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lunedì 29 aprile 2013

Le stragi della solitudine


Il ferimento dei due carabinieri in servizio davanti a Palazzo Chigi, avvenuto mentre il neonato governo Letta prestava giuramento, sembra tirato fuori di peso dalla cronaca USA.    Proprio da quel paese infatti, e fin da tempi remoti, provengono con sconcertante regolarità notizie di ripetuti atti di solitaria follia, di persone che, in preda a disperazione o persi in qualche delirante complesso di persecuzione, si armano e urlano il proprio malessere uccidendo innocenti ed inermi che hanno la sola colpa di trovarsi nel luogo e nel momento sbagliati.

Il primo evento di questo tipo di cui ho memoria risale al 1966, quando un certo Charles Withman, studente ed ex Marine, si chiuse nella torre dell'orologio del campus di Austin nel Texas e sparò con un fucile, ammazzando 16 persone e ferendone 30 prima di venire ucciso a sua volta dalla polizia. La notte precedente il massacro Whitman aveva ucciso sua moglie e sua madre. Da allora tragedie di questo tipo si sono ripetute con sconsolante frequenza, Columbine, Virginia Tech, il massacro di Aurora, la sparatoria di Tucson e potrei andare avanti ancora per un bel pezzo.


Ho spesso pensato che questa tipologia di azione trovasse il suo habitat naturale negli USA perché quel paese, oltre ad avere una legislazione assurdamente liberale in fatto di armi da fuoco, è storicamente denotato da un individualismo estremo e fortemente ideologico, un luogo ove la solidarietà tra individui e di classe ha una fama cattiva e in odore, sulfureo per i timorati americani, di socialismo, qualcosa da cui rifuggire e da aborrire.

La società americana tiene in gran conto la volitiva volontà di successo, l'eroica dimensione del self made man che affronta impavido le difficoltà, senza “piagnistei” e parassitarie richieste di aiuto. Un contesto dove, oltretutto, la non riuscita è vista come una colpa esclusivamente personale dovuta, prioritariamente, alla propria carente umanità, un fallimento del proprio modo di essere. Il tutto in un ambiente fortemente competitivo, dove la pressione raggiunge livelli estremi e che affronti in estrema solitudine. Se ce la fai comunque ti indurisci, rinunci a gran parte dei tuoi residui sentimenti di compassione e paghi un prezzo rilevante in termini di stress e di qualità della vita. Se non reggi ti ritrovi escluso da tutto e tutti, colpevolizzato per le carenze tue e della società in cui operi.
Isolato, percosso crudelmente dal discredito sociale, di cui sei il primo e più convinto interprete, hai poche alternative, scivoli in qualche dipendenza, ti suicidi o infine ti armi e, in preda al tuo cupo delirio, ammazzi chi ti sta intorno, sconosciuti ed affetti, senza alcuna distinzione.

La nostra società è molto differente, perché dunque fatti riconducibili alla cronaca statunitense diventano anche da noi sempre più frequenti? Palazzo Chigi, l'omicidio/suicidio al palazzo della Provincia di Perugia, la bomba all'istituto Morvillo e Falcone di Brindisi, sono tutti fatti che testimoniano del crescente sentimento di impotenza ed isolamento della gente di fronte alle difficoltà. Per quale ragione assistiamo all'intensificazione di questi fatti criminosi?

Da noi le suggestioni liberiste che informano l'immaginario e l'etica americani, ancorché sfacciatamente propagandate da un berlusconismo in realtà ben lontano da quei canoni, non sono native. E' per questo che, da vent'anni a questa parte, è stato messo in atto un “piano B” di una certa efficacia. Un piano di lungo corso che, da una parte ha attaccato, ridicolizzandole o attribuendovi presunti “insostenibili” costi sociali, le istanze solidaristiche tradizionali, l'associazionismo laico o cattolico e pressoché tutte le forme di welfare, dall'altra ha messo nell'angolo i sindacati, con particolare riguardo alla CGIL, ed i partiti che promuovevano la coesione sociale mediante messaggi e comportamenti socialistizzanti.

Un individuo isolato è più malleabile e permeabile ad una propaganda che lo preferisce consumatore piuttosto che interlocutore, suddito piuttosto che cittadino. Tutti abbiamo assistito impotenti al costante processo di svuotamento del senso di comunità e dell'attaccamento a determinati valori di solidarietà. La squassante crisi che ci sta tormentando ha fatto il resto.

La gente, ridotta all'angolo, senza più risorse, senza più prospettive, vittima anche dei propri limiti, enfatizzati dall'isolamento e dall'egoismo sociale così efficacemente propagandato, è disperata e, sempre più frequentemente, perde l'equilibrio e scivola nel delirio omicida ed autolesionista.

