Translate

domenica 26 febbraio 2012

L'ottica da "bottegai"


E' un'attività piuttosto affascinante spigolare nella blogosfera ed imbattersi in ogni genere di spunto e notizia. Ora che sono un “retired worker” (il termine “pensionato” è prosaico ed al momento impresentabile) è anche una sorta di rivincita contro anni di costante, spasmodica e preferenziale focalizzazione su elementi congruenti con la mia passata attività. Setacciare le migliaia di elementi che magmaticamente ribollono nei social networks, o che ti si presentano quando consulti i motori di ricerca, è distensivamente dispersivo. E' anche deliziosamente affascinante per le continue sollecitazioni che ti scuotono e, qualche volta, ti confondono, obbligandoti ad una tonificante attività di correlazione tra input spesso molto differenti. E', in definitiva, una forma post-moderna di “cazzeggio”, ma molto produttiva se ti mantieni ricettivo.
Ognuno di noi però mantiene speciale considerazione e sensibilità per taluni argomenti. E' di conseguenza scontato che determinate notizie, o pareri, continuino a posizionarsi su corsie preferenziali che le fanno emergere con vigore e prepotenza, ponendo le altre sullo sfondo, non dimenticate, ma valutabili con maggior comodo.
Nel mio caso, ma sono credo in numerosa e qualificata compagnia, tutto ciò che ha a che fare con la condizione del mondo del lavoro e, in particolare, con la questione dei lavoratori ultra-cinquantenni, attira il mio sguardo e mi induce a riflessioni piuttosto amare vista l'angolazione con la quale, al momento, il dibattito viene svolto. Nella fattispecie la mia attenzione è stata calamitata da un articolo a firma di Marina Cavalieri e pubblicato oggi su Repubblica, consultabile a questo link:

Il titolo - Produttivi, competenti e flessibili" Aziende, assumete i cinquantenni" – ha chiaramente catturato la mia attenzione e, leggendolo, apprendo che in Germania la Sig.a Ursula von der Leyen, Ministro del Lavoro, dichiara:
Assumete i cinquantenni, fateli lavorare. Sono competenti, responsabili e anche flessibili. Non hanno il problema urgente di fare carriera, non devono dimostrare di valere. Per questo sono meno competitivi e più collaborativi. La loro esperienza non è da buttare: gli over 50 possono diventare, con l'allungamento dell'età pensionabile, di nuovo strategici. Queste parole non sono l'ultimo appello di una generazione in declino, prima della definitiva rottamazione, ma l'esortazione di Ursula von der Leyen, ministro del Lavoro tedesco, che ha chiesto alle aziende di assumere sempre più persone sopra i 50 anni, di non prepensionarle. Le ultime ricerche elaborate dalla nazione più efficiente d'Europa dimostrano infatti che la produttività sale quanto più in un'azienda l'età dei dipendenti è equilibrata. Quando cresce il numero dei lavoratori che hanno tra i 45 e i 50 anni, anche la produttività aumenta, secondo uno studio del 2%. È dunque un pregiudizio infondato che più si è giovani e più si lavora.


