giovedì 7 ottobre 2021

Quella sciacquetta di Greta


Greta sta facendo la fine della Pulzella d'Orleans.
Verrà bruciata sul rogo, e le fascine di legna le stanno portando da destra e da sinistra.

Della destra non me ne occupo, ma la sinistra, ambito nel quale la pulsione a prendere la testa del corteo ed esercitare la tetrapilocromia dottrinale è insopprimibile, è "casa mia" e vedo che tra di noi Greta sta sulle palle a molti.

La canzoncina che cantano i frati trappisti del pensiero rivoluzionario è che la "signorina è strumentalizzata", collusa coi poteri forti, viaggia su barca in resina e col motore diesel.

Beh sì, usa spesso un mezzo poco ecologico, ma ce ne sono di peggiori e, anzi, di politicamente corretti a ben vedere non ce ne sono proprio, perché se ti vuoi spostare e ti confronti con i professionisti del pelo nell'uovo non ti salvi neanche se ti muovi a piedi, dato che ti verrebbe probabilmente rimproverato di calzare snickers in sintetico confezionate da minori pachistani o calzature in cuoio a spese di qualche animale.

La ragazza, si dice, è sostenuta dal mainstream, dunque è merce avariata da cui tenersi alla larga.
La "ragazza", comunque, ha cominciato tutta sola, davanti alla sua scuola, senza che nessuno se la filasse, fino a quando qualche giornalista locale ha pensato che valesse un articolo di costume, di quelli da proporre quando non succede nulla.

Inopinatamente il fenomeno si è allargato, tra i suoi coetanei più che altro, quelli che dovranno convivere, più di noi che siamo già grandi, con gli effetti di un'economia dissipativa e irresponsabile, ed ora è un fenomeno mondiale. 

Il dissesto climatico è negato da sempre meno persone, e tra di loro molti lo fanno più che altro d'ufficio, perché hanno da spremere altro profitto da comportamenti suicidi.
Il problema climatico ed ambientale è, dunque e finalmente, all'ordine del giorno, anche in parte grazie a Greta, ma non possiamo certo addebitare alla "Sciaquetta d'Orleans" il fatto che vi siano anche robusti interessi dietro.

L'ambientalismo è, anche e purtroppo, l'occasione di fare buoni affari e questa è una implicazione con la quale Greta non c'entra.  Più che fare gli spocchiosi con lei dovremmo vigilare che gli ecologisti per interesse e convenienza non combinino guai.

Che il fenomeno Greta sia stato colonizzato da informazione e robusti interessi non è, purtroppo, agevolmente negabile, ma è una conseguenza inevitabile della raggiunta centralità dell'argomento.
L'eroica ragazzina è diventata un leit motiv, volgarizzato e attentamente disinnescato nella sua componente più radicale, cosa che ha disgustato i professionisti del dissenso.

A me, per esempio, non è piaciuto lo spezzone video del "bla bla bla" perché l'hanno banalizzato fino a renderlo controproducente, e l'atteggiamento un po' scostante di una che ha la sindrome di Asperger, non conquista molte simpatie, ma Greta, nel bene e nel male, ha iniziato qualcosa, e sì, certo, qualcuno sta cercando di edulcorare la cosa, ma la colpa non è di Greta, è di chi sta brigando dietro le quinte, e chi ci spiega quanto è stronza Greta, forse farebbe meglio a stanare i manovratori occulti.


Fino a prova contraria quella sciacquetta di Greta ha fatto, per l'ambiente e per tutti noi, molto più dei suoi cipigliosi critici di sinistra.

sabato 2 ottobre 2021

Cercasi lieto fine... disperatamente.

Oggi, alla vigilia di una tornata di elezioni amministrative che potrebbero fornire alla destra del Paese l'appiglio per pretendere elezioni politiche anticipate, o quantomeno i necessari presupposti per condizionare l'azione del governo in carica, di suo già piuttosto suscettibile di farsi orientare, il mio pensiero corre agli anni appena trascorsi, nei quali ho raccolto infinite patenti di ingenuità politica e di movimentismo irresponsabile, con varie e sprezzanti etichettature che andavano da pseudorivoluzionario nostalgico, in odore di pentademenza (cosa che mi indispettiva particolarmente, per la mia supposta contiguità coi fivestars) a sostanziale supporter della destra arrembante, per stigmatizzare il mio tignoso disgusto per il processo di transizione del fu grande partito della sinistra italiana nel campo del neoliberismo.


Quelle critiche, anzi sentenze, provenivano dal mio côté politico, soprattutto dai miei ex compagni sessantottini. 
 
Non tutti, fortunatamente, solo quelli usciti per una
ragazzata protestataria dalla loro classe di elezione alto-borghese, per rientravi, beninteso, subito dopo lo spegnimento del sacro fuoco rivoluzionario, ma con quella leggera mano di vernice rossa, sempre più sbiadita e screpolata per i tartufeschi contorcimenti logico-dialettici che servivano loro per rimanere on the sunny side of the street, rivendicando però il diritto/dovere di smerdare chi turbava il loro pacifico, e gesuitico, adattamento.

