martedì 1 gennaio 2019

Qualcuno era comunista

Oggi, primo giorno del 2019, mi capita sotto gli occhi un vecchio video di Giorgio Gaber, uno spezzone di un suo famoso show del 1991, Il Teatro Canzone.   Si tratta del magistrale monologo che conosciamo sotto il titolo di Qualcuno Era Comunista.


Si tratta di un testo straordinariamente lucido e fortemente anticipatore di un processo che sarebbe divenuto molto più chiaro di lì a qualche anno, con la dissoluzione dell'entità partitica, e non solo, comunista nel nostro paese, dopo la caduta del muro e la mancata elaborazione del lutto che ne conseguì, insieme all'incapacità di razionalizzare il fallimento di un esperimento politico non nella sua componente ideale e analitica, tuttora valida, bensì della sua implementazione sul piano pratico.

Oggi in molti si chiedono come hanno potuto, così in tanti, soprattutto tra gli operai, passare dal votare comunista a rivolgere il proprio consenso alla Lega, ovvero alla forma tardiva di un fascismo postmoderno, xenofobo, classista e populista, e la risposta la possiamo ravvisare nei primi tre quarti di quel monologo.

Il pezzo, infatti, prende le mosse dalle imbarazzate risposte di un grigio e piccolo benpensante ben inserito in un quieto parterre di piccoli vincenti, di officianti di un ordine costituito autoperpetuante e sospettoso di ogni minima increspatura del piccolo e tranquillo lago ove galleggia la barchetta su cui trovano rifugio e alloggio.

Il nostro piccolo e ben inserito servo viene portato, grazie a domande dirette, che noi conosciamo solo perché l'interrogato le rieccheggia nel vano tentativo di prendere tempo, ad ammettere che si, è vero, in un tempo lontano lui fu comunista, ma si tratta di un errore veniale, ampiamente giustificato dalle circostanze che comincia ad elencare.

Un elenco inizialmente ridicolo e grottesco, venato di luoghi comuni e di presunte cause oggettive prontamente ricusabili, salvo poi, da un certo punto in avanti, cominciare a diventare sempre più stringenti, verosimili ed ideali, non così facilmente mistificabili, atte a definire impietosamente la dimensione del tradimento ideale ed esistenziale dell'interrogato.

Quelli erano tempi nei quali un pentito di quel tipo lo dovevi andare a cercare nella parte alta della piramide sociale, oggi, nella Grande Depressione 2.0, lo trovi alla base di quella stessa piramide, incarognito dal tradimento di cui si sente vittima.

E' da tempo che penso che il grande partito comunista fu tale, ovvero grande, anche perché una parte non piccola della sua base non era realmente comunista, però riconosceva in quel partito la capacità di rappresentare il mezzo per vedere presidiate e tutelate gran parte delle sue istanze.
Detto più crudamente, un fetta piuttosto consistente di quei diversamente comunisti stavano col PCI solo perché era uno dei cani più grossi del canile, e si adattavano ai comportamenti e all'araldica richiesti solo per convenienza.

Sparita la potenza di quel partito, anzi sparito il partito stesso, sostituito da una sua pallida imitazione, per di più connivente col nemico di classe, non poteva che sparire anche la professione di fede politica, dunque perché stupirsi se una parte consistente di loro è passata, armi e bagagli, alla Lega di Sua Ferocità Salvini, oppure alle rancorose rivendicazioni grilliane, peraltro prive di sostanza e di conseguenze logiche, come l'impietosa cronaca sta a dimostrare quotidianamente?

Il monologo si conclude con grande mestizia, perché delinea, e questo avveniva ventotto anni fa, una sconfitta la cui dimensione ci appare oggi nella sua interezza.
Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos'altro.
Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana. 
Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice, solo se lo erano anche gli altri. 
Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. 
Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. 
Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una.  
Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita. 
No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici. 
E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra, il gabbiano senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito. 
Due miserie in un corpo solo.

La differenza è che mentre il personaggio interpretato da Gaber prova un moto di rimpianto e anche un senso di vergogna per le strade che ha imboccato, raccontandosi le menzogne che gli servivano per quietare una coscienza tradita,
i suoi epigoni del XXI secolo hanno fatto un salto della barricata completo, e se anche ricordano una passata convenienza a schierarsi con il defunto PCI è solo per rivendicare di essere stati ingannati.

Verrà anche il momento per puntare le proprie carte su un nuovo cavallo, quando anche la Lega, e il suo cobbligato grilliano, andranno a sbattere.

