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giovedì 14 aprile 2022

Il disastro è una catena di errori dalle conseguenze sottovalutate.


Oggi, 14 aprile del 2022, secondo pressoché tutte le fonti giornalistiche, Svezia e Finlandia si apprestano ad entrare nella NATO, e io credo che questo sia un importante successo della tossica manovra USA per destabilizzare non solo il versante orientale europeo, in funzione antirussa, ma l'intero continente.

Oggi siamo alla vigilia di una decisione che cambierà definitivamente gli assetti del nostro continente, e non in meglio.

I due paesi hanno convissuto con i due blocchi in una felice neutralità che ha consentito loro sviluppo e prosperità, dal '45 fino a poche settimane fa, in un modello che si sarebbe potuto applicare anche all'Ucraina, e con uguali prospettive di successo.   

Sarebbe stata questa infatti l'opzione che Scholz avrebbe dovuto prospettare a Zelens'kyj, prima che cominciassero a cantare i cannoni, ma lo statista in t-shirt grigioverde reputò più utile non ascoltare la voce europea, rifiutandone l'ascolto, perché quella americana risultava più seducente, anche se foriera di morte e distruzione.

La Russia, come non si stancano di ricordarci è l'invasore, e su questo non c'è alcun dubbio, che però questa veste sia gratuita e attribuibile esclusivamente alla ferinità, implicita e "naturale", dell'orso moscovita è alquanto opinabile.
Questo allevia in qualche modo le responsabilità russe?  Non proprio, non abbastanza comunque, ma vi sono ampie attenuanti generiche e responsabilità da distribuire anche a chi ha costruito con cinica determinazione i presupposti che hanno reso inevitabile il conflitto. 

Molte testate giornalistiche si affrettano a riportare che molti mezzi militari russi si sono avvicinati alla frontiera tra i due paesi, 
al solo accenno del possibile ingresso della Finlandia nella NATO.
La lettura caldamente suggerita del fatto è ovviamente tesa a dimostrare implicitamente gli intenti aggressivi della Russia, come se non fosse altrettanto plausibile leggere nella cosa sia la predisposizione di un assetto preventivo di difesa, sia un mezzo di pressione verso il governo di Helsinki, come a dire:

"se entrate a far parte dell'organismo militare che ci minaccia dalla caduta del Muro, stringendoci sempre più strettamente d'assedio, noi saremo pronti a reagire perché vediamo nella vostra scelta i presupposti di un'aggressione".


Come più di un analista ha fatto presente, inascoltato e delegittimato dalla regia bellicista che intossica l'informazione, qualsiasi nazione, gli USA per primi, subendo l'offensiva strategica oggi somministrata alla Russia, reagirebbe nei modi che ora stiamo rimproverando a Putin.

Quello che va delineandosi nello scacchiere scandinavo è sostanzialmente il processo di azione-reazione che ha portato al conflitto ucraino, privo solo della connivenza zelenskiana, sobillato dall'isteria scientemente indotta da una narrazione scaturita quasi integralmente dal dipartimento di guerra psicologica del Pentagono.

Svezia e Finlandia si muovono in un'ottica di difesa preventiva a fronte dell'intensificarsi della criticità di un quadro strategico reso instabile, con lucida determinazione, da chi suggerisce ipotesi aggressive allo scopo di rendere automatica l'attuazione proprio di quell'ottica.   
La Russia, a sua volta, dispone le sue pedine per scoraggiare intenti offensivi a suo danno e non sarebbe certo il primo conflitto causato dalla diffidenza reciproca.
Costruire le premesse per una replica di quel processo di retroazione, ora e alla luce della tossicità del precedente ucraino, è una mossa criminalmente avventata e lucidamente calcolata.

La strategia americana è sostanzialmente volta al contenimento del "concorrente" russo, possibilmente al suo depotenziamento, in un'ottica di prevalenza strategica, e il proposito passa attraverso la destabilizzazione di un'Europa che "non deve" raggiungere lo status di entità politica autonoma in grado di competere alla pari con gli altri "player", cosa peraltro non sgradita né alla Russia né alla Cina.

