Dopo aver letto questo
articolo de Linkiesta mi ritrovo a fare alcune considerazioni che,
originatesi tempo addietro, prendono sempre più consistenza e
definizione.
Mi costano più di un
epiteto quando le esterno, ma non importa. Le esterno con lo
spirito di un padre che parla ai figli e che dunque mette nel conto
di essere mandato brutalmente a quel paese, come avviene di norma ai padri.
Parto dal presupposto che ciascuno ha il diritto di decidere che fare della propria vita e convengo, fin da subito, che tali scelte dipendono sia da inclinazioni personali che da condizioni oggettive. Dunque non mi sogno minimamente di negare che lo scenario che si offre alle generazioni più giovani è desolante e assai scoraggiante.
Date le condizioni
attuali non ci vuole molto per giudicare l'abbandono del proprio
paese un'opzione desiderabile a dispetto della sua praticabilità,
talvolta anche molto impegnativa, e giustificata dalle dimensioni e
sussistenza di una prospettiva che qui da noi è inesistente o
asfittica, al netto di protezioni familiari o di rendite di
posizione.
Non intendo dunque
addebitare a questi giovani alcuna patente di indifferenza, né
insultarli caricandoli di una presunta incapacità di sopportazione,
dato che emigrare non è certo una passeggiata.
Detto questo rimane il
fatto che qualsiasi scelta comporta responsabilità oggettive le
quali, pur sgradevoli, devono essere assunte.
La cifra media
dell'atteggiamento di questi giovani è l'individualismo, ovvero la
non prospettata, e prospettabile, possibilità di far divenire le
proprie aspirazioni materia di una rivendicazione comune, sociale
prima ancora che politica.
Trovo che questa visione
costituisca la caratteristica più importante delle generazioni nate
dagli anni '70 in poi, le prime dopo il II conflitto mondiale di cui posso dire che nessuna ha mai
pensato di picchiare i pugni sul tavolo e rivendicare, coralmente e
attivamente, le proprie aspirazioni.
La dimensione individuale comporta una bassissima capacità contrattuale dalla quale scaturisce, insieme alla dinamica della decadenza del nostro paese, l'attuale mancanza di prospettive vitali
I giovani hanno la
capacità di affrontare i disagi di un'emigrazione e dunque,
potenzialmente, avrebbero potuto affrontare, anzi originare, una
stagione di lotta (come fecero i loro padri e nonni), ma non lo fanno
perché di quella possibilità non tengono alcun conto, essendo
fuori dall'orizzonte delle scelte opzionabili.
Alcuni di loro obiettano
che se le lotte che hanno avuto luogo in passato hanno potuto poi
portare allo sfascio attuale non vale la pena di intraprenderle, ma
si tratta di un'obiezione errata e, non di rado, tartufesca.
Le condizioni rivendicate
non si conseguono una volta per tutte. Vanno mantenute, accudite e
sorvegliate. Quando ciò non avviene si verificano arretramenti,
come la vicenda del job act ci dimostra.
Nell'opinione pubblica
sta montando una critica sempre più definita nei confronti della
tendenza dei giovani (laddove questo termine si può estendere
funzionalmente ai quarantenni) all'espatrio e capisco come questo
risulti loro poco gradito, ma se è certo criticabile l'aspetto
inutilmente moralistico di certi rimproveri (scappate, avete
rinunciato ed altre semplificazioni spesso ingenerose) rimane sempre
il fatto che, come dicevo sopra, ogni scelta comporta conseguenze e
responsabilità. Puoi non gradirle, puoi negarle, ma ci sono.
Questi giovani se ne vanno perché soffrono per le condizioni scoraggianti che accolgono il loro ingresso nella vita adulta, ma non sono solo i loro padri a portare la responsabilità dello sfascio. Tale responsabilità è in capo anche a loro ed alla loro passività.
Dunque ciascuno può fare
della sua vita ciò che vuole, è un suo inalienabile diritto, ma
questo non giustifica la pretesa di non avere alcuna parte in ciò
che accade.
Questi giovani,
andandosene e rinunciando a esercitare le proprie rivendicazioni,
impoveriscono il paese, e se hanno preso atto di una sconfitta
dovrebbero prendersi quantomeno la briga di riconoscere il loro ruolo
in questo non per macerarsi in incongrui sensi di colpa, ma per nudo
e crudo realismo, un elemento fondamentale nell'armamentario critico
che serve ad affrontare la vita.
Troverei anche sommamente
preferibile che la smettessero di consolarsi dicendo che potrebbero
aiutare meglio l'Italia “da fuori”. Queste sono “cazzate”,
per usare un termine che renda semanticamente meglio la mia scarsa
considerazione. Sono il ditino dietro al quale ci si nasconde per
darsi una giustificazione presuntamente oggettiva.
E' la tua vita, ne fai
ciò che vuoi e facendolo dispieghi una serie di conseguenze che
vanno oltre la tua persona. Non devi fartene necessariamente
carico, ma non puoi fingere che non esistano. E' una questione di
onestà mentale e fino a quando non la elaborerai non avrai capito
alcune cose fondamentali.