Erano rampolli dell’alta borghesia condannati per diritto di nascita, per così dire, ad una fulgida riuscita nella vita, qualunque cosa facessero, o quasi.
Non erano numerosi quanto eravamo noi poveri peones, tutti più o meno rimasti nella modesta nicchia della classe d’origine, ma risaltavano meglio.

Torme di propagandisti del qualunquismo da maggioranza silenziosa si sono liberamente servite delle loro conversioni ad “u” per alimentare l’implacabile controrivoluzione conservatrice che lo sterilizzò quel ‘68, un fenomeno cui sono felice di aver partecipato, che tante ragnatele tolse alle strutture della nostra società, e che tanto fece, collegandosi alle lotte operaie, per una stagione di avanzamento dei diritti dei lavoratori, quelli poi distrutti, da Treu a scendere, dai compagni ragionevoli della sinistra di governo.

Tra di loro c’è anche qualcuno che, come me, proviene dalla base della piramide sociale, senza radiosi futuri garantiti, individui che in questi anni sono stati particolarmente aggressivi nell’appioppare le etichette di cui più sopra, con la solerzia tipica del parvenu in arrampicata, perché alla fine non c’è cane peggiore di quello che vuole far scordare di essere stato un lupo.

La loro rivendicatissima ragionevolezza, cui il massimalismo onanistico degli atomi sparsi della sinistra radicale non ha fatto nemmeno il solletico, ha coltivato accuratamente le condizioni che hanno portato la destra neo e post fascista a divenire il prevedibile futuro, ferale, del nostro disgraziato Paese.

La cosiddetta "sinistra di governo" edulcorando la sostanza e l'identità stessa della sua origine politica, fino a compiere la sua completa trasmutazione liberista, ha creato un vuoto che, in quanto tale, è stato immediatamente riempito ed occupato da qualcosa o qualcuno che ha sempre interpretato meglio la natura centrista e conservatrice, rispetto al nuovo arrivato.

E' al PD, ed ai suoi cespuglietti funzionalmente parascissionisti che dobbiamo la nascita e l'affermazione dei neo-giacobini pentastellati, che hanno raccolto il risentimento della gente, salvo poi disperderlo per incapacità politica e tare metodologiche congenite.   Ed è sempre alla sedicente sinistra di governo che  dobbiamo il tasso di ambiguità che ha consentito  alla Lega di rappresentare, in potenza, un terzo dell'elettorato, limitata e poi mortificata nel suo successo solo dalla tracotanza autolesionista del suo capo politico, superato infatti a destra dai nipotini del Duce, pronti ad esprimere il prossimo governo e la prossima Primo Ministro, in quella che dovrebbe essere la repubblica nata dalla Resistenza.

La dinamica politica di questo Paese è mutilata, monca di una componente necessaria, senza la quale la democrazia diventa un fatto recitato e privo di reale sostanza.

C'è, nella galleria tassonomica politica una nicchia vuota, quella della sinistra, e stiamo avviandoci a pagarne il prezzo.

venerdì 1 ottobre 2021

Quando diritto e giustizia hanno percorsi separati.


Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e 2 mesi di carcere.

Il dispositivo (per la sentenza dovremo aspettare mesi) certifica che Lucano non ha favorito l’immigrazione clandestina, mentre l’accusa di aver organizzato “matrimoni di comodo tra cittadini riacesi e donne straniere al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano” è stata ritirata dai PM.

La condanna è dunque stata comminata per punire i reati contro la pubblica amministrazione, la pubblica fede e il patrimonio, ovvero: associazione per delinquere finalizzata a “commettere un numero indeterminato di delitti”, falso in atto pubblico e in certificato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, abuso d’ufficio e peculato.

Messa giù così suona malissimo, e non incidentalmente, come sospetto.

Parrebbe quindi che non sia stato condannato per aver violato una legge voluta da Lega e Alleanza Nazionale per creare un reato, prima inesistente, al solo scopo di respingere i profughi che arrivano alle nostre frontiere, in un impianto di diritto xenofobo intrinsecamente anticostituzionale.
È stato condannato, con suprema ipocrisia, per i mezzi e gli escamotage da lui impiegati per offrire a quei poveri disgraziati qualche prospettiva, aggirando gli ostacoli pretestuosi inventati dalla parte destra dell'emiciclo parlamentare.

In pratica è stato comunque condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, ma in modo ellittico e presentandolo come "truffatore", come si è subito premurato di sottolineare quel rodomonte privo di umana dignità di Capitan Mojito, che adombra certezze di vantaggi personali, per Lucano, del tutto smentite dai fatti.   

