giovedì 29 agosto 2019

La vita è fatta di occasioni perse




Nel 2013, prima che il narcolessico Crimi e la solare Lombardi partecipassero alla famosa diretta streaming al solo scopo di pigliare per il culo il povero Bersani, peraltro sotto dettatura grillesca dato che la loro autonomia di pensiero si esauriva tutta già nella scelta del cornetto durante la prima colazione, io pensavo che il dato politico più rilevante delle votazioni svoltesi quell’anno consistesse nella prorompente affermazione dei cosacchi pentastellati.

M5S, infatti, uscì letteralmente dal nulla per piazzarsi al terzo posto, a un soffio dal PDL (secondo, ma in forte calo) e non molto distanti dal PD che, con la coalizione Italia bene Comune, si attestò al primo posto.

Non è, la mia, una semplice ed oziosa rilevazione notarile. I tre primi partiti erano separati da pochissimi punti percentuali e rappresentavano un vincente senza abbrivio, un secondo arrivato già olezzante come una carogna ben stagionata, ed un club dopolavoristico di neosanculotti che nel bene e nel male, soprattutto quest’ultimo, si avviava a rappresentare le istanze di riscossa di una parte importante, e potenzialmente in crescita, di un popolo deluso e incarognito dal pessimo spettacolo offerto dai partiti tradizionali.

A quei tempi io già nutrivo forti dubbi sull’assai indefinito programma piddino, poi metastatizzatosi nel tradimento della propria duale appartenenza, al campo socialista ed al cattolicesimo democratico, e sapevo già, con ogni più intima fibra del mio essere e grazie alla mia pluridecennale osservazione dei processi politici, che gli apritori di tonno parlamentare, molto efficaci nel campo poco impegnativo dell’opposizione urlata, avrebbero fatto un tonfo rumorosissimo una volta transitati nel settore di chi deve attuare una politica governativa, o anche solo produrre leggi e decreti con un minimo di verosimiglianza.

Pensai a quei tempi che Bersani avrebbe dovuto sedersi al tavolo di quella indecorosa diretta e tirar fuori un voluminoso paio di gran coglioni, oltre ad una smisurata faccia di tolla, e dire:

guardate, noi siamo arrivati primi, ma di poco, e chiunque sappia di politica vede che voi del Movimento avete saputo interpretare il disagio dell’elettorato meglio di chiunque altro. A questo punto mi sembra chiaro che se noi abbiamo la forza, voi avete la fiducia della gente quindi, sapete che c’è? Andiamo dal Presidente e diciamo che il PD appoggerà un esecutivo pentastellato nel quale noi potremmo avere qualche ministero, ma anche no. Ci state?”

A quel punto i pentastellati, che ancora ci pigliavano per il culo con la storiella del facciamo le cose con chi ci sta, o accettavano, avviandosi poi a dimostrare con un anticipo di cinque anni che razza di pericolosi incompetenti sono sempre stati (e il PD avrebbe potuto staccare la spina in ogni momento), oppure fiutavano il pericolo e si ritiravano, magari senza infliggere a Bersani quella penosa umiliazione, ma assicurando al PD una posizione morale meno precaria di quella che poi propiziò il penoso spettacolo che seguì e, magari, evitando di aprire la strada alla deriva renziana, con relativa distruzione dello Statuto dei Lavoratori.

Ai tempi, esponendo questa mia idea, mi guadagnai sonori pernacchi e numerosi e sanguinosi insulti, ma a me fu chiaro fin dall’inizio che a quelle elezioni qualcuno 

perse vincendo e qualcun altro vinse perdendo

e che la situazione avrebbe meritato un approccio il meno ortodosso possibile, proprio perché, rimanendo nel solco della prassi consolidata, come in effetti avvenne, tutto quello che seguì, lo psicodramma della rielezione del Presidente della Repubblica, il festival del franco tiratore e le più infide pratiche di opportunismo parlamentare, si sarebbe concretato con la stessa sicurezza per la quale il tanfo ristagna su un letamaio, per non parlare delle premesse per il successivo, per quanto malissimo utilizzato, successo elettorale pentastellato, preparato, facilitato e sdoganato dalla successiva berlusconizzazione, per via renziana, del PD.

Solo un anno dopo, nel 2014, vi fu quell’altra diretta, tra Renzi e Grillo, ma si trattò di puro e semplice teatro, un’occasione per segnalare a tutti che la distanza tra i due soggetti era siderale ed incolmabile, con i due capataz che parlavano alle proprie rispettive basi mostrando il massimo disprezzo possibile per il proprio interlocutore, al quale si rivolgevano solo in quanto elemento scenografico di soliloqui sovrapposti.

Oggi noi abbiamo, nelle posizioni apicali del favore elettorale, tre soggetti variamente scossi:
  • il PD, che è l’ombra del partito che sbandierava il 40,8% alle europee del 2014, ha in sostanza due segretari, quello ufficiale ostaggio di quello dimesso ma mai effettivamente rimosso, con relativa incerta traiettoria; 
  • M5S, che ha passato gli ultimi 15 mesi a smentire i propri irrinunciabili capisaldi morali e a farsi brutalizzare da un partito originariamente di seconda schiera, ha perso per strada qualche milionata di voti, pressoché dimezzandosi; 
  • la Lega , partito capeggiato da un soggetto, Sua Ferocità Salvini, che è riuscito in un batter di ciglia a passare dall’essere il più accorto animale politico del momento a far la figura del peracottaro, sbagliando tempi, strategia ed esibendosi in indecorosi comizi autoassolutori, scivola bruscamente nei sondaggi fin qui baldanzosamente rivendicati, perdendo 5 o 6 punti percentuali, fino ad ora.


Il Paese è ad una svolta cruciale, ma non è attrezzato per affrontarla al meglio.
Il sedicente Governo del Cambiamento ha costruito le premesse per una manovra finanziaria lacrime e sangue (una delle ragioni che, nel tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità, ha originato l'improvvida sceneggiata salviniana), manovra che si avvicina implacabilmente, mentre l'economia della locomotiva teutonica, dalla quale dipendiamo, ansima e scricchiola in una salita inaspettata e le paturnie britanniche si apprestano ad assestare un colpo micidiale agli asfittici indicatori economici comunitari.

Il ricorso alle urne, velleitario e quantomeno prematuro, rischierebbe comunque di perpetuare lo stallo attuale per via dello smagrimento leghista e della permanenza di una legge elettorale che ha pretese maggioritarie, ma che, mancando del tutto un partito del 51%,  richiede ugualmente ai partiti una capacità, al momento del tutto inesistente, di praticare un tipo di politica ormai dimenticata, fatta di capacità di mediazione e chiara visione dei pesi effettivi degli attori coinvolti, con conseguente visione realistica degli obiettivi perseguibili.