La seconda parte del piano sta funzionando alla grande.  L'Europa sta collaborando attivamente alla propria evirazione ed emergerà, se non vi saranno fuochi nucleari, gravata da pesanti vincoli economici e contrattuali, definitivamente sottoposta alla superiore potenza statunitense.
La prima parte però non sta funzionando altrettanto bene.  La Russia non sta infatti collaborando, diciamo così, con i piani elaborati a Washington.

Va costituendosi infatti una sostanziale alternativa allo status del dollaro quale valuta di elezione negli scambi commerciali mediante accordi esclusivi tra Russia, Cina, e produttori petroliferi asiatici, con l'adesione di numerosi stati sparsi nei continenti con spiccati sentimenti antiamericani.

Si tratta spesso di nazioni detentrici di risorse di pregio e per questo destinatarie di pesanti ingerenze statunitensi (Venezuela per dirne una) che sono alla base di quei sentimenti antiamericani, in un meccanismo infernale di retroazione.

La creazione di un'area di scambio alternativa al dollaro, e molto remunerativa, è forse il più evidente segno del fallimento, per tara congenita, dei piani americani, uno sviluppo assai sgradito all'inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, di cui deve incolpare solo sé stesso.

Gli USA potranno vincere in Europa, ma perdendo malamente nel resto del mondo, se ci fermeremo prima di opzioni nucleari che sterilizzeranno il pianeta.

A noi europei, agli ucraini prima di tutto, resterà da pagare un conto spropositatamente alto, con rateizzazioni a tassi usurai e per tempi "geologici".
Grazie di di niente Uncle Sam.

martedì 29 marzo 2022

Ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno. [W. Shakespeare]

Quando la Yugoslavia si dissolse, comprendemmo tutti che gli infoibamenti, ed altre atrocità a danno degli avversari, non furono una esclusiva del comunismo titino, bensì il modo abituale , non solo  balcanico, di "sistemare" le cose.

Ricordo che le cronache riportavano quotidianamente ogni genere di belluina nefandezza, ogni giorno peggiore e con un'agghiacciante trasversalità che non assolveva nessuna delle parti.   E nessuno infatti si salvava: bosniaci, serbi, croati, tutti quanti sfogavano un odio che era il distillato di generazioni su generazioni di prevaricazioni e faide nelle quali nessuno faceva sconti e, anzi, applicava puntualmente interessi usurai che rendevano le vendette indicibilmente atroci.

Un episodio che mi rimase impresso, nelle prime settimane di quella che divenne una lunga e atroce guerra, riportava ciò che successe in un villaggio serbo in territorio croato.
Un mattino in quell'abitato si avventurò un furgone con a bordo alcuni poliziotti croati.  Il mezzo venne prontamente circondato da una folla inferocita che disarmò i poliziotti e li immobilizzò con del fil di ferro intorno a polsi e caviglie, dopodiché una vecchina apparentemente innocua, a vederla in foto avrebbe potuto essere mia nonna, con la sua abituale tintura viola pallido sulla capigliatura cotonata, li evirò tutti con una corda di pianoforte.  Gli altri abitanti subito dopo cavarono loro gli occhi e poi li freddarono tutti, gettandoli in un dirupo.

Quella vecchina, riportava l'articolo de L'Espresso dal quale venni a conoscenza del fatto, da bambina aveva vissuto un dramma tremendo, quando una banda di Ustascia croati, collaborazionisti dell'occupante italiano, calò sulla fattoria della sua famiglia, trucidò il padre, gli zii ed i fratelli, sospettati di essere partigiani, violentò la mamma e le zie e la gettò in un pozzo, per non sentire le sue grida.

La banda poi se ne andò e la bimba rimase tre giorni in quel pozzo, fino a quando qualcuno, scampato al rastrellamento, non la estrasse.   
Per diversi anni perse l'uso della parola e non si riprese mai del tutto.

Quei poliziotti croati dunque pagarono il prezzo delle indegnità commesse dai loro padri.    Il fuoco vendicativo covò per decenni sotto l'apparente tranquillità dell'assetto federale instauratosi nel dopoguerra, pronto a rinfocolarsi alla prima occasione utile.

Probabilmente quegli ustascia croati, a loro volta, nel loro passato avevano subito qualche altra indegnità da parte di altri serbi con, a loro volta, vecchi conti da saldare con croati o bosniaci o chiunque altro, e via così, in una catena infinita che perpetua un odio implacabile, un retaggio tossico che si rinnova e si amplifica ad ogni generazione, seguendo una "contabilità" sanguinosa e bestiale.

