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sabato 31 dicembre 2011

Un Natale fuori casa


Nel corso degli anni ho visitato diverse città e capitali. Ai miei occhi ciascuna di esse era, quasi sempre, caratterizzata a priori da qualche caratteristica largamente condivisa o, al contrario, del tutto personale, ma comunque specifica. Parigi magica e noncurante. Londra gigantesca e caotica. Lisbona fanée e un po' aliena.
Naturalmente la visita di questi luoghi rendeva rapidamente giustizia di tutti i miei pregiudizi. Qualche volta questi venivano confermati; più frequentemente, a dire il vero, venivano ridimensionati, quando non del tutto sfatati.
L'esperienza, comunque, mi ha sempre arricchito e ha contribuito a rendermi consapevole di essere una parte del tutto. Questo è un concetto cruciale che favorisce il riconoscimento delle somiglianze e la contestualizzazione delle diversità. La mancanza di queste capacità ti condanna al gretto provincialismo (ed al leghismo, sua malattia terminale) nonché alla devastante diffidenza preconcetta che prelude a conflitti ed incomprensioni.
Molti tendono a privilegiare l'offerta museale ed architettonica dei luoghi visitati, io invece amo mettere in primo piano l'atmosfera che incontro.
Mi piace osservare gli abitanti nelle loro occupazioni quotidiane, il loro atteggiamento di fronte alle cose, alle piccole avversità, il loro atteggiamento verso gli estranei.
Osservo il funzionamento delle cose, il loro grado di fruibilità. Spesso mi metto in situazioni ridicole quando, pur non conoscendo la lingua o avendone una insufficiente confidenza, cerco di attaccare bottone con gli abitanti del posto con effetti, qualche volta, surreali.

Nei giorni scorsi ho visitato Berlino per la prima volta. Non so cosa mi aspettassi di trovarvi ora che, caduto il Muro, è venuta meno una delle sue più macroscopiche peculiarità. 
Per me quella città, al contrario di altre località, è sempre stata avvolta in una certa indeterminatezza. Forse la virulenza dei preconcetti che viene facile nutrire nei confronti del “pianeta” Germania e dei suoi abitanti, mi ha indotto a diffidare delle valutazioni provvisorie e di comodo che ho adottato in altre circostanze e per altre città.
In quanto italiano, per di più proveniente da una Lombardia già austro-ungarica e, quindi, dotata di un DNA parzialmente mitteleuropeo, non ho mai saputo risolvermi tra l'ammirazione per il rigore, il pragmatismo ed il senso della collettività espressi dalla cultura germanica, contro la rigidità e lo scarso calore che spesso questi nostri fratelli europei esprimono. 
Né aiuta molto il sottile complesso d'inferiorità che nutriamo nei loro confronti, ridicolmente compensato da una sciovinistica professione di maggiore creatività.
Intendiamoci, noi siamo effettivamente più creativi e fantasiosi, solo che questo, di per sé, non è sufficiente a tenerci fuori dai guai. Al massimo ci aiuta a non collassare del tutto e purtroppo ci induce a riporre eccessiva – e immotivata - fiducia nel proverbiale “stellone”.
Vi sono curiosi paralleli tra i nostri due paesi. Tutti e due sono praticamente nati nello stesso periodo (1861-1871) dopo essere stati a lungo divisi in nazioni differenti. Siamo stati alleati in diverse occasioni: in funzione anti-austriaca nel 1866, poi in funzione anti-francese nella per noi innaturale Triplice Alleanza dal 1866 al 1915, quando, con tipica spregiudicatezza savoiarda, abbiamo ribaltato le nostre alleanze (un riallineamento più coerente con la nostra storia, ma pur sempre un notevole salto della quaglia), per non parlare dello sciagurato Asse Tripartito della Seconda Guerra Mondiale.
A tal proposito abbiamo condiviso anche il tragico primato del fascismo eletto a regime e la fatica di ricostruire un paese devastato (il loro molto più del nostro). Siamo stati, ambedue, a guardia delle presunte porte d'ingresso in Europa dell'Armata Rossa, il varco di Fulda ed il Friuli.
Ora che l'orso sovietico non esiste più, loro - metodici e concreti - sono emersi dal cambiamento geostrategico con forte identità, leadership consistente e potenzialità cospicue. Noi invece, perso il ruolo NATO e incapaci di valorizzarci quale naturale porta d'ingresso nel Mediterraneo e verso il Medio Oriente, siamo diventati marginali, produttori di classe politica scadente e veri campioni delle occasioni perdute.

Cosa mi ha dunque dato questa visita a Berlino? Prima di tutto la consapevolezza di doverci tornare. Si tratta di una città vasta e complessa e non può essere valutata dopo solo sei giorni di permanenza. 
Rasa al suolo negli anni della Seconda Guerra Mondiale, è stata ricostruita in fasi e situazioni differenti. Dapprima è stata protagonista, ostaggio ed esemplificazione del confronto Est-Ovest. 
É stata sia una trincea che una ciste profondamente inserita in un tessuto estraneo. Contemporaneamente convulsa e scintillante (Ovest) nonché immota e decaduta (Est). 
Caduto il Muro, è divenuta rapidamente uno straordinario atelier architettonico contornato da stratificazioni di differenti passati industriali. E' il primo luogo dove l'architettura moderna mi appare grandiosa ed elegante anziché fredda e scostante. 
E che dire dei berlinesi? Mi sembrano così contraddittori. Disincantati, come tutti gli abitanti di una grande capitale, possono essere sia estremamente cortesi e disponibili come sarcasticamente irridenti ed impazienti.
Certo è una città che funziona e bene anche. Traffico in dimensione gestibile (per quello che ho potuto vedere), trasporti pubblici capillari, convenienti e fruibili senza difficoltà nell'arco delle 24 ore.
Sono alla ricerca di conferme ed approfondimenti.
Devo assolutamente tornarci.    

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