E così ora abbiamo partiti che hanno passato gli ultimi sette anni ad accoltellarsi, fantasticando sulla onorabilità e propensione alla promiscuità interrazziale delle donne e sull'incerta sessualità degli uomini delle formazioni avversarie, che improvvisamente si trovano a cercare di mettere assieme un programma di governo, negando tutto ciò che avevano precedentemente affermato e pigliandoci tutti per scemi, pretendendo di propinarci ragioni ridicolmente disinteressate per giustificare il loro attaccamento al potere, conseguito o da riguadagnare.

Io non so come andrà a finire, ma uno degli indicatori certi della nostra miserevole condizione è che essere scampati, per il momento, all'avvento del novello uomo della Provvidenza, il paninofago Salvini, a molti sembra già un buon affare.

Si naviga a vista su una nave lunga 50 metri, con la plancia situata a poppa ed una visibilità di 20 metri scarsi, e lo facciamo sottocosta, su bassi fondali e fondo roccioso.

lunedì 22 luglio 2019

Il disastro è organizzato, i soccorsi no. (M. Marchesi)


In questo disgraziato paese potrebbe concretarsi, alle prossime elezioni politiche forse imminenti, la possibilità di un monocolore fasciolegaiolo.

Questa eventualità, confermata continuamente dai sondaggi, potrebbe inverarsi nonostante l'oggettiva impresentabilità rodomontesca di Sua ferocità Salvini e la sicumera bullesca delle sue indimostratissime accuse a chiunque gli si opponga.

Altri elementi che dovrebbero ostacolare quella eventualità sarebbero:
  • il continuo affiorare di scandali personali e partitici riguardanti la Lega ed i suoi rappresentanti/militanti;
  • l'ipotesi di possibile alto tradimento nell'affaire russo, con la tentata e, pare, mancata vendita di una futura influenza del Cremlino su un governo italiano con componente leghista;
  • la vicenda dei famosi 49 milioni, convenientemente rateizzati ed ora magicamente rielaborati a 18,5 milioni, nel bilancio del partito, grazie all'escamotage dell'attualizzazione del debito, così da poter rivendicare, quando la memoria si sarà un po' appannata, un danno meno grave all'erario;
  • il passato irredentista, per così dire, del mangiatore di nutella, oggi impavido patriota italico che però fino a poco tempo fa non si sentiva rappresentato dal tricolore, quello che Bossi voleva bruciare;
  • il continuo tracimare di Sua Ferocità il Capitano oltre i propri poteri ministeriali e in supremo spregio di leggi, Costituzione e istituzioni;
  • l'invereconda esibizione di fastidio per l'autonomia, costituzionalmente garantita, di un potere indipendente come quello giudiziario, salvo quando rateizza ad ottant'anni la restituzione del maltolto ovviamente, avendo già manovrato efficacemente per accorpare quelli legislativo ed esecutivo, perlomeno sul piano pratico e funzionale.


Nonostante il profilo sostanzialmente eversivo di un segretario politico privo di vergogna e ritegno, oltreché profondamente incolto, e la sostanziale mancata attuazione di ogni promessa elettorale, neanche sul fronte del contrasto all’immigrazione, che è risultato molto mediatico e poco effettivo, la presa che Lega e Salvini hanno sull’elettorato sembra salda e in continua progressione, e viene da chiedersi il perché di cotanto autolesionismo da parte del corpo elettorale.

Non saprei esattamente cosa rispondere, salvo che la competizione elettorale, e con essa la dinamica politica in senso lato, risultano irrimediabilmente sabotati dalla mancanza di una componente autenticamente di sinistra, vitale e propositiva, rendendo di conseguenza il funzionamento della democrazia, in quanto sistema, parziale e sbilanciato.

Ma in realtà penso da tempo che vi sia anche una componente umorale e preconscia, intrinsecamente irrazionale. Si tratta di quello che Alberto Ronchey nel ‘79 definì fattore k, ovvero un anticomunismo viscerale in servizio permanente effettivo e che identifica quale devastante piaga biblica tutto ciò che è appena un micron più a sinistra di una blanda interpretazione di una socialdemocrazia à la façon scandinava, rendendo immediatamente congrue e adeguate le contromisure da attuare per sottrarvisi, anche le più irrazionali, controproducenti e disastrose.

C’è un pensiero che espresse Jeff Sparrow e che così spesso, e inutilmente parrebbe, citiamo su Facebook, che dice:
Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo.
La Lega, ne sono convinto, non potrà che condurci al disastro, una sorta di 8 settembre 2.0 quale ineluttabile punto di arrivo di una gestione prona ai desiderata del grande capitale, avventurista e profondamente antipopolare, ancorché spiccatamente populista, ma a dispetto di questo pare che tutti i suoi entusiasti sostenitori si facciano un punto di onore di non esaminare il significato di quella citazione.

Quando scoppia un incendio, o si scatena il panico, magari immotivato, la folla scappa senza farsi troppe domande e in genere sospendendo la propria razionalità.
Si scappa, che la minaccia sia reale o fraintesa, imminente o solo potenziale, e lo si fa scavalcando corpi, colpendo selvaggiamente chi ingombra la via di fuga, non di rado mettendosi in trappola da soli, infilandosi in vicoli ciechi o varchi troppo esigui rispetto alla calca di lemming terrorizzati che sgomita per mettersi in salvo.
Quasi sempre in quelle occasioni i danni più consistenti e le vittime più numerose sono la conseguenza del panico, e non della minaccia che lo ha scatenato.

Tornando alla realtà che ci circonda, mi sembra assolutamente chiaro ed evidente che la minaccia che sta servendo la vittoria sul proverbiale piatto d’argento al prode Salvini è al momento del tutto al di fuori delle umane possibilità.

Non esiste un forte partito comunista, trinariciuto, depositario del favore delle masse e in procinto di instaurare una dittatura del proletariato, dunque la propaganda legaiola. e del suo portatore d’acqua grilloide, è del tutto priva di fondamento e verosimiglianza, ma funziona.

Funziona perché siamo un paese di evasori fiscali e sudditi che si accoccolano tra le gambe del potente, assiso al suo desco, sperando che qualche briciola rotoli giù fino a loro, ben consci di quel proverbio che dice che è il chiodo che sporge quello che viene preso a martellate.

Funziona perché preferiamo prestare orecchio ad una minaccia inventata che prendere atto di quella che ci sta martirizzando, dunque è colpa dei comunisti, dei negri, dei terroni, dei Savoia, delle zecche buoniste, dei sindacati rovina dell’Italia, dell’Euro e dell’Europa, della Francia, della Merkel, del sempre disponibile PD, dei professoroni, di chiunque, basta che sia altro da noi.

