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Visualizzazione post con etichetta Renzi. Mostra tutti i post
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venerdì 15 gennaio 2021

Il puzzone fiorentino

Sono stato membro, fino a un paio di anni fa, di un gruppo FB che si richiama, nell'onomastica e nell'orientamento politico nominale, che per alcuni componenti nel frattempo è slittato molto sensibilmente verso un "centro ragionevole", all'esperienza del Movimento Studentesco milanese, formazione politica nella quale militai in gioventù, in quella che fu per me un'esperienza intensissima e molto formativa.

Fui invitato in quel gruppo da un compagno col quale avevo condiviso la militanza, e la mia partecipazione, come quella di molti altri membri, ma non di tutti, non fu una semplice adesione ad un "club di reduci", guardiani nostalgici di passati fasti, veri o presunti, bensì un'occasione per rimanere all'interno di un ambito nel quale la consapevolezza del momento, grazie al confronto, potesse beneficiarne.

Mi resi conto però abbastanza alla svelta che avevo peccato di ingenuità, ancora una volta e nonostante non fossi certo più un fantolino, dando per scontato che quel gruppo di discussione potesse essere un luogo d'incontro ove le posizioni, ancorché sostenute con la tigna abituale nella sinistra extraparlamentare, avessero uguale dignità e potessero essere discusse, sopravvivere o venire messe in minoranza, grazie ad un processo dialettico rigoroso, anche se frequentemente assertivo.

Non era certo quella la situazione che trovai, come verificai abbastanza alla svelta, dato che ogni discussione veniva sollecitamente "calmierata" da una presenza (perlomeno un amministratore, ma con molti volenterosi fiancheggiatori) che "richiamava all'ordine", con grande sollecitudine, l'autore di ogni intervento non riconducibile ad una sorta di "linea politica" mai esplicitamente dichiarata, e certamente non coralmente individuata.

La strategia adottata per smontare le posizioni meno gradite prevedeva interventi diversificati, in una sorta di crescendo rossiniano.

Il primo tipo d'intervento consisteva in richiami assai speciosi, e il più delle volte ingiustificati, circa la necessità di mantenere un bon ton funzionale alla "serenità del confronto".

Non era necessario essere ingiuriosi per essere ritenuti "sconvenienti", bastava in realtà essere chiaramente avversi ad una politica dialogante e possibilista verso la bonomia piddina nei confronti delle ragioni del centro politico, e diffidenti verso la pratica del cosiddetto voto utile.

Se il richiamato non capiva l'antifona, o decideva di non capirla, allora si passava alla delegittimazione, in stile "Unità che dichiara Tito nemico di classe", con una miserabile scivolata verso attacchi personali talora piuttosto ridicoli e non di rado del tutto incongrui.

Se neanche questo bastava, allora alcuni post o commenti sparivano dalla circolazione, o perlomeno questo è quello che alcuni hanno denunciato.

Nessuno veniva bannato, ma l'aria diventava alla svelta tanto irrespirabile che il "reprobo" alla fine se ne andava, come fece il sottoscritto, perché cosciente di non avere più alcuna agibilità.

Vorrei sottolineare che questa sorta di inquisizione era agita da chi aveva compiuto una bella e lunga traiettoria nella direzione opposta rispetto agli ideali giovanili.

In questi giorni, nei quali il Guappo di Rignano manifesta con la solita arroganza il suo umano narcisismo e la sua politica irresponsabilità, non posso fare a meno di ricordare con quanto disprezzo, in quel gruppo, venisse stigmatizzata la mia "impoliticità avventurista e settaria" per la mia avversione a Renzi e a tutto ciò che propugnava, per le mie previsioni, tutte poi inveratesi, e non ci voleva poi questo grande acume, fino all'epilogo che oggi occupa la cronaca.

Allora pareva che con Renzi si veleggiasse verso il sol dell'avvenire, mentre invece la barca di cui aveva preso il comando, sparando fumosità da marchettaro di quart'ordine, aveva già molte falle nello scafo, enormi buchi beanti dai quali, grazie a lui, uscivano milioni di voti per imbarcare l'acqua che l'avrebbe portata a spiaggiare per non affondare, salvata, momentaneamente, solo dall'emergenza pandemica, che ha consentito ad una dirigenza generalmente inadeguata di rivendicare una gestione corrente abbastanza, e inaspettatamente, efficace.

Ogni tanto mi capitano sotto gli occhi i post di quel gruppo, e non sono stupito del fatto che:

  1. alcuni membri, uno in particolare che fu alto dirigente dell'MS, non facciano più alcun mistero della loro consonanza con Italia dei Valori e il suo repellente capo politico;
  2. molti tra quelli che ai tempi mi rimproverarono più astiosamente per la mia condanna di Renzi e del suo agire, oggi facciano finta di nulla, oppure si affannino a rivendicare un antirenzismo tanto recente e "tattico" da avere ancora attaccato il cartellino del prezzo.

Io credo non sia più possibile dubitare che il "blairismo", che contagiò l'intera sinistra europea dal '97 in avanti, sia la causa prima della scomparsa dell'identità socialista dal campo della politica, sostituita da entità che, tradendo il favore elettorale ricevuto, abbandonarono la causa dei lavoratori e delle "masse popolari" per transitare nel campo avverso, quello dell'antagonista di classe, riciclandosi come interlocutore affidabile al solo scopo di perpetuare una presenza, e senza compiere lo sforzo di elaborare compiutamente il fallimento dell'esperienza politica e sociale conosciuta come "socialismo reale".

Chi effettua un salto della quaglia, e il PD fece una bella capriola, in genere è particolarmente determinato ed efferato nel tradire le proprie origini, perché ha un passato da far dimenticare e deve convincere il nuovo referente di meritare una fiducia che questi stenta molto a riconoscergli.

Il tradimento e l'opacità del PD sono la causa prima sia della progressione costante delle destre nel paese, non più contrastate da un avversario coerente ed efficace, sia della selezione di una classe dirigente particolarmente impudica nel distruggere 150 anni di lotte sindacali.    Quel partito ha portato a compimento tutto ciò che Berlusconi non riuscì mai a finalizzare, una considerazione, questa, che rende il costante incitamento al voto utile per "fermare le destre" una solenne presa per i fondelli. 

Renzi non è un incidente di percorso, una buccia di banana sulla quale si è rovinosamente scivolati, un "estraneo" salito a bordo mentre tutti guardavano da un'altra parte, per niente.   Renzi è esattamente la logica risultante di un corso politico imboccato per sudditanza intellettuale al nemico di classe.

