) 

Credo che non siano necessarie doti divinatorie per prospettare per tutte le prossime tornate elettorali, amministrative e politiche, una concreta possibilità che M5S arrivi a conseguire voti bastanti a consegnargli la responsabilità di governare.

Quando ciò avverrà, e avverrà, vedremo se la mia convinzione che nel movimento non vi sia nulla che non sia mera tattica e coltivazione del dissenso verrà, o meno, confermata. 

I miei amici e conoscenti pentastellati provano nei miei confronti sentimenti che vanno dal compatimento fino al disappunto, con occasionali punte di disprezzo, e mi obiettano che, con tutto il mio criticare, io non sono in grado di dare uno straccio di risposta.

Per il momento è proprio così, ma a breve potrebbe magari cambiare qualcosa. Non è d’altra parte che una risposta qualsiasi sia necessariamente quella giusta e tra l’altro, tecnicamente, una “non risposta” è a tutti gli effetti una risposta di tipo non positivo.

La gamma di scelte non è molto ampia e neppure allettante. In Italia il numero di astenuti è sul punto di superare quello degli elettori e la carnevalesca sceneggiata della defenestrazione di Marino ha senz’altro convinto molti altri a prendere le distanze da una politica ammalata.

Il fatto che quello degli astenuti sia il primo "partito" italiano mi dice che le mie considerazioni non sono poi così peregrine. 

sabato 10 ottobre 2015

A proposito di travi e pagliuzze.

Amare considerazioni si intrecciano sullo stato generale delle nostre “qualità” civiche, e ciò accade fin da molto prima di Tangentopoli e mentre precipitiamo verso fondali d'indecenza e corruzione morale a velocità sempre maggiori.

La situazione è veramente compromessa se ci ritroviamo a prendere atto di malcostume e furbizie così profondamente innestate nel vissuto di ciascuno da portarci a considerare di non potere, noi stessi, lanciare la proverbiale pietra di chi è
 senza peccato.

Il fatto è che ci sono, pragmaticamente, molte ottime ragioni per ogni nostro cedimento. Mantenere una linea di condotta retta è faticoso anche nelle situazioni migliori, perché richiede uno sforzo di coerenza non precisamente naturale. 

Solo che in un contesto di generale correttezza questo sforzo è un po' come l'alzarsi da una comoda poltrona; una volta in piedi muoversi non è molto più impegnativo, ma qui, in questa specie di marcio basso impero, da quella poltrona ti alzi solo per affrontare ardue salite, gravato dai pesi che dovrebbe portare qualcun altro ed esposto al pubblico ludibrio di chi si sente minacciato dai tuoi sforzi di essere meno censurabile di loro.

Ecco dunque che i migliori tracciano una linea sotto la quale non intendono andare e si attrezzano a faticosi compromessi per tutto ciò che non possono evitare, rinunciando a tutto il resto e vivendo insidiosi sensi di colpa per un malcostume che per altri è addirittura noiosamente virtuoso.

Ora, in questo bailamme di indecenza orgogliosamente rivendicata, i buoni principi servono solo a rinfacciare ad altri di non poter aprire bocca, come il borsaro nero che ti offre un po' della merce per poi poterti tenere a bada.

Marino non può parlare perché "ha rubato pure lui", che questo sia vero oppure no, come accerterà la magistratura, mentre cani e porci grufolano allegramente, ma nessuno può dirlo, perché tutti sono in qualche modo immerdati e vengono, con questa argomentazione, prontamente zittiti.

Ma anche se non sempre ho chiesto la fattura all'idraulico e talvolta sono stato meno rigoroso di quanto mi ero prefissato di essere, sono pur sempre uno che paga le tasse, che non ha brigato per farsi esentare dal servizio militare e che quando getta la spazzatura impiega tempo a selezionare accuratamente i tipi di plastica e a separare la carta riciclabile da quella irrecuperabile, che dà la precedenza ai pedoni sulle strisce, anche se altri automobilisti lo sfanculano e discettano sulle qualità morali delle donne della sua famiglia.

Dunque non sarò un angioletto, ma benedetto iddio mi sono lo stesso guadagnato il diritto di puntare un dito accusatore, e lo faccio perché, nonostante gli sforzi di corrotti e corruttori, i miei "quarti" di onestà sono lì, a dispetto di tutto quello che fanno per negarli.


Un contesto di onestà diffusa è pur sempre possibile, ma non può prescindere dal concorso di tutti ed ha bisogno di costante vigilanza, rigore, onestà intellettuale e assenza d'ipocrisia, come ben sanno i tedeschi che defenestrano ministri che hanno copiato la tesi, ma poi armeggiano con i test sulle emissioni delle automobili.



sabato 3 ottobre 2015

Chiunque incontri è tuo fratello, figlio, figlia (Don Gallo)

Leggo questo bell'articolo di Paolo Sassanelli, che ci ricorda che ciascuno di noi è stato, e in molti casi è ancora, lo "sporco negro" o il "terrone" nella considerazione di qualcun altro, e che dunque non abbiamo alcuna giustificazione quando assumiamo atteggiamenti di intolleranza e razzismo verso gente più sfortunata.

Sassanelli è stato un bambino "terrone" in una Milano che faticava ad includere i flussi migratori, pur riuscendo in questo meglio di altre città, ed il mio pensiero è corso ai miei ricordi di bambino "polentone".

Sono un "ragazzo del '54".  Ho frequentato la scuola elementare Tommaso Grossi, in via Monte Velino, a Porta Vittoria, in una Milano che non esiste più.   Il quartiere era in larga parte popolare, perlomeno nella zona dove abitavo, intorno a Piazza Martini/Piazza Insubria, con frange ben localizzate di relativo benessere; piccoli funzionari, qualche bottegaio ben avviato, qualche libero professionista di oneste, ma non cospicue, capacità.
Nella mia classe di 35 bambini (allora questa era la consistenza media e per non meno di 6-7 sezioni) c'erano tantissimi figli di facchini dell'Ortomercato, data la presenza nel quartiere di quella struttura.  

Nella mia qualità  di figlio di commesso di banca io navigavo, per dire,  nella fascia medio-alta della classifica di reddito, e il papà  del mio migliore amico non lo vedevo mai, perché  faceva la guardia notturna alla Montecatini.  Quando lui era sveglio, noi dormivamo.  