Ora tutti si affannano ad individuare le colpe oggettive di questi fatti che, ovviamente, risiedono sempre altrove; l'ululante Grillo, il dito medio di Gasparri, l'opera corruttiva del berlusconismo, i partiti che tradiscono le aspettative degli elettori, le pretese di un'Europa teutonica e cinica. Ce n'è per tutti, accomodatevi, io la mia scelta l'ho già fatta, come si intuisce da quello che ho scritto poco sopra, ma a dispetto del sicario che riteniamo di poter individuare un fatto solo non cambia: siamo sempre più soli ed isolati di fronte alla fatica di vivere, una fatica che si è appesantita enormemente negli ultimi anni.

Dobbiamo tornare a sentirci parte di una comunità, comprendere che non dobbiamo affrontare la protervia e lo sfruttamento isolati, ma congiuntamente. Ci hanno indotti a ritenere che rivendicare i nostri diritti fosse sbagliato e desueto, che i nostri diritti non esistessero, ma non è così.

Una mano ci sta tenendo la testa sott'acqua, dobbiamo allontanarla.


lunedì 22 aprile 2013

Guardiamo avanti?


Lasciamo passare del tempo. Quando il PD avrà consumato il suo funerale emergendone purificato e senza certi tristi figuri, come mi auguro, o diventando una DC in sedicesimo ininfluente ed accattona, come è possibile, allora potremo vedere chiaramente anche le responsabilità che ha M5S, perché le ha e piuttosto pesanti anche.
E non serve a nulla dire che il PD ha fatto tutto da solo. E' vero e sacrosanto, lo sfascio lo hanno costruito in lunghi anni di suicida costanza degna di miglior causa, ma M5S ha lucidamente agito per togliersi di torno l'unico competitor che sentiva di avere, predisponendosi ad accogliere un popolo di sinistra in piena diaspora.

La base PD però, dopo aver preso atto del disastro ed aver accollato le colpe a chi le ha (la dirigenza tutta) individua anche le responsabilità oggettive di M5S. Un movimento che, tra provocazioni e marce indietro (se votate Rodotà si aprono le praterie del governo, no non è vero, intendevamo dire altro e via smentendo), cunei perfidamente infilati nelle contraddizioni del PD e spocchiose rivendicazioni di una purezza ancora da sottoporre a stress test, ha lucidamente tolto di torno un concorrente diretto. Un gioco di successo, e il fatto che provenga da una parte con la quale si condivide una porzione di patrimonio genetico rende il tutto più doloroso.

Una manovra che però credo non avrà tutta l'efficacia attesa e che per il momento ha consentito al trionfante Berlusconi, di fatto e molto più efficacemente del PD “inciucista”, comunque di concerto con quest'ultimo, di conseguire i suoi scopi, ovvero un governo di larghe intese, un presidente non eccessivamente ostile e maggiori spazi di manovra per evoluzioni costituzionali populiste, per non dire peroniste.

M5S si appresta a stravincere le prossime elezioni, ma contribuendo così efficacemente al suicidio del PD ha conseguito un successo tattico ed una sconfitta strategica. Chi ci dice, infatti, che alla prossima tornata elettorale non ci troveremo con un "iperporcellum" che precostituirà un risultato che marginalizzerà anche loro? 
Un PD in salute non avrebbe fatto la differenza? Bah, ora è anche inutile discuterne, non ci sono più i presupposti per verificarlo e qualsiasi ipotesi in proposito rimane, appunto, un'ipotesi, per quanto verosimile possa apparire.

Quello che è certo è che non siamo mai stati così in pericolo di divenire definitivamente una repubblichetta delle banane. Il PD si è indubbiamente impiccato, ma M5S ha preferito guardare il dito, così la luna rimarrà là in alto, ineffabile e irraggiungibile, come sempre.

Sarà anche banale e forse semplicistico pensare, come io penso, che alla base di tutto c'è stata la volontà di egemonizzare e “killerare” l'antagonista più contiguo, un errore che ho testé addebitato a M5S, ma del quale anche il PD si è macchiato, non credo però di essere fuori strada. 
Del resto quando si esclude l'altro a priori e si pretende di accaparrarsi l'esclusiva titolarità di un disegno politico, non si può far altro che favorire il volpone che riesce, unico, a mantenere l'iniziativa, il ghignante Berlusconi che si accinge a coronare il suo disegno.

Il tracollo del PD, paradossalmente, è una preziosa opportunità. Bisogna prendere atto della squalifica definitiva dell'ostinato occultamento delle contraddizioni tra le due diverse anime costituenti, anime che possono anche avere sovrapposizione di valori, ma che danno risposte diverse, mai sottoposte ad un serio e sincero processo di integrazione. 
Si è preferito, negli anni, perseguire un risultato numerico, scimmiottare un grande partito di massa, votandosi però alla fragilità ed alle lotte egemoniche permanenti e inconcludenti. 
Chiedere agli elettori una delega in bianco, peraltro concessa, promettendo irraggiungibili risultati, preferendo le manovre occulte di corridoio e gli accordi sottobanco con un antagonista sempre in vantaggio d'iniziativa e rinunciando ad informare onestamente la base elettorale è stato così fallimentare da non necessitare di ulteriori indagini.

