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lunedì 29 aprile 2013

Le stragi della solitudine


Il ferimento dei due carabinieri in servizio davanti a Palazzo Chigi, avvenuto mentre il neonato governo Letta prestava giuramento, sembra tirato fuori di peso dalla cronaca USA.    Proprio da quel paese infatti, e fin da tempi remoti, provengono con sconcertante regolarità notizie di ripetuti atti di solitaria follia, di persone che, in preda a disperazione o persi in qualche delirante complesso di persecuzione, si armano e urlano il proprio malessere uccidendo innocenti ed inermi che hanno la sola colpa di trovarsi nel luogo e nel momento sbagliati.

Il primo evento di questo tipo di cui ho memoria risale al 1966, quando un certo Charles Withman, studente ed ex Marine, si chiuse nella torre dell'orologio del campus di Austin nel Texas e sparò con un fucile, ammazzando 16 persone e ferendone 30 prima di venire ucciso a sua volta dalla polizia. La notte precedente il massacro Whitman aveva ucciso sua moglie e sua madre. Da allora tragedie di questo tipo si sono ripetute con sconsolante frequenza, Columbine, Virginia Tech, il massacro di Aurora, la sparatoria di Tucson e potrei andare avanti ancora per un bel pezzo.


Ho spesso pensato che questa tipologia di azione trovasse il suo habitat naturale negli USA perché quel paese, oltre ad avere una legislazione assurdamente liberale in fatto di armi da fuoco, è storicamente denotato da un individualismo estremo e fortemente ideologico, un luogo ove la solidarietà tra individui e di classe ha una fama cattiva e in odore, sulfureo per i timorati americani, di socialismo, qualcosa da cui rifuggire e da aborrire.

La società americana tiene in gran conto la volitiva volontà di successo, l'eroica dimensione del self made man che affronta impavido le difficoltà, senza “piagnistei” e parassitarie richieste di aiuto. Un contesto dove, oltretutto, la non riuscita è vista come una colpa esclusivamente personale dovuta, prioritariamente, alla propria carente umanità, un fallimento del proprio modo di essere. Il tutto in un ambiente fortemente competitivo, dove la pressione raggiunge livelli estremi e che affronti in estrema solitudine. Se ce la fai comunque ti indurisci, rinunci a gran parte dei tuoi residui sentimenti di compassione e paghi un prezzo rilevante in termini di stress e di qualità della vita. Se non reggi ti ritrovi escluso da tutto e tutti, colpevolizzato per le carenze tue e della società in cui operi.
Isolato, percosso crudelmente dal discredito sociale, di cui sei il primo e più convinto interprete, hai poche alternative, scivoli in qualche dipendenza, ti suicidi o infine ti armi e, in preda al tuo cupo delirio, ammazzi chi ti sta intorno, sconosciuti ed affetti, senza alcuna distinzione.

La nostra società è molto differente, perché dunque fatti riconducibili alla cronaca statunitense diventano anche da noi sempre più frequenti? Palazzo Chigi, l'omicidio/suicidio al palazzo della Provincia di Perugia, la bomba all'istituto Morvillo e Falcone di Brindisi, sono tutti fatti che testimoniano del crescente sentimento di impotenza ed isolamento della gente di fronte alle difficoltà. Per quale ragione assistiamo all'intensificazione di questi fatti criminosi?

Da noi le suggestioni liberiste che informano l'immaginario e l'etica americani, ancorché sfacciatamente propagandate da un berlusconismo in realtà ben lontano da quei canoni, non sono native. E' per questo che, da vent'anni a questa parte, è stato messo in atto un “piano B” di una certa efficacia. Un piano di lungo corso che, da una parte ha attaccato, ridicolizzandole o attribuendovi presunti “insostenibili” costi sociali, le istanze solidaristiche tradizionali, l'associazionismo laico o cattolico e pressoché tutte le forme di welfare, dall'altra ha messo nell'angolo i sindacati, con particolare riguardo alla CGIL, ed i partiti che promuovevano la coesione sociale mediante messaggi e comportamenti socialistizzanti.

Un individuo isolato è più malleabile e permeabile ad una propaganda che lo preferisce consumatore piuttosto che interlocutore, suddito piuttosto che cittadino. Tutti abbiamo assistito impotenti al costante processo di svuotamento del senso di comunità e dell'attaccamento a determinati valori di solidarietà. La squassante crisi che ci sta tormentando ha fatto il resto.

La gente, ridotta all'angolo, senza più risorse, senza più prospettive, vittima anche dei propri limiti, enfatizzati dall'isolamento e dall'egoismo sociale così efficacemente propagandato, è disperata e, sempre più frequentemente, perde l'equilibrio e scivola nel delirio omicida ed autolesionista.

Ora tutti si affannano ad individuare le colpe oggettive di questi fatti che, ovviamente, risiedono sempre altrove; l'ululante Grillo, il dito medio di Gasparri, l'opera corruttiva del berlusconismo, i partiti che tradiscono le aspettative degli elettori, le pretese di un'Europa teutonica e cinica. Ce n'è per tutti, accomodatevi, io la mia scelta l'ho già fatta, come si intuisce da quello che ho scritto poco sopra, ma a dispetto del sicario che riteniamo di poter individuare un fatto solo non cambia: siamo sempre più soli ed isolati di fronte alla fatica di vivere, una fatica che si è appesantita enormemente negli ultimi anni.

Dobbiamo tornare a sentirci parte di una comunità, comprendere che non dobbiamo affrontare la protervia e lo sfruttamento isolati, ma congiuntamente. Ci hanno indotti a ritenere che rivendicare i nostri diritti fosse sbagliato e desueto, che i nostri diritti non esistessero, ma non è così.

Una mano ci sta tenendo la testa sott'acqua, dobbiamo allontanarla.


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