Il Guappo di Rignano si fece largo tra le correnti partitiche con la consueta ferinità cui ci hanno abituati le sorde contese nel gruppo dirigente.
Accoltellò alle spalle, idealmente, chi doveva accoltellare, dispensò le sue semplificazioni ammiccanti e falsamente logiche ed ottenne il via libera dal mandarinato imbelle del partito, abbagliato dalla prospettiva di copiosi raccolti elettorali, vincendo primarie molto chiaccherate per le incursioni di improbabili comitive di votanti.

A Renzi ed al suo servo Poletti noi siamo "debitori" dell'ultraliberista  Job Act e della corsia preferenziale che conduce al lavoro precario e sottopagato, a discapito di quello a tempo indeterminato.     E' principalmente grazie a loro se oggi i nostri figli  non sono in grado di porre in essere un progetto di vita decente ed adeguato.

Oggi Renzi è vituperato da tutti, in primis da chi lo vide come l'asso da calare nel momento topico della partita, scoprendo poi che non era di briscola.

Io non so come andrà a finire, se vi sarà un Conte Ter, un Draghi 1 oppure l'alba di una stagione neofascista con la Meloni, che nei sondaggi ha quasi raggiunto il PD, che si allea con Salvini; quello che so è che il partito del 40,81% alle Europee del 2014 ha espresso una strategia scadente, incoerente e autolesionista, e che ora addita il "puzzone fiorentino" quale unico responsabile dei guai di cui ha posto le premesse.

lunedì 10 settembre 2018

There's these guys, PD's supporters...

Tenterò un incipit dal vago sapore americano, there's these guys, PD's supporters, ovvero ci sono questi tizi, sostenitori del PD, che si fanno uscire ernie inguinali nello sforzo titanico di far dimenticare che il loro amato partito è stato l'architetto ed il responsabile implicito e principale degli attuali assetti politici e di potere che vigono nel nostro paese.


Sono gli stessi che si ingegnano a ridare una verginità incongrua al naturale prodotto di quel partito, ovvero quel Matteo Renzi che ha gestito la mutazione genetica di una formazione politica di prima grandezza, erede di due grandi tradizioni politiche, quella socialista e quella del cristianesimo sociale, in un partito di seconda schiera da collocare, per effetto delle sue scelte strategiche e dell'azione governativa svolta, tra le fila di un centro-destra moderato di stretta osservanza liberista.

Quel partito ha condotto, negli anni, una costante e purtroppo fruttuosa opera di demolizione e neutralizzazione dei corpi intermedi, in primis il sindacato quale istituzione, ha distrutto lo Statuto dei Lavoratori, tentato lo stravolgimento della nostra Costituzione, promulgato un Job Act che a sua volta è stato reso pressoché inutile dalla promozione, invereconda e irresponsabile, del precariato in ogni forma possibile. 

Forse è possibile apprezzare, si fa per dire, la cifra reale dell'operato PD sottolineando che i dem sono riusciti laddove Berlusconi fallì, salvo che nello stupro della Costituzione, che fortunatamente non riusci a nessuno di loro, finora.


Ma non si è limitato a questo.      Facendo aderire alla propria identità la qualifica, sempre meno congrua, di partito di sinistra ha delegittimato quella parte politica, facilitando enormemente la propaganda di chi ne ha poi maggiormente beneficiato, ovvero M5S e, per il traino irresponsabile da questo propiziato, la Lega.

Con la parola sinistra ormai squalificata, la destra ha avuto gioco facile ad appropriarsi delle istanze di un vasto popolo messo in condizioni di vita difficili e faticose dalle scelte di governo del PD il quale, accanendosi senza poter vantare una statura morale adeguata (la magistratura si è occupata a ripetizione del personale politico dem) contro i sanculotti 2.0 del Movimento, ha spianato la strada all'avvento dell'attuale compagine governativa.

Ora, a disastro avvenuto, il PD cerca di intestarsi la titolarità della nuova Resistenza, nientemeno, 
o quanto meno di ritagliarsi un posto in prima fila, senza uno straccio di autocritica e senza rinnegare alcuna delle scelte operate, permettendosi inoltre di accusare di fiancheggiamento a favore dei grillolegaioli chiunque si permetta di ricordare che dell'avvento del fascismo in camicia verde dobbiamo ringraziare esattamente il PD e la sua opera di promozione delle istanze ordoliberiste che ci stanno massacrando.

Il PD, molto semplicemente, sta tentando di rimontare in sella, e se dovesse riuscirci non farebbe altro che riprendere da dove si è interrotto, mentre noi dobbiamo ricostruire un settore politico, la sinistra, la cui assenza rende il quadro istituzionale asimmetrico e pericoloso.

Non passa giorno che non accada di scontrarsi con qualche inossidabile sostenitore del PD, dalla monumentale faccia di bronzo, che non si periti di dare lezioni di vita, e di sagacia e convenienza politica, oltre a patenti di tradimento, a chiunque mostri di non gradire la loro compagnia nel percorso che ci attende.

Nel farlo inoltre non mancano mai di ricordarci che nel '43 la Resistenza accolse perfino i monarchici (aspetto che dovrebbe farci capire quanto siano in malafede), dimenticandosi peraltro che ai tempi eravamo una monarchia, cosa che dava a quella parte politica un peso che il PD non può ora vantare, e che dopo la Liberazione quei monarchici si allearono coi neofascisti.

Con dimostrazione di imperiale faccia tosta, inoltre, il front man di questa spregevole manipolazione è proprio il guappo di Rignano, il tristo figuro che ci ha massacrato lo scroto, ai tempi del suo fugace apogeo, con la sua capacità di vincere, prendendoci tutti per il culo per la nostra (dei tristi compagni all'antica, per dirla come lui) coazione a perdere, anche se alla fine il tonfo l'ha fatto lui, lasciandoci il conto da pagare. 


La domanda è:


Hanno distrutto il partito e la sinistra in generale e adesso dovremmo avvalerci della loro fine sensibilità strategica?

A sinistra abbiamo molti e insopprimibili vizi: la tendenza a frazionarci, la mancata elaborazione del lutto conseguente al fallimento del socialismo reale e l'inefficace individuazione di una posizione intermedia tra idealismo e pragmatismo, con una tenace tendenza a rivoltolarci in un brago maleolente di realismo politico in stile patto Ribbentrop-Molotov.