A questo punto la paventata scissione potrebbe essere la strada più conveniente. Si perdono massa critica ed influenza? Perché, adesso come siamo messi? No, molto meglio realizzare degli insiemi separati ed omogenei, più autorevoli e meno afflitti da mediazioni che non si vogliono affrontare. Si valuterà poi in futuro, con attenzione e senza pericolosi retropensieri con chi, quando, per quanto tempo e a che scopo unirsi ed a quali condizioni, condividendo con la base le determinazioni che si assumeranno, magari con modalità meno grottescamente elitarie (48.824 aventi diritto di consultazione su 8.689.458 elettori) di quelle propagandisticamente sbandierate da Grillo.


Vi sono un paio di requisiti essenziali per la “cosa” che mi auguro emergerà da questa crisi. Prima di tutto dovrà avvenire un ricambio generalizzato della dirigenza, con preminenza delle giovani leve. In secondo luogo si dovrà valorizzare al massimo la pratica del dibattito franco ed aperto, i circoli dovranno risuonare delle impazienti argomentazioni di iscritti, simpatizzanti e funzionari e la sintesi che ne scaturirà dovrà essere sentita come vincolante.

La silente accondiscendenza, percorsa da viperine manovre nascoste, la pretesa concordia, fasulla e miserabile, che ci hanno fin qui condotti, dovranno essere definitivamente accantonate.

In mancanza di questo il popolo di sinistra, magari non opterà per M5S, ma certo se ne andrà da qualche altra parte.

domenica 21 aprile 2013

Le convulsioni di un corpo già morto

Napolitano rieletto e nomi stancamente conosciuti per la prossima poltrona di Primo Ministro. Non so come si evolveranno le cose da ora in poi, ma non credo vi sia di che gioire. Se anche si riuscirà a varare un governo, a mio avviso questo rappresenterà la vittoria tattica, e costosissima, di un disegno scellerato che ha sistematicamente anteposto le larghe intese rispetto al desiderio, conclamatissimo, di cambiamento espresso dal corpo elettorale. Una vittoria di uno status quo in avanzato stato di decomposizione e pericoloso, come ogni carogna che si rispetti. E allora, non trovando alcuno stimolo positivo in questa macabra danza di morti viventi, preferisco guardare un po' più avanti, verso un cammino incerto, ma imprescindibile che spero ardentemente si saprà imboccare.


Frequentando i social forum mi sono imbattuto in grande costernazione, smarrimento e sconcerto da parte degli elettori del PD. Quasi tutti stanno provando avversione verso la dirigenza di quel partito, declinata secondo la propria peculiare visione naturalmente, ma abbastanza concordi nel valutare come fallimentare l'azione (?!) fin qui espressa dal Partito Democratico. 

Occasionalmente però mi capita di incontrare anche qualcuno che, incredibilmente, si ostina ad individuare punti di positività nello psicodramma a cui, increduli, abbiamo assistito.

A mia volta sono (sono stato?) un "ostinato" elettore del PD e, fino a qualche settimana fa, pur cogliendo i sinistri presagi che si stavano addensando, avrei tenuto il punto con la stessa ostinazione che ho individuato in questi inguaribili ottimisti (od organici all'establishment magari), ma qui siamo andati ben oltre. 

Non è più questione di tattica o di contenimento di questo o di quello. Quella logica, a partire dal contenimento delle contraddizioni interne, mai affrontate e quindi mai risolte, ci ha portati a non avere iniziativa ed autonomia, a subire ogni tipo di influenza e di proposta altrui, a non poter esprimere alcuna visione in maniera coerente e, quindi, a perdere tutto, le elezioni, la capacità di incidere sulla scena, la decenza e, infine, il rispetto di noi stessi.

Ben venga la scissione, tanto siamo già divenuti marginali, meglio rifare tutto da capo, ma espellendo i "padroni di labrador" ed i vecchi mandarini. 
Nei partiti, soprattutto nel PD, vi è già una larga rappresentanza di gente giovane e dotata, molto spesso, di retroterra culturali rilevanti, esperienze di respiro internazionale e che, soprattutto, sono il prodotto di un tempo dove la cifra non sono i grandi partiti di massa o le vaste schiere della classe operaia, la confidenza in un futuro inevitabilmente progressista e progressivo. 
Per loro la cifra è recessione, precarietà e dibattito sul futuro modello di sviluppo, saranno loro ad avere la capacità di interpretare al meglio il loro ruolo o gente come me (ho quasi 59 anni), cresciuta in un mondo ora perduto? 
Io, ed i miei coetanei, dobbiamo prenderci la responsabilità di metterci di lato, fornire appoggio e testimonianza, ma sono loro a dover decidere del loro futuro. Per fare ciò però bisogna saper individuare il fetore della putrefazione, seppellire la cara salma e ricominciare da capo declinando antichi valori su nuove situazioni.