Quella era la Yugoslavia, ma quel meccanismo non è una specificità esclusivamente balcanica, e infatti il mondo è pieno di teatri ove si rappresenta l'abiezione umana, di catene di morte che avrebbero bisogno di sforzi sovraumani per essere spezzate.

E' per questo che bisognerebbe sempre operare per la pace, anche a costo di compromessi talvolta difficili da digerire, perché il sangue versato è un consigliere crudele ed insaziabile; non risolve nulla e perpetua il male, amplificandolo.

Le catene di odio si esauriscono solo quando una delle parti viene annichilita, lasciando il vincitore profondamente segnato, alienato nelle sue qualità umane e mutilato nella sfera emotiva.  
E' peraltro piuttosto raro che una delle parti scompaia del tutto.  Rimane sempre qualche superstite che non avrà pace fino a quando qualcuno non pagherà per tutto ciò che ha dovuto subire, e chi pagherà in genere avrà il solo torto di essere della tribù sbagliata, pur non avendo avuto modo di partecipare ai peccati per i quali viene punito.

In questi giorni noi vediamo due popoli, che hanno più punti di contatto che differenze, impegnati a costruire le premesse per un'altra faida destinata a perpetuarsi.
Quando il conflitto conoscerà una sosta è probabile che si sarà già generato un altro "libro mastro" inesauribile, sul quale verranno annotate transazioni di sangue che non conosceranno mai un punto di bilancio, perché nessuno vuole veramente trovarlo quel punto, e le voci di chi invece lo cercherà verranno soverchiate dalle urla delle marionette manovrate da pupari che stanno fronteggiandosi cinicamente sulla pelle di gente che vorrebbe solo vivere in pace.

E' per questo che le grida d'incitamento che provengono da chi ritiene, peraltro sbagliando, di non rischiare nulla mi disgustano profondamente.
Non c'è niente di peggio del sepolcro imbiancato che si ammanta di una virtù che non gli appartiene.


lunedì 7 marzo 2022

In genere la gente litiga perché non sa discutere. (GK Chesterton)

Non sono più un ragazzino, i prossimi saranno 68, quindi ho maturato prospettive che mi consentono di apprezzare linee evolutive (o involutive?) nel modo di rapportarsi, e devo dire che non sono molto soddisfatto delle osservazioni che posso trarre.

Un tempo amavo molto discutere. Trovavo fosse un'attività stimolante e formativa, un modo per avere contatto con gli altri, per imparare e comprendere meglio il mondo circostante ed i processi che formavano la mia vita e le mie esperienze.

Amavo discutere anche con chi aveva opinioni diametralmente opposte alle mie, purché aperto al confronto, perché lo si faceva sempre cercando di sostanziare le proprie tesi costruendo un castello logico da confrontare col proprio interlocutore.

Questo non vuol dire che non lo si facesse con animosità, se le circostanze lo richiedevano, ma non di rado la discussione propiziava il suo più bel regalo: la possibilità di chiarire meglio il proprio pensiero, focalizzato dalle necessità espositive, e la sottolineatura di aspetti prima non individuati, emersi grazie proprio al confronto, che talvolta poteva perfino portarti a rivedere le tue stesse convinzioni, anche quelle più profonde, o quantomeno conducevano ad un loro affinamento. Anche le discussioni politiche, in genere le più infervorate, venivano condotte con rigore e senza mai rinunciare a uno standard di coerenza decente, pure al netto di aspetti propagandistici non sempre del tutto inappuntabili, ed io mi ci gettavo con entusiasmo, dato che ero stato cresciuto con il gusto del confronto. Solo in due casi mi ritraevo dalle discussioni: quando i temi erano o religiosi o sportivi. Nel primo caso non ero interessato a confrontarmi con verità rivelate e non negoziabili, cristallizzate in epoche precedenti, molto prosaiche negli scopi ultimi, a dispetto della spiritualità rivendicata, e convenientemente indifferenti alla logica.