La strada percorsa dal collegio giudicante, peraltro, ha consentito di moltiplicare le pene minime previste dai reati contestati fino a triplicarne la consistenza, cosa che ha suscitato ben più di una perplessità tra gli addetti ai lavori.

In un certo senso il paradigma è speculare a quello che ha assolto Dell'Utri per la vicenda della trattativa Stato-mafia.  In quel caso l'esponente forzista è stato coinvolto in un fatto accertato, che è stato dichiarato "reato" solo in riferimento ai capi mafiosi coinvolti.  Nella vicenda di Mimmo Lucano il reato principale non è contestabile, dunque lo si condanna per altro.

Io sento un forte odore di bruciato, non so voi.  

La questione è sempre la stessa, dalle leggi razziali a scendere: una cosa può essere illegale, ma anche e contemporaneamente giusta e degna, perché diritto e giustizia non camminano sempre insieme.

Apartheid, schiavitù e colonialismo sono aberrazioni che hanno goduto dei crismi della legalità, ma le leggi che le autorizzavano erano una forzatura, la formalizzazione di un sentire che autorizzava comportamenti inumani e puniva chi ne confutava la legittimità.

Se domani dovesse essere dichiarato illegale prestare opera di volontariato, settore nel quale sono impegnato, e dovessi scegliere tra la mia coscienza e la legge, dovrei diventare un "fuorilegge" per sopportare la faccia nello specchio che vedo ogni mattina.

venerdì 26 marzo 2021

Discutere porta a capire?



Mi è sempre piaciuto discutere e confrontarmi, è una cosa che apre la mente. Sono cresciuto in una famiglia nella quale si discuteva sempre e di tutto.   Mio padre era talmente appagato da una buona discussione, da giungere al punto di cambiare la propria posizione, più o meno radicalmente, quando vedeva che il raggiungimento di un punto di convergenza rischiava di farla morire "troppo presto".

A casa mia dunque discutevamo molto, sempre, e quando non discutevamo litigavamo parecchio.  Una volta un mio compagno di classe, israelita, dopo un pomeriggio di domenica passato nel raggio d'azione della mia famiglia mi chiese se ero proprio sicuro che non fossimo ebrei. Mi disse, con divertita ironia, che aveva rilevato molti aspetti di una tipica disputa talmudica e che il tono corrosivo che spesso emergeva gli ricordava certi anziani saggi della sua comunità, taglienti nel linguaggio e implacabili nel giudizio.

Siccome però quando si litigava poi restavano molte cicatrici, con poco costrutto peraltro, ho mantenuto il gusto della discussione, ma non quello del litigio, ragione per la quale limito i contrasti allo stretto necessario e solo se sono in gioco elementi che a mio parere li giustifichino.

Mi sta benissimo discutere, mi è perfino necessario, e mia moglie è talvolta esasperata per questa mia passione, però posso accettare di aggirarmi nel proverbiale "campo delle cento pertiche" - modo di dire milanese applicabile alle discussioni su un un argomento, condotte senza venirne mai a capo - solo quando non ci sono di mezzo situazioni drammatiche e se le determinazioni che vengono focalizzate non hanno conseguenze dannose per sé e per gli altri.

L'emergenza che stiamo vivendo è crudamente drammatica e ben al di fuori di quasi tutto ciò che, collettivamente, abbiamo vissuto in precedenza, a meno che non si sia abbastanza anziani, o sfortunati, da aver vissuto durante la guerra.  

Ha colto la gran parte di noi assai impreparata intellettualmente ed emotivamente e la nostra resistenza morale è stressata e talvolta boccheggiante, prima per la fatica di imparare a gestire un assetto inaspettato, ed ora per il protrarsi, che qualcuno improvvidamente aveva escluso potesse verificarsi, di un'emergenza globale.

Le persone sono a rischio, e muoiono.  La gente affronta un'emergenza per la quale non ha un patrimonio esperienziale da cui trarre conforto e orientamento e se ha faticato a comprendere la necessità di contrastare l'istinto che porta gli essere sociali a raggrupparsi nei momenti di pericolo, oggi lo capisce ancora meno, presa com'è tra fabbriche ed uffici che non hanno mai chiuso, attività commerciali che pretendono di far finta di nulla e cultori del pensiero magico, convinti che a loro non capiterà mai nulla e che tutto, morti, ospedali in crisi e strascichi invalidanti siano "menzogne" al servizio di fantasiosi complotti.

Non appena gli indici cominciano a segnare qualche miglioramento ci si comporta come se il pericolo fosse passato, come una tempesta sfogata, e si pongono le premesse per ondate rese ancora più insidiose dall'insorgenza di perfide "mutazioni" virali.