Nel frattempo i nostri veri carnefici, i vari capibastone della finanza globalizzata, con il loro ristretto esercito di bonzi, servitori e picciotti, dispongono a piacimento delle nostre vite e del nostro futuro, asservendoci ai meccanismi che consentono loro di incassare gli spropositati introiti provenienti dalle loro speculazioni.

Dunque, e alla fine, preferiamo dare in appalto il nostro futuro a degli arroganti ciarlatani i quali, rassicurandoci su un presunto pericolo, che comunque non corriamo, ci conducono ad un disastro annunciato, spogliandoci di ogni diritto e tutela. 

Qualsiasi cosa pur di non morire komunisti.


lunedì 8 luglio 2019

Nessuna buona azione rimarrà mai impunita.


Domenica 7 luglio 2019 la lunga parentesi del governo Tsipras è terminata, e la sua fine ha seguito un copione già scritto e inemendabile fin da quando, lasciato da solo in primis dalla sinistra europea, il premier greco ha dovuto scegliere tra varie alternative, tutte terrificanti, che lo avrebbero comunque condotto all'attuale sconfitta.

Ovviamente sui social non hanno mancato di apparire, in proposito, le più vendicative e malignamente soddisfatte considerazioni dei vari e numerosi detrattori di Tsipras, le più tossiche delle quali non inaspettatamente, perlomeno per me, provengono dal sempre prolifico settore della sinistra sovranista e populista, così cruda e implacabile nella sua visione nitidamente geometrica, impregnata di quell'ineluttabilità così consolante da contrapporre alla complessità insoddisfacente e contraddittoria di una realtà che si ostina a non collaborare.

Tra i vari commenti malignamente, e lunarmente, soddisfatti, ho colto quello di una compagna che a suo tempo aderì ad un movimento politico di cui in passato fui perfino dirigente - che dio mi perdoni - e dal quale sono fuggito non appena ho capito dove ero capitato.   Eccola la sentenza, notevole nella sua olimpica indifferenza per le implicazioni reali della situazione così esaminata (sic!):

Tsipras , traditore della patria, ha avuto una bella lezione . Sicuramente ora la Grecia non starà meglio ma , almeno, i greci, che hanno versato lacrime e sangue, hanno dato a lui e alla Troika la risposta che meritavano.


Che bella cosa sarebbe se tutto fosse così geometricamente nitido e meccanicistico come appare in certe lapidarie condanne. 

Tsipras venne lasciato solo a gestire un'arrembante Alba Dorata da una parte, una famelica Troika dall'altra e sul terzo lato di un triangolo maledetto... un bel cazzo di niente, perlomeno nulla che andasse oltre generiche invettive e sbrigative condanne.

Molti richiamano, per sottolineare la presunta infingardaggine dell'ora ex premier greco, la figura di 
Varoufakis, il quale non se la sentì di fare il lavoro sporco che si apprestava a svolgere Tsipras e che poté permettersi di sfilarsi dalla pesante responsabilità di decidere del futuro della Grecia e del suo popolo perché era solo un comprimario la cui presenza, pur importante, non era fondamentale, tanto è vero che se ne andò senza causare altro che una leggera increspatura, persa in mezzo ai marosi di una scena agitata.

L'elegante Yanis se ne andò per non collaborare ad un ricatto sostanzialmente, pragmaticamente e funzionalmente inaggirabile, date le condizioni di effettivo e blindatissimo isolamento della Grecia, abbandonata da tutti, a cominciare dalla sinistra europea in tutte le sue pittoresche gradazioni di
rossitudine.
Anni dopo, sfoderando un pragmatismo di cui prima non vi era stata alcuna traccia, invitava a votare Macron, nientemeno.



L'unica cosa, nelle condizioni date, che avrebbe potuto fare Tsipras per sottrarsi al ricatto teutonico, sarebbe stata di aderire alla proposta di Putin di trasferire la Grecia nell'orbita Russa, grazie all'assegno che Zar Vladimir era, forse, pronto a staccare. 

In pratica si trattava di passare da una sudditanza all'altra, ma mettendosi al centro di un conflitto politico e geostrategico del quale ne avrebbero fatte le spese, ancora una volta, i greci.

Alla fine Tsipras fece la sua scelta, il lavoro sporco di cui sopra, e lo fece sapendo benissimo ciò cui andava incontro, tra cui, ma molto in fondo al novero delle priorità, la sbrigativa condanna di compagni che hanno le idee chiare su tutto, tranne che sul campo delle effettive potenzialità e opzioni delle situazioni reali, ovvero della dimensione dialettica della realtà.

Oggi la Grecia, che nel frattempo non è divenuta una dittatura nazionalsocialista ed ha affrontato il disastro pagando un prezzo salatissimo, emergendone con alcuni risicati e insufficienti miglioramenti, riconsegna il governo agli stessi borsari neri che hanno creato il disastro e che hanno sulle mani, loro e non Tsipras, il sangue e le sofferenze di un popolo intero.

Varoufakis, il nobile non collaborante, ha il pedigree intonso.. e gira inutilmente nei consessi internazionali a proporre una creatura, DiEM25, viva per un pelo e solo grazie ad un accanimento terapeutico privo di reali conseguenze.

Tsipras ha gestito quello che poteva come poteva, ed ora paga, ed è giusto che sia così. Non esistevano reali alternative al suo governo, perlomeno che non sbandassero seccamente alla destra estrema

L'incendio è domato, ma il fuoco cova ancora sotto alla cenere e la casa è un disastro. Mi viene in mente quel capitolo de I Fantastici Viaggi di Gulliver nel quale il protagonista spegne l'incendio del palazzo dell'imperatrice lillipuziana pisciandoci sopra. Tutti sono soddisfatti dello scampato pericolo... ma Gulliver diventa immediatamente persona non grata.   


Il popolo è sovrano e si è espresso. Questa è la democrazia e noi dobbiamo solo prenderne atto, insieme al fatto che la persona umana è normalmente di corta memoria e poco avvezza al pensiero complesso.

Comunque la Grecia si avvia a peggiorare nuovamente e alla svelta e, checché ne dica la malignamente soddisfatta lapidatrice del tragico Tsipras, la Troika non ha avuto la risposta che meritava, ma esattamente quella che desiderava.

lunedì 29 aprile 2019

Sono un uomo fortunato.

Sono un uomo fortunato. In 65 anni di vita non ho mai sofferto i morsi della fame. Da piccolo la mia famiglia non nuotava nell’abbondanza. Mio padre era commesso di banca e in famiglia eravamo in sei, compresi i miei nonni paterni, che partecipavano al bilancio familiare con una striminzitissima pensione.