Nel secondo, grazie soprattutto alla preminenza del tifo calcistico, mi trovavo estremamente a disagio con la "disonestà intellettuale" indispensabile al sostenimento dell'animosità verbale, direi necessaria e strenuamente perseguita, che tutti pareva ritenessero naturale e inevitabile, essendo il risultato finale perseguito l'annichilimento e l'umiliazione dell'avversario. Ne diffidavo per motivi "estetici", per la mancanza di rigore e la speciosità imperanti nelle confutazioni, ma anche per l'assenza di rispetto nei confronti dell'interlocutore e per il dispiego di una serietà cipigliosa e una sguaiataggine aggressiva espresse con un'intensità del tutto eccessiva rispetto al motivo del contendere. Oggi, come allora, quando esprimo questa mia disistima per la cifra delle discussioni sportive mi viene ribattuto, anche da vecchi amici e con una certa sufficienza, che se non sono pervaso dalla "passione" non posso capire. Esatto, e sono molto felice di non essere attrezzato per capirlo. Ritenevo, e ritengo tuttora, che il tifo sia una manifestazione tipica del concetto sottostante alla formula del "panem et circenses", un modo di veicolare capziosamente un disagio diffuso verso uno sfogo improduttivo e lontano dai reali responsabili delle situazioni che quel disagio lo hanno originato. E' inoltre il veicolo attraverso il quale lo scarso, anzi inesistente, rigore espositivo diventa lo standard dei confronti tra le persone, e questo, in tutta evidenza, è ciò che è accaduto e che abbiamo sotto agli occhi da molto tempo a questa parte. Oggi discutere mi è il più delle volte penoso, e la doppietta COVID-Ucraina mi ha lasciato boccheggiante sul pavimento, stordito per l'assoluta preponderanza dello standard "calcistico" che ha preso piede in ogni confronto dialettico. Il disprezzo per l'interlocutore emerge chiaramente dagli insulti espressi senza ritegno. L'assertività regna incontrastata, sicuro indice del timore di venire destabilizzati da dubbi che terremoterebbero certezze non adeguatamente meditate, costringendo a faticose elaborazioni, allo sviluppo di una capacità di analisi negletta e repressa. Il pensiero unico l'ha avuta quasi definitivamente vinta e si assiste al definitivo trionfo di un conformismo tossico e distruttivo. L'unico concetto chiaro è che il chiodo che sporge è il primo a venire ribattuto, ragione per la quale si resta tutti ben dentro ad un sentire codificato, che peraltro non ti mette al riparo dagli attacchi di chi ha scelto una "squadra" differente, o dai trollatori compulsivi che azzannano alla gola a prescindere, per quietare i propri demoni. Discutere continua a piacermi, ma riesco a farlo sempre meno frequentemente. Il più delle volte si tratta di farsi coprire di insulti. Le conclusioni che devo trarne mi sono insopportabili. Come abbiamo potuto lasciare che si arrivasse a questo?

lunedì 28 febbraio 2022

Una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni. (W.Churchill)

In Ucraina, come in altre zone del pianeta (Palestina per esempio), si sommano questioni talvolta secolari ed irrisolte, con vendette incrociate e colpe che transitano incessantemente da un lato all'altro della barricata, in un continuo avvicendarsi dei ruoli di vittima e carnefice.


L'odio e la diffidenza sono la moneta comune che mantiene le situazioni oscillanti tra una calma apparente, carica però di tensione, e il riacutizzarsi di violenze e sopraffazione, senza mai arrivare ad una soluzione, ad un accomodamento qualsiasi in grado di dare un po' di sollievo e qualche prospettiva di pace permanente a popolazioni stremate e ostaggio delle logiche revansciste che fioriscono così rigogliose in quelle situazioni.

Quando poi i conflitti si acutizzano la verità, la prima vittima della guerra come diceva Eschilo già 25 secoli fa, viene completamente sommersa dalla menzogna; e certo non aiuta per nulla che dietro le ragioni, o i torti, dei diretti interessati vi siano i robusti appetiti ed interessi di potenti nazioni o di gruppi economici con le loro strategie ed esigenze geopolitiche.

L'informazione, televisiva e carta stampata indifferentemente, non ci è di alcun aiuto, dato che è sempre più spesso inverecondamente schierata con "qualcuno" e si presta volentieri alla diffusione di teoremi costruiti spudoratamente a tavolino dagli specialisti della propaganda.
Neppure i social possono, e neanche vogliono, dissipare la nebbia delle informazioni fasulle,  funzionando quasi sempre da cialtronesco e acritico megafono di ogni panzana, anche della più inverosimile.