Impareremo mai?

venerdì 27 aprile 2018

I "compagni grillini"

I compagni grillini, ovvero quella fetta della sinistra che ha votato M5S, ravvedendo in quel movimento una preziosa opportunità, sono ringalluzziti per la chiusura del forno leghista, che li aveva messi in difficoltà per l’assai scarsa consonanza coi presupposti strategici della loro scelta, ma forse dovrebbero aspettare ancora un poco prima di rilassarsi.
Vasti settori delle basi del PD e di M5S, sono prossimi alla rivolta di fronte alla prospettiva di un accordo qualsiasi con l'arcinemico, grullino o pidiota, a seconda dei casi, e non credo che Renzi rinuncerà troppo facilmente a mettersi di traverso, per interposti sostenitori all’interno della Direzione del suo partito.
La strada di un concerto tra M5S e PD, definito in vari fantasiosi modi pur di stare alla larga dal termine alleanza, è tutta in salita e difficilmente potrà avere un seguito. L’esito più probabile sarà quello di propiziare una ulteriore spaccatura, l’ultima e definitiva io credo, in ciò che resta del PD, con la scheggia renziana pronta all’abbraccio con le salme - in senso politico - di Berlusconi e del suo partito-azienda, e quella dei collaborativi - a quel punto però inutili a sé ed agli altri - che andrà ad ingrossare il parco moscerini della sinistra nazionale, ovviamente indisponibile a qualsivoglia processo di aggregazione.
La macchina propagandistica pentastellata non è però in difficoltà, essendo straordinariamente sfacciata come sappiamo, e si prepara a rivendicare lo storico successo di aver sconfitto e scompaginato l’odiato partito dei collusi.
A quel punto, se il Presidente Mattarella non perderà la pazienza e continuerà ad affidare mandati esplorativi, M5S potrà volgersi nuovamente verso la Lega, chiarire che l’unico impedimento reale ad un governo M5S-Lega consiste nell’ingombrante presenza del pregiudicato Berlusconi, ed allora potrebbe anche accadere che, dopo aver spezzato le reni al PD, alla macchina da guerra pentastellata riesca il colpaccio di scardinare il centrodestra, con Salvini che, con il suo 17 e spiccioli percento, potrebbe salutare il cavaliere e portare quello che serve al Movimento per andare molto vicini alla maggioranza assoluta, il tutto con un’opposizione sparsa e ininfluente, anche nel più che probabile caso di una saldatura tra FI e PdR (partito di Renzi).
Lo sento già il rumore delle pernacchie, delle risate e degli insulti che i compagni grillini mi rivolgeranno, ma non me ne cala nulla, dato che con la scelta che hanno fatto a suo tempo io e loro abbiamo imboccato strade differenti e divergenti, cosa che rende le loro critiche meno efficaci, per quanto mi riguarda.
Tutto quello che precede può anche essere catalogato nel campo della fantapolitica, o delle stronzate come preferiranno definirle, ma sta di fatto che quando si arriva con le spalle al muro, e la definizione di un governo è indubitabilmente finita su un binario morto, tutto diviene possibile, soprattutto quando i due attori - M5S e Lega - sono così compatibili su argomenti quali immigrazione, Europa, moneta unica ecc. 
Come? Non lo sono? Mah, non saprei, però su quegli argomenti M5S non ha mai smentito nulla, ha solo sfumato quanto bastava per lisciare il pelo ai poteri sovrannazionali in ottica elettorale.
Comunque sia io vedo, ahimé, un grande futuro per il matrimonio grillo-leghista, anche nel caso di scioglimento delle camere e nuove elezioni, soprattutto se i compagni grillini continueranno a gratificare il Movimento delle loro assai malriposta fiducia, rendendolo la più bella zita del paese.


lunedì 12 marzo 2018

Chi semina vento raccoglie tempesta




Nel 2013 M5S impose la pratica dello streaming, vista come imprescindibile prassi di trasparenza (salvo poi farla cadere quando quel metodo documentò le increspature dei consessi parlamentari pentastellati) al solo scopo di rivendicare pubblicamente la propria unicità e umiliare Bersani, e con lui il PD, che in quella occasione sollecitò, seppure di malavoglia e sapendo a cosa andava incontro, lo stesso senso di responsabilità che ora invoca Di Maio.

In quella occasione Crimi e Lombardi furono i portatori materiali del sonoro ceffone che propiziò sia le condizioni oggettive dei successivi inciuci che l'avvento di Renzi e del renzismo.
Il PD non aveva allora ancora imboccato la strada che lo ha condotto all'attuale disastro, che non è solo elettorale, ed esistevano in quel momento anche altre opzioni, altre diramazioni del sentiero, che avrebbero potuto portare ad altri esiti.

Molti sostengono, con qualche ragione sia chiaro, che quell'incontro fu una manfrina dal copione già scritto e dall'esito scontato, ma io credo che se qualcuno avesse avuto il coraggio di sparigliare le carte, Grillo, ma anche Bersani, il paese si sarebbe potuto risparmiare molti dei successivi tormenti.
Il PD nel 2013 prese circa 10 milioni di voti, e M5S circa 8,6.  I rispettivi pesi erano sostanzialmente comparabili, e la gestione del paese avrebbe avuto basi paritarie, al contrario di quanto potrebbe avvenire oggi.

Ma le cose andarono diversamente, il Parlamento andava aperto come una scatoletta di tonno, la vittoria appariva immancabile allo stato maggiore pentastellato, e la strategia scolpita su qualche gloriosa lastra di marmo.
Anche grazie a quella sceneggiata, all'interno del PD presero forza le correnti favorevoli a quello che poi divenne il patto del Nazareno, ma soprattutto vennero poste le premesse adatte all'avvento di Renzi e del renzismo, con tutto quello che ne è conseguito.

Fu dunque, a mio parere, un disegno lucidamente perseguito, perché a M5S serviva un PD impresentabile, ed era fondamentale che lo fosse in maniera evidente. 
Il senso di responsabilità non era allora moneta corrente, o forse qualcuno ritenne responsabile consegnare il paese ad un processo che aveva il solo scopo di esaltare la propria virtù, per rendere il proprio successo, posticipato nel tempo, ineluttabile. 
I risultati sono qui, davanti agli occhi di tutti, e a me pare che pochi possano dire di non avere responsabilità, effettive o morali, negli assetti che patiamo, anzi proprio nessuno.

Con questo voglio dire che le colpe sono tutte in capo a M5S, con il PD nelle vesti della vittima incolpevole?  No, per niente, ma date le argomentazioni che vengono oggi sviluppate circa l'appoggio dem ad un esecutivo pentastellato, mi sembra necessario ripassare alcuni eventi della passata legislatura, che hanno ispirato il titolo di questo testo.

