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sabato 13 ottobre 2012

I drammi umani ai tempi dei reality e dei social forum


Ho letto con sgomento della tristissima vicenda del bimbo di Cittadella messo al centro (e vittima assoluta) di una squassante e prolungata battaglia tra i genitori, evolutasi fino all'inverecondo episodio di “prelievo” forzato presso la scuola che frequentava.

Tutti gli adulti con un livello adeguato di equilibrio mentale, e di tranquillità esistenziale, non possono che obbedire a quella sorta di impulso innato (la letteratura scientifica si spinge a considerarlo un condizionamento genetico) che li stimola ad assumere atteggiamenti protettivi nei confronti dei bambini.      
Anzi, tale pulsione è talmente forte che, sempre in assenza di condizioni patologiche o disequilibrate, l'istinto si rivolge anche ai cuccioli di altre specie.

E' dunque per questo, credo, che la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica ha reagito alla notizia con una molteplicità di manifestazioni che, invariabilmente, denotano grande emotività, grande indignazione e grande desiderio di giustizia declinata però, quest'ultima, in senso punitivo piuttosto che di riparazione dei torti. 
In sostanza, non potendo agire direttamente in tutela del bimbo, si cerca di individuare un responsabile, un colpevole più precisamente, sul quale rivalersi.
Un vero e proprio surrogato dell'azione diretta che non si è potuta sviluppare, reso ancor più necessario ed urgente dalla visione del noto filmato, girato dalla zia del bimbo, così drammatico e duro.

Parlo da adulto adeguatamente equilibrato, consentitemi, e da padre; se la sola conoscenza del fatto mi ha generato un sentimento di assoluta costernazione, la visione delle immagini mi ha indotto un'urgenza impellente di intervento e di coinvolgimento personale.
Come tutti infatti sono stato sollecitato dolorosamente dallo spettacolo, tremendo, di un bambino tenuto per gli arti e sono stato coinvolto dal sottofondo di una voce femminile che urla la propria indignazione e richiede, anzi esige, l'intercessione degli astanti, come solo una donna sa fare (altro segnale ancestrale che, in condizioni normali, scatena una risposta pressoché pavloviana).

Ovviamente non ho potuto beneficiare di una catarsi di questi sentimenti e dell'urgenza che mi avevano indotto. Gli avvenimenti si erano già svolti e compiuti, altrove per giunta, quindi avevo solo due possibilità: o scatenare la mia indignazione (la mia frustrazione in realtà) sui responsabili che credevo di poter individuare, oppure elaborare l'acuto malessere che provavo e salvaguardare il mio equilibrio, senza cedimenti forcaioli.
Siccome la penso esattamente come il ministro (o ministra, fate voi) Cancellieri, ho optato per la seconda possibilità.

Sono assolutamente convinto che il bambino sia la vera vittima della situazione. Ritengo anche che qualcuno, probabilmente più di una persona, abbia assunto comportamenti e decisioni sbagliate e che, in tutta evidenza, la vicenda abbia coinvolto emotivamente chiunque ne sia venuto a contatto.

Sono però altrettanto sicuramente cosciente che, in realtà, noi non si sappia assolutamente nulla dei fatti e del decorso che, alla fine ha portato a quel terribile esito.
Noi non sappiamo che tipo di persone siano la madre, il padre o i nonni del bimbo. 
Non abbiamo la minima idea delle condizioni e delle ragioni che hanno portato al fallimento del matrimonio dei due genitori. 
Possiamo arrivare alla conclusione che perlomeno una delle parti abbia strumentalizzato la questione dell'affidamento a seguito della dinamica del rancore e della rivalsa che, frequentemente, si presentano alla fine dei rapporti affettivi, non siamo però in grado di discriminare le valenza e le responsabilità, in questo senso, degli attori coinvolti.
Non conosciamo neppure il dispositivo della sentenza che sancì l'affidamento al padre. Quali furono gli elementi che convinsero il magistrato a pronunciarsi in quel modo? Quali competenze abbiamo per valutare le perizie fornite al tribunale?
Perché la madre ed i nonni sono così determinati? Perché il padre, ancorché sostenuto da una sentenza, arriva a tali estremi? 
Atteggiamenti così drammatici possono discendere sia da egoismo che dal desiderio, disperato, di porre fine ad una situazione insostenibile.  Una delle parti potrebbe anche essere mossa da buone intenzioni, ancorché attuate malamente. Anzi, ambedue le parti potrebbero essere in buona fede, oppure tanto egoiste e crudeli da far ritenere più adeguato il ricorso alla casa famiglia. 
Cosa è successo in realtà?
Noi non lo sappiamo, né potremmo saperlo, in quanto i mezzi di informazione hanno riferito il fatto (spesso con indecente opportunismo), ma non hanno circostanziato nulla, perlomeno in prima battuta. Si sono pilatescamente astenuti dal riferire altro che un ghiotto evento di sicura evidenza.