Così, per dirne una, si piglia la foto di Zelens'kyj con la maglia n. 95 della nazionale ucraina e la si rielabora in modo da sostituire il numero con una svastica.
E chi non può che detestare i neonazisti? Solo i nipotini di Adolf, evidentemente, e non allevia la gravità della truffa iconografica il fatto che in effetti lo stato ucraino si regga anche sulla collaborazione coi neonazisti, con loro formazioni paramilitari integrate nelle proprie forze armate in un'alleanza con risvolti assurdi, dato che Zelens'kyj è di origini ebraiche.

La demoniaca alleanza con il cancro nazista è facilmente dimostrabile con altre evidenze fotografiche, non artefatte, quindi quel falso è un autogol degno del più disastrato idiota, o del più infingardo dei pataccari, ma forse anche un'astuto boccone avvelenato della propaganda ucraina, destinato a screditare la "rozza calunnia" putiniana.

E che dire della vicenda del blindato che travolge e schiaccia un'auto civile?   Una piccola storia miserabile la cui dinamica propagandistica risulta particolarmente rappresentativa della sfrontatezza con la quale si spacciano utili falsità.

In prima battuta si divulga il video come la prova provata di un atto volontario compiuto da un mezzo russo (che gira indisturbato in territorio controllato dagli ucraini?).
La risposta dei fiancheggiatori putiniani è che si tratta di un mezzo ucraino, mentre il video è del 2014.
Ecco allora che viene prontamente ribattuto che no, il video è di questi giorni.  
Si, ma il mezzo è ucraino e non russo.  
Che problema c'é, il blindato era stato appena rubato.  
Da chi? 
Ma dai russi, che diamine.   
Certo, sono quelli di prima, che in piena guerra scorrazzano per le città ucraine, rubando mezzi militari.

E via così, senza vergogna e con il minimo rispetto possibile per l'intelligenza dei fruitori, e lo posso capire perché tra chi manda giù tutto senza neanche un ruttino e chi vuole crederci, a che scopo farsi troppi problemi per la verosimiglianza e la decenza?

E noi siamo qui, che proviamo a farci un'idea di ciò che sta accadendo, cercando di ricondurre tutto a qualche ragione che non sia la semplice follia.
E infatti non è follia, non solo perlomeno.  Sono sporchi interessi giocati sulla pelle e in casa altrui.

La cosa esasperante è che ci é richiesto, ma dovrei dire imposto, di schierarci con l'una o con l'altra delle fazioni, secondo il proverbiale "senza se e senza ma".   
Accettano più volentieri che qualcuno concordi con "gli altri", piuttosto che con nessuno dei due, perché pare che abbiano orrore delle posizioni laiche.

Il fatto è che la Russia persegue le sue strategie, che puntano a ristabilire una zona d'influenza dissoltasi con la caduta del Muro, e lo fa con la solita spietata ed omicida determinazione.

Gli USA hanno a loro volta specifiche strategie di sterilizzazione dell'antagonista e per questo hanno incitato 
l'Ucraina ad esprimere la massima intolleranza, senza peraltro doversi sforzare più di tanto perché accadesse, promettendo aiuti che non poteva permettersi di fornire, se non andando ad uno scontro diretto con la Russia.

L'Ucraina attua da decenni provocazioni ed aggressioni alla componente russofona per innescare tensioni funzionali alla rivendicazione di una coperta NATO sotto la quale rintanarsi.

Putin è indubbiamente un gelido autocrate, ma non è l'unico figlio di puttana del mucchio.
In questa sordida vicenda ucraina io di giusti non ne vedo, vedo solo sciacalli che si aggirano per perseguire i loro sporchi interessi, e vedo anche milioni di vittime, le cui sofferenze sono ora al servizio di panzane propagandistiche sfrontate.

Vedo molti scagliarsi contro chi sostiene, oggettivamente o meno, Putin, e non si accorgono (non tutti, credo che qualcuno lo sappia benissimo) che stanno altrettanto oggettivamente sostenendo qualcuno che non ha minori responsabilità in ciò che sta accadendo.