Forse aveva ragione Flaiano, quando diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore.  Un tempo ritenevo questo aforisma un distillato di qualunquismo, ma pare proprio che mi sbagliassi.

C'è però un elemento che mi sostiene e induce in me un pur piccolo sentimento di aspettativa.    Le vaste masse che sostennero il vecchio PCI non sono tutte confluite nei due partiti che sostengono l'attuale governo, e neanche nel sempre più esangue PD, per non parlare dei pesi piuma che popolano la litigiosa galassia dell'estrema sinistra.

Un quarto dell'elettorato italiano non si reca più alle urne, e non è possibile arruolare tutta quella gente nell'esercito storicamente minuscolo del disinteresse.

Sto parlando di più di 13 milioni di persone prive di rappresentanza politica e che non intendono collaborare al gioco al massacro della classe politica attualmente in sella.

Lì dentro ci sono tutti quelli che si ritrovano nella parte finale del monologo, che non hanno mai tratto alcun vantaggio personale dalla cosa e che non hanno ragione alcuna per vergognarsi di essere stati comunisti, principalmente perché lo sono ancora, anche se si chiedono cosa significhi esserlo oggi.



P.S.  Alcuni di voi ricevono via mail questi piccoli testi che pubblico sul blog.

Oggi, per la prima volta, la procedura sventaglierà ai diversi indirizzi questo articolo, e uno di questo messaggi non verrà mai letto, perché la destinataria ci ha lasciati il 27 dicembre dell'anno appena conclusosi.
La mia carissima amica Roberta, dall'intelligenza pronta e vivace e con la quale discutevo così tanto e con così tanto piacere, è stata stroncata da quello che viene definito un male incurabile.

Se ne è andata mantenendo una serenità invidiabile, favorita dal suo sentire buddista.
Mi mancheranno molto il suo acume ed il suo senso dell'umorismo.
Ciao Roby. Se le cose fossero logiche avresti dovuto presenziare tu alla mia cerimonia funebre.

lunedì 24 dicembre 2018

A Natale son tutti più buoni. È il prima e il dopo che mi preoccupa. (Charles M. Schulz)

Quella della mia infanzia era una famiglia... disfunzionale, ed è per questo che amo il Natale, anche se nessuno di noi era credente, neanche mia madre, che insistette molto perché io e mia sorella subissimo un'educazione cattolica completa.

Vi chiederete: che accidenti di incipit è questo, e che ci azzecca col Natale?
Beh, prima devo porre qualche premessa.


Devo dire, prima di tutto, che la casa della mia infanzia non era esattamente un rifugio sicuro e confortevole, dato che ogni santo giorno scoppiavano liti tra di noi, e sulla cosa potevi scommetterci l'ultimo soldo che ti era rimasto in tasca.

La media abituale, quella dei giorni tranquilli e rilassati, si incentrava su un paio di accapigliamenti per motivi minori, che non valevano assolutamente la foga che ci mettevamo, e sempre, giuro, perlomeno per uno, o più,  argomenti di maggiore rilevanza che non erano nuove liti, ma riprese di vecchi contrasti, incancreniti e ormai irrisolvibili, che venivano ripresi dal punto di abbandono precedente e portati ad un nuovo, e del tutto inutile, punto di stanca acredine, pronti per essere ripresi, con comodo, più avanti e con una liturgia immutabile, salvo occasionali tipologie d'attacco innovative, ma per nulla risolutive.

Una delle ragioni per le quali quei dissidi si rivelavano semplici esercizi di mortificazione, privi di scopo e incapaci di un esito risolutivo, stava nell'estetica melodrammatica che li permeava.

Mia madre, orfana già in tenerissima età e cresciuta in un convitto di suore,  applicava alle relazioni gli schemi presuntamente catartici che aveva appreso frequentando la letteratura cosiddetta d'appendice e, soprattutto, i bei filmoni drammatici interpretati da Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, quelli rispondenti alla definizione che Marchelli diede del melodramma popolare, ovvero estremismo emotivo con stile adeguatamente eccitato.

Mio padre, d'altra parte, aveva del ruolo maschile un'idea maturata nell'immaginario collettivo di una stagione culturale equamente condivisa tra fascismo e un dannunzianesimo di maniera, fatto di citazioni dell'espressività dell'immaginifico, più che della sua opera letteraria; un immaginario nel quale l'uomo doveva essere stoicamente resiliente, anche se dentro coltivava dosi monumentali di risentimento.

Quell'impianto culturale non risentiva benevolmente dell'influenza di sua madre, con noi convivente, donna manipolatrice che non gli consentì mai di dimenticare quanto la sua nascita incise, negativamente va da sé, sulle sue aspettative, e che coltivava un odio sordo e implacabile verso la donnaccia, mia madre, che le aveva portato via l'ingrato pargolo, che tale era, anche da padre di famiglia.