L'incontenibile pulsione a soddisfare la nostra naturale reazione ha prevalso su tutto, ma non è solo questo.
In realtà, proprio per la dimensione emotiva della nostra risposta, dall'esperienza personale di tutti noi non ha potuto fare a meno di emergere prepotentemente il vissuto più problematico che ciascuno cela nelle profondità dell'animo. E più tale vissuto è irrisolto, maggiore è la veemenza della nostra reazione. 
Chi ha sofferto, o ritiene di aver subito torti, per le azioni di un coniuge ostile o infedele, di un genitore instabile o autoritario, chi nutre rancori verso le autorità costituite, chi si rimprovera per una carenza di azioni, magari non più redimibile, verso i propri figli o ha vissuto l'ostracismo sociale per veri o presunti addebiti inerenti la propria figura parentale, ebbene tutti costoro non possono evitare facilmente di sentirsi coinvolti personalmente. 
Si urla la propria opinione, ma in realtà si grida la propria autodifesa o il proprio risentimento, quando non una mescolanza di questi; comunque si proietta il nostro dolore.
E ancora, oltre alle prese di posizione di chi si sente passionalmente coinvolto, onesto seppure parziale e spesso oggettivamente in errore, vi è anche quella categoria di persone, ciniche e inumane, che trae un certo conforto (sic!) dalla contemplazione, ingorda e ributtante, delle altrui disgrazie. 
Si tratta di quel tipo di essere vivente (altri e più precisi termini sono inadeguati) che, non avendo la capacità o la fibra morale necessarie a vivere con pienezza e responsabilità la propria vita prende, per così dire, in appalto le vite altrui. 
Costoro si appropriano delle sciagure vissute da altri per supplire al loro vuoto emotivo azzerando i rischi personali e detestano e negano le altrui virtù per evitare sgradevoli comparazioni. E' per questo che si accaniscono particolarmente in compiaciute, virulente e inappellabili sentenze.
Questo tipo di persone è sempre esistito, ma ha tratto particolare impulso dal consolidarsi dei programmi di “reality”, dove però i pretesi drammi umani sono invariabilmente costruiti a tavolino e recitati dai partecipanti.
Non che questo renda la cosa meno sgradevole; trovo comunque ributtante la strumentalizzazione operata, in quei prodotti di "intrattenimento", da chi li produce e da chi li consuma; gli uni cinici e profittatori, gli altri guardoni inqualificabili e onanisti.

La sempre più frequentata arena dei social forum, inoltre, ha offerto una ineguagliabile possibilità di esternare le proprie posizioni e, in questo caso e grazie ai sentimenti particolarmente sollecitati dalla vicenda, tale opportunità è stata sfruttata massivamente e, molto spesso, con grandissima intolleranza verso opinioni divergenti dalle proprie.
Ho provato a seguire alcuni dei roventi dibattiti che si sono sviluppati in questo caso e sono rimasto colpito, anche se non stupito, dalla singolare polarizzazione tra l'adesione assoluta alle considerazioni espresse da chi originava il commento, quest'ultimo peraltro quasi sempre fortemente assertivo e non negoziabile, e l'altrettanto insofferente rigetto di quelle stesse considerazioni.
Non ho provato ad interagire in quel contesto poiché, come si vede, la mia posizione è troppo articolata per trovare adeguata collocazione all'interno del mezzo e comunque, viste le opinioni maggiormente rappresentate e focosamente difese, avrei solo collezionato insulti senza un'adeguata contropartita in termini di dibattito.
Proporrò un link a questo post, ma con esiti incerti ritengo.   Anzi no, credo che potrò contare su un certo numero di contumelie.

Mi si potrebbe obiettare che, a mia volta, ho trovato dei bersagli sui quali sfogare la mia frustrazione e, in qualche misura, ciò è vero. 
Me la sono presa con tutti quelli che, a mio sindacabilissimo parere, non hanno rispettato la figura del bambino conteso e in qualche modo, comprensibile o meno, lo hanno strumentalizzato per dar sollievo alle proprie tensioni.
Non posso fare nulla per il bimbo, anche se vorrei che le cose stessero diversamente. Non posso e non voglio entrare nel merito di quello che è accaduto perché non potrei essere altro che arbitrario e conseguentemente in errore. 
Penso che i diretti interessati abbiano già sufficientemente complicato la situazione e non vi è alcun bisogno di aiutarli in questo. 

La mia solidarietà ed il mio affetto vanno incondizionatamente al bimbo perché è l'unica vittima sicuramente individuabile ed io sarei un uomo scadente, e un pessimo padre, se non nutrissi questa convinzione.

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