Questa, purtroppo, non è una partita di calcio, quindi il tifo è fuori posto e anche le confortanti e convenzionali dicotomie "buoni/cattivi" o "indiani/cow boy" sono usurate e irrealistiche.





giovedì 24 febbraio 2022

Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene ed i tempi saranno buoni. (S.Agostino)


Un mio amico, in buona compagnia peraltro, ribattendo alle critiche circa il doppiopesismo americano verso i concetti di autodeterminazione dei popoli, sostiene che si può concordare sulla condanna del feroce pragmatismo USA del passato, ma si chiede se per farlo si può accettare che si scateni una guerra, e proprio ora che l’entrata dell’Ucraina nella NATO era sparita dai radar.

Ecco, dire che quell'entrata sia una fase ormai superata è un esercizio di ottimismo sfrenato e poco realistico, ed anche il segnale di retropensieri quantomeno prevenuti.
"Il percorso strategico dell'Ucraina verso l'adesione alla Nato rimane invariato"
ha affermato in un tweet, ancora pochi giorni fa e con le nere nubi del conflitto che si addensavano, il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, e l'Ucraina è da anni la principale produttrice di provocazioni e meccanismi di innesco della tensione della regione.
Comunque mi pare che sia assolutamente evidente che il cinico pragmatismo americano sia tutto tranne che passato. Altrettanto certamente quello russo non è meno gelidamente indifferente ai principi etici che disegnano i concetti di "giusto e sbagliato" che ci sforziamo di tenere al centro del nostro modo di giudicare. Dunque sbaglia chi si sforza di operare quelle belle distinzioni manichee che cercano di identificare i "buoni" ed i "cattivi", secondo i criteri cari a chierichetti e giovani esploratori; sbaglia o collabora, consciamente o inconsciamente, alla propalazione di una "verità" mendace ed interessata, con i buoni e i cattivi in posizione relativa rispetto ai desiderata dei commissionanti la narrazione di comodo. I due contendenti sono troppo grossi e potenti, e con interessi concorrenti e di portata mondiale, per muoversi all'interno dei confini etici e morali che cerchiamo di far valere a livello individuale. Ciascuno di essi opera cinicamente per mantenere una salda presa su territori e risorse funzionali ai loro interessi. Dopo la caduta del Muro, e la scomparsa del socialismo reale, gli USA hanno messo a frutto la temporanea debolezza dell'antagonista cingendo i suoi confini sempre più dappresso. Ora però l'orso russo non è più così debole e certo non può facilmente accettare il completo isolamento che gli stanno costruendo attorno, così come l'aquila americana reagirebbe molto vivacemente se Messico e Canada entrassero a far parte di una sfera d'influenza a lei ostile. Non mi sembra neanche utile cercare responsabilità in tutto ciò, perché quello che abbiamo sotto gli occhi è un caso di "concorso di colpa" da manuale.

L'Ucraina, ovvero la causa di comodo che sta dietro il confronto globale, ha sempre paventato un ritorno russo e si è sempre adoperata per tirarsi addosso la coperta atlantica; nel farlo non ha mai smesso di provocare il vicino ex sovietico, per avvalorare le sue richieste a fronte di una minaccia russa che lei stessa rinfocolava.
Nel frattempo ha pensato bene di consegnarsi in mano ad una cricca neonazista che, da sola, avrebbe dovuto decretarne l'isolamento, se i valori che tutti dicono di difendere non fossero, come invece è, totalmente eclissati dagli interessi geopolitici, dell'una e dell'altra parte.

Ora che la Russia ha rotto gli indugi:
  • l'Occidente si accorge che Zar Vladimiro I, piccolo padre di tutte le Russie, è venuto a vedere il bluff, da bravo e gelido politicante di alto rango;
  • Biden non ha che due strade: abbozzare accettando il fatto compiuto pur dietro la faccia feroce di sanzioni che dovranno fare i conti con la fame energetica mondiale o precipitare il mondo in un conflitto ad alta tecnologia e letalità;
  • L'Ucraina ha perso tutto e rimane con un pugno di mosche in mano.
L'Europa, in tutto questo, si segnala ancora una volta per inconsistenza politica e per desolante assenza di autonomia. Comunque vada saranno l'Europa e gli europei a pagare il prezzo più salato del confronto in atto, come peraltro sta già avvenendo a livello economico, e vorrei ricordare, già che ci siamo, che un'Europa prostrata e priva di coesione e capacità decisionale è esattamente negli interessi sia russi che americani, che certo non vogliono che un mercato vasto e remunerativo possa decidere in autonomia delle proprie sorti. Qui siamo tutti chiamati a schierarci con un guelfo o un ghibellino e chi, come me, li schifa ambedue viene trattato come un irresoluto opportunista. Quel flautato gesuita di Letta ci fa sapere che:

"I comodi terzismi sono stati spenti dalle bombe di Putin. Ora è o di qua o di là"
Parli per sé questo servo. Siamo in molti a non essere né di qua né di là. Noi siamo altrove, in un posto dove già siamo costretti a subire, figuriamoci se vogliamo anche collaborare.

sabato 18 dicembre 2021

Ma quanto scrivi


Non mi sono mai adattato allo stile sintetico che, secondo alcuni, sarebbe l'unico accettabile e funzionale nel contesto "social".
Mia figlia in particolare, millennial da manuale, mi rimproverava spesso, in passato, per i miei "muri di parole", anche se ora si è ravveduta, fortunatamente, e spende il numero di parole necessarie quando, appunto, necessario.

Ho imparato molto precocemente che sforzarsi di mettere in forma articolata il proprio pensiero non è solo molto produttivo sul piano strettamente comunicativo, se decidono di ascoltarti ovviamente, ma anche molto efficace ai fini della comprensione intima delle tematiche sulle quali vai ad esprimerti.
I nostri pensieri ci appaiono infatti quasi sempre chiarissimi, chiusi nel nostro cervello, ma è un'intuizione il più delle volte fallace.

Mi sono accorto, ad un certo punto, che formalizzare le proprie idee, come se si dovesse comunicarle in forma di lettera ad un amico, obbliga i nostri pensieri sparsi ad assumere una propria organizzazione che fa emergere molto chiaramente contraddizioni o manchevolezze fino a quel momento non percepite, e che lo sforzo compositivo favorisce molto la loro risoluzione.

E vi sono anche altri vantaggi. Molto frequentemente, infatti, quello sforzo organizzativo propizia la "condensazione" di implicazioni fino a quel momento non percepite, ampliando la comprensione di processi e fornendo una maggior definizione di concetti, soluzioni e conseguenze.
E' poi nel momento nel quale si compone quella lettera immaginaria che emerge la convenienza di possedere un lessico adeguatamente ampio, perché la complessità delle idee deve potersi riflettere in un una corrispondente ampiezza del linguaggio.
L'utilità di questa pratica espositiva deve però essere completata dalla propria capacità e disposizione a leggere testi complessi, riservando la "telegraficità" alle poche occasioni che la giustificano.

Io ritengo che molti problemi, e non solo relazionali, che oggi ci affliggono derivino proprio dall'eccesso di stringatezza indotta dai canoni espositivi social, mutuati da un criterio sviluppato in un ambito pubblicitario che privilegia l'emozione rispetto alla razionalità, ma che rinuncia anche a svilupparla quell'emozione, sostituendola con calembour molto raramente geniali, e più frequentemente banali e costruiti su una mortificante convenzionalità, piuttosto superficiale, che privilegia una comunicazione implicita e scontata e che, perciò, necessita di una solida base di "pensiero unico", banalizzato e codificato.

Penso che un riflesso evidente di questo stato di cose sia individuabile nel successo di frasette fatte, che divengono frequentemente quegli intercalari ossessivamente ripetuti che infiorettano spesso il nostro eloquio ed i nostri post: "ma anche no", "chiedo per un amico", "tanta roba" e via elencando.
Tutte formule che potevano avere un loro significato, presto disperso e diluito nell'eccesso di utilizzo, con criteri modaioli e costanti spostamenti di significato, che le rendono un linguaggio simbolico comune... il più delle volte frainteso.

Mi piacerebbe poter verificare chi è arrivato fino a questo punto del mio componimento, probabilmente pochi, e tra di loro il più delle volte parenti ed amici, che mi conoscono e mi sopportano.
Comunque sia io continuerò ad essere prolisso perché, come ho scritto, se anche non comunico, perlomeno emergo dal cimento con le idee più chiare.

sabato 27 novembre 2021

Mi casa es su casa

L'ambiente dei social, Facebook in particolare, non favorisce certo l'interazione pacata e rispettosa delle sensibilità del proprio interlocutore. 

