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giovedì 9 febbraio 2012

O cavallina, cavallina storna


Ho visto, in ritardo, la puntata di domenica 5/2 di “Che tempo che fa”. Sono rimasto molto colpito dalla dissertazione di Roberto Saviano sulla poesia in generale e sull'opera di Wisława Szymborska in particolare, e dalla passione, genuina e coinvolgente, che ha espresso nello svolgerla. Indubbiamente, se lo avesse voluto, avrebbe potuto essere un grande professore di lettere, uno di quelli in grado di trascinare e motivare intere classi.
Non conoscevo Wisława Szymborska poiché la mia formazione e le mie inclinazioni non sono umanistiche e, in particolare, perché ho un rapporto difficile con la poesia. Per questo sono rimasto colpito quando Saviano , addirittura sul suo onore, ha assicurato che la lettura dell'opera della Szymborska sarebbe stata in grado di far amare questa forma d'arte anche a chi non la capiva e non la amava.
Dicevo, dunque, un rapporto difficile, che significa? Significa che la pratica didattica di cui ho potuto fruire (sono classe '54, ma credo che il crimine venga tuttora perpetuato) ha fatto di tutto, e con successo, per spogliare la poesia di ogni fascino, di ogni significato e di ogni bellezza, questo perlomeno ai miei occhi.
La mia inadeguata capacità mnemonica mi ha sempre reso penoso il compito di imparare a memoria poemi anche non eccessivamente lunghi. Nonostante la mia giovanissima età, inoltre, sentivo che la cantilena tipica sviluppata dallo scolaro medio per ritenere, perlomeno fino all'interrogazione, la successione di sillabe e fonemi (che altro non erano diventati) a cui veniva ridotta l'opera di un insigne letterato del passato, non poteva essermi di alcun aiuto perché troppo imbarazzante.
Ditemi che non avete mai sofferto ascoltando qualche volenteroso bimbo delle elementari declamare, con occhio vitreo, espressione concentrata, dizione impastata, allegra noncuranza per ritmo e metrica, nonché qualche involontario sputazzo, versi immortali resi quasi irriconoscibili. Ho flash mnemonici di atrii muscosi e fori cadenti quasi urlati, con incongrui ed indesiderati effetti comici.
Per ricordare qualcosa avrei dovuto capire il senso dei versi, ma il linguaggio aulico ed antico, mal spiegato ed esposto convenzionalmente dalla maestra, non mi era di molto aiuto. Se a tutto ciò aggiungiamo una certa dose di personalità oppositiva, ecco confezionata la mia avversione, inossidabile e aprioristica, nei confronti della poesia.
Non che fra i miei compagni si potessero annoverare molti consapevoli estimatori del linguaggio poetico. Anche gli altri, come me, detestavano cordialmente il dover mandare a memoria componimenti lunghi ed abbastanza incomprensibili per le nostre acerbe capacità. Solo che gli altri, dotati di una memoria più efficiente o forse più ostinati o, diciamo, manescamente motivati dai loro genitori, spuntavano, al contrario di me, adeguate votazioni che perlomeno li ripagavano della fatica.
Mi hanno insegnato ad essere insofferente verso la poesia, ma in realtà l'ho sempre cercata. La mancanza di adeguati strumenti di lettura e un'astiosità non riconciliata hanno reso i miei tentativi di riavvicinamento disordinati e poco produttivi.
Assolutamente refrattario all'estetica tendenzialmente ridondante e decadente, tanto gradita a molti dei miei insegnanti, formatisi nel periodo tra le due guerre, mi sono rivolto istintivamente ad un tipo di poesia non strutturata e molto scarna. Ho apprezzato alcuni dei componimenti di Ungaretti, essenziali, densi e potenti. Ho trovato commoventi, ma solo dopo aver raggiunto una certa maturità, i sorprendenti haiku giapponesi:

Pioggia d'autunno
un cane corre
fradicio d'abbandono

Tradotti in italiano perdono la loro perfezione estetica, ma mantengono intatto il loro pregnante messaggio.
Non sono mai riuscito, però, a imparare a “frequentare” la poesia.
Molti dei miei amici d'infanzia hanno recuperato, negli anni finali delle scuole superiori, un rapporto soddisfacente con la poesia, ma a mio parere l'hanno fatto a livello prevalentemente estetico perché credo che per amarla e comprenderla veramente bisogna aver vissuto e aver provato emozioni profonde e mature. Per come la vedo io, la poesia deve risuonare in te così come la pura nota di un diapason manda in risonanza la corda di uno strumento, diversamente è un vuoto esercizio estetico e retorico.

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna

Bella rima, ma solo se sai cosa sia una perdita e come una vita possa, improvvisamente, non essere più la stessa, diventa una emozione, solo allora entri in comunione con l'essere umano che l'ha scritta.

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