Nei momenti di relativa calma, arrivava mia zia, sorella di mia madre, a smuovere un po' le acque, dato che la sua insoddisfazione di zitella, condizione peraltro scientemente perseguita e mitigata da diverse relazioni non impegnative, non accettava di buon grado l'altrui tranquillità, per quanto questa potesse essere occasionale.


Io e mia sorella, in tutto questo, venivamo più volte sollecitati a prendere posizione a favore di uno dei contendenti, cosa che ovviamente non riuscivamo a fare, dati i ruoli emotivi e familiari dei richiedenti, e sviluppammo ben presto un'acuta capacità dialettica, che ci serviva per veleggiare relativamente incolumi tra i ricatti morali incrociati che grandinavano sulle nostre gracili spalle.

A Natale però i miei genitori, ma non mia nonna, e neanche mia zia, facevano un tentativo serio di sedare i contrasti, perlomeno per quel giorno, e si sforzavano di arrivare al tramonto senza rinfacciarsi nulla e, anche se non sempre il tentativo aveva successo, l'intenzione c'era ed era a beneficio nostro, mio e di mia sorella.

Dunque, anche se i Natali tempestosi non sono stati meno di quelli tranquilli, quello era il giorno nel quale, se le cose andavano per il verso giusto, potevamo arrivare al tramonto senza psicodrammi.
Potrà sembrare, a questo punto, che quello che mi appresto a dire sia un esercizio di cinismo, da parte mia, ma quel tentativo di non indulgere in inutili conflitti era un regalo, e un gesto di amore che i miei genitori compivano nei confronti di noi bambini, e per me simboleggiava la magia del Natale, per quanto non molto affidabile.

Molti anni sono passati e la famiglia che ho formato non è disfunzionale come quella in cui sono nato, e anche se il Natale per mia moglie, figlia di un ferroviere che nei giorni di festa era quasi sempre di servizio, è una giornata collegata alla mestizia di un'assenza, 
rimane per me un giorno magico, anche se quella magia è maggiormente palpabile quando per casa ci sono bambini, cosa che, al momento, non avviene.

Un sincero augurio di Buon Natale a tutti.

giovedì 13 dicembre 2018

La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature. (F.D. Roosevelt)


Il New Deal fu una risposta conforme al paradigma liberista, seppure con colorazioni socialdemocratiche, al disastro economico del '29, indotto dal modus operandi di un liberismo finanziario sfrenato, bulimico e privo di progettualità, che aveva gettato gli USA, e gran parte del mondo, in una crisi economica nerissima e profonda.
Non molto organico nella sua implementazione, il New Deal fu ferocemente avversato dalle componenti più conservatrici della politica e della finanza statunitensi, componenti che poi addossarono a Roosevelt la responsabilità delle inefficienze dell’intervento roosveltiano, indotte proprio dalla loro reazione.
Tutti ricordano, di quel programma, le spese federali di sostegno al reddito, con vaste campagne di lavori pubblici, ma la parte più qualificante dell'intervento si concretò mediante la promulgazione di leggi strategiche volte a disciplinare l'azione degli attori dello scenario economico ed industriale.
Tra quegli interventi quello che ritengo più importante fu il Glass-Steagall Banking Act il quale, imponendo la separazione tra banche commerciali e banche d'investimento, aggredì alla fonte la causa principale o, meglio, il presupposto funzionale della catena di eventi che portò al tracollo finanziario culminato nel famoso giovedì nero.
Quella legge resistette indomita, nonostante le continue pressioni del mondo bancario e finanziario, fino al 1999 quando, durante il secondo mandato di Bill Clinton, venne promulgato il Gramm-Leach-Bliley Act, che abrogò quella separazione.
Fu una decisione tragica, che pose le basi funzionali per la famigerata crisi dei subprime del 2006, causa scatenante dell'attuale e più che decennale crisi economica che ci ha tutti fatti arretrare, nelle condizioni di vita, a livelli infimi e con prospettive di ripresa miserabili.
Parafrasando Clemenceau, che disse che la guerra è una faccenda troppo seria per lasciarla ai generali, direi che anche l'economia è troppo importante per lasciare che se ne curino banche e finanziarie.
Dovrebbe occuparsene la politica, ma non certo ciò che oggi passa sotto quel nome, non quella pletora di teste di legno, nel senso di prestanome al servizio delle esigenze della speculazione su larga scala, vera e propria banda di miracolati dalla visione strabica e con prospettive a raggio minimo, che infestano le strutture di governo e legislative di gran parte delle sempre meno rappresentative democrazie occidentali
Di certo non dovrebbero occuparsene i fantasisti oggi al potere nel nostro paese, equamente suddivisi tra analfabeti funzionali che giocano sulla fonetica sovrapponibile tra 2,4 e 2,04 per cento di deficit del PIL, come se l’improvvisa sparizione di circa 6,48 miliardi di Euro fosse un dettaglio ininfluente, e muscolari tromboni, facondi produttori di tweet incauti ed esternazioni fragorose per far dimenticare la totale inosservanza degli impegni presi in campagna elettorale.
Secondo Max Weber, un uomo politico deve possedere tre qualità, da lui definite sommamente decisive: passione, senso di responsabilità, lungimiranza. Se è così mi sa che siamo messi male.