Ora, io capisco che molti compagni caldeggino un atteggiamento responsabile da parte del PD, e di LeU, per evitare un governo leghista, ma a quei compagni vorrei dire che il pericolo è assai teorico, dato che un governo del centrodestra sarebbe minoritario tanto quanto quello pentastellato, dunque altrettanto gracile, e che un raccordo Lega-M5S è piuttosto improbabile, nonostante la sovrapposizione di molti punti di programma, per due distinte ragioni:
  • i due partiti "pescano" nello stesso bacino elettorale, a dispetto dei molti voti anti-PD provenienti da un popolo di sinistra esacerbato, e sono a tutti gli effetti diretti concorrenti;
  • la Lega non può permettersi di supportare M5S senza disfare i governi e le amministrazioni locali di cui è membro, insieme a Forza Italia, in larga parte del paese.
Starei anche abbastanza tranquillo circa la creazione di un partito di Renzi, generato da una scissione dal PD, dato che secondo le previsioni più accreditate non porterebbe al centrodestra un numero di parlamentari sufficiente a conseguire la maggioranza necessaria a garantire un governo stabile.

Un PD responsabile, inoltre e data la disparità assoluta del proprio peso parlamentare rispetto al Movimento, in un governo pentastellato non avrebbe alcun peso decisionale, avendo in realtà il solo scopo di assumersi la responsabilità di tutte le contraddizioni del programma grilliano, concepito per vincere, ma difficilmente attuabile, date le condizioni oggettive, mentre eventuali successi sarebbero intestati tutti ai sanculotti del terzo millennio, e non certo ai collusi e indagati, col capo cosparso di cenere e costretti ad una recalcitrante responsabilità.

Dunque a me pare che la propensione all'atteggiamento responsabile, caldeggiato a sinistra da alcuni dirigenti, e da molti simpatizzanti sia di Leu che del PD, sia solo un tentativo, all'indomani della severa sentenza elettorale, di recuperare un ruolo spurio in grado di far dimenticare la desolante inconsistenza della sinistra nel paese, senza passare da un ormai inevitabile e quanto mai necessario processo di radicale autocritica.

Una certa ilarità, inoltre, suscita in me il confronto tra le dichiarazioni ante voto pentastellate, tutte improntate ad un divertito, o talvolta indignato, disprezzo per ogni eventuale forma di alleanza, o collaborazione, tra il Movimento ed un ceto politico di indagati e collusi, e la compunta chiamata alle armi di un Di Maio paludato nei panni da statista che la invoca per il bene del paese, e dopo cotanti precedenti.

Meno divertito sono per l'imbarazzante lettura che il buon Gigino dà degli obblighi presidenziali nella formazione del prossimo governo, misura diretta della sua suprema presunzione ed autoreferenzialità. 

Tra i molti difetti del Rosatellum, infatti e con buona pace di Di Maio, c'è il piccolo particolare che non è stabilita alcuna gerarchia tra partiti e coalizioni, dunque la scelta di Mattarella tra affidare l'incarico a Di Maio o a Salvini non può essere fatta in punta di diritto, come pretende il capo politico 5Stelle bensì operando una scelta di natura eminentemente politica, e di conseguenza intrinsecamente opinabile.

Comunque a me interessa relativamente chi dei due, Lega o M5S, verrà scelto, perché non mi aspetto nulla di buono da ambedue. Forse, alla fine, mi potrebbe pure andare bene un governo pentastellato, perché questo consentirebbe di andare a vedere bluff che hanno bisogno urgente di venire esplorati, ma senza che vengano convocati colpevoli di comodo, quali dovrebbero essere PD e LeU in veste di responsabili.

A mio parere Mattarella dovrebbe affidare ad un esterno, stile Ciampi nel '93, l'incarico di formare un governo tecnico, in attesa del più che certo verdetto di incostituzionalità del Rosatellum, che si occupi della promulgazione di una nuova legge elettorale.

E stavolta dovremo tornare alle urne solo dopo che la Corte Costituzionale, con procedura d'urgenza, la avrà esaminata e ritenuta conforme alla legge fondamentale.   Anche il fatto che dovrebbe essere una legge non ad hoc sarebbe un graditissimo cambiamento.

mercoledì 26 luglio 2017

Il naso turato non basta più.

Vorrei dire a tutti gli strateghi della ricostruzione della sinistra italiana, in particolare a quelli che hanno orrore dei partitini del 2-3% che uno dei massimi studiosi di politica elettorale, Walter Dean Burnham, collega l'astensionismo ad una peculiarità relativa del sistema politico, americano nel suo caso, ma facilmente trasferibile in un qualsiasi contesto occidentale, che consiste nella totale assenza di un partito di massa socialista o laburista che funga da avversario credibile nel mercato elettorale.

Ne consegue dunque che offrire un'opzione socialista non è che una parte del compito cui quegli strateghi pretendono di dedicarsi, e che è altrettanto importante conseguire una massa critica necessaria a darsi una forza contrattuale adeguata.
Per fare questo però sarebbe altrettanto fondamentale riuscire a convincere l'elettore di essere il riferimento che aspettava, affidabile, credibile e in sintonia con le rivendicazioni che il rappresentato ritiene strategiche e prioritarie.
Ma la cosiddetta offerta politica, brutta definizione non a caso mutuata dal mondo commerciale per opera degli specialisti di marketing politico, deve essere propositiva, ambiziosa magari, ma anche rigorosa e attendibile. 

Solo che non si sta certo facendo un buon lavoro continuando a parlare di organigrammi, di estenuanti campagne acquisto di dirigenti già scivolati su molte bucce di banana, quando non artefici dei disastri passati, presenti e non di rado futuri.
Farlo non serve più a nulla, come ogni giorno risulta sempre più controproducente sfiancarsi su argomentazioni politiciste fruste e squalificate.
Anche la chiamata alle armi contro la vittoria delle destre perde costantemente efficacia. Noi viviamo già in un contesto che non differisce quasi in nulla rispetto al mondo che Berlusconi aveva tentato di imporre.  Lui non vi riuscì compiutamente durante il suo regno, ma ne pose le premesse, Monti lo mise in atto e Renzi lo perfezionò.

Una vasta parte degli elettori dem dunque non collabora più al proprio martirio, ma neanche trova credibile chi si affanna a pretendere di saperne interpretare le aspettative, e di conseguenza non concede più il voto a nessuno, perché nessuno nel frantumato campo della sinistra, in questo momento, sembra in grado di captare altro che una ristretta cerchia di irriducibili osservatori di ombelichi, e dunque qualsiasi partito, di qualsivoglia temperatura socialista, non potrà che avere dimensioni miserabili e inadeguate.
Ma anche la condensazione in qualche rissosa coalizione non avrà alcuna capacità attrattiva, perché quello che manca alla sinistra è la capacità di convincere chi si è allontanato di avere un programma appetibile e la volontà di attuarlo con rigore, superando antichi vizi.