A noi il compito di trasmettere i valori, a loro il compito di costruire il futuro.


martedì 16 aprile 2013

Il capolinea


Ho votato Bersani, ma se tornassi indietro non lo rifarei. Queste le parole di Peppino Caldarola, proferite durante una puntata di Omnibus, su La7, di alcuni giorni fa.
Le ragioni di questa tombale dichiarazione il giornalista le individua nella, a suo dire, scriteriata gestione che Bersani ha sviluppato successivamente al voto.
Non mi è chiaro chi Caldarola voterebbe se potesse tornare indietro. Renzi? Non mi sembra coerente con le sue convinzioni di comunista di lungo corso, figuriamoci Tabacci. Forse la Puppato? Grande donna, a mio parere, ma ancora acerba per una scena nazionale. Senz'altro non il Vendola da lui molto spesso ritenuto sostanzialmente ininfluente. Non lo so cosa farebbe Caldarola e, dopotutto, non me ne importa nulla.


Ai tempi delle primarie la grande scelta, in tutta evidenza, fu tra il rappresentante di una spregiudicatezza blairiana (Renzi) programmaticamente nuovista e l'epigono (Bersani) di una concretezza padana, continuatrice di un'antica e nobile tradizione, quel socialismo sempre più irriso per la sua vetustà proprio mentre, invece, i disastri sociali lo definiscono di grande attualità, analitica se non progettuale. Vendola, con la sua grande passione, ma anche con la sua ben prevedibile marginalità, partecipò ridotto alla funzione di sostegno esterno all'anima “di sinistra” di un PD in cerca di se stesso.

La proposta di Renzi, foriera di pragmatici ammiccamenti verso un liberismo disastroso, ci venne comunicata avvolta in scoppiettanti slogan di “grande efficacia comunicativa”, personificata con atteggiamenti di disinvolta e spazientita modernità da parte del suo propugnatore (e da piagnucolosi distinguo dei suoi supporter).
In contrapposizione vi fu la proposta di Bersani, contraddistinta dall'ormai proverbiale inconsistenza comunicativa del PD. Una proposta di assunzione di responsabilità nei confronti del disastro che stiamo vivendo, di una road map, non sufficientemente esplicitata, di ricostruzione del decoro istituzionale, della situazione economica e di un progetto di futuri assetti da nazione moderna ed europea.

Bersani, come tutti sappiamo, vinse sulla fiducia, ma solo all'interno del PD e non definitivamente. La nazione, al momento del voto, non seppe decidersi tra il distacco dell'astensione, l'insensato credito verso quello stesso Berlusconi che ci cacciò nel guano in cui ci dibattiamo, la conturbante promessa di improbabili nuovi processi democratici espressa da un M5S tra il forcaiolo e l'innovatore ed un PD che non è riuscito a rassicurare a sufficienza né gli elettori né se stesso. 
Monti, infine e a grande distanza, riuscì solo a soccorrere il boccheggiante “grande” centro, innestandogli un po' della sua residua rendita di posizione, in rapido disfacimento peraltro.

Emerso dalla contesa elettorale con una vittoria tanto risibilmente tecnica, Bersani si è ritrovato praticamente “castrato”. Il potere interdittivo del PDL sostanzialmente intatto, un M5S intollerante ed atterrito dal suo stesso successo ed il pronto risveglio delle componenti più retrive e compromissorie del PD, temporaneamente contenute ai tempi delle primarie, hanno consegnato al povero segretario, ben lontano dal possedere le doti risolutorie di un Ethan Hunt, la classica “mission impossible”.

Una vera e propria via crucis si è dipanata da un “preincarico” espresso da un circospettosissimo Presidente della Repubblica dotato di inossidabile propensione verso una mortifera Große Koalition in salsa italiana.
Il primo, e unico, passo fu in direzione di M5S, il giusto riconoscimento di un'ansia di rinnovamento espressa dall'elettorato, ma la porta venne chiusa, e malamente, in faccia.

A molti brucia lo sprezzante “non ce ne frega niente” ripetutamente espresso dall'intellighenzia pentastellata, mentre della relativa base non è dato di sapere con certezza, visto che nessuno ha mai quantificato credibilmente la consistenza del dissenso, opportunamente derubricato a trollismo mercenario e controrivoluzionario.
Il tentativo, comunque, andava fatto e pure reiterato, anche a costo di fare figuracce. A imperitura memoria, infatti, dovrà essere ben chiara ed individuabile la quota di responsabilità storica di M5S nella spinta verso la resurrezione definitiva (e mortale) delle ansie inciuciste del PD.

Tutti sanno che, chiusa la strada di un'alleanza con Grillo, rimangono solo nuove elezioni con una legge disgraziata che ci riconsegnerebbe la stessa identica situazione, oppure la pratica di larghe intese con una controparte inaffidabile e mendace, e tutti sono ben contenti di attribuire la responsabilità esclusiva della scelta a Bersani, curando così i propri interessi di bottega senza pagarne lo scotto.

Grillo stressa il PD, il suo vero avversario, e vaneggia di democrazie digitali, al presidente/imprenditore, quello che "ha a cuore l'Italia", interessa solo di emergere intonso dai suoi guai giudiziari e ricatta tutti pretendendo un presidente “amico” e Bersani, che certo non sta facendo una grande figura, si piglia tutti i fischi, ma fra tutti non è certo il peggiore.
Si dà addosso a quello che ha vinto perdendo e ci si dimentica di quelli che hanno perso vincendo e che stanno cinicamente lucrando sullo stallo determinato dalla frammentazione dell'elettorato.