lunedì 3 dicembre 2018

Lucciole per lanterne

C'è un pezzo di sinistra che parteggia per i gilet gialli e che è molto critica con chiunque ravveda in quel movimento qualcosa di molto simile ai nostri forconi, ovvero un moto, non esattamente spontaneo, di persone che hanno interesse ad incidere sulla sopravvivenza di un governo non su basi antagonistiche, o affermando principi altri rispetto a quelli agiti dall'establishment, bensì rivendicando la maggior copertura di interessi settoriali del tutto congruenti con quelli presidiati dal governo, ma non sufficientemente tutelati, almeno secondo il loro punto di vista.

La ragione, grottescamente meccanicistica, che motiva quella parte della sinistra, starebbe nel fatto che i gilet sono il popolo, e con la stessa miopia avrebbero potuto dichiararsi favorevoli  ai partecipanti alla marcha de las ochas vacìas (marcia delle pentole vuote), l'iniziativa politica della destra cilena che pose le basi del presunto appoggio popolare al golpe della giunta retta dal Generale Pinochet, grazie alla quale riuscì a portare in piazza persone adeguatamente spaventate da previsioni accuratamente mistificate allo scopo.

Qui, ovviamente, le condizioni sono diverse.   Macron è un populista che pende più a destra che a sinistra e che, agli occhi del popolo dei gilet gialli, ha il torto di rappresentare più le ragioni del capitale internazionale che quelli degli onesti bottegai che vorrebbero un sovranismo più popolare, una destra tutta beaujolais e camembert, in grado di rinverdire i fasti di una grandeur molto appannata.

I gilet gialli, a dirla tutta, sono il sogno bagnato della signora Le Pen, che da brava fascista gallica, ha nel proprio DNA i moti vandeani, e non certo il furore proletario della Commune Parisienne

Ma tant’è, i cipigliosi compagni cui dedico queste righe concepiscono i processi politici alla stregua di istruzioni di montaggio a la façon Ikea, e non è certo da oggi che non si accorgono di tenere in mano un foglietto girato sottosopra.
Sono in fondo gli stessi che, ai tempi della guerra delle Malvinas/Falkland, sfidando sprezzantemente il ridicolo, si dichiararono a favore dell'Argentina - ai tempi retta da una giunta militare con le mani lorde di sangue - perché si opponeva alla Gran Bretagna capitalista, borghese e complice degli USA.

Quel tipo di sinistra, fin dalla caduta del Muro di Berlino, non sta molto bene.

Costretta a prendere atto di non aver saputo fornire un'ipotesi operativa vitale e alternativa al capitalismo che ci sta portando alla morte, ha deciso... di far finta di niente.    
Ben lungi dall'affrontare le implicazioni di quel fallimento, non si azzarda neanche a fornire ipotesi operative autonome e dotate di un minimo di progettualità.

Di conseguenza, afflitta da nanismo progettuale e i
ncerta sulla propria capacità di analizzare realtà e processi, non ammette di non sapere che pesci pigliare, però vuole esserci comunque, riducendosi a prendere in appalto istanze, idee e iniziative altrui, anche molto differenti le une dalle altre, con implicazioni invariabilmente grottesche e con una persistenza, nei vari endorsement, non di rado assai effimera.

Ecco dunque che, in un ribollente calderone, entrano, ma anche escono sulla base di instant sentencies spregiudicatamente ondivaghe, cose, persone e progetti politici assai differenti.     Gilet gialli, Podemos, Corbyn, M5S, Melenchon e perfino i leghisti, se non proprio la Lega, basta che smuovano un po' di gente per meritare plauso e condiscendente approvazione, perché il dato quantitativo è divenuto supplente di un lato qualitativo rilevante sostanzialmente per la propria assenza.