Stando le cose come stanno, e se non la smettiamo di cincischiarci con moduli politici decotti e falliti - il rilancio del centrosinistra - con personale politico che ha collaborato attivamente all'approvazione delle peggiori nefandezze neoliberiste - MDP et similia - e con improbabili mediatori che hanno come compito principale quello di assorbire tempo ed energie in discussioni inutili e dilatorie - Pisapia - la prossima tornata elettorale sarà una partita a tre fra un PD in rapido sgonfiamento, una destra magmatica, ma in ripresa ed un M5S che ancora deve dirci cosa farà da grande, ma che tra conduzioni cesariste e semplificazioni conservatrici si appronta alla definitiva svolta a destra.

L'unico modo che ha la sinistra per risorgere è quello di porsi all'ascolto di un popolo in grande sofferenza, elaborando risposte precise ad istanze che non possono che filtrare dal basso.       Magari praticare anche un po' di autocritica, e di umiltà, e ammettere senza ambasce di avere fallito.    E rendersi conto che il lavoro che ci aspetta è tanto e che non basterebbe piazzarsi onorevolmente alle prossime politiche, cosa peraltro del tutto irrealistica.



giovedì 20 aprile 2017

Austerità espansiva. L'ossimoro al potere


Mi è ricapitato sotto l'occhio il log di una discussione in chat con un amico di Facebook sulle riforme renziane e sulla straordinaria baggianata della cosiddetta austerità espansiva, una delle tante, troppe, trovate del guappo di Rignano, sempre pronto a coniare formulette di bassa lega da convention aziendale.

Si tratta di una geniale strategia in base alla quale lo Stato taglia la spesa inducendo di conseguenza i cittadini a ricorrere a servizi privati alternativi, per supplire a quanto toglie loro, oppure a rinunciarvi del tutto. 

In genere per il cittadino questo significa spendere di più, spesso indebitandosi.
In altre parole, la spesa pubblica è sostituita da (più elevata) spesa privata, e il debito pubblico è sostituito da (più elevato) debito privato. Il servizio risultante, per chi non ha molto fieno in cascina, è un notevole arretramento nei livelli della prestazione, oppure, come detto, il suo azzeramento.

Sono un soggetto che ha un serrata e articolata frequentazione della pubblica sanità, sempre più sotto attacco e già in larga parte appaltata a strutture convenzionate, dunque mi viene naturale considerare le implicazioni del compimento di questa austerità espansiva in quel campo, ovvero la totale cessazione del presidio statale con passaggio ad una gestione integralmente privata.

Consideriamo una parte importante della popolazione, quella con pregresse patologie croniche. Ebbene, un cardiopatico, con quadro clinico diabetico e affetto da miopia potrebbe in effetti stipulare una polizza sanitaria, ma molto difficilmente troverebbe qualcuno disposto a coprire le sue patologie, se non a prezzi assolutamente proibitivi.

Questa è una cosa che si può tranquillamente riscontrare già nelle polizze integrative che alcune aziende stipulano per i propri dipendenti dove, di norma, le spese odontoiatriche, pressoché immancabili, sono di norma oggetto di una prestazione aggiuntiva a pagamento, limitandosi quella standard a coprire gli esiti di eventi traumatici. Uguale discorso per tutto ciò che ha a che fare con difetti della vista preesistenti al momento della stipula.

Ci sarebbe poi da considerare, come gli statunitensi possono testimoniare, che le coperture sanitarie non assicurano le migliori prestazioni sanitarie, e talvolta neanche quelle medie, dipendendo tutto dai livelli di spesa che l’assistito può sostenere e dai margini che l'azienda assicuratrice vuole realizzare.

Austerità espansiva? Forse nel breve termine e a prezzo della costruzione programmatica della crisi prossima ventura, ma tant’è. Il liberismo postula cicli di sfruttamento, non sostenibile, di condizioni date, seguito da un collasso dell’ambiente operativo, ritenendo possibile ricominciare da capo spostandosi, per così dire, a lato.

Un’impostazione settecentesca, che risale cioè a tempi nei quali erano disponibili frontiere e mercati vergini che non richiedevano investimenti proibitivi.
Ora però l’ambiente operativo è limitato e sempre meno produttivo, ragione per la quale prospera, o prosperava, il terziario, nel tentativo di estrarre margini non raggiungibili diversamente, o esplode la finanza più esoterica, quella che, slegata totalmente dai processi produttivi, si solleva tirandosi per i lacci delle scarpe e crea ricchezze dal nulla il cui costo, demandato alla prossima - inevitabile – crisi, finirà in capo ai paria della società.


Qualcuno ha notato che quei cicli divengono sempre più corti a testimonianza che stiamo raschiando il fondo del barile?


domenica 19 marzo 2017

Sono incazzato e implacabile, e tanto vi deve bastare

Per molti versi M5S mi ricorda il Partito Radicale a conduzione pannelliana. 
Stessa carica antisistema, stessa implacabile denuncia dei privilegi e puntuale individuazione del fenomeno casta, identica enfasi sui diritti civili, anche allora slegati dal contesto politico e sociale come se il tutto non discendesse dai rapporti tra le classi, e identica indefinitezza politica che celava una propensione, poi emersa insieme ad un pragmatismo indecoroso, verso visioni più liberiste che socialdemocratiche. 

Il PR si ritagliò una funzione da vero e proprio grillo parlante, condannando la propria azione politica al ristretto campo della testimonianza e della denuncia.

Alla gente piaceva perché Pannella le cantava chiare, ma allora i partiti tradizionali non erano ancora scesi agli infimi livelli di credibilità odierna e dunque il gradimento non si tramutava in consenso elettorale.
Quando il PR riuscì a fare la differenza, con le epocali battaglie per l'aborto e il divorzio, fu solo grazie all'azione comune con partiti fino a poco tempo prima inesorabilmente stigmatizzati quale parte di quel sistema così violentemente condannato, e tornati subito dopo tra gli infami reprobi.

Magari non è lecito sovrapporre più di tanto il PR a M5S, ma le meritorie denunce, ancorché necessarie, mi sembrano confinate in un ambito tattico.  
La cosa poteva andare bene con il PR, partito minuscolo e senza troppe ambizioni, mentre mi sembra poco adeguato a quello che pare essere, a seconda dei sondaggi, il primo partito d'Italia e dunque deputato a governare, soprattutto se conseguirà il premio di maggioranza, frammento superstite indecente di una legge elettorale deprecabile.

Testimonianza e denuncia vanno benissimo, ma non bastano neanche per cominciare ad assumersi la responsabilità di governare, figuriamoci se ci si pone l'obiettivo formale di bonificare lo scenario.