Tutti, compreso il Caldarola che non voterebbe più Bersani, ritengono che si dovrà andare verso le larghe intese, sapendo già quale funesto esito ne deriverà, ma si guardano bene dall'esprimerlo con chiarezza e si infuriano se Bersani si ostina a non favorirli in questo.
Ora vedremo chi diventerà Presidente della Repubblica e poi, quasi senz'altro, ci imbarcheremo in qualche forma di governo promiscuo e dalla fantasiosa, e farisaica, definizione. 

Andremo tutti a sbattere ed il PD dovrà affrontare tutte le conseguenze della sua pluriennale indeterminazione, lo stesso PD che ora si affanna a dire che l'ipotesi scissione non è credibile, ma io s
ono quasi giunto a sperare che non sia così. 
Le prove tecniche d'inciucio, l'emergere sempre più prepotente delle due anime, quella cattolica e quella socialista che non sono mai riuscite ad amalgamarsi veramente, e dei loro notabili, bonzi dediti alla manovra correntizia ed alle pratiche egemoniche, la costante mancanza di coraggio e la pervicace solerzia nel percorrere strade antiche e fallimentari. Meglio forse il dissolvimento.

Come dice Travaglio, che pure ne gode e lo odio per questo, nel suo articolo “Progetto forconi”: gli elettori PD sono stati fin qui troppo pazienti. Sto leggendo il documento di Barca, corposo e non facile, perché sono alla ricerca costante di qualcosa che mi riconcili con l'idea di un grande partito che tenga in conto le istanze di chi lo vota.

Ultima fermata, mi sa. 


martedì 2 aprile 2013

Il viale del tramonto


Il migliorista Napolitano, a dispetto dei peana sulla sua grandezza di manovratore e stratega, si avvita in una spirale discendente di pragmatismo controproducente.   Monti, governo tecnico, i 10 saggi, tutto passa per essere una sagace capacità di contemperare i problemi interni con le aspettative internazionali. Solo che, data la prevalenza assegnata a queste ultime, i problemi interni non sono stati risolti, mentre i nordici rigoristi europei  sono solo stati rintuzzati, ma con sospettosità vieppiù incarognita.
Il buon Renzi si prepara a scendere in campo, con tutte le critiche alla sua spregiudicatezza “larghintesista” azzerate dalla "gravità" del momento.
L'immarcescibile Berlusconi continua a curare i propri interessi personali (alla faccia di chi l'ha votato) e mantiene intatto il suo potere d'interdizione.
La simpaticissima Lombardi (la supplente di matematica, come l'ha definita Enrico Vaime) ed il continuamente ritrattante Crimi eseguono volenterosamente i compitini che un Grillo intollerante e sospettoso affida loro. I troll (perché evidentemente il dissenso non può che provenire dalla quinta colonna) danno libero sfogo alla delusione ed al rammarico.

Probabilmente il PDL e l'anima dalemiana dello sconfortato PD si daranno il bacio appassionato e catastrofico della morte, alla fine. Ma, con buona pace di Grillo, non era scritto negli astri che dovesse finire così, solo che a Beppe e a Gianroberto fa gioco e allora "tanto peggio, tanto meglio". L'unica cosa che potevo riconoscere al movimento era che non aveva un passato imbarazzante, ma a questo vi sta velocemente ponendo riparo. A dispetto delle intenzioni per fare vaccate basta rimanere un po' sul mercato.


Bersani avrebbe potuto andare a vedere il bluff di Grillo dicendogli: "ok, ci arrendiamo, vai avanti tu, ti votiamo la fiducia e tutte le leggi che ci piaceranno", ma non è andata così e sono più che sicuro che, se anche fosse successo, M5S avrebbe rifiutato. Governare è pericoloso, ti rovina lo scintillante pedigree che ti sei costruito e poi bisognava far avverare la predizione dell'inciucio. Avrebbe potuto e dovuto andare diversamente, ma oramai è fatta. Siamo nel guano e ci resteremo.



Una parte del PD, è innegabile, ha fatto di tutto per sprofondare la sinistra nel mare di fango che è stata la politica degli ultimi venti anni, ma la parte che avrebbe potuto fare la differenza è stata messa in condizioni di non poter agire, e tra chi ha creato le condizioni perché ciò avvenisse c'è proprio il fantastico duo, quello che telecomanda con leninista pugno di ferro il movimento dei focosi moralizzatori. Non saranno gli unici responsabili, ma certo sono stati quelli giusti al momento giusto. Il PD e Bersani pagheranno per gli errori di D`Alema e compagni, ma più di tutti pagheremo noi. M5S, di certo, si è giocato un buon numero di voti, ne raccatterà altri, non voglio neanche sapere dove, oppure ci sarà chi voterà turandosi il naso (a proposito, benvenuti).