La cosa emerge molto chiaramente in occasione di eventi particolari, come avviene al momento con le feroci polemiche che avvelenano le relazioni tra i no-tutto ed il resto del mondo (con i no-tutto in netta, ma rumorosa e petulante minoranza).


Non si tratta certo di una peculiarità del tempo pandemico però.   E' sotto gli occhi di tutti l'assertività aggressiva che immancabilmente si dispiega in ogni possibile polarizzazione, per quanto risibile e ininfluente questa possa essere, si tratti di politica (destra o sinistra), scelta della macchina fotografica (Nikon o Canon) o personal computer (Apple o resto del mondo).


I riprovevoli tassi di aggressività e mancanza di rispetto, che emergono assiduamente e senza alcuna vergogna, devono per forza corrispondere a qualche disposizione d'animo che rivela un profondo malessere, una concezione dei rapporti umani e sociali sofferente ed improntata ad un individualismo difensivo che vede in ogni parere o scelta differente dalle proprie una minaccia e una negazione della propria individualità, un sabotaggio irricevibile di una parvenza di sicurezza che necessita di un accurato isolamento dai dati di realtà per mantenersi in piedi.


Credo che sia la modalità virtuale a favorire questa attitudine alla violenza relazionale, dato che l'interazione mediata da una tastiera, dunque priva di ogni fisicità, induce molte persone a prodursi in atteggiamenti altamente deprecabili, vuoi per pura e semplice viltà, dato che non corri certo il rischio di pagare la tua arroganza con un naso rotto o un occhio pesto, o anche solo di affrontare un cipiglio offeso, sia perché non si riesce ad interiorizzare che dietro un nome o un nickname "dipinto" sullo schermo sta una vita vera. Un po' quello che accade al pilota da bombardamento, che non riesce a credere veramente che la bomba che sta sganciando tormenterà "quelle formichine" distanti.


In genere io evito di andare su pagine di persone sconosciute, e che manifestano opinioni in forte conflitto con le mie, per sbertucciarle od offenderle gratuitamente, anzi evito proprio di interloquire, anche civilmente, perché in fondo sarei un ospite a "casa loro", mentre non manco mai di discutere nei gruppi, che mi sembra esistano per questo. Però, anche in questo caso, evito di andare ad accapigliarmi in ambiente Lega o Casa Pound, per dire di due ambiti che stanno esattamente agli antipodi del mio sistema di valori, a che pro farlo?


In questo frangente pandemico tra l'altro evito il confronto con i negazionisti di ogni grado, che siano conoscenti o illustri sconosciuti, perché ho verificato la persistente impossibilità di avere un confronto proficuo con gente che rifiuta il pensiero scientifico per privilegiare quello magico, e indulge nella pratica del cosiddetto “cherry picking” per setacciare i pareri che supportano il proprio pregiudizio, eliminando tutto ciò che lo invaliderebbe, producendosi in “processi logici” fallaci e costruiti su una ignoranza priva di ogni possibilità di riscatto, proprio perché scientemente perseguita.


Non sempre naturalmente, godo della stessa attenzione e cortesia da parte di certi "incursori", che periodicamente rilasciano le loro trascurabili opinioni, vestite da cazzotto nello stomaco.
Non è che mi disturbi un'opinione contraria, anche molto ferma, però pretendo che sia motivata e urbana nell'esposizione.


Spesso, quando mi lamento della loro intolleranza, questi soggetti mi rispondono con un'argomentazione classica, e per questo di una banalità deprimente.
Se non vuoi essere contraddetto, mi dicono, evita di postare con privacy "pubblica".


Ora, egregi signori, ma anche molte poco gentili signore, spiegatemi una cosa: ma voi, quando entrate in casa di qualcuno, tra l'altro non un amico o conoscente bensì un perfetto sconosciuto, esordite con qualche memorabile perla tipo "ma che tappezzeria di merda che hai messo", e magari mettete i piedi sul tavolo e scorreggiate liberamente, ruttando, in soprammercato, in faccia al vostro anfitrione? Perché se è così sono incommensurabilmente lieto di vivere su di un pianeta diverso, che è però purtroppo ben collegato col vostro.