Si, perché a tutt'oggi  non è possibile individuare da nessuna parte un programma organico di governo pentastellato.   Noi non sappiamo realmente cosa faranno in settori come il lavoro, l'istruzione, la difesa, l'immigrazione e tutto il resto.  Pare che bastino virtù e spirito di servizio, il resto, come l'intendenza napoleonica, seguirà, o forse, anzi certamente, no    È quello che sta avvenendo a Roma, mi risulta, con i risultati, striminziti, fin qui conseguiti e una giunta mai completamente e stabilmente definita. 

Intanto l'unica volta che il movimento ha provato a prendere posizione su una cosuccia come l'immigrazione sono esplose tutte le contraddizioni derivanti dalla suprema corbelleria del superamento di destra e sinistra.
Si, perché quelle categorie non sono semplicemente una dislocazione negli scranni parlamentari, e neanche banale araldica, sono differenti, e incompatibili, sistemi di interpretazione di fatti e fenomeni, con relative reciprocamente escludenti soluzioni a corredo.


Nel frattempo emergono contraddizioni e magre figure ostinatamente snobbate da un popolo pentastellato osannante e tanto indulgente coi propri campioni quanto intransigente con tutti gli altri.

Già ai tempi dell'incontro Grillo/Renzi, richiesto dagli iscritti e digerito assai malamente da Grillo, che infatti lo fece scientemente naufragare, si era capito che la democrazia partecipata e dal basso era accettabile solo se perfettamente coincidente con la visione del detentore del brand, ma la grottesca vicenda delle comunarie genovesi, insieme all'efficientissimo sistema immunitario che espelle ogni possibile voce discordante senza dibattito e col sistema della delegittimazione morale del dissidente, hanno definitivamente evidenziato che tra la narrazione del uno vale uno e la pratica gestionale di stampo leninista corre una bella differenza.   
Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di qualcuno che propone instancabilmente l'instaurazione del vincolo di mandato, in aperta contraddizione con quella Costituzione che sostengono di aver difeso il 4 dicembre, mentre desideravano solo impallinare Renzi.

Oddio, si tratta di un'evidenza per tutti, tranne che per i supporter grilliani i quali, con una struttura mentale da "mamma del bullo", quella che individua colpe e responsabilità in tutti, tranne nell'adorato figliolo, accolgono le critiche con costernata incredulità e sembrano pensare che per il bene superiore si possano anche accettare alcune sbavature.     E manco si rendono conto di quanto questo modo di pensare sia vecchio, consunto e ampiamente screditato.

D'altra parte è difficile sostenere laicamente un dibattito con chi ha trovato perfettamente naturale la tesi difensiva del Beppe nazionale nella faccenda degli articoli del suo blog, il quale si chiama www.beppegrillo.it , accoglie le posizioni ufficiali della creatura politica che ha fatto nascere, i suoi articoli e, in mezzo a testi attribuibili a terze persone, anche molti altri, anonimi, ma immancabilmente riconducibili alle posizioni politiche sue e del movimento.

Poi, a seguito di qualche intemperanza, qualcuno presenta una denuncia e si sente rispondere che non è possibile 
attribuire le responsabilità , civili e penali, connesse ai contenuti ospitati, anche se moralmente mi sembra che non vi sia alcun dubbio in proposito.
Si può discutere con profitto di fronte a schemi mentali simili? Io non credo.

M5S vincerà. Succederà perché le alternative al momento opzionabili sono indecenti, ma vincerà sulla base di un malinteso che credo costerà caro.

sabato 21 gennaio 2017

DIBATTITO s. m. [der. di dibattere]. – Discussione nella quale si contrappongono e valutano idee e opinioni diverse in merito a determinati argomenti.

La funzione onthisday di Facebook, quella che giornalmente ripropone i post originati negli anni precedenti in una certa data, è spesso interessante poiché consente di recuperare elementi di valutazione, anche antropologici, che circostanziano processi e percorsi i quali, visti in prospettiva, acquistano maggiore evidenza.

Oggi, in particolare, mi è stato riproposto un post di tre anni fa, dunque del 21 gennaio 2014, nel quale, dopo aver occasionalmente seguito un talk show tipicamente addomesticato, commentavo le uscite di una allora emergente Maria Elena Boschi, la quale soavemente sosteneva la necessità parlare con Forza Italia e dunque con Berlusconi, in questo spalleggiata da quel filone privo di vergogna di Casini.

Si era in piena creatività giustificatoria del nefando Patto del Nazareno, stretto solo quattro giorni prima, che predisponeva tutti i punti qualificanti della successiva strategia renziana di ridisegno istituzionale, quella poi fortunatamente bocciata sonoramente dall'esito della consultazione referendaria del 5 dicembre 2016.

Una delle considerazioni che svolgevo verteva sulla circostanza che il pregiudicato Berlusconi, in quanto tale, non avrebbe dovuto poter rappresentare nessuno.
Procedevo poi, piuttosto ingenuamente, ad argomentare che se l'esponente è indegno il problema è del partito a cui appartiene e che dunque non sarebbe toccato a noi (allora, che dio mi perdoni, consideravo ancora il PD un riferimento) doverlo risolvere, e che qualsiasi pregiudicato, con pena ancora da scontare, non potrebbe fare altro che saldare il proprio debito con la società.

Tra i molti commenti più o meno concordi con la mia opinione, ad un certo punto emerse questa vagamente disgustata e retoricissima domanda digitata da un mio contatto già segnalatosi per la sua osservanza renziana:

"Scusate ma tra i vostri commenti non trovo spazio per i dubbi... Solo certezze???"

Un esempio lampante di fasulla ragionevolezza e di paternalistica assertività, un espediente dialettico portato alla perfezione dalle pratiche manipolatorie berlusconiane, non a caso acquisite senza variazioni dal renzismo. 

L'essenza di quella domanda, posta in quei termini e circostanze, dietro ad un'apparente bonomia di stampo quasi pedagogico cela una chiusura aprioristica, una presunzione di ragione assoluta, lampante al punto di non necessitare di alcuna verifica, il che non è male dopo aver stigmatizzato le altrui certezze.

Abbastanza indispettito chiesi a mia volta cosa significasse quel richiamo strumentale al dubbio, per quale ragione dovessi vergognarmi per l'esito delle mie valutazioni e se avesse la minima idea del processo che me le aveva suggerite.

Gli chiesi anche per quale ragione ritenesse che non avessi sperimentato dubbi e di conseguenza preso decisioni ponderate e nella speranza di non sbagliarmi troppo.
Ma, soprattutto e alla fine di tutto, per quale motivo avrei dovuto dolermi per le mie certezze, e per quale accidenti di ragione avrei dovuto metterle in secondo piano, dato che le motivavo ed ero disposto a ridiscuterle in ogni momento?