Io ritengo che la generalità degli elettori PD abbia riconosciuto (o stia riconoscendo) di non aver saputo contrastare una dirigenza, cinica e manovriera, che aveva perso l'anima.    Penso anche che, alle ultime elezioni, abbia pensato di riconoscere nella conduzione Bersani l'occasione di marginalizzare, finalmente, quella componente "spregiudicata" che tanti errori e strategie fallimentari ha saputo inanellare.  Ciò  purtroppo non è avvenuto e ho già detto quanto M5S abbia propiziato questo esito che, però, è stato ancor più predisposto dagli incresciosi atteggiamenti passati del PD.
Quello che intendo dire è che, in quanto elettore del PD, mi assumo la responsabilità di non aver fatto abbastanza per dire a certi compagni e amici "grazie, non abbiamo più bisogno, vi faremo sapere", e penso di non essere isolato in questo. Bisogna, alla fine di tutto, sapersi assumere le proprie responsabilità.   M5S, d'altra parte, ha fatto la sua irruzione. Per il momento, ha solo sfasciato e non mostra di avere alcuna strategia, alcuna "road map". Bene, cari "cittadini", fatevi questa scampagnata, abbeverate i cavalli nella fontana di Trevi, divertitevi. Quanto agli elettori del movimento, quelli che manifestano perlomeno qualche perplessità (gli altri sono ancora in preda a splendidi orgasmi), preparatevi ad assumervi le "vostre" di responsabilità, che saranno altrettanto pesanti.

I “cittadini” di M5S nutrono la presuntuosa convinzione di essere i soli a capire cosa non va, e qualcuno lo proclama pure con puntuta arroganza. Vogliono cambiare tutto, ma al di là di dichiarazioni massimaliste non hanno ancora espresso un cammino credibile ed organico. Tutto, al momento e a quanto pare, deve passare dal bagno purificatore di una "rivoluzione" immaginata e non ben esplicitata, o dalla tignosa noncuranza dei disposti costituzionali e della prassi parlamentare.
Non hanno consentito la nascita di alcun governo e, a dispetto di dichiarazioni al momento indimostrabili, sarebbero inorriditi se li avessero incaricati di formarne uno. Si nascondono dietro la coerenza, in sé ammirevole, con le loro dichiarazioni pre-elettorali. Solo che quelle furono concepite in vista di un risultato corposo ma non così buono come quello conseguito. Una presenza rilevante, ma non determinante, avrebbe loro consentito di fare le pulci alla casta senza però infarinarsi come il proverbiale frequentatore di mulini. Invece sono diventati troppo grossi, quel programma non è più adeguato e la loro coerenza è diventata immediatamente insipienza.

Uno dei grossi problemi del centralismo democratico di stampo leninista, a cui li sta sottoponendo l'ira di un Grillo che non riesce a concepire il dissenso, è giustappunto la scarsa adattabilità, che riflette quella della dirigenza. Capisco come questa caratteristica possa, visti i tempi, generare diffidenza, ma bisognerebbe pur sforzarsi di trovare un equilibrio.


Il PDL continua a perorare gli interessi del proprio proprietario, vestendoli con la solita arroganza ed ipocrisia come interessi del paese, ed interponendoli tra questi ed una qualsivoglia soluzione. Il PD, stressato dalle tensioni interne sempre più emergenti, non vuole cedere a delle larghe intese che sarebbero solo il definitivo suggello del cancro che ha distrutto la credibilità della politica italiana.   M5S non intende consentire che si verifichi altro che la previsione grillina dell'inciucio finale e, per questo, picchia di più sul PD che su altri, intravvedendo in quest'ultimo l'unico pericoloso competitor.

Esistono i problemi del paese, sono grossi e avrebbero bisogno di serietà, competenza e buona volontà, poi c'è il panorama politico italiano. Le due cose, al momento, non si incontrano.


Vanitas vanitatum et omnia vanitas”  (Ecclesiaste 1,2)



sabato 13 ottobre 2012

I drammi umani ai tempi dei reality e dei social forum


Ho letto con sgomento della tristissima vicenda del bimbo di Cittadella messo al centro (e vittima assoluta) di una squassante e prolungata battaglia tra i genitori, evolutasi fino all'inverecondo episodio di “prelievo” forzato presso la scuola che frequentava.

Tutti gli adulti con un livello adeguato di equilibrio mentale, e di tranquillità esistenziale, non possono che obbedire a quella sorta di impulso innato (la letteratura scientifica si spinge a considerarlo un condizionamento genetico) che li stimola ad assumere atteggiamenti protettivi nei confronti dei bambini.      
Anzi, tale pulsione è talmente forte che, sempre in assenza di condizioni patologiche o disequilibrate, l'istinto si rivolge anche ai cuccioli di altre specie.