Mia madre contribuiva facendo le asole ai vestiti per conto dei sarti del quartiere. A nove anni, essendo incaricato degli acquisti presso la merciaia di via Caposile, avevo già una vasta conoscenza dei filati vari, virgolina, filofort e cotone da imbastire. I miei vestiti erano tutti acquistati ai Magazzini All’Onestà, una catena che offriva prodotti di qualità non eccelsa, ma a prezzi molto convenienti, o passati da cugini più grandi.

Il televisore fece il suo ingresso trionfale in casa con comodo, quando frequentavo la terza media e mio padre venne promosso impiegato di II classe, con conseguente aumento della capacità di spesa. Il magico elettrodomestico, un modello americano che somigliava molto ad un monitor da laboratorio, precedette di poco il frigorifero, messo in un angolo del tinello, dato che il cucinotto era troppo piccolo per accoglierlo.
Prima c’era solo una ghiacciaia che veniva tenuta sul balcone, per la quale venivo mandato in strada a comprare cinc ghei de giass, ovvero 5 soldi (lire) di ghiaccio, quando passava il venditore che arrancava sul suo triciclo a pedali, con le stecche di ghiaccio sotto ad un vecchio telo di iuta.

La macchina venne ancora dopo, e si trattava di una vecchia Ford Consul, con già cinque passaggi di proprietà sulle spalle, una certa tendenza a consumare olio e, ricordo, i tergicristalli ad azionamento pneumatico che, talvolta, non si spegnevano più dopo che la pioggia era cessata.
Un'altra fastidiosa irregolarità stava nella sua abitudine a bloccarsi nella terza marcia (non esisteva una quarta) per qualche imperfezione nei leveraggi del cambio, cosa che obbligava ad una sosta presso un meccanico dotato di ponte elevatore per lo sblocco manuale. I giocattoli si vedevano solo una volta l'anno, in occasione della Befana del Banco di Sicilia, ma erano belli, numerosi e appagavano me e mia sorella per i successivi dodici mesi. Ma non ho mai sofferto la fame, e neanche il freddo, dato che i miei vestiti erano senza pretese, o magari riadattati, però sufficientemente caldi.
Alcuni miei compagni di classe, il Calvairate era un quartiere popolare ed operaio, non erano altrettanto fortunati. Il mio più caro amico d'infanzia ha mangiato catalogna ogni sera fino alla fine della scuola dell'obbligo. Non ho mai sofferto la fame e neanche avevo la cognizione di essere situato nella parte medio bassa della piramide sociale. Tutti, intorno a me, vivevano in condizioni analoghe alle mie e tutti potevano sperare in qualche tipo di progresso, che arrivava lentamente, ma con una certa sicurezza. Assolti i miei obblighi di leva non faticai a trovare impiego, a quei tempi qui al nord la disoccupazione non era un problema, anche se non sempre lo stipendio era soddisfacente. Ho svolto diversi lavori, alcuni molto faticosi e poi sono approdato nella stessa banca ove aveva lavorato mio padre, con la prospettiva di rimanere ancorato ad incarichi strettamente operativi e ben lontano da quelli che costituivano il settore più qualificato ed aristocratico, ostacolato da un titolo di studio - perito meccanico - che con il settore bancario non aveva nulla a che fare. Le cose poi non andarono esattamente così, perché grazie alla rivoluzione informatica divenni in breve l'omino dei computer, incarico che mi diede molta autonomia e grandi soddisfazioni e poi, una volta che quel settore venne conferito ad aziende esterne, già quasi cinquantenne, mi applicai con una certa difficoltà ad una riconversione professionale che venne coronata, alla fine, dalla qualifica di Gestore Imprese nel settore Corporate. La mia condizione di impiegato bancario, date le caratteristiche economiche del contratto di lavoro del tempo, mi diedero l'accesso ad una tranquillità economica che, date le mie condizioni di partenza, ritenevo poco meno che sibaritiche, e di cui oggi i miei colleghi non hanno più alcuna nozione, dato che i livelli stipendiali e le condizioni generali del settore si sono nel frattempo molto deteriorate.

Ho dunque vissuto in ristrettezze, ma senza rinunce dolorose, e poi ho compiuto una traiettoria che mi ha reso un uomo tranquillo fino quasi verso la fine, quando è divenuto evidente che le vacche sarebbero diventate magre piuttosto alla svelta e che la mia vecchiaia avrebbe potuto diventare più faticosa di quanto avevo preventivato. Soprattutto non mi rassegno all'idea che mia figlia, al contrario di quanto avvenne nel mio caso, vivrà una vita più faticosa ed incerta della mia. Oggi manca un'ingrediente fondamentale, che invece era profondamente intessuto nelle condizioni della mia infanzia, della mia adolescenza e in generale di quasi tutta la mia vita, fino a prima del tonfo finanziario del 2008.

Si tratta di un ingrediente che rendeva le condizioni di vita sopportabili anche se, in un dato momento, piuttosto faticose, ed era la fiducia che, applicandosi con una certa costanza, il miglioramento fosse un fattore praticamente inevitabile. Oggi è quasi impossibile congegnare un progetto di vita, mancano le basi per poterlo fare. Si vive alla giornata, passando da un lavoretto ad un altro, inframmezzati da tormentose inoperosità mitigate da redditi genitoriali che, prima o poi, verranno a mancare.

sabato 6 aprile 2019

Tutti abbiamo dentro un omino piccolo e miserabile.

Farò coming out dichiarando che nutro una grande diffidenza verso gli appartenenti all'etnia rom.
Ho questo sentimento per due ragioni, una antropologica e l'altra esperienziale.
La prima discende dal fatto che sono stato addestrato a diffidare degli zingari fin dalla più tenera età con le stesse modalità con le quali sono stato avviato a ritenere gli omosessuali degli scherzi di natura intrinsecamente amorali, le donne esseri inferiori e l'uomo nero un pericolo a prescindere e unico soggetto in grado di contendere allo zingaro il ruolo di babau. L'unica cosa che mi è stata risparmiata è stata l'esposizione all'antisemitismo, perché del tutto assente nella mia famiglia e negli ambienti che frequentavo

Quell'addestramento precoce è un sistema ultrasperimentato e molto efficace grazie al quale considerazioni di ogni tipo, soprattutto quelle arbitrarie e ideologicamente autoreferenziali, vengono inculcate nel soggetto fin dalla più tenera età, senza alcun elemento dialettico e al solo scopo di poterle poi contrabbandare come naturali e istintive, giuste insomma, e talmente autoevidenti da non giustificare alcun ripensamento.