Quel signore era di Bitonto, e la moglie di Berceto, in provincia di Parma.  Sul nostro pianeŕottolo si affacciavano gli usci di casa di una famiglia mantovana, di una calorosissima famigliola di messinesi (la signora quando faceva i croccanti di sesamo e mandorle ne dava sempre un po' anche a me e mia sorella) e di una coppia di persone, estremamente riservate, di cui non sapevo nulla, tranne che erano nate altrove. 
Al piano di sopra abitava una signora palermitana simpaticamente sboccata, con grande scorno di mia nonna, e al piano di sotto una famiglia bergamasca.  Già allora i milanesi "autoctoni" erano in minoranza e, molto spesso, sposati con persone provenienti da ogni dove.

Girando per il quartiere si sentivano accenti e dialetti tra i più disparati e non voglio dire che mancassero gli attriti, dato che quando usi e costumi divergono anche una formula di cortesia può  divenire problematica, ma tutti trovavano un modus vivendi, più o meno efficace, e nel mio quartiere, che io sappia, l'orrido cartello "affittasi non  a meridionali" non è  mai comparso perché,  perlomeno allora, la fratellanza di classe aveva il sopravvento.   Purtroppo non posso dire la stessa cosa per altre zone della città.  


L'unico episodio di intolleranza di cui ho memoria nella mia infanzia provenne dalla nostra maestra chesciaguratamente,  riservò ad un nostro compagno appena giunto dalla Puglia un trattamento infame, che vidi poi replicato solo nelle miserrime pratiche del nonnismo militare.
Noi bambini, in un primo momento e per consonanza con la maestra, collaborammo con il dileggio, ma poi, piuttosto a disagio, smettemmo e so che molti genitori, venuti a conoscenza della cosa, protestarono vivacemente con il direttore della scuola.

Il razzismo è un modo di pensare apparentemente "ragionevole".  Prende tutti i problemi che possono verificarsi tra persone provenienti da ambiti diversi e, invece che cercare di individuare i punti di contatto, esalta le differenze e identifica immancabilmente nel processo di fusione tra culture che vengono a contatto un'azione ostile di conquista da parte "dell'intruso".  

Una volta passato il concetto, non vi è più alcuna necessità di comprendere le ragioni dell'altro, perché si tratta di un nemico, un pericoloso antagonista, e la faccenda risulta essere unicamente una lotta per la sopravvivenza nella quale non si fanno prigionieri.

Il razzismo di conseguenza si attrezza costruendo un arsenale di assiomi indimostrati e non negoziabili, la cui messa in discussione, come il più timido dubbio a riguardo, vengono prontamente e ferocemente bollati come inqualificabile tradimento.
La sua perpetuazione si articola principalmente nella riproposizione continua, spasmodica e martellante di radicatissimi pregiudizi.

Il razzismo dunque prospera nell'ignoranza, nella paura e nella meschinità e nessuno di noi ne è veramente immune, perché tutti abbiamo un pezzettino di umanità imperfetta e paure inespresse e corrosive.

Bisogna essere vigili e saper fare quel passo che supera il fossato, e tenere presente che proprio perché l'altro ti è fratello potrebbe, a sua volta, essere diffidente, dunque ti sarà richiesto essere paziente, oltre che fiducioso, così potrai trovare un abbraccio invece che un pugno serrato.


Un'ultima cosa.  Mia madre era francese di nascita perché  mio nonno, bergamasco del Lago d'Iseo, emigrò in Francia per sfuggire alla miseria che lo attanagliava.  Sono dunque nipote di migranti e figlio di una "straniera", non potrei mai angariare qualcuno solo perché nato altrove.

martedì 22 settembre 2015

Tanto peggio, tanto meglio.

Vedo che la lettura che avvalora la figura di uno Tsipras sostanzialmente colluso e rinunciatario piglia sempre più quota, con un rateo di salita temperato solo, per non contraddirsi troppo, dall'esigenza di non stridere eccessivamente con il favore triburatogli fino al mortifero memorandum.

Si, è vero, Tsipras non ha vinto il confronto con l'Europa a guida germanica e, perdendo, ha spento le speranze di tutta la sinistra europea, quella che nelle singole nazioni non ha alcun motivo di rallegrarsi, data l'irrilevanza media che la contraddistingue, o la metastasi centrista che la corrode.
Non rimane che rifugiarsi in Podemos, per quanto già guardata con un po' di sospetto, o  nell'inaspettato Corbyn, così incongruamente e inopinatamente emerso da quel feudo liberale che è la Gran Bretagna.

Queste due entità, Podemos e il Labour finalmente post-blairiano, sono sugli scudi, anche perché arrembanti e tuttora in fase progettuale, e dunque non ancora venuti a contatto con il potere interdittivo e ricattuale che esprime la cosca neoliberista che ci dirige con spietata determinazione.   Chissà se, una volta esposte al potere contrattuale di chi ha tutte le briscole in mano, e qualche asso nella manica, sapranno cavarsela meglio o se faranno la fine del vituperato Alexis.

Intanto la cruda luce del massimalismo, funzionale se non programmatico, azzera ogni sfumatura, dunque qualsiasi distinguo o elemento di complessità diventano, ipso facto, un cedimento.
La via è decisa e semplice: no Europa e no Euro, ed è giusta tra l'altro, ma solo per ragioni strettamente congiunturali.  L'averla imboccata, inoltre, segnala esclusivamente l'accettazione di una sconfitta ineludibile, e la predisposizione di un percorso alternativo degradato rispetto al progetto iniziale, fallito miseramente.

Noi, in realtà avremmo bisogno di una “entità Europa”, ma certo non di quell'orrido simulacro che ne ha preso il posto, smisurata provincia asservita e subalterna agli interessi neoliberali.
Non ci si può confrontare con i colossi economici che si spartiscono il mondo rimanendo nella mera dimensione nazionale, ma neanche si può farlo divenendo la marca esterna di un impero parassita e noncurante.

Dunque una strategia di uscita dall'Euro e dalla trappola di un'Europa politicamente deceduta diventa una necessità, ma solo nel senso che porta un chirurgo ad amputare per non compromettere il corpo.  Una cosa necessaria, ma tragica.   
Dirlo però equivale a compiere qualche innominabile empietà e guadagna severe rampogne all'incauto che si azzarda a farlo.