La disponibilità, recente e peraltro molto avventurosa, di vaccini non ha ancora risolto la situazione, però in compenso ha fornito copioso carburante alla macchina inesauribile della complotteria di ogni tipo, affiancata dalle più incredibili professioni di ignoranza vestite di presunta sapienza, confortata da frettolose letture di concetti inaccessibili, equivocati e assolutamente mal digeriti, che vestono paure ataviche e pregiudizio di una pseudoscienza che sta alla sapienza come il teatro kabuki sta alla vita vera.

Tutti abbiamo la responsabilità di attuare comportamenti adeguati e di saper vedere la situazione da un punto di vista molto più ampio della nostra individualità, però molti non riescono a farlo, e c'è anche gente che non ha neppure alcuna intenzione di provarci.

Mi piace discutere, ma odio reggere il sacco a chi si dimostra inadeguato.     

Gli inutili complottisti, gli sciacalli politici, quelli che non capiscono che non è solo il loro prezioso culo ad essere a rischio. Gli osservatori di ombelico, i relativisti delle regole, inderogabili per tutti tranne che per sé stessi.  I laureati all'università della vita, che spiegano minuziosamente qualcosa che, non sapendone nulla, hanno disastrosamente equivocato. Quelli che per scaricare il loro terrore nevrotizzano gli altri, gli psicopatici che propalano bufale, insomma tutti quelli che "remano contro", per difetto personale o per consapevole sociopatia.

Ho revocato amicizie e bloccato gente come se dovessi vincere una scommessa,  e anche fuori di questo mondo virtuale, nella vita reale, mi sono accorto da tempo che non sarò così impaziente di riallacciare proprio con tutti, quando emergeremo, perché emergeremo, dai nostri rifugi domiciliari e dalle nostre vite col freno a mano tirato.

lunedì 22 marzo 2021

Colpire il giusto bersaglio

Ho aderito all'iniziativa in supporto ai lavoratori di Amazon e mi sono astenuto dall'effettuare acquisti dal suo sito per durata dello sciopero.
L'ho fatto perché quei lavoratori sono sottoposti ad un regime indegno, reso possibile a livello globale dalle logiche ultraliberiste che regnano ovunque senza più alcun contrasto, e in particolare facilitate nel nostro paese dall'opera renziana di smantellamento dello Statuto dei Lavoratori, con relativa corsia preferenziale polettiana per il lavoro precario.

La crisi pandemica ha enormemente allargato il giro d'affari dell'e-commerce, gonfiando utili già corposi in partenza, e non vi sono ragioni, che non siano la massimizzazione cinicamente perseguita dei margini a spese delle maestranze, che giustifichino i ritmi imposti e i salari inadeguati erogati.

Vorrei però chiarire che non sono uno "schifatore di Amazon" militante; non mi rifiuto a prescindere di comprare prodotti da quel sito e ciò per diverse ragioni.

In primo luogo non mi basta "schifare" Amazon perché Bezos è l'uomo più ricco del mondo. Cercando infatti di essere realmente coerenti con questa chiusura primariamente ideologica, espressa in una forma quasi "confessionale", dovrei astenermi dall'acquistare quasi qualsiasi cosa di cui necessito, dato che beni e servizi ci vengono resi disponibili per la grande maggioranza dei casi da società, il più delle volte multinazionali, ai cui vertici siedono riccastri altrettanto indecenti.

Vi è poi da dire che astenersi dal fare acquisti presso Amazon significa il più delle volte rivolgersi alla GDO che di Bezos e della sua Amazon è stata l'antesignana quando, prendendo piede, ha imposto compensi asfittici ai fornitori, condizioni di lavoro difficili ai dipendenti ed ha praticamente desertificato la rete di piccoli e medi esercizi commerciali che nelle nostre città hanno chiuso per essere sostituiti, nei locali lasciati sfitti, da una pletora di agenzie bancarie e immobiliari. Concettualmente non cambia poi molto, mi pare.

Quanto è coerente con la virtuosa battaglia di minimizzazione dei guadagni di Bezos un acquisto di frutta sudafricana in un supermarket di proprietà di una multinazionale francese? O di un capo di vestiario cucito da minorenni marocchini o pachistani venduto a soli € 9,99 in qualche punto vendita di una catena presente in ogni centro commerciale della penisola? 

E' questo un aspetto che dovremmo analizzare un po' meno sbrigativamente di quanto normalmente avviene.     L'ostracismo che ci viene istintivo promuovere è produttivo?  Fa realmente qualcosa?  Incide sulla realtà e sui processi che hanno portato quei colossi ed i loro ricchi proprietari a sistemarsi in cima alla piramide, o sono destinati solo a darci la spuria serenità di un principio ossequiato nella forma, ma senza in realtà nemmeno scalfire il privilegio e lo sfruttamento che vorremmo colpire?
Cosa vogliamo fare in definitiva: punire primariamente l'oligarca o promuovere gli interessi dei peones che lo rendono ricco?

Gli acquisti sui canali e-commerce, come la spesa nei supermercati e la frequentazione dei centri commerciali sono il segno di un cambio di costumi e abitudini che è in funzione di un processo molto complesso che difficilmente potrà essere combattuto con iniziative che non siano altrettanto complesse.

