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giovedì 10 novembre 2016

Elezioni USA, un reality di scarsa qualità.







Una mia amica, Lela Dall'acqua, condivide su Facebook questo interessante istogramma e mai come in questo caso sono portato a pensare che un'immagine vale più di cento parole.

Lei commenta, asciuttamente e con britannico understatement: "doverosa una piccola ulteriore riflessione".
Io ne farei perlomeno due, e non tanto piccole.

Risulta innanzitutto evidente che mentre la frazione repubblicana rimane sempre più o meno della stessa consistenza, quella democratica sembra mobilitarsi quando il candidato appare in grado di alimentare una visione strategica e di largo respiro (come il primo Obama nel 2008), salvo poi allontanarsi progressivamente (secondo mandato nel 2012) quando l'eletto disattende malamente le aspettative, per poi giungere al minimo quando a quel presidente si fa seguire un candidato amorfo e per di più organico allo stesso establishment che ha fatto strame dei progetti di vita e delle aspettative dei delusi.

In questo senso mi sembra che la maggior responsabilità per la debacle democratica non vada imputata alla pur "antipatica" Hillary Clinton, ma piuttosto a Barak Obama, il detentore di un Nobel per la Pace, sulla fiducia e decisamente precipitoso, timido nel suo primo mandato e inconcludente, salvo purtroppo sul versante della politica - guerreggiata - estera, nel secondo.
E anche lo stato maggiore del Partito Democratico, con la sua asfittica capacità progettuale e i miserabili, ed errati, conti della serva elettorali porta una rilevante quota di responsabilità nella sconfitta.

Tutti si affannano a rivendicare a Trump una maggiore consonanza con il sentiment dell'americano medio, ma alla luce di questo diagramma non sembra essere quella la ragione del suo successo, mentre lo è la disaffezione dem, dato che solo l'assenza di una fetta impressionante di elettori progressisti ha consentito al tycoon di prevalere rimanendo il suo partito esattamente dove è sempre stato, perlomeno negli ultimi otto anni.

E qui scatta la mia seconda considerazione, che ha a che fare con le pecche della capacità rappresentativa effettiva dei sistemi bipolari e maggioritari. Una percentuale assai importante, risolutiva come si è visto, non ha riscontrato in nessuno dei due candidati elementi in grado di rappresentarne istanze e aspettative, risultando in tutta evidenza le due offerte virtualmente indistinguibili e sovrapponibili in più di un elemento. Si può discutere sulla congruità di questa sensazione, concordando o meno, ma sta di fatto che era presente e che ha agito in modo determinante.

Quale corollario a questa considerazione mi sembra che vada esaminata, e messa severamente in discussione, anche la capacità effettiva del sistema delle primarie di rappresentare l'elettorato e non, come sembra invece evidente, gruppi d'interesse organizzati e la sudditanza a questi degli apparati di partito.

Mi sembra del tutto evidente, a questo punto e a dispetto di tutti i semplificatori e fluidificatori, nostrani e non, dei processi di definizione politica che gli impianti maggioritari e bipolari risultano grossolani e inadeguati, atti più a rappresentare interessi organizzati ed economici che le effettive aspirazioni di un elettorato che dovrebbe essere rappresentato il più fedelmente possibile.
L'individuazione del 45° Presidente degli Stati Uniti d'America ha avuto un esito clamoroso, ma mi sembra di poter dire che sia il frutto di un processo impreciso, deludente e incapace di rappresentare integralmente la realtà sottostante. I suoi possibili esiti, precipitati poi nella proclamazione di un personaggio ampiamente criticabile, sarebbero stati in ogni caso una soluzione altamente opinabile, perché in fondo il processo non ha elaborato e distillato il meglio dalla società che dovrebbe rappresentare, ma solo un compromesso al ribasso, frutto più che altro di reciproche interdizioni e risentimenti, non importa quanto giustificati, il tutto subalterno alla definizione di rapporti di forza tra giganteschi interessi economici che vedono nell'elettorato solo una casella da spuntare e un elemento da manipolare.

La cosa ci riguarda? Certo che si. In fondo siamo tutti membri senza diritto di voto dell'impero statunitense e, da quando ho memoria, non si muove foglia che Zio Sam non voglia. Ma ci riguarda anche per le implicazioni di una pulsione arrembante all'instaurazione di una democrazia decidente, che ai riti nordamericani si ispira, e che vorrebbe anche qui semplificare e fluidificare.

Il concetto di democrazia decidente è un boccone avvelenato, e vanta sostenitori assai imbarazzanti (Berlusconi e Craxi, per dire). E' anche un concetto che ha a che fare molto con i rapporti di forza in un dato momento, e pochissimo con la sostanza della democrazia. Le dittature sono il tempio della modalità decidente, e sono anche costose, inefficienti e dolorose. Un pensierino per il giorno 4 dicembre 2016.

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