Anche esprimere dubbi sulle modalità di uscita dall'Euro, non sulla necessità di farlo ma solo sulla strategia di attuazione, espone a pepatissimi commenti e dunque il dibattito subisce un singolare, e mortale, appiattimento della dinamica.   
Nel momento in cui ti predisponi a produrre un'azione politica hai bisogno di una certa stabilità dottrinale, ma scoraggiare la dialettica, anche conflittuale, non è mai un buon affare, perlomeno se dichiari di voler coinvolgere tutte le componenti del tuo seguito nell'elaborazione di strategie e programmi, e se manchi di farlo finisce che allontani più gente di quanta ne attiri.

Intanto qui da noi, contemplando l'arretramento delle velleità del governo ellenico, si conclude che le cause della sconfitta risiedono nell'ambiguità pusillanime di Tsipras, dato che ammettere che la Troika non avesse che da tenere i cordoni della borsa ben stretti e la flessibiltà negoziale a zero, sancirebbe la fragilità contrattuale di qualsiasi nazione che si presentasse isolata al confronto, complicando lo scenario rivendicativo.

Infine, in una recrudescenza del ferale motto “tanto peggio, tanto meglio”, si azzardano tesi che avvalorano come preferibile un secco rigetto dei ricatti mitteleuropei, piuttosto che una lenta morte, corroborando tale considerazione alla luce della disperazione di chi non ha più niente da perdere, con una visione inconsciamente, spero, crepuscolare.

Il fatto è che se fosse realmente così non saremmo qui a parlarne e le strade e le montagne sarebbero teatro di una feroce rivolta.   Non è così, non ancora almeno, e precipitare le cose per ottenere una massa critica di disperati non mi sembra un gran servizio, o così avrà pensato Tsipras, io ritengo, nell'operare le sue scelte.

In Grecia si muore di fame e per l'impossibilità di curarsi e questo significa un totale fallimento del nostro modello di cultura e sviluppo, ma a giudicare dal comportamento dei greci e dalle risultanze demoscopiche fin qui raccolte, la fuoriuscita dall'Euro senza un'oculata ed efficace strategia preparatoria non sembra essere una priorità.

Noi dobbiamo uscire dall'Euro perchè quella moneta è un “lusso” che non ci possiamo permettere, ma quello di cui avremmo realmente bisogno sarebbe un Euro con le stesse caratteristiche operative del dollaro, liberamente svalutabile a seconda delle esigenze, e inserito in un contesto federale paritetico di stati di pari rango e con politiche finanziarie, economiche e industriali decise collegialmente, e non da chi è più “uguale di altri”.

Esistono le condizioni, in questo momento, per creare questo contesto?  Certo che no. Metterci allora una pietra sopra e non pensarci più divenendo una delle tante nazioni europee “pret a manger”?
Fate un po' voi. Io sono un anziano, malato per di più, e tra un po' toglierò il disturbo. Dopo sarete voi a grattarvi questa piaga.  Pensateci bene.

venerdì 11 settembre 2015

11 settembre. Data infausta.

11 settembre.  Ricorrenza infausta nella quale gli effetti della "politica estera" statunitense si coagulano con esiti di morte.

Ero meno che ventenne l'11 settembre 1973 (l'altro, e dimenticato, 11/9), quando
nel lontano Cile un golpe foraggiato dagli USA e dagli interessi delle grosse corporations di quel paese depose il Presidente Allende e il suo esperimento socialista.

Tra il Cile e il nostro paese c'erano allora alcuni paralleli, e noi vivemmo per anni sotto la minaccia ed il ricatto costanti di una "soluzione" cinicamente definita "spaghetti in salsa cilena", che compromise ed orientò la dinamica della dialettica politica italiana.

Essere la provincia di un impero di fatto comporta anche questo.

L'11 settembre 2001 ero un padre di famiglia di 47 anni.   Quel giorno ero in ferie. Non vacanza vera, ma solo una serie di incombenze da sbrigare in orario lavorativo.

Nel pomeriggio, quando gli schianti si erano già verificati da alcune ore, entrai in un bar per un caffè. La televisione era accesa, i pochi avventori stranamente silenziosi e con lo sguardo incollato allo schermo, basiti e increduli, mentre la barista sembrava non riuscire a prestarmi sufficiente attenzione.

Guardai lo schermo e ricordo che pensai, sulle prime, che si trattasse di un film catastrofico, ma era invece la cronaca, trasmessa a ciclo continuo, del successo di un attentato costruito con grande dispendio di danaro e di energie.  

Il numero dei morti raggiunse quel giorno quota 2.752 persone!
Il paese dove abito conta 2.596 abitanti!

Quel giorno un paese leggermente più grande di Bornasco sarebbe stato ingoiato in un inferno di fiamme e macerie, per non parlare delle migliaia di decessi dovuti a neoplasie contratte da moltissimi superstiti, venuti a contatto con i materiali cancerogeni dispersi nel crollo delle torri.

Ma non sono solo americani i morti di quell'attentato. Nel numero andrebbero conteggiate anche le vittime di guerre scatenate nominalmente per comminare la "giusta punizione" per quei fatti, in realtà al servizio di ciniche, e miopi, motivazioni geostrategiche che strumentalizzarono i caduti delle torri.

Guerre che sono tuttora in corso, anche se degenerate in scontri endemici tra creature politiche spietate e sanguinarie, nate quale logica conseguenza della miopia statunitense, e le moribonde entità statuali rimaste stritolate dalla perversa logica neoimperiale della grande potenza.

Guerre, infine, che si stanno avvicinando a grandi passi ai nostri territori.  Ma questi territori, nella visione strategica americana, sono la marca esterna, e spendibile, di un impero di fatto, costruito anche per attutire lo scontro.   Mai più un altro 9/11, mai più un convolgimento diretto della popolazione civile americana.

Che le cose accadano altrove e lontano. A casa nostra!

venerdì 4 settembre 2015

Io non c’ero, non son stato, non son mai venuto qui.

L'Agenzia delle Entrate ha pubblicato le risultanze dell'ultima campagna di raccolta del 2 x 1000 dell'imposta sul reddito che ciascun contribuente può destinare, se lo desidera, ad un partito di sua scelta.

Premetto che l'iniziativa, con buona pace di M5S che l'ha criticata, mi sembra un buon
compromesso tra un finanziamento pubblico "coatto", faraonico, opaco e corrisposto su basi alquanto criticabili, dato che venivano "rimborsati" anche partiti nel frattempo defunti, ed un finanziamento esclusivamente privato che favorisce, soprattutto in tempi di "vacche magre" come questi, principalmente chi mostra consonanza con finanziatori dotati di larga autonomia finanziaria.