La ancor più condiscendente risposta fu che avrei dovuto solo consentirgli 
"la facoltà di dubitare delle altrui certezze" altrimenti non sarei stato certo migliore di chi criticavo con tanto livore (termine assai utilizzato da Renzi, guarda caso), passando poi a salutarmi con un ancor più smaccata e indimostrata professione di superiorità morale, sostanziata in un olimpico  "Un abbraccio... con estremo rispetto per le altrui idee".

E con questo ero a posto evidentemente, e senza uno straccio di argomentazione a supporto, dato che ho dovuto accontentarmi del suo implicito disprezzo per le mie supposte intemperanze.

Ecco, in un'epoca nella quale gli epiteti di gufo e rosicone assumono la dignità di categoria politica, e l'elaborazione dialettica viene considerata un'inutile perdita di tempo, non posso certo stupirmi se l'esercizio della libertà di parola e di opinione diventa offesa e maleducazione.
Il fatto è che nessuno dovrebbe farsi carico del desiderio altrui a non essere contraddetto, per cui rivendico la facoltà di nutrire convinzioni e il diritto di esternarle, motivando e rimanendo nei limiti di un civile confronto naturalmente.

Quelle che il mio sussiegoso critico definì certezze erano, in realtà, opinioni, cui ciascuno ha diritto. Le sue opinioni, che potei solo intuire dato che non vennero realmente esplicitate, non mi minacciarono, anche se mi indispettì la sua supponenza.   Le mie invece lo angustiarono, ma non furono una prevaricazione, e soprattutto non un mio problema.



Un vecchio uomo di destra, Indro Montanelli, nel '94 disse che:

 “l’Italia di Berlusconi finirà male, malissimo, nella vergogna e nella corruzione. E sarà stato inutile avere ragione”. 

La dialettica mutuata dalle invenzioni retoriche da corso motivazionale, ad uso e consumo dei rampanti funzionari delle imprese del terziario avanzato, fu alla base del successo dell'originario partito di plastica inventato da Berlusconi, che infatti lo fece germinare dalla macchina organizzativa delle sue aziende, ed è stata acquisita con grande disinvoltura da Renzi, l'erede morale del Cavaliere.

Quel modo di affermare senza dimostrare ha fatto scuola divenendo stabilmente cifra di ciò che viene proditoriamente definito dibattito. 

domenica 30 ottobre 2016

Mi permetta, io sarei contrario

Ieri, vedendo la foto nella quale Cuperlo si fa un selfie con la ministro Boschi, non ho potuto fare a meno di commentare su FB, molto brevemente e con sarcasmo, la valenza della sua opposizione in seno al PD – nulla – e la sua oggettiva ipocrisia.



Sono stato, ovviamente, criticato da miei contatti pro-PD che mi hanno ritenuto troppo severo.
Uno di questi è un vecchio amico ed ex collega che vive da molto tempo all'estero, circostanza che io credo sia alla base della sua benevolenza nei confronti di Renzi e del PD, insieme ad una sua antica propensione per la discussione, vissuta come piacere in sé.

Probabilmente incide molto anche la contemplazione del disastro costituito dalla presidenza Hollande, il mio amico vive in Francia, che quasi riesce ad accreditare il nostro Matteo quale persona seria, asservito ad interessi liberisti sovranazionali, furbo, manipolatore, ma certo non altrettanto ridicolo.


Credo che stavolta il mio amico, che negli ultimi mesi ha spesso cercato di “farmi ragionare”, abbia perso un po' la pazienza e, prendendo d'aceto, mi ha replicato come segue:
“La vera questione è che tu pensi che il PD abbia obiettivamente abbandonato nel suo complesso il campo progressista o se non lo pensi lo lasci trasparire. Se ciò fosse vero il destino dell'Italia sarebbe tragico e quando dico Italia lo dico lato sensu.

Un'altra cosa che non capisco è quale progetto o visione tu abbia dell'evolversi del quadro italiano. In effetti, se il PD è irrecuperabile non capisco nemmeno perché ti affanni tanto a parlare di politica”.



Un pochetto aggressivo, anche se nei limiti della sua proverbiale affabilità, ed anche un classico della risibile giustificazione basata sul “perlomeno noi facciamo qualcosa” ed altre insoddisfacenti declinazioni su questa modulate.


In effetti ai miei occhi il PD è effettivamente irrecuperabile, ma non per questo rinuncio a parlare di politica perché, fortunatamente, esiste un mondo anche al di fuori di quel partito.
Non che io debba giustificarmi naturalmente, ma parlo di politica perché, come diceva il dimenticato Aun San, padre della più nota Aun San Suu Kyi, tu puoi anche disinteressarti della politica, ma la politica si interesserà sempre di te.

Dunque non vi rinuncio perché le carni con le quali banchettano sono anche le mie e non è proprio il caso di smettere di fare resistenza quando cercano di fotterti.


Quale progetto? Un progetto minimo: non favorire la nostra macellazione.

Una visione? Ricreare le condizioni per le quali sia possibile pensionare il pensiero unico e ricostruire un'opposizione che non si limiti a lucrare, come M5S, sulle nefandezze dell'antagonista. 
Ricostruire un'opposizione vitale, ovvero una delle indispensabili gambe di un quadro democratico, con aspirazioni di governo e che sia avversa all'imperante visione turboliberista.


Come sarà possibile farlo? Beh intanto piantandola di accreditare la sponda dem di estremamente improbabili capacità di recupero in senso anche solo pallidamente socialdemocratico, per esempio.



Mi viene spesso in mente un parallelo col ghetto di Varsavia, quando contemplo i Cuperlo, i Damiano ed altri sedicenti "frondisti" in sedicesimo. Mi vengono in mente i componenti dello Jüdenrat e la loro oggettiva, ma non equidistante, opera di raccordo tra vittime e carnefici.

lunedì 18 aprile 2016

18 aprile 2016, "the day after".

18 aprile 2016, "the day after". Le ragioni del NO e la pratica dell'astensione, proditoriamente suggerita proprio da chi avrebbe dovuto contrastarla, hanno prevalso e noi manterremo sine die, o perlomeno fino ad esaurimento, non molto lontano perché le riserve di petrolio e gas sono veramente poco consistenti, quelle concessioni entro le 12 miglia dalla costa.

Non dureranno a lungo, nonostante la flemma estrattiva suggerita da un dispositivo fiscale volto a massimizzare i profitti dei petrolieri e a deprimere il gettito per la comunità, e comunque quei giacimenti non spostano di una virgola i termini dell'equazione strategica del nostro fabbisogno energetico, ovvero non fanno la differenza in termini di approvvigionamento, ma sono rilevanti per l'impatto ambientale che affligge queste installazioni e per le conseguenze di possibili incidenti nello "stagno" chiuso che è il Mediterraneo.