In qualsiasi confronto di natura conflittuale, in ogni tipo di competizione, il dato strategico indispensabile consiste nel mantenere l'iniziativa, e questo è possibile solo se si è depositari di un'idea forte e si è elaborata un rotta efficace.
Fatevelo dire dai patetici grillini, che stanno subendo l'iniziativa delle vecchie volpi padane.


Già, bisogna che prima ammettano di essersi fatti infinocchiare.    Capisco, a questo punto, come questo fatto costituisca un punto di vicinanza con quei compagni.


domenica 25 novembre 2018

Ci sono così tanti modi terribili e intimi di subire una violenza. (Roxane Gay)

Dalla voce dedicata di Wikipedia:

"La Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne è una ricorrenza istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite, tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come data della ricorrenza e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno."

Qualcuno obietta che l'istituzione di questa ricorrenza sia un esercizio di mera ipocrisia, un sistema per mettersi in pace la coscienza senza mettersi in realtà in discussione, ma io credo che costoro si sbaglino.

L'estrema insidiosità dell'abito mentale che rende la violenza sulle donne un fatto normale, sta tutto nella sua sedimentazione in un tipo di cultura, anzi in culture, al plurale, che si rifiutano di riconoscere alla donna uno status pieno di persona umana, ponendola in una situazione intermedia tra un animale e un essere umano.

Se l’asserzione che precede vi sembra eccessiva vi invito ad esaminare le miserabili giustificazioni che danno, delle loro prevaricazioni, spesso omicide, coloro che trattano le donne negando loro la dignità di soggetti destinatari di pieni diritti, costantemente subalterne alle loro anguste visioni e sottoposte a crudeli ritorsioni ogni qualvolta dimostrino anche solo una larvata tendenza a non stare al loro posto.

Violenza sulle donne non è solo la percossa o, nei casi peggiori, il femminicidio.   Violenza è anche la molto più comune collocazione della femmina su un piano sociale subalterno che viene definito naturale, al fine di stroncare sul nascere qualsiasi aspettativa di autodeterminazione e di autoaffermazione, in uno schema che non è per nulla dissimile da quello che costituisce lo schema funzionale del razzismo nella sua forma canonica.

Si tratta però della manifestazione di una malattia sociale più insidiosa e virulenta del razzismo, in quanto colpisce la metà del genere umano basandosi su un elemento di differenza meno evidente del colore della pelle, ovvero la differenza di genere.

Si tratta di un criterio di discriminazione che, non basandosi su elementi esteriori abbastanza esotici, facilita la sua liquidazione quale fattore normale e implicito, giustificando di conseguenza le costruzioni ideologiche delle culture che relegano la donna in un recinto di subalternità abbastanza miserabile da giustificare ogni pratica di violenza, fisica ma soprattutto morale, che la colpisce.

Come il razzismo però, il sessismo serve egregiamente per veicolare le frustrazioni e l’aggressività di chi non sa affrontare la propria inadeguatezza e che finisce, come spesso accade, per colpire non chi è abbastanza potente da ridurlo in abiezione, bensì chi non è in grado di reagire o di intimidirlo abbastanza da fargli temere le conseguenze del suo agire.

Non si tratta solo di forza fisica.     E’ la statuizione di un rapporto subalterno a prescindere a dare all’aguzzino la forza per prevalere e a negare alla vittima l’impulso a difendersi.  

Stiamo parlando di condizionamento culturale, ovvero di qualcosa che non si può abolire per decreto e che la semplice volontà non riuscirà a domare rapidamente.
Per questo l’istituzione di una ricorrenza, come quella della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, non è una semplice formalità, ma deve essere accompagnata, per essere efficace, da una costante vigilanza e da un’altrettanto costante volontà di riconoscere e neutralizzare gli elementi mentali e comportamentali che creano i presupposti per la perpetuazione di quella violenza.

Non è facile.   Molti uomini neanche si accorgono di essere portatori di una cultura di sopraffazione, dunque non riconoscono i comportamenti, anche minimi, che rendono difficoltoso il suo contrasto e, se è per questo, anche molte donne sono indotte a condividere i presupposti del sistema che le tiene in soggezione.

Sarà forse per questo che un termine come femminicidio è stato così duramente osteggiato, anche da donne.      Riconoscere la specificità di una tipologia di omicidio è evidentemente troppo insidioso per chi vuole perpetuare questa antica malattia sociale;   significa che dobbiamo perseverare nel delineare sempre più precisamente i connotati del problema.