Quanto sopra in linea generale ed ipotetica ovviamente, dato che al momento il panorama politico italiano è alquanto deludente e ben pochi, a mio parere, meritano il contributo di un elettorato in gran parte tradito e marginalizzato, anche se poi il 2 x 1000 dell'imposta raccolta viene comunque destinato ai partiti, che l'elettore indichi, o meno, una scelta.   Ciò viene fatto ripartendo la somma, non finalizzata, proporzionalmente alle indicazioni espresse positivamente dai contribuenti. 

C'è chi ritiene questo ultimo aspetto né più né meno che una truffa, dato che il suo desiderio sarebbe di non destinare neanche un centesimo ad alcun partito, ma questo presenta alcune controindicazioni non immediatamente rilevabili e che necessitano, per essere riconosciute, di astrarsi dalla situazione che subiamo e fingere di vivere in una democrazia sana e dai processi non bloccati.     Una cosa ardua da figurarsi, date le condizioni, ma vi sono fattispecie, quali la legge elettorale e il tipo e le modalità di finanziamento dei partiti, che dovrebbero essere progettati non in funzione dell'attualità, bensì dei principii  fondanti dei processi funzionali democratici della nazione e della loro salvaguardia.

L'antipolitica e l'astensionismo vengono visti da alcuni, da molti in verità, come elementi consolidati e strutturali, però non è così, non è vero e non è giusto.  Quei due elementi sono una patologia, un'affezione della quale dovremmo liberarci, dalla quale affrancarci per recuperare un ruolo del quale siamo stati privati, anzi scippati, dato il modo nel quale ciò è avvenuto.

Spesso ci dicono che la bassa affluenza alle urne è una caratteristica delle società occidentali "più avanzate", ma avanzate in cosa, di grazia?  Nell'esautoramento del volere popolare principalmente.    Gli USA, che portano avanti grandi interessi particolari spacciandoli quali interessi nazionali (ciò che giova a General Motors giova all'America, sentenziava McNamara, il Ministro della Difesa di JFK), sono una delle nazioni "avanzate" con uno dei più bassi tassi di partecipazione alle tornate elettorali.

Sono anche nazioni dove gruppi sociali ben definiti, che a quelle elezioni vorrebbero partecipare, vengono tenuti lontani dalle urne con escamotage amministrativi (vedi la Florida di Jeb Bush che escluse gran parte della popolazione di colore la quale, votando, avrebbe messo in discussione l'elezione a Presidente del fratello George W).

La ragione principale per la quale siamo così delusi e schifati dei nostri partiti deriva innanzitutto dalla nostra storica propensione ad affidarci a "chiese", laiche o confessionali, e/o ad "uomini della provvidenza" più o meno efficaci e credibili, ma senza mai rivendicare le nostre prerogative di cellule fondamentali del gioco democratico.

Si votava DC o PCI per partito preso, appunto, e si sosteneva la scelta, anche in presenza di contraddizioni, talvolta vistose, perché ciò significava interdire efficacemente il nemico.     Poi, venuta meno la pregiudiziale anticomunista, e ben avviata la deriva socialdemocratica del PCI, si votava, un pochino smarriti, principalmente per antica abitudine, ma una volta espresso il voto nessuno si prendeva la briga di chiedere conto e ragione delle strategie del partito prescelto, e questo ultimo spesso soffocava il dissenso postulando fantasiose "quinte colonne", un metodo che Renzi ha portato a perfetta maturazione tra l'altro.

Altro elemento patogeno è stata la propensione a favorire chi prometteva scorciatoie, o favori, o esenzioni e punire chi, invece, postulava certe scomode, ma coerenti pratiche.
La DC che gonfiava gli organici dell'impiego pubblico, il PSI che "prezzava" gli appalti e garantiva corsie preferenziali, il PCI che, localmente e nelle proprie roccaforti, a un certo punto ha cominciato a comportarsi allo stesso modo, ma con minor chiasso.  

Sempre all'insegna dell'interesse particolare si votava, con significativa variazione della particella pronominale, il partito che "mi" avrebbe favorito meglio e non quello che "ci" avrebbe favorito, ma con una certa e scomoda contropartita civica.

Poi emerse dalle nebbie dell'hinterland milanese quel tal Cavalier Silvio, prodotto emblematico delle contiguità e sinergia tra imprenditoria e politica, che mise la pietra tombale su qualsiasi attitudine al civismo, coprendo sistematicamente di ridicolo chi cercava di attenervisi e delegittimandolo con interessate e mistificanti narrazioni.

Cominciò allora, con la trionfante creatura politica di Berlusconi, mai abbastanza e coerentemente fronteggiata dai "prodotti" decaduti e decadenti del fu PCI, il lungo cammino che ha portato a sistemi elettorali che non tengono in alcun conto le indicazioni del corpo elettorale e, alla fine, anche alla sospensione della sua consultazione, proponendo a ciclo continuo primi ministri opzionati da una Presidenza che da garante della costituzione è divenuta agente di interessi finanziari sovranazionali, mentre il Parlamento ospita compagini mutate, in senso teratogeno, e ben lontane dai percorsi prospettati in sede elettorale.

Dunque non esprimere una scelta esplicita riguardo il 2x1000 non è diverso dal non andare a votare e dalla rinuncia a contestare, pubblicamente, ma soprattutto nelle sedi dei partiti, i programmi politici che non ci aggradano.

La politica procede autonoma e alla faccia nostra perché abbiamo a suo tempo rinunciato a controllarla, limitandoci a chiacchiere da bar e invettive da coda alle Poste.


Ora che ci sarebbe da faticare per riprenderne il controllo non sappiamo più come farlo, oppure siamo stati messi in condizioni così precarie da farci divenire dei veri e propri sudditi.
Dimentichi dei nostri diritti, abbiamo rinunciato a rivendicarli, dunque non ci sentiamo legati ad alcun dovere.    Si sopravvive meglio che si può e chi ne ha la possibilità e lo stomaco, spesso, si accoccola tra le gambe del potente, in attesa delle briciole che cadranno dal suo desco.

Ci piace assai identificare nei partiti e nella classe politica l'origine dei nostri guai, la fonte della nostra disgrazia, ma se questa politica è parassitaria e autoreferenziale, ed è indubitabilmente tale, lo è in primo luogo per colpa nostra.