La seconda ragione discende da alcuni pessimi incontri ravvicinati con alcuni esponenti dell'etnia rom, che sembravano ritenermi una sorta di bancomat bipede di cui disporre liberamente, in quanto gagè (non rom).
Nel corso della mia ormai piuttosto lunga esistenza, sono stato il bersaglio delle attenzioni indesiderate e malavitose di ogni tipo di persona, di ogni estrazione sociale e provenienza etnica, ma non tutti sono inclusi a priori nella categoria dei reprobi a prescindere come gli zingari, che infatti occupano una nicchia ecologica specifica nei miei timori presuntamente atavici. Sono stato però cresciuto anche venendo messo a contatto con valori elevati, quali la solidarietà, la tolleranza, l'egualitarismo, tutte cose che hanno costituito l'orizzonte etico della mia vita pur con tutte le contraddizioni e la fatica che discendono dalla natura umana, e ho fatto sempre un consapevole sforzo per non cedere alle lusinghe della via più comoda, attenendomi rigorosamente e al meglio delle mie limitate capacità al dettato che quei principi comportavano. Naturalmente quello sforzo consapevole mi ha messo in un bell'impiccio quando ho dovuto fare i conti con i condizionamenti di cui sopra, e non sempre i risultati mi hanno dato la soddisfazione cui aspiravo. Non considero più, e da molto tempo, le donne degli esseri inferiori, anche se come tutti ho a che fare con i cascami di un assetto antropologico e perfino linguistico che complotta per mantenerle, oggi più che mai, in miserabile abiezione. Neanche ho timore dell'uomo nero, dato che sono acutamente consapevole, da nipote di immigrati, che ancora oggi in molti posti sono considerato una specie di negro inaffidabile, in quanto italiano, e se trovo la cosa ridicola non posso certo macchiarmi degli errori che sono così pronto a rimproverare ad altri. Con maggiore fatica ho recuperato un atteggiamento neutro nei confronti degli omosessuali, perché il tema ha fruito di particolare attenzione da parte della Chiesa, che sull'argomento si è accanita in modo particolare e con complicanze dovute alla criminalizzazione di tutto ciò che può avere qualche attinenza, diretta o indiretta, o anche solo larvale o potenziale, con la sfera sessuale. Non ho, intellettualmente, alcuna preclusione verso l'omosessualità, ma le sue manifestazioni in pubblico mi causano tuttora disagio, segno che l'imprinting fu efficace e perfidamente tale. Dove però ho conseguito il risultato più insoddisfacente in assoluto è stato nel recuperare un pregiudizio nei confronti del popolo rom, e la cosa mi disturba profondamente, anche perché le ragioni per le quali sono risultato resistente agli altri condizionamenti dovrebbero essere valide anche in questo caso, ma non è proprio così. In questi giorni la cronaca riporta della sollevazione popolare, accuratamente coltivata dai fascisti del XXI secolo di CasaPound, e i fatti mi hanno dato da pensare. Gli abitanti di un quartiere difficile di una Roma problematica e trascurata sono stati, in tutta evidenza, esposti alle medesime manipolazioni mentali di cui mi lamento a mia volta, ma hanno dato una risposta, all'iniziativa contro la quale si sono ribellati, cui io mi sarei opposto con tutte le mie forze, pur in preda a intimi tormenti.

Perché invece loro hanno avallato una smaccata manipolazione politica in quel modo? Perché si sono scagliati con la bava alla bocca contro dei disgraziati che sono solo marginalmente più disgraziati di loro stessi? Perché quegli indici stesi, nell'universale gesto di spregio aggressivo, quel pane calpestato, quegli occhi sbarrati, quelle urla, quell'astio così totale, tanto da sconfinare nel liberatorio? Io credo sia perché in questo paese vaste parti della popolazione sono rimaste senza alcuna rappresentanza, con bisogni e aspettative inaccudite ed un costante peggioramento dei propri parametri, in balia di una precarietà tormentosa che fa apparire il futuro buio e senza prospettive, immolati sull'altare delle esigenze di chi dispone delle loro esistenze liberamente e per il proprio tornaconto. Persone di cui ci si ricorda solo quando si ha bisogno di una muta di cani da aizzare, col doppio risultato di sistemare un punto programmatico politico, ma veicolando su terzi un risentimento che ha bisogno di sfogarsi senza produrre il mutamento che le salverebbe. Un tempo esisteva qualcosa che organizzava gli ultimi, rivendicava la loro dignità e costruiva con loro e per loro una prospettiva, ma ora quel qualcosa non c'è più, anzi ha tradito passando nelle fila del nemico di classe. Sono rimasti solo i soliti tribuni della plebe, che dicono quello che serve, quando serve, a gente che è sotto ricatto. Lo so, non è la mia un'analisi particolarmente innovativa, anzi, del resto siamo di fronte ad uno schema classico, esaminato in dettaglio da intelletti molto più affilati del mio e già molto tempo fa. Il fatto è che siamo come criceti nella ruota e il giro ci sta riportando nei pressi della cupezza metropolitana della prima rivoluzione industriale. Vasti eserciti di braccia astutamente tenute inoperose per spuntare salari indecorosi in condizioni sanguinosamente inadeguate. Dentro ognuno di noi dorme un ometto piccolo e miserabile, che emerge quando siamo prostrati e privi di prospettive, come certe schifose malattie della pelle. Io quell'ometto ce l'ho dentro, ne sono consapevole e provo vergogna. Lo contrasto in ogni modo possibile, e seppure con esiti ondivaghi e mai definitivi, riesco a contenerlo abbastanza da non macchiarmi di comportamenti che non saprei perdonarmi, ma forse ciò mi riesce perché non sono ancora abbastanza disperato. Forse a Torre Maura troppi hanno valicato un confine di cui io, fortunatamente, non vedo ancora i segni. Poi ci sono quelli che i rom li odiano per pura e semplice ideologia, insieme a negri, giudei, zecche rosse, buonisti ed altri subumani, e che li odiano anche se non hanno alcuna difficoltà a sbarcare il lunario e, anzi, spesso se la cavano più che egregiamente. Ecco, questi ultimi quell'ometto non ce l'hanno DENTRO, quelli SONO l'ometto, e dentro non hanno nulla, solo un odio ancestrale e una presunzione di superiorità del tutto immotivata. Loro non hanno incertezze. Io, a questo punto, mi tengo care le mie contraddizioni.

giovedì 14 marzo 2019

Qui una volta erano tutti prati.

Oggi ho visto un Duomo affascinantecome intagliato nell'avorio, sormontato da un limpido e glorioso cielo azzurro, ed i ricordi mi si sono affollati nella mente, anche se focalizzati un po' fuori del centro della mia città natale.

Sono infatti cresciuto in un quartiere popolare, Calvairate, di una Milano che non esiste più.       
Nel settore meridionale della zona che costituiva il mio mondo infantile, compreso tra la stazione di Porta Vittoria delle FS ed i dintorni per me allora misteriosi di Piazzale Cuoco, esisteva, ed esiste ancora, un vasto comprensorio sviluppato su una decina di isolati, disposti in approssimativo quadrato,  di case popolari di varie dimensioni e qualità.