Non sono un "schifatore di Amazon", come dicevo, ma per quanto possibile mi rivolgo a quel canale solo per l'acquisto di prodotti che, in realtà, è diventato difficile reperire agevolmente in altro modo, ed il numero e la tipologia di questi prodotti è in costante aumento, un aspetto da tenere nel debito conto e che dovrebbe farci capire che la strategia di "colpire Bezos" è inefficace e di retroguardia.

Ciò che dovremmo colpire è il quadro normativo che rende possibile al grande capitale di prosperare a spese dei lavoratori, contando su una politica che privilegia precarietà e disoccupazione funzionale per tenere le maestranze sotto ricatto ed i livelli salariali al livello più basso possibile.

Quello per cui dovremmo lottare è la rinascita di una forma organizzata della sinistra, ora del tutto latitante, che ripristini la tutela dei diritti dei lavoratori, a cominciare proprio dal "diritto al lavoro" costituzionalmente previsto ed oggi totalmente disatteso.
Un assetto che difenda realmente salari, diritti ed occupazione sarebbe, per Bezos, un impiccio assai più consistente delle lievi increspature nel flusso dei ricavi generate da una renitenza all'acquisto quasi impraticabile nella pratica, soprattutto in prospettiva.

Non comprare Amazon è come tagliare una delle teste dell'Idra capitalista, non fa nulla alle altre, ma in compenso ne genera di nuove.     Pensare che punire Bezos basti sottolinea solo l'impotenza di un movimento, peraltro sostanzialmente esistente solo a livello ideale, che non ha la possibilità e la capacità di intervenire nel cuore del problema.

Dunque sì, ho aderito allo sciopero degli acquisti, ma la mia è stata più che altro una manifestazione di impotente identità.  So che nella migliore delle ipotesi per qualche tempo, forse, ai dipendenti di Amazon verrà riconosciuto qualcosa, il meno possibile, ma che il processo retrostante che li marginalizza non conoscerà altro che una breve sosta, quasi impercettibile.

Altrove dovremmo rivolgerci, altro dovremmo fare.

venerdì 12 marzo 2021

Una volta facevo il tuo lavoro. Ero bravo. (Blade Runner 2049)


Ho fatto cenno diverse volte, nei miei post su
Facebook, al fatto che sistemi esperti ed intelligenza artificiale - AI - stanno assumendo ruoli sempre più vasti e sofisticati nei processi di produzione di beni e, ancora di più, nella gestione ed erogazione di servizi.

Questo avviene in ogni campo e molto spesso con modalità talvolta inavvertibili, tali da configurare un effetto "rana bollita" che non ci fa percepire compiutamente quanto sta accadendo e quali conseguenze vi saranno per le nostre vite, soprattutto se non viviamo di rendita e dobbiamo poter contare su uno stipendio, quindi su un'occupazione di qualche tipo.

Vi faccio un piccolo esempio. Produco con una certa frequenza brevi video - max 20 minuti - per conto dell'AssociazioneFilippo Astori OdV di cui sono socio e volontario. Sono piccoli prodotti che confeziono "in casa", con un editor video che mi consente montaggi di buon livello, con un'impronta, certo non professionale, ma perlomeno abbastanza accattivante da eccedere la sensazione di prodotto amatoriale.

Non ho grosse difficoltà per quanto riguarda la parte visiva; i nostri volontari ed il direttore dell'orfanotrofio tanzaniano che supportiamo ci forniscono con grande continuità fotografie e girati "freschi", la cui amatorialità viene spesso mascherata da qualche trucchetto di montaggio, e non ho difficoltà neppure nella stesura dei testi che accompagnano i video, perlomeno fino a quando non li tramuto in "voce narrante", aspetto nel quale la povertà dei mezzi di cui dispongo emerge senza veli.

All'inizio ho provato ad auto registrarmi, ma non è così semplice e scontato conseguire un buon risultato. Ottenere un parlato adeguato, senza rumori di fondo e con una dinamica del suono decente, fuori di uno studio di registrazione, spesso con microfoni inadeguati, non è semplice.

Avrei anche un timbro di voce spendibile, ma, a parte una pesante calata meneghina che controllo a fatica e con esiti incerti, ho anche un paio di scheletrati, nel cavo orale, che producono talvolta un "effetto dentiera" fastidiosissimo.

Spesso il risultato generale dei miei sforzi non è proprio confortante, comunque non commisurato del tutto con lo sforzo applicato.

A un livello molto superiore al mio l'esigenza di corredare i propri video con voci narranti viene coperta dal cosiddetto "speakeraggio", o "voiceover", ovvero dalla prestazione di attori che spesso campano, tra una produzione e l'altra, proprio di questa attività.