Si potrà obiettare che molti di loro occupano la loro poltrona ministeriale, o scranno parlamentare, in virtù di un sistema che affida alle segreterie dei partiti la selezione del personale politico, e anche se ciò è vero, lo è ora, ma i politici che hanno messo in opera questo sistema ademocratico sono venuti prima e ce li abbiamo messi noi nelle condizioni di operare, mantenendoli in sella per un ventennio, a dispetto della sempre crescente evidenza del muro contro il quale saremmo andati a sbattere.

Quindi sì, certo, "vi dovete dimettere, tutti a casa", come molti post su FB dichiarano mentre presentano le nefandezze dei nostri politici, ma pochi si prendono la responsabilità di aver contribuito a creare le condizioni di questo sfascio.

Eppure certe formazioni realizzavano importanti risultati elettorali.  Tutti spariti? 
Nessuno che chiede scusa o mostra di aver capito l'errore e di sapere come ovviare?  No, certo.

venerdì 28 agosto 2015

Presto, che è tardi!

Noto, nella macedonia mista del popolo di sinistra una certa propensione a "fare alla svelta", a creare con urgenza un'alternativa di sinistra (ma non sarà piuttosto ricreare la sinistra?) per sconfiggere Renzi, ridimensionare Salvini e togliersi di torno M5S, nientemeno.  Ci abbiamo messo anni per autodistruggerci così radicalmente, crederemo mica di rimettere in piedi tutto in poco tempo vero?

E con cosa lo dovremmo fare, di grazia? Con transfughi a vario titolo di PD o rimasugli di falliti tentativi di "superamento a sinistra"? Con gente che, ben lontana dall'assumersi le proprie responsabilità nell'ignominioso harakiri di quello che fu il più potente partito comunista d'opposizione al mondo, si ricicla senza però abbandonare il viziaccio brutto di concionare dalla cima della piramide?

E a chi vorrebbero rivolgersi questi "portatori di speranza"? Allo stesso "parco buoi" di cui si sono ricordati puntualmente in epoca elettorale e che poi, altrettanto puntualmente, veniva riposto nell'apposita custodia? Gli stessi impiegati, operai, studenti, cassaintegrati, disoccupati, le stesse donne le cui aspirazioni ed aspettative, i cui diritti costituzionali venivano calpestati per l'assoluta inanità politica che quei dirigenti sapevano dispiegare?

Qualcuno ha ricordato a questi arrembanti "revanscisti" che il primo partito d'Italia è quello dell'astensione? Banale vero? Eppure pare che la cosa venga spesso dimenticata. O vogliamo parlare di quelli che si sono rivolti a M5S? Con cosa li si schioda quelli?

Il fatto è che non si deve solo ricostruire da zero una rappresentanza politica, ma anche ricordarsi, o per certuni capire, che quella rappresentanza è uno strumento che un blocco sociale si dà. Se il blocco non c'è, non c'è neanche la rappresentanza. Ma questo blocco sociale è disperso, esiste ma non ha coscienza di sé ed ha una sola certezza, quella di essere stato tradito.

L'unica cosa che abbonda sono i dirigenti senza "casa" e smaniosi di tornare sulla piazza. 

Un volta il mio medico curante mi disse che il fegato, come molti organi interni, sopporta molti maltrattamenti prima di ammalarsi e che così come ci mette molto per sviluppare una patologia, ci mette assai per poi guarire, e che dunque una completa remissione poteva aver luogo solo dopo un percorso che non prevede scorciatoie. La sinistra italiana è quel fegato, ed è stato trattato malissimo.
O si comprende questo, oppure si rischia semplicemente di ripetere le esperienze fallimentari di altre inutili scissioni e aggregazioni verticistiche, completamente slegate dalla base. Eppure dovremmo averla capita che è così facendo che abbiamo disgustato un sacco di gente.

L'iniziativa di Landini, che si basa su reti già esistenti, funzionanti e partecipate, mi sembra la giusta strategia, ma ricostruire una base, pensionare leaderini e capetti e formare una nuova classe dirigente, espressione della militanza e non di comitati centrali più o meno autoreferenziali non è cosa che fai in pochi trimestri.

Dunque zaino in spalla e passi lunghi e ben distesi, che la strada da fare è molta.

sabato 22 agosto 2015

Me ne vado, e la colpa è tua.

Dopo aver letto questo articolo de Linkiesta mi ritrovo a fare alcune considerazioni che, originatesi tempo addietro, prendono sempre più consistenza e definizione.
Mi costano più di un epiteto quando le esterno, ma non importa. Le esterno con lo spirito di un padre che parla ai figli e che dunque mette nel conto di essere mandato brutalmente a quel paese, come avviene di norma ai padri.

Parto dal presupposto che ciascuno ha il diritto di decidere che fare della propria vita e convengo, fin da subito, che tali scelte dipendono sia da inclinazioni personali che da condizioni oggettive. Dunque non mi sogno minimamente di negare che lo scenario che si offre alle generazioni più giovani è desolante e assai scoraggiante.

Date le condizioni attuali non ci vuole molto per giudicare l'abbandono del proprio paese un'opzione desiderabile a dispetto della sua praticabilità, talvolta anche molto impegnativa, e giustificata dalle dimensioni e sussistenza di una prospettiva che qui da noi è inesistente o asfittica, al netto di protezioni familiari o di rendite di posizione.

Non intendo dunque addebitare a questi giovani alcuna patente di indifferenza, né insultarli caricandoli di una presunta incapacità di sopportazione, dato che emigrare non è certo una passeggiata.
Detto questo rimane il fatto che qualsiasi scelta comporta responsabilità oggettive le quali, pur sgradevoli, devono essere assunte.

La cifra media dell'atteggiamento di questi giovani è l'individualismo, ovvero la non prospettata, e prospettabile, possibilità di far divenire le proprie aspirazioni materia di una rivendicazione comune, sociale prima ancora che politica.
Trovo che questa visione costituisca la caratteristica più importante delle generazioni nate dagli anni '70 in poi, le prime dopo il II conflitto mondiale di cui posso dire che nessuna ha mai pensato di picchiare i pugni sul tavolo e rivendicare, coralmente e attivamente, le proprie aspirazioni.