Erano case IACP ed ALER, nelle quali abitavano i facchini del vicino Ortomercato, quando ancora questo occupava il sedime che ora ospita il Parco Vittoria e la Palazzina Liberty, e gli operai, funzionari, impiegati e conducenti dell'ATM della rimessa di Viale Molise.

Fino al 1967/68 esistette anche una striscia, lunga e stretta, in Via Laura Ciceri Visconti, di cosiddette case minime, abitate da un microcosmo di marginalità, famiglie costituite da dropout da manuale, con redditi incerti e insufficienti, e madri di famiglia già tali molto prima dei quindici anni.


Quegli abitanti, turbolenti ed emarginati, vennero poi sloggiati, con intervento delle forze dell'ordine e molte tragedie personali, per far posto alla mitica Biblioteca Comunale Calvairate, un luogo di aggregazione che molto fece per rivitalizzare il quartiere, e che oggi è in procinto di essere chiusa.


Al centro esatto di quel piccolo mondo prevalentemente operaio stava, in Via Tommei, una attivissima sezione del PCI, nei cui locali ora ha sede una sezione ANPI
Il vecchio Ortomercato era un mondo a sé, congestionato e  con spazi ristretti.   Molti anni dopo, già adulto e padre di famiglia, ritrovai la stessa atmosfera di quella minuscola cittadella quando visitai le medine delle vecchie capitali imperiali marocchine.

Il mio isolato, costituito da case a riscatto costruite sotto il patrocinio della Montecatini e del Banco di Sicilia, costituiva una sorta di saggio autonomo del microcosmo sociale del quartiere, con gli impiegati e funzionari più o meno equamente distribuiti tra i civici di Piazzale Martini e Via Cervignano, e i peones - commessi, ausiliari, autisti e guardie giurate - concentrati in Via Vertoiba e Via Monte Ortigara.

Non era una suddivisione granitica, dato che vi erano diverse inclusioni nei e dei due mondi, però grosso modo avevamo il nostro piccolo downtown ed il nostro slum.
Mio padre era un commesso del Banco di Sicilia, quindi il "nostro posto" era il civico 22 di Via Monte Ortigara.

Sono cresciuto osservando estasiato i poderosi treni merci del contiguo scalo FS di Porta Vittoria, ora raso al suolo, e da piccolo giocavo sui carretti della frutta, che venivano parcheggiati in un apposito spazio, rasente al muro dello scalo merci.
Si trattava di carri di legno, con ampie ruote cerchiate di ferro, risalenti ai tempi della trazione animale, e alla bisogna divenivano magnifici spalti di immaginari manieri medioevali.

Quando l'Ortomercato venne smantellato, per venire trasferito nella sua sede attuale, quello spazio di deposito divenne il parcheggio per le autovetture, divenute nel frattempo numerosissime, dei residenti delle immediate vicinanze, ed anche il luogo ove, in improvvisate alcove ruotate, si intrattenevano nottetempo i gaudenti fruitori di veloci amori mercenari, di cui la mattina dopo trovavamo le tracce.
Seppi infatti cosa fosse un preservativo usato ancor prima di uscire dalla latenza sessuale infantile.

Comunque il nostro condominio, tranne per un funzionario del Banco di Sicilia, una persona di gentilezza rara con la quale poi, da adulto, mi ritrovai a lavorare, era abitato da lavoratori di basso livello, casalinghe con qualche piccola occupazione occasionale, come mia madre, occhiellaia, e relativa prole.

Il primo acerbo seno che tastai, senza sapere bene come procedere, al contrario di lei ora che ci penso, fu di una bella giovinetta della mia scala, figlia di un operaio ed il padre del mio più caro amico d'infanzia, Nicolino, era una guardia giurata della Montecatini che non vedevo mai, perché costantemente in servizio nelle ore notturne, e dunque dormiente in quelle diurne. 

Nicolino, un bimbo molto competitivo fin dalla più tenera età, fu un primo della classe naturale fino all'università quando, evidentemente stanco di perseguire scopi eteroindotti, cedette in un colpo solo, abbandonando tutto per poi passare alcuni anni randagi, seguiti da un destino di impiegato postelegrafonico.

Comunque ai tempi era uno scolaro modello, e anche se non ho mai capito cosa ci unisse così fraternamente, dato che sono sempre stato uno studente da classifica medio bassa, eravamo inseparabili, forse perché non mi dava alcun fastidio la sua superiorità scolastica, conseguita per pura tigna e in un ambiente che premiava il nozionismo.
Fu l'unico della nostra ghenga ad andare al liceo classico, e non uno qualunque, il Berchet nientemeno.

Una volta sola, prima che le nostre strade si dividessero, ebbi con lui uno screzio, anche se prontamente risolto.
Avvenne per una sciocchezza, una frasetta da nulla  pronunciata da sua sorella Anna, una bella ragazza dagli occhi di smeraldo della quale ero segretamente e inutilmente innamorato (era più grande di me, di cinque anni se non ricordo male, una voragine) alla quale non venne consentito di andare oltre le magistrali, pur essendo molto più intelligente del fratello.

Eravamo a tavola, al momento della frutta, ed Anna disse, dopo aver gustato una fragrante pesca:
"Certo che le pesche bianche, quando sono buone, sono veramente buone".

Una tipica tautologia meneghina, un pochetto goffa, che non meritava che qualche cenno di approvazione, come quando ci si pronuncia sulle mezze stagioni, ormai scomparse, come sanno tutti.

Nicola invece prese di aceto, forse per la sua qualità di fortunato liceale classico, e sferzò l'esterrefatta sorella con una dose monumentale di disprezzo per la goffaggine linguistica e logica della sentenza.

Non so se fu il segreto trasporto per la dolce Anna che mi fece intervenire, però gli risposi che se il Manzoni poteva permettersi di dire "Il cielo di Lombardia, che è così bello quando è bello", lui poteva anche farsi una doccia gelata e calmarsi.

Al momento non la prese per niente bene, ma poi ci riappacificammo.


lunedì 11 marzo 2019

Governare vuol dire non dover mai dire mi dispiace?


Oggi prendiamo atto della non soluzione della TAV in Val di Susa, buttata in là per scavallare le elezioni europee facendo finta che il contratto di governo non sia una carogna putrefatta, e che gli ipodotati al governo siano dei miracolati, del tutto impermeabili alla responsabilità politica di scelte che si guardano bene dal prendere.

La cosa è del tutto evidente, al punto che è necessario dare in pasto all'opinione pubblica qualcosa in grado di distogliere l'attenzione.
Ci hanno provato con i mal di fegato trumpiani sulla formalizzazione di una via della seta cinese suscettibile di sottrarci all'imperio statunitense, ma non ha funzionato molto bene.