Nel sito di una società che fornisce questo servizio si legge:

"Abbiamo selezionato i nostri speaker tra i più grandi professionisti italiani e stranieri.  Veri e propri talenti della voce che sanno trasformare semplici parole in vibrazioni capaci di raggiungere il cuore del tuo target, attraverso sfumature, riflessi e colori capaci di dare al tuo racconto carattere, intensità, spessore. Non accontentarti di una voce qualsiasi,scopri tutti i talenti della voce a tua disposizione, trova la tua voce nazionale o internazionale tra le nostre."

I professionisti in questione sono tutti ottimi attori, dotati di un'eccellente dizione e capaci di trasmettere i messaggi che interpretano con la corretta carica emozionale, però quel servizio è costoso, sia per la dotazione tecnica necessaria per il suo svolgimento, sia per la retribuzione di quelle voci, i cui proprietari magari non si arricchiranno con i compensi che ottengono, ma spesso ci apparecchiano le cene, tra una produzione, teatrale o di altro tipo, e l'altra, mai abbastanza ravvicinate.


I piccoli filmaker come me non hanno le risorse per avvalersi di quel servizio, ma il settore in sé è piuttosto ampio, vale diversi milioni di fatturato annui... e si appresta a cambiare radicalmente obbligando, in prospettiva, quegli attori a cercare altre fonti di reddito.

La rivoluzione si chiama “text-to-speech, ovvero una funzione che prende un testo scritto e lo tramuta, mediante un'applicazione di intelligenza artificiale, in una voce sintetizzata, una voce che in qualche modo è già entrata in molte case, non so se avete presente "Alexa" e la sua inquietante capacità di risponderci a tono.

Ebbene già ora, e per poche decine di Euro, anche i piccoli filmaker come me possono comprarsi l'accesso permanente ad un servizio "text to speech" che può produrre qualcosa di più del risultato robotico, inascoltabile oltre poche frasi, possibile fino a poco tempo fa.

Già ora, in questo preciso momento, curando la punteggiatura e acquisendo un minimo di confidenza con alcuni consigli di stesura del testo, si può ottenere una voce narrante limpida e arcanamente espressiva, non ancora del tutto indistinguibile da una prestazione umana, ma abbastanza convincente da essere applicata a prodotti come quelli che confeziono io e, mi sono accorto, già ora diffusamente impiegata in molti brevi promo pubblicitari, come quelli che introducono i video su YouTube.


Qui propongo un brevissimo video con tre brevi testi recitati da me, con il mio inadeguato microfono a condensatore, da un sintetizzatore che sembra tirato fuori da un film di fantascienza degli anni '60 e infine dall'applicazione online alla quale posso accedere dopo aver pagato una piccola somma.


Tra non molto i processi che elaborano la funzione di trasposizione dallo scritto al parlato si affineranno ancora di più, con la solita velocità incrementale e travolgente alla quale ci ha abituati la tecnica informatica, ed il risultato ottenibile potrebbe diventare appetibile anche per operatori più importanti, togliendo a centinaia di attori una componente irrinunciabile del proprio reddito.

Quello che sta accadendo nel campo dello speakeraggio, il subentro di sistemi esperti e intelligenza artificiale al lavoro umano, è un processo molto più diffuso di quanto siamo capaci di percepire nel complesso, che investe ogni settore merceologico e che configura pesantissime conseguenze sul piano sociale, economico e culturale, un vero e proprio terremoto che interviene sulla struttura del lavoro, mutandola radicalmente e definitivamente, con effetti che non ci stiamo attrezzando a comprendere con la dovuta attenzione, e che impattano drammaticamente sulle nostre aspettative e sulla tutela dei nostri diritti individuali.

Si potrebbe obiettare che il lavoro svolto da un essere umano non potrà mai essere del tutto rimpiazzato da qualcosa che non potrà mai eguagliarlo in termini di qualità, flessibilità e capacità decisionale autonoma, ma non si considerano due fattori.

Primo: già ora operatori umani riconducono la loro attività all'interno di schemi prefissati che non prevedono l'esecuzione di azioni non preventivate, costituendo queste più un costo che una soluzione.

Secondo: noi in realtà ci siamo sempre adattati di buon grado alla semplificazione dei processi. Un prodotto di sartoria sarà sempre superiore, per molti versi, ad una confezione, ma noi ora ci vestiamo quasi esclusivamente con prodotti industriali perché più economici, ampiamente diversificati, anche se non certo personalizzati, e immediatamente disponibili.


Sotto l'imperio dell'ottimizzazione dei costi e della massimizzazione dei profitti, si è imboccata la strada della produzione automatica e robotizzata non più solo dei beni, ma anche dei servizi. Questo comporta la progressiva esclusione dell'essere umano dalla loro produzione, gestione ed erogazione, e questa non è cosa da poco.