Nel corpo dell'articolo, inoltre, viene rapportata la posizione istituzionale tedesca con... quella italiana? Non scherziamo. Qui da noi non c'è alcun tentativo di governare processi sociologici, così come non esiste alcuna ipotesi di politica industriale, di politica energetica o di altre auspicabili, ma neglette, azioni di governo strategico e responsabile della nazione. Se ci sono, promanano comunque da un governo emergenziale e transitorio, sono in barcollante fase iniziale e, quando toccano interessi costituiti, vengono prontamente smorzate ed edulcorate. Da noi, come noto, si naviga a vista e la frase evoca recenti e dolorosi eventi nautici.
Vengono riportate le opinioni di Paolo Citterio – presidente dei direttori risorse umane – che, in qualche modo, riconosce il valore aggiunto dei lavoratori più anziani, ma che naturalmente riesce solo a entrare nel merito del loro maggior costo per l'azienda. Evidentemente se la risorsa è inanimata il suo costo è una variabile accettabile, altrimenti no. Citterio, con sagacia italica, ritiene di poter aggirare il “problema” postulando per i dispendiosi vecchietti un part time al 50% del loro costoso tempo, ma remunerato al 60%, bontà sua. Che sarebbe poi come dire che è ben contento di fruire del valore aggiunto di un lavoratore esperto e formato, ma che dopo aver gustato il dolce frutto non si perita di gettarne per terra la buccia.
Una proposta agrodolce che arriva all'indomani del passaggio a un sistema previdenziale contributivo che collega quel 50% a durature e pesanti conseguenze, e a carico di chi? Indovinate! Nel 19° secolo il minatore vedeva il suo salario decurtato del costo degli esplosivi e degli attrezzi che utilizzava. In altre parole veniva costretto a partecipare integralmente ai costi percependo, in cambio, i ricavi marginali che l'imprenditore riteneva di riconoscergli. Concettualmente non mi pare che si sia fatta molta strada da allora.
Il sociologo Luciano Aburrà, giustamente, rileva che il tasso di lavoratori con età superiore ai 45 anni non può che aumentare per fattori sia demografici che di scelte in materia previdenziale, solo che mentre in Germania “si cercano soluzioni, da noi continuano i processi di espulsione in base all'età anagrafica, la crisi ha spento gli ultimi segnali di gestione dinamica delle risorse, di acting age, da noi prevale la rottamazione spesso attraverso la forma dei prepensionamenti". Una dinamica piuttosto strabica e controproducente, indice sicuro di carente (o non perseguita) capacità progettuale.
Nella solerte e produttiva Germania, aumentano certamente l'età pensionabile, ma costruiscono e manutengono una prassi complessiva ed efficace a supporto del mondo del lavoro. Stimolano una “visione” del dipendente ultracinquantenne e dei suoi punti di forza, magari interessata, ma funzionale. Da noi, come al solito, la si vuole "cotta e ben condita". Così aumenti l'età pensionabile, espelli i "vecchi" costosi, demotivi i giovani e poi concioni, ideologicamente e con scarsissima onestà intellettuale, riguardo l'art. 18 e la sua presunta esizialità. Naturalmente infrastrutture carenti, corruzione, inefficienza amministrativa, giustizia funzionalmente bloccata sono solo bazzecole che, non appena scongiurato il pericoloso strapotere della trimurti sindacale, si dissolveranno come neve al sole garantendo magnifiche sorti e progressive.
Tempo fa, su Facebook, ha circolato una vignetta che riportava la frase: “una bugia, se ripetuta a sufficienza, diviene realtà”. Nella vignetta , una bimba cancellava la parola “realtà” e la sostituiva con “politica”. Il sentimento soggiacente era, evidentemente, ispirato all'antipolitica, ma questo non toglie nulla alla validità della frase non emendata. Le affermazioni che ci vengono così spesso ripetute, sono così poco argomentate e pervicacemente ripetute da assumere, dopo un po', vita e “validità” proprie.
Per esempio:
  1. I lavoratori a tempo indeterminato non sono persone che, grazie ad una lotta secolare e con sacrifici e privazioni, sono arrivati ad un certo grado di difesa dei propri diritti, sono dei privilegiati che drenano risorse.
  2. I sindacati che si oppongono all'arretramento delle condizioni dei lavoratori sono “conservatori”. Gli imprenditori che si accaniscono a riportare la situazione agli ultimi anni del 18° secolo, invece, come li definiamo?
  3. I giovani, se volessero, potrebbero lavorare anche da subito. Premesso che non è statisticamente vero, di che lavoro stiamo parlando? A che condizioni? Con quale durabilità? Con quali prospettive?
  4. I giovani devono mettersi in testa che devono essere “più bravi”. Piccolo problema; visto che la cosa è posta in termini relativi, con tutta evidenza, non possono essere tutti “più bravi” e, comunque, quelli meno bravi cosa dovrebbero fare, suicidarsi? E, ancora, “più bravi” significa meglio pagati? Non sta funzionando così; in genere più bravo significa con maggiori probabilità di usufruire di qualche mese di contratto di esotica definizione, con retribuzioni vergognose.
Quando, finalmente, avranno demolito del tutto lo statuto dei lavoratori, caduto l'ultimo paravento e  verificata la persistenza degli annosi problemi che deprimono la nostra società, cosa si inventeranno per occultare la semplice constatazione che la classe dirigente di questo paese è incapace e dedita a compulsioni tafazziane? Come faranno a nascondere che, in realtà, manager e politici non sono in grado di andare oltre l'angusta progettualità e la meschinità dei "bottegai" di bordighiana memoria? Non lo so, ma sicuramente qualcosa se la inventeranno.
C'è solo un piccolo problema, Tafazzi massacrava i suoi di attributi, questi invece dispongono liberamente dei nostri (ricordate il dolce frutto e la buccia?). E se, improvvisamente e tutti assieme, dicessimo basta?

2 commenti:

  1. Più vado avanti e più sento l'esigenza di fermarmi, come di fronte a questo tuo post. Le notizie che via via ci cadono "dal cielo" hanno un chè di inquietante e non tanto per il loro contenuto, quanto per la loro caratteristica di sintomo.
    Non riesco a darmi pace, siamo di fronte ad una massa di delinquenti che cercano bassamente di fregarci (e che quindi meritano la galera) oppure siamo vittime di persone menomate nel pensiero che non si rendono conto di quanto sono dissociate (e quindi meritano il manicomio). Boh! ancora non so...
    La sensazione di spaesamento rimane e mi sembra dovuta ad un ritornello che continua a suonare nella testa: sei giovane? non vai bene... sei studente? non va bene.. sei vecchio? non va bene... vuoi avere un bambino? non va bene... sei omosessuale? non va bene... sei dipendente? non va bene... quadagni 500 euro? non va bene...
    Ho conosciuto un uomo una volta che si comportava così... ad un certo punto mi sono stufata e ho preso in prestito una famosa battuta di Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany: "Da qui alla porta ci vogliono circa 10 secondi, te ne do 4" :)

    RispondiElimina
  2. Io spero solo che tutti noi, senza trascendere, ma con assoluta ed irremovibile determinazione, si arrivi a "concedere" ai nostri aguzzini la stessa opportunità di togliere velocemente il disturbo.

    RispondiElimina

Ti ringrazio per aver voluto esprimere un commento.