Ecco dunque che ci riprovano con un evergreen, il costoso F35, ma sottolineando i malumori atlantici, per i possibili ripensamenti circa il numero di esemplari ancora da acquisire ed il mancato pagamento di parte di quelli già in servizio.

Il tentativo pare essere quello di dimostrare che, si, è vero, sulla TAV vi abbiamo preso per il culo, sulla TAP abbiamo calato le braghe senza discutere, con le retribuzioni dei parlamentari abbiamo franato di brutto, però con i costosi cacciabombardieri forse riusciremo a tener duro, anche se alla maniera degli antieroi cialtroni e caciaroni pennellati da Sordi nei suoi film.

D'altra parte non meno rumorosi saranno i detrattori che si getteranno sulla cosa per sottolineare la ormai acclarata inaffidabilità dei frastornati seguaci della chiesa grilliana.

La cosa non mi appassiona.  Si tratta di manovrine goffe affidate alle prime pagine dei giornali per celare il fatto che i nostri indecenti governanti non hanno le qualità morali per sostenere i ruoli che indegnamente ricoprono, però mi offrono la possibilità di mettere nero su bianco alcune considerazioni, alle quali tengo molto, circa una delle più scomode e neglette funzioni principali dello Stato, ovvero quella della Difesa.

Sarò prolisso, forzatamente non esaustivo, e meno organico di quanto mi piacerebbe, dato che l'argomento è molto vasto ed articolato e per scrivere questo pezzo ho anche cucito insieme un po' di miei interventi sparsi, con qualche problema di fluidità.

Iniziamo dicendo che quando parlo di spese militari parto da un presupposto dal quale fare discendere tutto quanto.

Io non sono un pacifista, il che non significa che amo la guerra, anzi, ma solo che ritengo la posizione unilateralmente pacifista altamente morale, però anche disastrosamente autolesionista, dato che avere a che fare con manifestazioni di aggressività a tuo danno significa anche, e necessariamente, che chi ti aggredisce è un disperato o uno psicopatico, che questo sia una persona fisica, un gruppo politico o una nazione. 

Ne consegue dunque che il diritto naturale all'autodifesa e conservazione dell'individuo vada estesa alla comunità nazionale, costituendo una responsabilità ineludibile, che rimane tale anche se la minaccia è solo potenziale o ipotizzabile.

Detto questo, mi sembra chiaro che considero la funzione difesa di una nazione necessaria e imprescindibile, tanto quanto tutte le altre: sicurezza, che con la difesa è strettamente imparentata, istruzione, sanità e via elencando. 

Tra tutte queste funzioni può esistere una gerarchia, in parte contingente e in parte naturale, ma questo non diminuisce la necessità di presidiarle tutte al meglio e compatibilmente con le risorse disponibili.

Una ulteriore considerazione generale discende dal fatto che è responsabilità della politica gestire le diverse funzioni prima di tutto in stretta aderenza al dettato costituzionale, poi alle leggi vigenti ed alle circostanze ed esigenze specifiche di un dato momento, mantenendo gli obblighi e le necessità all'interno di una sintesi assai articolata e di non sempre facile definizione, che per noi, quando si parla di difesa, deve, o dovrebbe, rispondere primariamente al dettato dell'articolo 11 della nostra Costituzione:

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”


Quando sui social si parla di argomenti militari molto raramente trovo posizioni che si conformino ai miei principi guida, dato che in genere si oscilla tra un militarismo fine a se stesso, invariabilmente collegato a posizioni politiche di estrema destra, ciniche considerazioni di natura economica, ascrivibili al liberismo da pecunia non olet, e pregiudiziale avversione per tutto ciò che ha le stellette, da parte di una estrema sinistra alla quale armi, eserciti e formazioni armate piacciono solo quando sono popolari o si oppongono agli USA, nel qual caso le portano in palma di mano.

Detto questo, e andando sulla specificità dello strumento militare, io credo che la funzione difesa vada prima pensata in termini politici, economici, di opportunità, dottrinali e anche - e soprattutto - tenendo conto che abbiamo precisi limiti costituzionali che ne devono informare scopi e operatività.
Poi va costruita un'ipotesi di lavoro che sposi gli scopi così individuati con le disponibilità economiche, prevedendo inoltre un grado di flessibilità che ti consenta di affrontare i problemi congiunturali che, inevitabilmente, emergono quando si parla di processi e progetti pluriennali.

Credo che la dimensione tendenzialmente più adeguata dello strumento militare andrebbe pensata in termini quantomeno europei, ma nel frattempo bisogna pur pensare agli assetti intermedi, e magari anche a parare il fallimento, sempre più probabile, della costruzione di un'Europa politicamente unita.

La qualità ed il livello del contenuto tecnologico richiesto vanno individuati inoltre non solo quale risposta al corrispondente contenuto dell'avversario potenziale, dato che questo comunque può risultare foraggiato da qualche tuo antagonista che decide di contrastarti per interposta fazione. 

I paesi arabi che combatterono contro Israele, per esempio, privi del necessario know how, vennero inondati di sistemi d'arma sovietici, così come gli USA armarono con il meglio della loro produzione Israele, appunto, e molti altri loro alleati e galoppini.

Un adeguato contenuto tecnologico, inoltre, permetterebbe di mantenere le forze armate a dimensioni ottimali. Diversamente bisognerebbe rassegnarsi a una consistenza inadeguata - quindi inutile - o, al contrario, molto consistente, immobilizzando così risorse umane e materiali che verrebbero sottratte ad altri settori.

Questo in teoria, dato che mi sembra invece che, a partire dall'intervento in Kossovo a scendere, noi si sia diventati una sorta di esercito di complemento al servizio degli interessi USA.   

Questa considerazione però non dovrebbe incidere sul dibattito più generale su dimensioni, finalità e manutenzione del nostro strumento militare, ma solo sul suo impiego, che dovrebbe essere ricondotto alle sue funzioni costituzionali. mantenendo la migliore efficacia possibile al costo più conveniente.

Quando però vedo scoppiare i vari flame sui social mi rendo conto che troppi, quando discutono di problemi militari, non si prendono la briga di informarsi sugli aspetti tecnici delle problematiche connesse, così da evitare considerazioni qualche volta ridicole.

Ho sentito dire da qualcuno che non abbiamo bisogno di comprare gli F35 perché abbiamo già i Tornado, e mi chiedo quanti si rendano conto che quell'ottimo aereo ha effettuato il primo volo nel 1974 e vorrei chiedere a questi detrattori se la loro autovettura personale può vantare la stessa anzianità di servizio.

Concionare di come realizzare risparmi o ottimizzazioni senza avere la minima cognizione degli aspetti tecnici connessi a sistemi d'arma complessi e senza comprendere che, per esempio, gestire una flotta di caccia è un pochino più complesso che amministrare la propria autovettura personale, è ridicolo e incosciente.