A parte tutte le possibili e necessarie considerazioni di natura etica e sociale che comporta la mutazione sociologica in atto, vi è da considerare che il lavoratore è stato da tempo tramutato prima di tutto in un “consumatore”. Una volta spogliato della sua veste di “prestatore d'opera” e avviato ad essere relegato nella categoria dei disoccupati o dei precari sottopagati, come camperà? Come muterà la qualità della sua vita?


Vedendola poi dal punto di vista di chi ha reso possibile, anzi ha perseguito attivamente, il “sogno bagnato” iperliberista, viene da chiedersi con quale potere d'acquisto potrà mai quel non più lavoratore sostenere il ruolo di consumatore? E come starà in piedi un sistema così stupido da segare il ramo su cui sta appollaiato?


Senz'altro quello stupido qualcosa si inventerà, ma dubito fortemente che la cosa piacerà a chi sta subendo quel processo. Da molto tempo infatti so che ci sono molti chiodi, ma relativamente pochi martelli.


martedì 9 marzo 2021

Il passato aumenta e il futuro diminuisce. (H. Murakami)


Ho recentemente postato su Facebook un commento sul "presidio" dei portavoce delle Sardine al Nazareno, una sorta di soccorso, che si vorrebbe esterno, al recupero di una centralità operativa del PD e del concetto di "centrosinistra", visto come elemento progressivo della società, mentre è invece del tutto palese che quel partito e quella formula politica si sono fatti araldi e cu
stodi dell'involuzione liberista e del superamento, che questa comporta, dei canoni della democrazia, rappresentativa o diretta, in favore di criteri oligarchici basati sulla ricchezza, comunque questa viene conseguita.


Il fenomeno delle "
sardine" nacque inaspettatatamente, e altrettanto inopinatamente riuscì a contendere con grande successo a Salvini il monopolio della piazza, smontando con efficacia la sua pretesa di rappresentare la totalità, o giù di lì, del popolo italiano, nientemeno.

Si trattò di un fenomeno politico di prima grandezza, per quanto non agevolmente catalogabile, che avrebbe meritato, da parte della sinistra radicale quantomeno una seria analisi, mentre invece venne immediatamente e sdegnosamente catalogato come "
truppa cammellata" al servizio del PD, e quel presidio fuori del Nazareno sembra aver dimostrato la giustezza del disdegno iniziale, mentre invece si tratta di un esito non necessariamente scontato, ma attivamente facilitato da una diffidenza aprioristica che evidenzia una sostanziale impotenza progettuale.

Come ho scritto nel mio post,
 posso anche convenire che Mattia Sartori sia sempre stato un dem in incognito, ma dato che nel frattempo il Partito Democratico ha continuato ad evaporare, contraendosi progressivamente nel favore elettorale, non credo proprio che quelle migliaia di persone, quelle "sardine" fossero proprio tutte "organiche al PD", perché altrimenti ora le cose sarebbero messe diversamente, e il PD non si vedrebbe tallonato da FdI e da questo sopravanzato, secondo il sondaggio trasmesso dal Tg La7 la sera dell'8/3 scorso.

Sarebbe valsa la pena di lavorarci un po', ma certo ci sarebbe stato bisogno di una forza di sinistra in grado di intervenire, con una visione ed una strategia, con il desiderio di ascoltare le masse, non di farsi ascoltare da queste.
Vi fu invece chiusura totale e aprioristica, ideologicamente ineccepibile, ça va sans dire, dagli stessi che, magari, avevano indugiato su onanistiche considerazioni sulla "sostanziale" natura di sinistra di M5S.


La verità è che è stata un'occasione persa, e lo è stata prima di tutto perché ciò che esiste a sinistra, in larghissima parte, si aspetta che le "
masse siano già belle pronte" ad una chiamata alle armi, partendo dal presupposto che quelle masse siano composte sostanzialmente da "attivisti in nuce" che devono solo essere risvegliati.

Che la proposta di cui sono latori i numerosi corpuscoli di sinistra rispecchi effettivamente la situazione o costituisca la risposta alle aspettative dei "
risvegliati" é il più delle volte un assioma non indagato, perché essendo detentori del giusto pensiero saranno eventualmente, ed opportunamente, le masse a "sbagliare".

Latita la capacità di assumersi la responsabilità di includere nella propria analisi tutto ciò che ha reso l'azione politica un esercizio di geometria su di un solido rimasto sulla scansia della storia.

La fabbrica fordista è cambiata profondamente, ed è prossima a scomparire.
La struttura del lavoro è mutata a sua volta profondamente, e conta su quote di intervento umano differenti e in progressiva contrazione.
Gli elementi di natura ambientale ed ecologica sono ormai inaggirabili e contraddicono gli elementi base della passata prassi politica, come la difficile convivenza tra diritto alla salute e diritto al lavoro nella città di Taranto dimostra.