La dimensione individuale comporta una bassissima capacità contrattuale dalla quale scaturisce, insieme alla dinamica della decadenza del nostro paese, l'attuale mancanza di prospettive vitali
I giovani hanno la capacità di affrontare i disagi di un'emigrazione e dunque, potenzialmente, avrebbero potuto affrontare, anzi originare, una stagione di lotta (come fecero i loro padri e nonni), ma non lo fanno perché di quella possibilità non tengono alcun conto, essendo fuori dall'orizzonte delle scelte opzionabili.

Alcuni di loro obiettano che se le lotte che hanno avuto luogo in passato hanno potuto poi portare allo sfascio attuale non vale la pena di intraprenderle, ma si tratta di un'obiezione errata e, non di rado, tartufesca.
Le condizioni rivendicate non si conseguono una volta per tutte. Vanno mantenute, accudite e sorvegliate. Quando ciò non avviene si verificano arretramenti, come la vicenda del job act ci dimostra.

Nell'opinione pubblica sta montando una critica sempre più definita nei confronti della tendenza dei giovani (laddove questo termine si può estendere funzionalmente ai quarantenni) all'espatrio e capisco come questo risulti loro poco gradito, ma se è certo criticabile l'aspetto inutilmente moralistico di certi rimproveri (scappate, avete rinunciato ed altre semplificazioni spesso ingenerose) rimane sempre il fatto che, come dicevo sopra, ogni scelta comporta conseguenze e responsabilità. Puoi non gradirle, puoi negarle, ma ci sono.

Questi giovani se ne vanno perché soffrono per le condizioni scoraggianti che accolgono il loro ingresso nella vita adulta, ma non sono solo i loro padri a portare la responsabilità dello sfascio. Tale responsabilità è in capo anche a loro ed alla loro passività.
Dunque ciascuno può fare della sua vita ciò che vuole, è un suo inalienabile diritto, ma questo non giustifica la pretesa di non avere alcuna parte in ciò che accade.

Questi giovani, andandosene e rinunciando a esercitare le proprie rivendicazioni, impoveriscono il paese, e se hanno preso atto di una sconfitta dovrebbero prendersi quantomeno la briga di riconoscere il loro ruolo in questo non per macerarsi in incongrui sensi di colpa, ma per nudo e crudo realismo, un elemento fondamentale nell'armamentario critico che serve ad affrontare la vita.

Troverei anche sommamente preferibile che la smettessero di consolarsi dicendo che potrebbero aiutare meglio l'Italia “da fuori”. Queste sono “cazzate”, per usare un termine che renda semanticamente meglio la mia scarsa considerazione. Sono il ditino dietro al quale ci si nasconde per darsi una giustificazione presuntamente oggettiva.

E' la tua vita, ne fai ciò che vuoi e facendolo dispieghi una serie di conseguenze che vanno oltre la tua persona. Non devi fartene necessariamente carico, ma non puoi fingere che non esistano. E' una questione di onestà mentale e fino a quando non la elaborerai non avrai capito alcune cose fondamentali.


mercoledì 19 agosto 2015

Una luce si affievolisce


Grande rilievo sta avendo la notizia che la CGIL sta subendo un calo preoccupante, 13%, tra gli iscritti. In proposito ho sentito ogni tipo di valutazione, tra cui alcune abbastanza discutibili o non sufficientemente sviluppate.


Il Tg de La7, per esempio, addebita la responsabilità della flessione all'eccessivo(sic!) contrasto al job act.  Evidentemente si pensa che una fetta consistente di iscritti veda nella nuova disciplina del lavoro una effettiva possibilità  di soluzione ai problemi occupazionali, a dispetto della precarietà  istituzionalizzata e dello svuotamento del potere contrattuale dei lavoratori. Mah!!!

Pare poi che La Repubblica, come Huffingtonpost golosamente riporta, si sia prodotta in una "perla" come la seguente:
"Il primo grande male che affligge non solo la Cgil, ma il sindacato in generale, è lo strapotere delle categorie dei pensionati. I numeri della Confederazione lo confermano: al 1 luglio gli iscritti attivi, cioè i lavoratori, sono 2.185.099. A fronte di 2.644.835 di tesserati allo Spi (...) Ma il bacino finora sicuro dei pensionati si sta assottigliando pure quello: nel giugno 2013 i tesserati over erano 2.728.376, e qui - dicono dalla Cgil - c'entrerebbe molto la riforma Fornero che ha rimandato la pensione a centinaia di migliaia di persone".

Così,  di primo acchito mi verrebbe da pensare che i sindacati di categoria dei pensionati hanno molti tesserati principalmente per due ragioni:
  1. i pensionati provengono in grandissima parte da gente che ha vissuto un'intera vita conoscendo il valore della coesione e la necessità  di presentarsi in un fronte unito nei confronti della controparte.  Sarebbe incongruo se, proprio alla fine della loro vita attiva, si rimangiassero un sistema di valori nel quale hanno sempre creduto;
  2. i pensionati, al contrario dei lavoratori attivi del XXI secolo non corrono il rischio di essere espulsi da un impiego, come è successo a Termini Imerese, per il solo fatto di avere una tessera sindacale e ritenere con ciò di avere dei diritti, e dunque quell'appartenenza se la possono permettere. 
Quanto poi questa "mafia dei pensionati" possa prevalere nelle scelte programmatiche del sindacato non mi è chiaro, dato che tutto sommato su di loro le conseguenze del job act, lotta strategica appena rimproverata alla CGIL, non hanno poi molta rilevanza, per dirne una.

Io ho avuto piccoli incarichi sindacali e non starò certo a negare che il sindacato possa avere pecche, contraddizioni ed errori sui quali dovrebbe prodursi in analisi che, al momento, latitano, ma non posso fare a meno di pensare che la CGIL sia l'organizzazione che con più costanza e maggiore coerenza ha lottato per la difesa dei lavoratori, con un picco di eccellenza, come si usa dire, nella FIOM.  Dunque non sono molto stupito del fatto che sia scattata una ulteriore fase della strategia di contrasto al suo operato e che una stampa cialtrona ed asservita si presti a questa guerriglia fiancheggiatrice.

Sta di fatto che l'azione di un sindacato non può prescindere dalla disponibilità al coinvolgimento nelle iniziative di lotta da parte dei lavoratori, e proprio qui sta il punto.
Fenomeni di non coinvolgimento ci sono sempre stati e, pur incidendo sull'azione di rivendicazione, non sono mai stati in grado di paralizzare le iniziative. Magari, se la categoria non era molto combattiva, come quella dei bancari che conosco bene, il livello medio della richiesta ne usciva impoverito, ma non al punto da divenire tristemente subalterni, come accade ora.