Ho scritto tutto quanto precede, dando piena espressione al mio sentire più intimo, eppure non sono esente da colpe.      Il condizionamento cui tutti siamo soggetti non dà tregua ad alcuno.  Nessuno è esente dall’accusa di essere portatore di comportamenti che costituiscono il brodo di coltura del fenomeno della discriminazione nei confronti della donna e delle conseguenze che ne derivano.

Tracce della subalternità a quella visione sono ovunque, e sono vissute come normali e scontate.      La visione di cui stiamo parlando si è affermata e consolidata moltissimo tempo fa e non basterà una ricorrenza per neutralizzarla, però quella ricorrenza, insieme ad altre e ad una maggiore consapevolezza, tra cui la coscienza che ci attende un compito arduo e di lunga durata, sono il passo necessario e indispensabile per correggere il problema e intraprendere il lungo cammino che ci attende.

Il sessismo, come il razzismo, ma anche come l’omofobia, è un condizionamento culturale precoce e instillato con grande determinazione, che viene inoculato, con malizia, cinismo e consapevolezza in tutti noi fin dalla più tenera età, quando siamo particolarmente indifesi, per poterlo poi contrabbandare come istinto, e dunque imprescindibile e inaggirabile, ma non lo è per nulla.

Siamo stati addestrati alla misoginia, non vi è nulla di naturale nel disprezzo che nutriamo verso la donna. 


sabato 17 novembre 2018

La fine di un sogno, ovvero quando la toppa è peggiore del buco.



In questi giorni un numero crescente di senatori pentastellati, ma analogo processo si agita nelle fila dei deputati, si ritrova a valutare la possibilità di non seguire gli ordini di scuderia che vengono loro impartiti.

La forte pulsione alla disobbedienza è il frutto avvelenato di un altrettanto forte disagio causato da ciò che il personale politico grilliano viene sollecitato ad approvare in aula, sempre più distante dalle promesse elettorali grazie alle quali il loro movimento, divenuto il primo partito italiano, si è insediato al governo della nazione.

Che le cose fossero destinate ad incancrenirsi lo si vide già ad inizio legislatura quando, verificato che la pretesa di conseguire la maggioranza assoluta si rivelò un sogno poco realistico, la strategia M5S, subito in affanno, non trovò di meglio che bussare alle porte di due nemici dichiarati, uno vero e l'altro teorico, per riuscire a capitalizzare un risultato elettorale importante, ma non abbastanza da consentire un monocolore a cinque stelle.

Messo alle strette, e timoroso di quello che un un immediato ritorno alle urne avrebbe potuto generare, lo stato maggiore grillino (eterodiretto da un anziano guitto e da una srl milanese) fece prima una mossa sostanzialmente propagandistica, proponendo una collaborazione al PD, l'arcinemico preso a palate di sterco per tutta la legislatura precedente.

Una mossa solo apparentemente incongrua, fatta solo per incassare il più che prevedibile gran rifiuto renziano e dunque porre le premesse per far digerire ad una base inizialmente stranita il necessario concerto con la Lega, ovvero con la germinazione di un neofascismo privo dell'apparato scenografico meloniano e reduce da un risultato elettorale appena discreto, conseguito peraltro quale membro di una coalizione i cui superstiti sono ora all'opposizione, o giù di lì nel caso dei nipotini del duce di Fratelli d'Italia.

Costruita dunque a tavolino l'oggettiva necessità, M5S si alleò, chiedo scusa, si obbligò contrattualmente con le vecchie volpi padane, che in breve tempo si sono impadronite dell'iniziativa e dell'agenda politiche, privilegiando le proprie battaglie a danno di quelle pentastellate, erodendone costantemente il consenso elettorale.

A distanza di pochi mesi le iniziative più qualificanti del Movimento sono ferme, o depotenziate, oppure ancora rinviate. I voltafaccia - TAV e TAP - si accumulano e le furbate da prima e seconda repubblica - condoni e provvedimenti ischitani ben nascosti dentro urgenze luttuose - si moltiplicano, secondo l'antica prassi democristiana.

Questo è quello che accade quando dei neosanculotti privi di acume e indebitamente spocchiosi scendono dall'empireo delle fregnacce per sbattere il cipiglioso grugno contro la realtà. 

La guida strategica del Movimento è fallimentare, mentre quella della Lega beneficia di una lunga esperienza e di un grado di cinismo terrificante.
Colpa dell'inesperienza? Vi piacerebbe eh? Sorry, no, colpa della presunzione.

Il problema però, dal punto di vista del guitto genovese e della srl milanese, è che alcuni parlamentari pentastellati credevano veramente alla narrazione grillina, e quando si sono proposti come candidati avevano realmente l'intenzione di realizzare il programma che oggi vedono così malamente tradito.

