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sabato 26 gennaio 2019

Quando la speculazione avrà fatto del suo peggio, due più due farà ancora quattro. (Samuel Johnson)


In risposta ad un amico e collega che è intervenuto in una discussione, ho scritto un commento che ora vorrei depositare qui, in una forma autonoma.

Io, nella vita, avrei dovuto fare altro che lavorare per 36 anni in una banca. Il mio dequalificatissimo diploma è di maturità tecnica industriale, e avrei dovuto operare nel campo della meccanica.
Invece ho lavorato quale monachello di uno degli ordini minori della grande chiesa del denaro anche se, al suo interno, per circa la metà del tempo, e nella parte centrale della mia carriera, quella che più mi piacque e che mi diede più soddisfazioni (solo personali), mi sono occupato di vari aspetti dell'informatica, delle telecomunicazioni e anche di formazione.

Fui propriamente bancario all'inizio del percorso, da peone di un ufficio posizioni conti correnti, quando mi immersi negli aspetti più operativi e, apparentemente, di basso livello del lavoro bancario.

Dico apparentemente perché, ai tempi e grazie al quasi inesistente supporto di un centro elettronico ancora distante e basato su schede perforate, la tenuta contabile dei conti correnti, la gestione dei quadri valute e dei portafogli effetti, con tutta la complessa attività relativa a pagamenti, ritiri e proroghe, consentiva di avere una solida conoscenza dei meccanismi alla base del lavoro bancario e del funzionamento di fidi, esposizioni contabili, disponibilità e saldi.
Una cosa che poi colleghi più giovani, assunti quando certi processi vennero completamente automatizzati, non riuscirono mai a padroneggiare, perdendoci molto in consapevolezza e capacità di comprendere veramente la natura del lavoro che erano chiamati a svolgere.

Tornai ad essere un vero bancario nella parte finale del percorso, prima quale assistente alla clientela, con lo sgraditissimo compito di proporre investimenti e strumenti finanziari dei quali diffidavo profondamente (infatti ebbi valutazioni pessime), e poi divenendo analista fidi, assistente nel settore corporate e, infine, gestore imprese, con un certa soddisfazione, perlomeno fino a quando, comprati dalla grande banca, fui obbligato a lavorare in modo tale da richiedere io stesso di venir demansionato nuovamente ad assistente, dato che per me il cliente è da servire e non da usare.

Devo forse al fatto di non essere né ragioniere né laureato in economia l'ingenua convinzione iniziale, poi azzerata dall'esperienza, che la borsa valori fosse realmente il posto nel quale investitori e imprenditori si incontravano con reciproco vantaggio, per mettere in comunicazione la disponibilità finanziaria con la produzione di beni e servizi.
In realtà è il posto nel quale gente con molti soldi, o molto appetito e non necessariamente facoltosa, va a scommettere, come in un casinò qualsiasi, ma con la speranza/presunzione/convinzione di farlo con minore aleatorietà.

La sostanza oggettiva della finanza, intesa come disciplina economica che studia i processi e le scelte di investimento e finanziamento, è sempre stata slegata dalla realtà produttiva delle attività umane, traendo da queste, al massimo, i presupposti iniziali, ma divenendo immediatamente autonoma.

La finanza scommette tanto sul successo quanto sul fallimento delle imprese, anzi finisce che i guadagni più grossi ed immediati li consegue su ciò che deraglia più che su quello che costruisce positivamente valore aggiunto.

La fase crepuscolare del capitalismo, quella che stiamo vivendo, caratterizzata da mercati maturi (anzi scaduti), risorse in esaurimento e margini in contrazione non può che stimolare la metastasi finanziaria e incautamente speculativa, anche perché la visione prospettica del capitalista da manuale raramente si spinge oltre la prossima assemblea degli azionisti, e solo per i più lungimiranti quello è l'orizzonte, per tutti gli altri, la gran parte, si arriva alla semestrale, o anche meno.

Cosa gliene cala se tutte le sue ingegnose invenzioni, il suo costante sollevarsi per i lacci delle scarpe, costruiscono il disastro prossimo venturo, se l'effetto cumulativo dei suoi dissennati scherzetti è la più convincente dimostrazione del concetto canonico di entropia?

Nulla! Non gliene cala nulla. Conciona continuamente sull'inesistenza di pasti gratis e poi si infila in tasca fette di roastbeef dal vassoio del ristorante.