Al fenomeno tradizionale del lavoratore che non si iscrive, non sciopera e, magari, non presenzia alle assemblee, in omaggio al principio che "è il chiodo che sporge quello che viene battuto", salvo poi innalzare alti lai e criticare il sindacato per le aspettative deluse si è aggiunta la fattispecie di chi non si coinvolge non perché è troppo furbo, ma perché  corre dei rischi seri ed effettivi.

Qui sta uno dgli errori strategici del sindacato: non aver preso atto che le condizioni operative stavano drammaticamente cambiando, in peggio naturalmente.
Come dico spesso, quando ero un ragazzino, passando davanti alla TIBB al cambio turno, la conversazione si affievoliva, coperta dal fruscio di centinaia e centinaia di bicilette di operai che si avvicendavano.   

Tutti quegli operai, tutti in tuta blu, tutti con la borsa di finta pelle che conteneva la "schisceta", avevano in tasca la tessera del sindacato, e non di rado quella del PCI, erano assoggettati al medesimo contratto di lavoro e si muovevano compatti, in difesa delle proprie rivendicazioni e dei compagni di lavoro.  Un attacco della direzione ad un collega o a un dirigente sindacale comportava dei prezzi che l'azienda valutava attentamente, per poi magari rinunciare.

Oggi passando davanti ad una delle poche fabbriche rimaste vedi molti meno operai e alcuni di questi hanno in tasca la tessera di un partito, ma si tratta della Lega, sono assoggettati a tre, quattro o cinque contratti diffenti, mentre altri sono incatenati ad una delle numerose tipologie di precariato dal nome esotico.  Pochissimi hanno una tessera sindacale, mentre il rischio di un "trattamento Marchionne" è reale ed incombente.

Il sindacato a questa gente si è approcciato con modalità  che andavano benissimo negli anni 70/80, ma che ora sono anacronistiche.   Se poi a questo aggiungiamo che spesso all'interno delle federazioni si scatenavano lotte politiche di prevalenza di linea e che una delle sigle confederali, per motivi di gretta e miope ricerca dell'egemonia, ha cominciato a proporsi quale opzione "ragionevole" e dialogante, in alternativa ad una CGIL "troppo rigida", ecco che il lavoratore messo in un angolo non si è  sentito più  rappresentato o abbastanza forte da potersi permettere un'appartenenza sindacale.

Mi si obietterà che in tempi nei quali lo Statuto dei Lavoratori era ancora solo un sogno ardito, le condizioni nei posti di lavoro non erano meno difficili, ed è vero, ma a quei tempi il sindacato sapeva porsi quale partner affidabile, anche perché non orfano, come è ora, di una rappresentanza politica.    

La pratica del picchettaggio, per esempio, spesso dipinta quale prevaricazione antidemocratica non era altro che la costruzione, da parte del sindacato, di una oggettiva protezione del lavoratore che risultava, formalmente, assente per una ragione indipendente dalla sua volontà.   Mezzucci? Mah, quando sei Davide e ti confronti con Golia devi supplire in qualche modo alla potenza del tuo antagonista.

La CGIL dunque non è esente da critiche ed è responsabile del suo calo di iscritti, anche se non quanto la lucida controrivoluzione neoliberista che ci percuote, ma è  ancora abbastanza potente, coerente e pericolosa da meritarsi un attacco concentrico.
Se fosse veramente la "rovina dell'Italia" come recita uno vecchio slogan beceramente qualunquista, non meriterebbe tutte queste attenzioni.


martedì 11 agosto 2015

Ma perché questi barboni si ostinano a bussare alla mia porta?

Sempre più spesso, sui “social”, divampano le discussioni sul fenomeno dei profughi, ma spesso non vertono tanto sulla genesi del problema, come si origina e perché prende i connotati che abbiamo sotto gli occhi. Ciò avviene in quanto molti preferiscono ragionare, o “sragionare”, sulle conseguenze che quell'afflusso così consistente e caotico può avere sulle nostre vite.

Non dico che sia sbagliato farlo, anzi, solo che non basta desiderare che una cosa non avvenga per isolarsene.
E non credo neanche che si possa arginare il fenomeno in tempi brevi, dato che è determinato dal rapporto di sfruttamento tra occidente industrializzato e sud del mondo, il cui trattamento richiederebbe un riassetto profondo, generale e antiliberista del nostro modello economico.

Quella gente scappa da paesi dilaniati dalla guerra o dalla fame. Sul perché quei paesi siano in preda a confilitti o siano aridi, desolati e con i campi incolti dovremmo, in quanto occidente, farci molte domande e raccogliere il coraggio per accettare le risposte, cosa che ci guardiamo bene dal fare.

Anche i rimedi “sintomatici” proposti dalle forze politiche xenofobe, praticabili solo a prezzo di veri e propri crimini contro l'umanità, anche se appaltati a terzi, non sembrano adeguati a sostenere l'urto di un fenomeno di proporzioni bibliche.

Bisogna dire oltretutto che spesso si sovrappongono due aspetti differenti confondendo, ad arte, due fattispecie ben distinte: gli immigrati, regolari o meno, ma relativamente integrati, che lavorano ed hanno casa, famiglia ed un ruolo di qualche tipo nella società che li accoglie, e i profughi ammucchiati sulle carrette del mare che costituiscono una turbativa per la consistenza e tumultuosità del loro arrivo.

I primi, quelli variamente integrati, diventano un problema solo in funzione del tipo di politica che pratica il paese ospitante. Più l'immigrato è ghettizzato e fatto oggetto di pulsioni xenofobe, più il conflitto sociale si infiamma e il fossato culturale si divarica.
L'incomprensione può diventare la cifra di un confronto sgradevole, mentre i gruppi etnici, importati e autoctoni indifferentemente, coltivano gli aspetti identitari delle rispettive culture, amplificando le differenze piuttosto che valorizzando i punti di contatto e le reciproche convenienze.