All'inizio hanno tacitato il loro disagio, dandosi il tempo di vedere se si trattava di sbagli o di malafede, ma ora evidentemente non riescono più a chiudere gli occhi di fronte all'evidenza, e dunque si trovano di fronte alla scelta se rimanere fedeli alla propria etica o divenire dei mercenari non migliori dei politicanti che hanno finora criticato con foga.

Alcuni quella scelta l'hanno già fatta e con limpida presa di posizione hanno espresso un voto contrario a quello imposto dall'alto, anche se Di Maio ed altri suggeriscono miserabili interpretazioni legate ad un presunto tornaconto economico, altri invece hanno optato per assenze strategiche o imbarazzate astensioni.

Il gruppo dirigente pentastellato, con piglio cesarista e supremo disprezzo di dialettica e democrazia interne, ha già fatto la faccia feroce, comminato sospensioni e minacciato espulsioni, minaccia peraltro rinforzata dall'impegno a suo tempo sottoscritto dagli eletti - con una clausola smaccatamente vessatoria - a corrispondere una penale ridicolmente elevata di 100mila Euro.

Quell'impegno non è altro che l'introduzione, surrettizia e indebita, di un vincolo di mandato, espressamente vietato dall'art. 67 della Costituzione, che recita:

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato

Considerato poi che il referente ultimo dei parlamentari grilliani sembra essere la più volte ricordata srl milanese, mi chiedo se valga di più il giuramento prestato alla Repubblica o un impegno di natura commerciale, per di più con evidenti vizi di forma, a favore di un'impresa privata nell'espletamento di un alto servizio pubblico.

Fossi un eletto grillino dissidente andrei a vedere il bluff e mi farei trascinare in tribunale. Non credo infatti che un giudice anteporrebbe gli obblighi di natura costituzionale a quelli di matrice privatistica, e credo che mi potrei prendere una bella soddisfazione.

venerdì 12 ottobre 2018

Democrazia, arresto in corso.


Prendo spunto, per questa riflessione, da un articolo di Sabino Cassese, pubblicato sulla rubrica Opinioni del Corriere della Sera il 10 ottobre 2018, dal titolo Ma Di Maio non lo sa.

Il sommario dell'articolo riporta il concetto centrale che ispira il ragionamento di Cassese, e recita:


Luigi Di Maio, nel fare la voce grossa, commette l’errore di confondere il governo con lo Stato. Errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia
Credo che Di Maio, con la granitica certezza di incarnare il concetto stesso di virtù, che è proprio dei neosanculotti pentastellati, e la altrettanto tipica refrattarietà agli schemi complessi delle attività umane, non possa astenersi in alcun modo dal commetterlo quell'errore.


Di mio aggiungo che il suo collega Salvini non è da meno, anche se quello del tracotante padano sembra essere, più che un errore, un consapevole esercizio di arroganza da attribuire ad una vocazione autoritaria di stampo neofascista, seppur priva degli aspetti araldici che tanto piacciono ai nipotini del Duce italico, che però vengono ampiamente compensati da un instancabile ricorso a citazioni, più o meno rimaneggiate, del defunto dittatore predappiano.

Un grande vecchio liberale e facondo produttore di massime ed aforismi, Winston Churchill, che pure aveva della democrazia una visione intrinsecamente classista, essendo egli figlio della nobiltà britannica, sosteneva che:
La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.
La democrazia non è solo l'ideale di un sacrosanto diritto di espressione per tutti, ma anche un sistema di governo basato su un accorto schema di bilanciamento di poteri ed istituzioni che devono rimanere indipendenti ed autonomi, per garantire pluralismo, rappresentanza di tutte le istanze, nei limiti della loro consistenza tra gli elettori, garantendo, in un meccanismo spesso molto complesso, l'esistenza di pesi e contrappesi atti ad evitare l'insorgenza di arbitrio e parzialità.


Nel nostro ordinamento la Costituzione stabilisce con grande efficacia i contorni operativi e normativi di quello schema di bilanciamento, e se pare abbia qualche pecca io credo che la cosa vada ricondotta ai limiti di chi la deve interpretare ed attuare, limiti che, purtroppo, sono sempre più frequentemente ascrivibili a consapevole malizia, e non a semplice incapacità.


Non è un sistema infallibile, e neanche particolarmente efficiente, ma a conti fatti e nel lungo periodo si è rivelato tra i migliori.
Qualcuno si ostina a sostenere che i regimi dittatoriali, o perlomeno autoritari, siano maggiormente efficienti, dato che eliminano sul nascere le complessità che scaturiscono una eccessiva varietà di opinioni, con l'importante implicazione che ne basti una.