E' dunque per questo, credo, che la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica ha reagito alla notizia con una molteplicità di manifestazioni che, invariabilmente, denotano grande emotività, grande indignazione e grande desiderio di giustizia declinata però, quest'ultima, in senso punitivo piuttosto che di riparazione dei torti. 
In sostanza, non potendo agire direttamente in tutela del bimbo, si cerca di individuare un responsabile, un colpevole più precisamente, sul quale rivalersi.
Un vero e proprio surrogato dell'azione diretta che non si è potuta sviluppare, reso ancor più necessario ed urgente dalla visione del noto filmato, girato dalla zia del bimbo, così drammatico e duro.

Parlo da adulto adeguatamente equilibrato, consentitemi, e da padre; se la sola conoscenza del fatto mi ha generato un sentimento di assoluta costernazione, la visione delle immagini mi ha indotto un'urgenza impellente di intervento e di coinvolgimento personale.
Come tutti infatti sono stato sollecitato dolorosamente dallo spettacolo, tremendo, di un bambino tenuto per gli arti e sono stato coinvolto dal sottofondo di una voce femminile che urla la propria indignazione e richiede, anzi esige, l'intercessione degli astanti, come solo una donna sa fare (altro segnale ancestrale che, in condizioni normali, scatena una risposta pressoché pavloviana).

Ovviamente non ho potuto beneficiare di una catarsi di questi sentimenti e dell'urgenza che mi avevano indotto. Gli avvenimenti si erano già svolti e compiuti, altrove per giunta, quindi avevo solo due possibilità: o scatenare la mia indignazione (la mia frustrazione in realtà) sui responsabili che credevo di poter individuare, oppure elaborare l'acuto malessere che provavo e salvaguardare il mio equilibrio, senza cedimenti forcaioli.
Siccome la penso esattamente come il ministro (o ministra, fate voi) Cancellieri, ho optato per la seconda possibilità.

Sono assolutamente convinto che il bambino sia la vera vittima della situazione. Ritengo anche che qualcuno, probabilmente più di una persona, abbia assunto comportamenti e decisioni sbagliate e che, in tutta evidenza, la vicenda abbia coinvolto emotivamente chiunque ne sia venuto a contatto.

Sono però altrettanto sicuramente cosciente che, in realtà, noi non si sappia assolutamente nulla dei fatti e del decorso che, alla fine ha portato a quel terribile esito.
Noi non sappiamo che tipo di persone siano la madre, il padre o i nonni del bimbo. 
Non abbiamo la minima idea delle condizioni e delle ragioni che hanno portato al fallimento del matrimonio dei due genitori. 
Possiamo arrivare alla conclusione che perlomeno una delle parti abbia strumentalizzato la questione dell'affidamento a seguito della dinamica del rancore e della rivalsa che, frequentemente, si presentano alla fine dei rapporti affettivi, non siamo però in grado di discriminare le valenza e le responsabilità, in questo senso, degli attori coinvolti.
Non conosciamo neppure il dispositivo della sentenza che sancì l'affidamento al padre. Quali furono gli elementi che convinsero il magistrato a pronunciarsi in quel modo? Quali competenze abbiamo per valutare le perizie fornite al tribunale?
Perché la madre ed i nonni sono così determinati? Perché il padre, ancorché sostenuto da una sentenza, arriva a tali estremi? 
Atteggiamenti così drammatici possono discendere sia da egoismo che dal desiderio, disperato, di porre fine ad una situazione insostenibile.  Una delle parti potrebbe anche essere mossa da buone intenzioni, ancorché attuate malamente. Anzi, ambedue le parti potrebbero essere in buona fede, oppure tanto egoiste e crudeli da far ritenere più adeguato il ricorso alla casa famiglia. 
Cosa è successo in realtà?
Noi non lo sappiamo, né potremmo saperlo, in quanto i mezzi di informazione hanno riferito il fatto (spesso con indecente opportunismo), ma non hanno circostanziato nulla, perlomeno in prima battuta. Si sono pilatescamente astenuti dal riferire altro che un ghiotto evento di sicura evidenza.

L'incontenibile pulsione a soddisfare la nostra naturale reazione ha prevalso su tutto, ma non è solo questo.
In realtà, proprio per la dimensione emotiva della nostra risposta, dall'esperienza personale di tutti noi non ha potuto fare a meno di emergere prepotentemente il vissuto più problematico che ciascuno cela nelle profondità dell'animo. E più tale vissuto è irrisolto, maggiore è la veemenza della nostra reazione. 
Chi ha sofferto, o ritiene di aver subito torti, per le azioni di un coniuge ostile o infedele, di un genitore instabile o autoritario, chi nutre rancori verso le autorità costituite, chi si rimprovera per una carenza di azioni, magari non più redimibile, verso i propri figli o ha vissuto l'ostracismo sociale per veri o presunti addebiti inerenti la propria figura parentale, ebbene tutti costoro non possono evitare facilmente di sentirsi coinvolti personalmente. 
Si urla la propria opinione, ma in realtà si grida la propria autodifesa o il proprio risentimento, quando non una mescolanza di questi; comunque si proietta il nostro dolore.
E ancora, oltre alle prese di posizione di chi si sente passionalmente coinvolto, onesto seppure parziale e spesso oggettivamente in errore, vi è anche quella categoria di persone, ciniche e inumane, che trae un certo conforto (sic!) dalla contemplazione, ingorda e ributtante, delle altrui disgrazie. 
Si tratta di quel tipo di essere vivente (altri e più precisi termini sono inadeguati) che, non avendo la capacità o la fibra morale necessarie a vivere con pienezza e responsabilità la propria vita prende, per così dire, in appalto le vite altrui. 
Costoro si appropriano delle sciagure vissute da altri per supplire al loro vuoto emotivo azzerando i rischi personali e detestano e negano le altrui virtù per evitare sgradevoli comparazioni. E' per questo che si accaniscono particolarmente in compiaciute, virulente e inappellabili sentenze.
Questo tipo di persone è sempre esistito, ma ha tratto particolare impulso dal consolidarsi dei programmi di “reality”, dove però i pretesi drammi umani sono invariabilmente costruiti a tavolino e recitati dai partecipanti.
Non che questo renda la cosa meno sgradevole; trovo comunque ributtante la strumentalizzazione operata, in quei prodotti di "intrattenimento", da chi li produce e da chi li consuma; gli uni cinici e profittatori, gli altri guardoni inqualificabili e onanisti.