Io sono per due sesti francese ed ho molti parenti che vivono in Francia, con un ampio spettro di posizioni politiche e ideologiche, che vanno dal Front Nationale al PCF.
La Francia, fino a pochi decenni fa era un impero e dunque nei suoi confini ha diverse comunità provenienti dai territori oltremare e dalle vecchie colonie, ma non tutti i gruppi etnici sono trattati, e visti, allo stesso modo. Le due tipologie principali sono il gruppo arabo e quello dei paesi dell'Africa sub-sahariana. Per dirla con le parole di mia zia Jeanne, che dio l'abbia in gloria, “Les noirs sont gentils et honnêtes, mais les Arabes sont perfides et mauvais”. Non credo vi sia bisogno di tradurre vero?

Mia zia era gollista e suo fratello Henry, comunista, rideva e sosteneva che i francesi sono incazzati con gli arabi perché in Algeria questi gli hanno fatto sudare le proverbiali sette camicie, causando loro la seconda sconfitta in pochi anni, ma molto più dolorosa di quella annamita consumatasi pochi anni prima, mentre si permettono di essere paternalisticamente ben disposti verso chadiani, senegalesi ed altri popoli di colore perché questi non hanno mai ferito il loro orgoglio.
Le cose sono un po' più complicate di così, ma rimane il fatto che se la Francia ha un problema con gli immigrati, anche se regolari, è con gli arabi e non certo coi camerunensi. Un caso? Direi di no.

Credo che si potrebbe discutere a lungo, e senza molto costrutto, sul fatto che gli arabi siano un pericolo per l'ideologia revanscista musulmana di cui “alcuni”, e solo alcuni, sono portatori o se quell'ideologia sia il portato, la conseguenza e la reazione ad una lunga storia di sfruttamento e colonizzazione, tuttora perseguita anche se non nelle modalità tradizionali.

Con buona pace della Lega, e a dispetto delle falsità che questa propala, l'Italia, che non ha una presenza di stranieri sui livelli francesi, tedeschi e britannici, non ha problemi realmente gravi con le comunità che si sono installate sul territorio, al di fuori di quelle “pompate” da Salvini e soci, e anzi si può ben dire che se il valore del lavoro espresso da quelle genti e la raccolta previdenziale e fiscale che ne derivano venissero a mancare avremmo più di un motivo per lamentarcene.

Il fatto però è che quelli di cui si dibatte ora nelle discussioni su FB e gli altri “social” non sono stranieri integrati, pervenuti in scaglioni gestibili, e con anche solo uno straccio di prospettiva. No, si tratta di gente che fugge da qualcosa di tanto scoraggiante da rendere un viaggio difficile, pericoloso e la certezza di taglieggiamenti, rapine e oltraggi alla persona preferibili alla situazione da cui scappano.
Questo dovrebbe farci capire che si tratta di un flusso virtualmente incontenibile, anche a fronte di provvedimenti drastici e perfino inumani.

Negli anni scorsi la Lega si ascrisse il merito di aver contenuto il flusso di immigrati, e ha opportunamente sorvolato sul fatto che l'emergenza giudiziaria lamentata provenisse in primo luogo dalla Bossi-Fini, che definiva assiomaticamente illegali, e dunque malfattori, gli immigrati privi di permesso. Un caratteristica del problema lucidamente perseguita per dipingere lo straniero quale delinquente “naturale”.

Quel merito comunque proveniva da due fattori: i punti di crisi erano minori e meno incandescenti e la diminuzione degli arrivi si doveva principalmente alla fattiva, e costosissima, collaborazione con un dittatore psicopatico e sanguinario, Gheddafi, che fermava i profughi in terra di Libia con metodi e spietatezza che opportunamente non abbiamo mai avuto interesse ad indagare.

Checché ne dicano Cameron, Farage, Hollande e, in sedicesimo e molto più modestamente, i nostri Salvini e Calderoli, l'ondata non è contenibile e dunque pretendere che “siano cazzi” esclusivamente dei paesi in prima linea è una castroneria ipocrita e inutile, è come lamentarsi che, piovendo, ci si bagna.
La stragrande maggioranza degli arrivi è di gente a cui di rimanere in Italia o Spagna o Grecia non interessa nulla. E' ovvio che i paesi che costituiscono il target di quei disgraziati non possono assorbire quei volumi in quei tempi, ma dovrebbe essere ovvio che anche chi se li vede arrivare sulle spiagge ha i suoi bravi problemi.

L'Italia li gestisce male, si dice. Ok, ma questo non incide più di tanto sulla sostanza. Identificati o meno, detenuti, perché questo è il giusto termine, o meno in qualche CIE, ciò non toglie il fatto che recuperarli, curarli, alloggiarli e sfamarli costa un bel pacco di soldi, che non sempre vengono spesi bene, e fino a prova contraria sono proprio i paesi che vengono investiti per primi quelli con le finanze dissestate e sotto l'arcigna e occhiuta sorveglianza dei tutori dell'equilibrio finanziario europeo.
Non possiamo aggirare il patto di stabilità per fare strade e scuole, perché dovremmo poterlo fare per gestire i profughi? E infatti non lo facciamo. Dovremmo tagliare ancor di più su sanità e istruzione? Ah già, porca pupazza, lo stiamo già facendo.

E dunque i bravi, solerti ed affidabili francesi e britannici hanno girato la testa dall'altra parte quando il problema sembrava ben lontano da casa loro ed hanno decretato un bel “fatti vostri, arrangiatevi” quando l'Italia ha richiesto maggiori coinvolgimento e contributi europei.
Ora i disgraziati hanno tracimato e sono passati in Francia e, da lì, adesso, premono sulla gran Bretagna. Evidentemente il problema non sta solo nell'incapacità italiana. Anche i francesi sono stati incapaci, quanto noi, di contenerli e sia Hollande che Cameron si ritrovano a caldeggiare le stesse richieste di Renzi, quelle che precedentemente avevano schifato con sufficienza.

A me sembra che il problema sia europeo a tutto tondo e che fino a quando ciascuno continuerà a suonare per i fatti propri i guai peggiori ce li costruiremo da soli.
Magari si può sempre sperare che la gente non scappi più da casa propria, ma dovremmo anche ingegnarci a non mungere più le risorse dei loro paesi nell'invereconda maniera che normalmente attuiamo.


Parte dei miei nonni, contadini e poveri in canna, quando qualcuno conciato peggio di loro si presentava alla porta lo sfamavano con un piatto di minestra, magari lunga e poco condita dato che i tempi erano duri per tutti, ma siccome la fame la conoscevano bene scattava una forma di solidarietà ben rappresentata dal detto, non sempre realistico, che “dove ce n'è per due, ce n'è anche per tre”, una cosa di cui ci siamo dimenticati.