Sembrerebbe banale sostenere che semplificando, con effetti invariabilmente letali, l'azione di governo grazie alla rimozione dell'opposizione si ottenga un grado superiore di efficienza e focalizzazione, ma il bilancio deve essere sempre stilato sul lungo periodo, ed i regimi autoritari finiscono sempre con devastanti implosioni precedute da progressiva sclerotizzazione degli aspetti vitali della società e della nazione che ne patisce il predominio.


Che questo avvenga perché nel tentativo di superare le contraddizioni interne ci si risolva ad aggredire un nemico esterno convenientemente identificato - Terzo Reich e Giunta Argentina, per esempio - o che si muoia d'inedia dopo una lunghissima malattia - Franco e Salazar, ma anche molti regimi del socialismo reale, tra cui quello nordcoreano, vivo per mero accanimento terapeutico - non fa molta differenza. La maggiore efficienza di dittature e regimi autoritari è una panzana screditata da verdetti storici che si susseguono con impressionante invariabilità, e solo la malafede di alcuni, l'ignoranza di altri e la corta memoria di chi ha orizzonti temporali minuscoli permette che continui a perpetuarsi.


Nel nostro paese, la democrazia ha sempre dovuto combattere contro nemici potenti ed insidiosi, che ne pregiudicavano l'applicazione, e sottostare a condizioni oggettive geopolitiche fortemente invalidanti – confronto est/ovest in quanto marca di confine dell'impero di fatto nordamericano – e da ultimo subire la rivoluzione iperliberista globale, partita dalla crisi economica di dieci anni fa, e agita attraverso lo snaturamento e svuotamento delle istanze democratiche vitali e maggiormente rappresentative: marginalizzazione del potere elettivamente identificato, neutralizzazione dei corpi intermedi, intossicazione della libera informazione e preminenza delle ragioni di settori ristretti della società.

La democrazia, sempre cagionevole, è ora gravemente ammalata, e il morbo è globale, cosa che dovrebbe scuoterci da un certo ridicolo provincialismo e dalla solita contemplazione del proprio ombelico.

Stiamo correndo rischi tremendi, perché abbiamo perso una componente fondamentale dell'equilibrio politico e sociale, ovvero una visione autenticamente antagonista rispetto a quella variamente declinata da chi gestisce il potere e chi sostiene di opporvisi, ma solo per imporre la propria lettura di un identico paradigma.


Se, con una certa frequenza, emergono atteggiamenti critici verso le contraddizioni del sistema democratico, ciò avviene per la scarsa pazienza, e superficialità, di alcuni, per l'oggettivo stato di disagio che coglie chi viene colpito dagli effetti di una crisi e non può permettersi un distacco da un'emergenza devastante, e per l'atteggiamento mentale di un canagliume politico e sociologico che è abituato ad anteporre le proprie visioni ed aspettative a tutto.

La continua rivendicazione dei due vicepremier gialloverdi di rappresentare la volontà del popolo italiano, peraltro priva di riscontro fattuale dato che son ben lontani dal rappresentarlo nella misura che si attribuiscono, denota chiaramente una strutturale insofferenza per le complicazioni democratiche ed una naturale consonanza con modelli autoritari e presuntamente semplificati.

Tutti i provvedimenti e le innovazioni promesse durante una campagna elettorale che non ha mai conosciuto soste, da ancor prima delle politiche del 2013 e che perdura tuttora, si stanno rivelando inattuabili, quando non incostituzionali, o attuabili con conseguenze devastanti sul medio e lungo periodo.


Ma non è solo questo, trattandosi infatti del prodotto di una visione propagandistica, ottimizzata per il semplice successo elettorale ed elaborata da menti semplici e per menti semplici, o per conquistare il favore di individui in forte affanno, chi le ha pensate non si è mai posto il problema della loro implementazione pratica, della loro sostenibilità sotto l'aspetto operativo.

Il risultato è che nel momento della loro formalizzazione emergono contraddizioni, incongruenze e impossibilità tecniche di ogni tipo, cui si pretende di rimediare con genialate da creativi di terza categoria in pieno brainstorming etilico, indulgendo nell'antico proverbio che parla di toppe peggiori del buco.

Noi non siamo ancora in un regime autoritario, ma stiamo ingegnandoci per cascarvici dentro. Nel frattempo abbiamo anticipato l'abito mentale di devastante inefficienza gestionale che li caratterizza.