Il pensiero liberista ha impiegato molto tempo e risorse per darsi un supporto teorico, ma alla fine si tratta solo di scommettere, e se si riesce farlo in modo sporco tanto di guadagnato.



domenica 8 maggio 2016

La politica è una cosa sporca. Un evergreen costosissimo.

Il generale Aung San, padre della più nota Aung San Suu Ki, diceva sempre che "puoi anche non occuparti di politica, ma la politica certamente si occuperà sempre di te" e questo, con buona pace della narrazione qualunquistica da maggioranza silenziosa stile anni '60, è incontrovertibilmente vero, agli occhi di chi si dà la pena di osservare la realtà.

Un ulteriore pensiero che mi occupa sempre la mente è che la politica e l'economia sono così inestricabilmente collegate che mi chiedo spesso se ha un senso mantenerle concettualmente separate.

Le nostre vite e le nostre prospettive, dopo il disastro economico del 2011, sono drammaticamente cambiate e in peggio, e non pare proprio che si stia lavorando per un recupero, bensì per la stabilizzazione di un impianto neoliberista con fortissime connotazioni classiste; una struttura sociale costituita da un vertice ridottissimo e con grandi capacità economiche, contrapposto ad una vastissima base di "servi della gleba" che vivono all'insegna di precarietà e negazioni di diritti civili, economici ed umani. 
Insomma un impianto sociale di stampo medioevale con caste ristrette ed onnipotenti che dominano un esercito di derelitti, in competizione tra loro per un tozzo di pane amaro e secco.

Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo, ammette che "la lotta di classe esiste e l'abbiamo vinta noi". I cialtroni del PD, rientrando nell'angusto e provinciale ambito nostrano, concionano di cambiamenti di verso, ripresine e modernizzazioni, mentre invece lavorano alacremente, e per conto terzi, all'implementazione di un nuovo evo oscuro, un "anno mille" di irredimibile povertà, ideologica e spietatamente mantenuta.

Continuiamo pure a “non occuparci di politica”, ma poi non addossiamo tutte le colpe ad altri.

Non basta scrivere sui social invettive tipo “dimettetevi, tutti a casa”, perché se poi alle urne non ci andate, quelli, invece di dimettersi, vengono confermati.

L’offerta politica è insoddisfacente? Certo, è così, anche perché quando i partiti fanno porcate ci limitiamo a ululare alla luna, quando siamo in coda alle Poste, o ci facciamo tagliare i capelli dal barbiere, ma non ci viene in mente di scrivere e manifestare il nostro sdegno.

Quei politici possono andare e venire dai loro luoghi, partito, parlamento e consigli locali senza che nessuno li metta a confronto con l’insoddisfazione di cui sono causa. E’ tornata l’ora di riservare loro qualche nutrito lancio di monetine, come accadde a quell’altro noto e carismatico politico, poi fuggito all’estero.

Tolse il disturbo, ma noi riprendemmo a non interessarci di politica, ed eccoci qui.


mercoledì 25 gennaio 2012

La misura è colma


Un vecchio proverbio, tedesco mi pare, dice grosso modo che “chi guarda gli alberi non vede la foresta”; profondo e contemporaneamente banale, come tutti i proverbi.
Sta di fatto che, distratti dai lanci giornalistici e coinvolti nelle aspre dispute che infiammano il dibattito politico, rischiamo di perdere la visione d'insieme e di non capire che sta svolgendosi il tipico teatrino mistificante dei soliti, e noti, “furbetti”.

A posteriori, non appena il tempo avrà aggiunto un po' di distanza, si vedrà più chiaramente di quanto non appaia ora chi, nel nostro sciagurato paese, è animato dal senso civico e del dovere.
Si prenderà atto di chi pur protestando accetta, ancora una volta, di rinunciare a sacrosanti diritti - pagati nel corso di una vita con rinunce, lotte e sudati guadagni - in nome dell'emergenza di cui, peraltro, non porta neanche la principale responsabilità.

Altrettanto nitidamente spiccherà chi, già tradizionalmente abbarbicato a privilegi irragionevoli e chiuso nel recinto della propria gilda corporativa, ritiene di poter continuare ad imporre monopoli di fatto, cartelli e protezionismi asfissianti.
Verranno, retrospettivamente, inchiodati alle loro responsabilità coloro che senza adempiere adeguatamente ai propri obblighi fiscali, reclamano servizi per i quali non hanno pagato e che anzi hanno sottratto a chi, più fragile, ne avrebbe avuto maggior diritto.