In un quadro così mutato molta sinistra "va sul sicuro", non affronta le contraddizioni e le sintesi perigliose che ne discendono, e propone battaglie incomprensibili, quando va bene, come fece PaP proponendo quella sul 41bis, in piena campagna elettorale, con famiglie intere che passavano l'ultima settimana del mese a tirare la cinghia.

Le Sardine erano una fetta di popolazione che aveva voglia di mobilitarsi, un fenomeno che si credeva estinto.  
Sarebbe valsa la pena di aprire un canale, non di "prendere la testa del corteo", come pure qualcuno tentò di fare, provocatoriamente però e causando non inaspettati irrigidimenti.

Non si è fatto però neanche questo, si é deciso che erano tutti dei garbati borghesucci in attesa di tesserarsi col PD. 
Poi è arrivato il Covid, e la nicchia ecologica del movimento, la piazza, è diventata inagibile.
Oggi le Sardine sono solo i loro portavoce, e le inclinazioni personali di questi ultimi non ci dicono e neanche rappresentano molto, in fondo.

Sotto al mio post a un certo punto compare questo commento:

"...che ci facciamo con il PD? Io nel 77 ero a Bologna mentre Francesco lo Russo veniva ucciso. Radio Alice, ricordi? Certo che siamo pronti alla chiamata. Se è x questo io sogno una chiamata che mi faccia sentire orgoglioso di essere comunista. Il PD era diventato il mio nemico!! Per un incidente in moto sono disabile a 279 euro al mese. Mi hanno tolto mezzo polmone. Chi mi dava da vivere? La chiesa. C'era anche Casa Pound ma piuttosto morivo di fame. Chi mi ha dato il reddito di cittadinanza? I 5S e la Lega. La Lega porco cazzo!!! I pochi operai rimasti hanno in tasca la tessera CGIL ma votano Lega. Perché?"

Il mio interlocutore è evidentemente ed effettivamente un "attivista in quiescenza", come me del resto, ma non appartiene ad un esercito numeroso, questo è ciò che non viene compreso dai gruppi dirigenti dei partiti e movimenti comunisti che stanno tutti più o meno quietamente scomparendo, atomizzandosi.

Comunque io col PD non ci faccio proprio nulla, poco ma sicuro. Non è più neanche un partito blandamente socialdemocratico; potrei avere la stessa concordanza che ho con Forza Italia, cioè nulla.
Non credo neanche che possa mai riscattarsi e tornare sui suoi passi, dato che di occasioni ne ha avute e le ha sempre sdegnosamente rifiutate, contro i suoi stessi interessi peraltro, perlomeno a giudicare dai sondaggi.

Lega, M5S e quella parte di destra che ama definirsi sociale fanno cassa elargendo aiuti di cui non vi sarebbe bisogno, se avessero una politica di reale sostegno per il lavoro, i servizi ed il welfare.
Non possiamo certo fare a meno del Reddito di Cittadinanza, proprio nell'anno della paralisi pandemica, ma proporre unicamente sussidi significa perseguire il consenso rinunciando ad incidere sugli assetti che li rendono necessari, mettere un cerotto dove ci sarebbe bisogno di una cura e di una guarigione.
Molte persone votano Lega e M5S perché solo da lì arriva loro qualcosa, e non si può rimproverare ai naufraghi di aggrapparsi a tutto ciò che galleggia.

Quello che la stampa chiama "novello Piano Marshall", quella pioggia di miliardi comunitari che dovrebbero rimetterci in piedi, è ciò che viene spacciato come una sorta di nuovo corso che dovrebbe, traendoci fuori dalle secche pandemiche, anche consentirci di rinnovarci come Paese, finanziando un ammodernamento delle strutture e dei processi che preluderebbe ad una specie di riedizione del "boom economico", sintonizzato sugli imperativi ambientali, visti però come fonte di reddito, non come problemi di conservazione di un habitat vivibile.

Quei miliardi sono sottoposti a contropartite di natura organizzativa e strategica, elementi normativi che assicurino la transizione ad un liberismo non più temperato da garanzie costituzionali, un assetto nel quale il profitto prevale, scalzando dal vertice valoriale la preminenza dei diritti individuali, sociali e politici.

Questo disegno ha ottime chanches di vittoria, perché non c'è nulla in grado di opporsi che abbia un adeguato peso specifico, e costituisce un bel pezzo di legno cui aggrapparsi, secondo l'immagine dei naufraghi di cui sopra.

Le Sardine avrebbero potuto essere un ottimo punto di partenza, un ingresso in un ampio settore di popolazione che non ha un grado elevato di cultura politica, perché allevata nel disprezzo e nella diffidenza nei confronti di ciò che attiene alla politica, o da questa disgustati, da cui l'accentuazione, reiterata e un poco ridicola nella sua ingenuità, di una disposizione antipartitica vagamente grillesca che ha subito irrigidito la sinistra radicale.

Un'occasione persa, come dicevo, e proprio quando sarebbe stato particolarmente necessario acchiapparla al volo.