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lunedì 3 febbraio 2014

Un libro è per sempre.







Ho aderito con entusiasmo al flash mob del 1° marzo, proposto su Facebook, che intende invitare la gente a recarsi in quella data presso una libreria per acquistare un libro. Visitando la pagina che sponsorizza l'iniziativa ho però incontrato alcuni commenti negativi a riguardo, cosa che non mi aspettavo di trovare.



Le motivazioni di tale dissenso hanno una certa ampiezza. Alcuni ammettono candidamente che preferiscono leggere ciò cui si può accedere gratuitamente, sul WEB o in biblioteca, e di questi tempi non è un'obiezione da poco.
Altri non gradiscono le "chiamate alle armi". Casi di personalità oppositiva?
Molti, con un piglio un po' snobistico (mi si perdoni per la maliziosa lettura che ne faccio) sostengono che i libri andrebbero comprati tutto l'anno e che, aderendo così "acriticamente" si rischia solo di comprare qualche libraccio privo di valore. Un chiaro caso di sfiducia verso il prossimo.   Naturalmente non mancano le letture un pelino dietrologiche circa gli interessi delle case editrici. Spesso le varie motivazioni sono abbastanza intrecciate e non sta certo a me valutarle o stilare una classifica di merito a riguardo.
Ognuno la pensa come vuole, ma mi sembra che più o meno tutti i contrari al flash mob manchino di considerare il valore simbolico dell'azione proposta che, mi sento ridicolo solo a precisarlo, vorrebbe spezzare una lancia in favore della cultura e del suo principale veicolo di trasmissione: il libro.

L'obiezione che più mi ha colpito è stata quella che, forse troppo severamente, ho definito un po' snob, perché credo che qualsiasi libro possa essere "l'agente patogeno" di quella benefica malattia che è il piacere della lettura.

Quando avevo 11 anni mio padre, esasperato dalla mia passione per i fumetti (considerati negli anni '60  un sicuro indizio di decadenza della civiltà e agenti di corruzione culturale), mi piazzò davanti uno scatolone stracolmo di volumetti di Urania, una rivista periodica di SF edita dalla Mondadori e considerata da molti appassionati non particolarmente pregevole, per via della qualità delle traduzioni e per i tagli selvaggi ai testi originali che operava.   
Proponendomeli mio padre, con una smorfia sul viso, mi disse: "se proprio non puoi fare a meno di leggere vaccate, perlomeno leggi questi che sono pur sempre dei libri". Anche la fantascienza non godeva di buon critica (non che oggi non abbia i suoi problemi), ma mio padre sapeva bene quello che stava facendo.

Ai tempi Urania si caratterizzava per il formato 14x20, una carta di pessima qualità, il testo su due colonne e la copertina quasi integralmente occupata da
un'illustrazione molto accattivante che, ai miei tempi, era quasi sempre di quel grandissimo disegnatore che rispondeva al nome, d'arte, di Karel Thole.   Nel complesso aveva tutte le stimmate del prodotto di infima qualità, secondo i criteri estetici del tempo, e poteva giustificare i pregiudizi di cui era vittima.    
Molti di quei romanzi, effettivamente, non erano di qualità eccelsa (grazie anche ai maltrattamenti degli editor), ma molti altri meritarono ottimi piazzamenti quando, finalmente, la fantascienza venne "sdoganata".
Quei volumetti, così sviliti e sottovalutati dalla cultura del tempo, indussero però in me la voglia di "consumare" ogni tipo di prodotto editoriale. 

Da ragazzino, quale ero, la dimensione avventurosa di quei racconti mi rapì, ed anche le magnifiche speculazioni futuriste, scientifiche e sociologiche (non che fossi in grado di riconoscerle come tali allora) mi affascinarono tremendamente. Divorai il contenuto di quello scatolone e quando, più tardi, inaugurarono una biblioteca comunale vicino a casa, divenuto oramai un consumatore compulsivo della parola scritta, ne divenni assiduo e onnivoro frequentatore. Una passione che non ho più abbandonato e che sono stato fortunatamente capace di trasmettere a mia figlia, insieme ad alcune sue ottime insegnanti.

In conclusione io non sottovaluterei troppo l'acquisto di un libro. Per qualsiasi ragione lo si faccia, e quasi sempre, comprarlo si rivela un buon affare.
Non tutti i semi che si spargono poi germinano, ma quelli che rimangono nel sacco possono solo marcire o languire inutilmente.


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