Solo per amor di precisione e perché non amo le sottovalutazioni interessate: gli F35 non sono sfortunatissimi e pieni di difetti. Sono solo macchine assai complicate, con sistemi e tecnologie estremamente innovativi, il cui sviluppo può durare anche decenni, come è capitato anche ad altri aerei che li hanno preceduti. Non sono più infatti i tempi dello Spitfire della II Guerra Mondiale, che non aveva niente di più complicato del motore Merlin che lo equipaggiava.

Per portare il Tornado a maturazione, quello che ora ha 45 anni di servizio sulle spalle e cellule così sfibrate da poter volare solo con pesanti limitazioni, ci sono voluti 9 anni solo per arrivare al primo volo, nel '74, e ricordo che a ogni minimo intoppo nel processo di sviluppo, immancabile nella tecnologia allora innovativa dell'ala variabile, si sragionava sulla trappola volante.

Ci possiamo permettere gli F35, soprattutto nel numero di esemplari a suo tempo statuito? Non credo proprio, ma questo non toglie che la nostra linea cacciabombardieri si basi su Tornado, aerei fantastici, ma già ultraquarantenni, e AMX-Ghibli, un aeromobile, a sua volta ultratrentenne, volutamente mantenuto a basso livello tecnologico quale alternativa spendibile al Tornado, laddove la qualifica di spendibile si riferisce anche al pilota che lo conduce.

No, il problema degli F35 non è che siano dei fallimenti, perché non lo sono. Il problema è che sono assurdamente costosi e noi, semplicemente, non ce li possiamo permettere, e il fatto che siano così dispendiosi, ai miei occhi perlomeno, è ancora più inaccettabile di qualsiasi loro problema di progettazione, perché un difetto lo si sistema, ma il costo di una macchina avanzatissima è e rimane alto, anzi non può che aumentare, dato che le economie di scala verrebbero azzerate dalle implementazioni che seguiranno, nello sforzo di spremere fino all'ultima goccia prestazionale da un progetto impegnativo.

Dunque se l'esigenza è quella di rinnovare la linea cacciabombardieri, anche per non spendere altri soldi in una forza armata che non può svolgere i propri compiti, buttandoli dunque via, sarà il caso di abbassare di molto standard e pretese.

D'altra parte mantenere in servizio pezzi da museo, e con gravi limitazioni, come fu col mio coetaneo e mitico F104, è non solo inutile e pericoloso, è anche un modo dissennato e criminale per buttare a palate soldi fuori dalla finestra. 

Se ci si fermasse a pensare anche solo per un attimo al problema nella sua globalità, e non solo agli aspetti che interessano a ciascun interlocutore, il dibattito ne trarrebbe grande giovamento.


Il problema però non è solo QUANTO COSTA, o solo COSA DOBBIAMO FARE, il problema è che dobbiamo porci ambedue le domande e bilanciarle per ottenere la risposta più equilibrata, che fatalmente dovrà fare i conti con i nostri limiti non meno che con le nostre esigenze.

E qui ritorna il problemino del dettato costituzionale, che ci impegna a mantenere una politica strettamente difensiva. Possiamo anche ragionare su quanto un'azione preventiva di proiezione della potenza possa, o meno, passare per difesa, e non piuttosto come aggressione, ma difficilmente i nostri interventi in Afghanistan, Irak e Serbia/Kossovo sono contrabbandabili per difesa preventiva.

Gli impegni NATO, derivanti da un quadro geopolitico sorpassato dagli eventi, prevedono obblighi di collaborazione comune alla difesa globale degli aderenti al trattato, e solo in caso di aggressione. Il concorso alla modulazione e caratteristiche dello strumento militare passa dunque dal concetto di aliquota nazionale dello sforzo comune.

Eppoi bisognerà pur dire che il XXI Secolo, come la parte finale del XX del resto, ha visto il prevalere, ormai consolidato, del cosiddetto conflitto asimmetrico
Non essendo più verosimili grandi scontri tra contendenti con livelli tecnologici alti e tra loro comparabili, con vaste formazioni meccanizzate che si scontrano sul varco di Fulda o sulla soglia di Gorizia, con tutto il contorno di armi sofisticate che ciò comporta, le necessità dello strumento militare dovranno pur essere ridimensionate a coerenza.

Potremmo dovercela vedere con una Russia rinata e revanscista? Potrebbe accadere, ma non credo si possa pensare seriamente che, anche azzerando il nostro già comatoso stato sociale per sostenere un elefantiaco strumento militare, noi potremmo indurre in Putin qualche preoccupazione.

Certo, c'è l'
ISIS, che però basa gran parte della sua strategia sugli aspetti propagandistici e terroristici.
Le armate del califfato possono anche venire in possesso di armamenti sofisticati, ma come qualsiasi pianificatore militare può confermare, avere l'arma non significa sapere come usarla traendone il massimo vantaggio. 
La Libia di Gheddafi spese una montagna di soldi per sommergibili che rimasero in porto, uno dei quali, se non sbaglio, affondò quietamente mentre era attraccato alla sua banchina.

E' poi sotto gli occhi di tutti che se il dispositivo militare occidentale già ora, potenzialmente, è in grado di punire severamente il califfato, ciò, per tutta una serie di ragioni politiche e strategiche, non avviene con la dovuta solerzia e tempestività.
Il Califfato è stato ridimensionato, ma non ancora azzerato, dato che qualcuno potrebbe, in futuro, averne ancora bisogno per le proprie manovre geopolitiche.
A che serve dunque avere la Rolls Royce dei cacciabombardieri se poi le cancellerie non sanno/vogliono neanche arginare un'armata che va all'attacco su
tecniche armate di mitragliatrici da 13 mm, ovvero su fuoristrada equipaggiati con un'arma ultracinquantenne, ancorché potente?

Con gli armamenti le amministrazioni accorte si dotano degli strumenti con il maggior potenziale di durabilità ed efficacia, ma sempre nei limiti delle possibilità economiche.
Ci si dota del mezzo che farà fruttare al meglio l'investimento, e questo non necessariamente implica l'acquisizione del top di gamma. L'importante è avere uno strumento militare che non comporti dolorose rinunce in altri settori, ma credibile e sostenibile.

Però, alla fine di tutto, rimane il fatto che anche se faremo a meno degli F35 (ma sarà così?), a noi rimane comunque l'esigenza di rinnovare la flotta cacciabombardieri, e rimanendo la materia ostaggio di pregiudizi di ogni tipo, continueremo a sostenere che abbiamo già i Tornado, sempre con lo stesso livello di approfondita conoscenza delle tematiche coinvolte, e la stessa incapacità progettuale strategica, il che può anche andare in un privato cittadino, un po' meno quando si è governanti piacioni e incapaci.