Il sig. Piercamillo Falasca, economista e direttore editoriale di Strade, che ha rappresentato le ragioni del fronte dell'astensione, ci ricorda che l'Italia importa il 76% del suo fabbisogno e ricorre all'assai efficace argomentazione che non ci approvvigioniamo presso democrazie illuminate, ma da paesi come Libia, Algeria, Russia, Arabia Saudita.

E' vero, assolutamente esatto. Peccato che ometta di ricordare che
attualmente, la produzione di greggio nazionale rappresenta il 10,1 per cento dei consumi nazionali, mentre quella di gas contribuisce per l’11,5 per cento, e che quelle percentuali rappresentano la quota relativa a TUTTA l'attività estrattiva, su terra e mare, entro e oltre le 12 miglia. Un correttivo autarchico veramente degno di nota, non c'è che dire.

Ricorda, il solerte lobbista, anche la rendita fiscale che, prevalendo il SI, avremmo perso, come se con la franchigia così accortamente congegnata noi non patissimo già ora per il trattamento straordinariamente benevolo di cui fruiscono le compagnie petrolifere, che consente loro di estrarre pagando una frazione di quello che dovrebbero.

Ulteriori vette di inossidabile ipocrisia il portavoce le raggiunge ricordando gli 11mila posti di lavoro salvati, come se una seria programmazione industriale (concetto sconosciuto evidentemente) e un deciso investimento sulle rinnovabili non consentissero un numero di posti di lavoro assai superiore a quelli preservati dal risultato referendario di ieri, oltre a costituire un orientamento quanto mai necessario in ordine alla preservazione dell'ambiente.

Già, le rinnovabili. Molti rimangono sorpresi apprendendo che nel nostro disgraziato paese,
nel corso del 2014, il 44,9% del fabbisogno di energia elettrica era assicurato da fonti rinnovabili dei vari tipi.
Forse nessuno si stupirà troppo apprendendo che tale quota è scesa, all'inizio di quest'anno, al 40%, imputando la flessione, con assoluto disprezzo del ridicolo, a un calo delle precipitazioni e non, come è più verosimile, a precise scelte strategiche dell'esecutivo.

E molti non sanno neanche che ENEL possiede già ora il know how necessario all'implementazione di centrali solari funzionanti secondo il principio del solare termodinamico che risolve il problema del mancato irraggiamento notturno, e che il suo sviluppo, tra indotto ed occupazione diretta, contribuirebbe molto all'attenuazione del problema della disoccupazione.

Non solo ci hanno incitati all'astensione, ma si sono prodotti in ogni tipo di menzogna e di mistificazione, e in fondo me l'aspettavo da una classe politica che aggira sistematicamente gli esiti referendari (acqua e finanziamento pubblico per esempio). Questa volta hanno voluto semplicemente, e con successo, portarsi avanti col lavoro, evidentemente.

Poi c'è il discorso dell'astensione, intesa come fenomeno, e della lettura che se ne può dare.    Questa mattina sui social vengono rappresentate due differenti posizioni. 
Da una parte l'astensione viene stigmatizzata, più o meno duramente (ed io propendo per questa lettura), dall'altra si levano voci sempre più frequenti e risentite che difendono, circostanziano e valorizzano la scelta, rivendicando perfino quote di virtuosa dignità a quella che io ritengo essere una "diserzione" dal ruolo di cittadino.

Tra i tanti commenti che ho potuto leggere, mi ha colpito in particolare questo:
«Rispettiamo gli astensionisti, perché si sono rotti le palle di questi decenni di politica che fa antipolitica, dove non c'è più un'ideologia , ognuno pensa per sé, e allora non meravigliamoci!! Gli astensionisti ci saranno sempre. Dati alla mano formerebbero un partito. Riflettiamo su questo!!»


concetto rinforzato poi dall'autore, non pago delle contraddizioni dialettiche esposte, con questa altra straordinaria argomentazione, opposta ad una confutazione del suo pensiero:
«Ripeto e lo ribadisco, i non votanti si sono rotti di questa politica. Poi che l'informazione manipoli le menti, penso che influisca poco, le ragioni sono altrove. Non c'è più partecipazione alla vita politica del paese, non c è più una politica a favore del paese. Questa [presumo si riferisse alla classe politica] e le precedenti, decidono al di fuori del volere del popolo, ci servono il piatto senza aver potuto scegliere e i referendum ne sono la riprova. [Se avessero vinto i SI], avrebbero trovato un modo per ribaltare il risultato, come per il referendum per il finanziamento ai partiti. »
Apparentemente si tratta di ragioni non facilmente criticabili e certo il numero degli astenuti, alle varie consultazioni, è costantemente cresciuto, ma il numero non è necessariamente un adeguato succedaneo della ragione.

Se tutti questi astensionisti non indulgessero poi in amare considerazioni, allora sarebbe più facile accettarne le decisioni, ma non lo fanno, non esercitano i loro diritti e quando hanno l'occasione di farlo si astengono e si atteggiano a vittime.

Si riflette da tempo sul fatto che gli astenuti sono il vero partito di maggioranza relativa di questo paese, ma è inutile aspettarsi che l'establishment faccia qualcosa in proposito, perché quel partito "virtuale" è del tutto funzionale al suo disegno.

Sono gli astenuti che dovrebbero trarre qualche conclusione in proposito, ma sono troppo impegnati a scrivere vergognatevi, tutti a casa sui social.

Essere cittadini comporta anche responsabilità, ma devi volertele assumere. Se aggirano il tuo voto sulla privatizzazione dell'acqua dovresti far scoppiare un finimondo, ma se ululi alla luna e poi non fai nulla, perché mai dovresti aspettarti maggior rispetto se sei il primo a non pretenderlo?

Comunque, cari astensionisti militanti, voi e le vostre pelose e miserabili giustificazioni, non meno dell'esecutivo Renzi, dovete prendere atto di un piccolo elemento.
Il quorum non è stato raggiunto (curioso vero che nel suo dimensionamento la rilevanza attuale dell'astensione non sia stata tenuto in conto), ma più di 15mln di elettori si sono recati al voto, il che significa il 31,8% del corpo elettorale, e con un'astensione fermamente assestata attorno al 40-42% mi sembra un risultato di tutto rispetto.

I voti per il SI sono stati 13.3mln - 85,84% dei voti.  Il quorum non è stato raggiunto, ma l'indicazione è piuttosto chiara.

E' vero che l'esecutivo avrebbe trovato il modo, probabilmente, di vanificare l'esito a lui sgradito, grazie alla nostra ignavia, ma una cosa è assolutamente certa: 

grazie all'astensione non ha alcuna necessità di farlo, 

e di questo qualcuno deve pur farsene carico,