La sempre più frequentata arena dei social forum, inoltre, ha offerto una ineguagliabile possibilità di esternare le proprie posizioni e, in questo caso e grazie ai sentimenti particolarmente sollecitati dalla vicenda, tale opportunità è stata sfruttata massivamente e, molto spesso, con grandissima intolleranza verso opinioni divergenti dalle proprie.
Ho provato a seguire alcuni dei roventi dibattiti che si sono sviluppati in questo caso e sono rimasto colpito, anche se non stupito, dalla singolare polarizzazione tra l'adesione assoluta alle considerazioni espresse da chi originava il commento, quest'ultimo peraltro quasi sempre fortemente assertivo e non negoziabile, e l'altrettanto insofferente rigetto di quelle stesse considerazioni.
Non ho provato ad interagire in quel contesto poiché, come si vede, la mia posizione è troppo articolata per trovare adeguata collocazione all'interno del mezzo e comunque, viste le opinioni maggiormente rappresentate e focosamente difese, avrei solo collezionato insulti senza un'adeguata contropartita in termini di dibattito.
Proporrò un link a questo post, ma con esiti incerti ritengo.   Anzi no, credo che potrò contare su un certo numero di contumelie.

Mi si potrebbe obiettare che, a mia volta, ho trovato dei bersagli sui quali sfogare la mia frustrazione e, in qualche misura, ciò è vero. 
Me la sono presa con tutti quelli che, a mio sindacabilissimo parere, non hanno rispettato la figura del bambino conteso e in qualche modo, comprensibile o meno, lo hanno strumentalizzato per dar sollievo alle proprie tensioni.
Non posso fare nulla per il bimbo, anche se vorrei che le cose stessero diversamente. Non posso e non voglio entrare nel merito di quello che è accaduto perché non potrei essere altro che arbitrario e conseguentemente in errore. 
Penso che i diretti interessati abbiano già sufficientemente complicato la situazione e non vi è alcun bisogno di aiutarli in questo. 

La mia solidarietà ed il mio affetto vanno incondizionatamente al bimbo perché è l'unica vittima sicuramente individuabile ed io sarei un uomo scadente, e un pessimo padre, se non nutrissi questa convinzione.

martedì 2 ottobre 2012

Neutralizzare i delinquenti? Si può provare.


Leggete questo articolo e, se concordate con quanto scritto come penso e spero, valutate la possibilità di agire in modo da superare questo sfascio. 
Non c'è bisogno di fondare partiti o movimenti. Qualcuno lo ha già fatto e abbiamo visto che non basta. 
Quello che dobbiamo fare è cominciare a gratificare i numerosi omuncoli, che al momento hanno la prevalenza, del nostro chiaramente espresso disprezzo e della nostra manifesta disapprovazione. 
Nulla di eclatante, non c'è bisogno di una caccia all'untore né bisogna cedere alla tentazione di divenire ululanti puritani. I furiosi giacobini spaventano e favoriscono la loro stessa neutralizzazione. Semplicemente dobbiamo creare intorno a loro una persistente rete di civile disapprovazione. 
Vi sembra poco?  No, non lo è.  Non è immediato, ma la costanza consente grandi traguardi.    Il contesto edonistico e di gratificazione immediata che ci hanno costruito intorno, e che ci ha cacciati così profondamente nel guano, ce lo ha fatto dimenticare.
Gli ultimi vent'anni di politica hanno sdoganato i maneggioni e i borsari neri creando intorno a loro un ambiente favorevole? Ebbene facciamo in modo che i loro sorrisetti soddisfatti incontrino smorfie di disgusto. Ricacciamoli nelle fogne. 
Naturalmente, nel contempo, esigiamo scontrini e fatture e prendiamoci la briga di pretendere civiltà e rigore o, quanto meno, di non avallare con la nostra neutralità, furberie ed illeciti. 
Faticoso? Certo, ma come abbiamo visto, certe comodità si pagano care.