Tutto ciò sarà chiarissimo, ma è lampante già da ora, se riuscite a superare le ciniche manovre di “distrazione di massa” messe in atto dai renitenti alla cittadinanza responsabile.

Il governo tecnico si è insediato con il compito di trarre il paese dalle secche di una perniciosa decadenza economica e strutturale, un vero e proprio “bacio della morte”.
Non si trattava di elaborare aggiustamenti, pannicelli caldi o manovrine di facciata.
Si trattava di lacrime, sudore e sangue di churcilliana memoria.
I lavoratori dipendenti ed i pensionati (quantitativamente la parte più rilevante della nazione) sono stati precettati immediatamente e con le brusche, per di più.
Certo che hanno protestato, visto il rospo da ingoiare.
Naturale che abbiano fatto presente che avevano già dato, peraltro spesso a fondo perso e senza ricevere vantaggi commisurati.
Chiaro che hanno accettato di fare la propria parte senza ricatti, rivolte e minacce all'ordine pubblico, come sempre.

Adesso è venuto il turno dei petrolieri che, misteriosamente, non riescono a differenziare che di pochi millesimi il prezzo alla pompa tra le varie compagnie, che reagiscono come ghepardi all'aumento del greggio e come bradipi al suo ribasso, che ricattano i gestori e li incatenano alle proprie politiche commerciali.
E' la volta delle ferrovie che abbandonano il traffico pendolare e che disorganizzano subdolamente i collegamenti interregionali, per dichiararli improduttivi, e scodellano sostitutive Frecce Rosse costosissime e parcellizzate in classi esclusive.
Tocca ora alle banche che, come i petrolieri, sono singolarmente allineate nell'offerta commerciale, che pretendono depositi, li remunerano poco e male e non adempiono alla loro funzione principale, l'erogazione del credito.
E' il turno dei notai, imprescindibili, costosi e territorialmente contingentati; professione chiusa per antonomasia.
Tocca alla pletora di professioni e mestieri dediti alla mimesi fiscale ed alle prestazioni, più o meno approssimative, accompagnate dalla rituale formula  di “80 senza e 100 con”.

Tocca a tutti costoro o, meglio, toccherebbe.
I grossi (banche, petrolieri, ferrovie ecc. ecc.) hanno già azionato le loro liaison e da consumati volponi, senza eccessivo clamore, hanno già strappato differimenti e conferimenti ad authority, presenti o future, dove non disperano di poter edulcorare o depotenziare i decreti governativi.
I piccoli (professionisti, farmacisti, autotrasportatori e tassisti e via elencando), chi più chi meno, si sbragano e minacciano di paralizzare il paese. Ma come, non erano i flagellatori dell'eccessivo ricorso allo strumento dello sciopero?
Il problema è che in Italia il pensiero scientifico, con il conseguente rigore, è negletto. E' troppo impegnativo. C'è il rischio di dover essere coerenti.
Il nostro è un paese di avvocaticchi. La verità assoluta non esiste, esiste solo la propria tesi contingente. Così quello che tu fai costituisce una prevaricazione, mentre per me è un sacrosanto diritto, o viceversa. Dipende dall'immediato tornaconto.

Vorrei dire solo una cosa al governo ed ai politici.   Vedete bene di riservare anche a questi incivili mantenuti le stesse brusche maniere che ci avete riservato.    
Questa volta non potrà andare a finire come al solito. Chi ha sempre fatto la propria parte, con scarso vantaggio e nessun riconoscimento, questa volta è prossimo al tracollo e, come tutti quelli che hanno poco da perdere, diviene estremamente reattivo e portato ad incazzarsi parecchio.
Questa volta non abbiamo dato a fondo perso, abbiamo investito le nostre ultime sostanze e vogliamo vedere un adeguato ritorno. 
Avete capito PERDIO?

domenica 22 gennaio 2012

L'evoluzione come antidoto alla decadenza



Riporto, di seguito, il testo della mail che ho oggi inviato al Dott. De Nicola tramite la casella di posta della Adam Smith Society, che lo stesso presiede, e per  conoscenza al Dott. Caldarola utilizzando, in questo caso, la casella di posta de l`Inkiesta, il giornale on line su cui conduce una rubrica.

Egregio Dott. De Nicola,
la informo, innanzi tutto, che questa mia mail verrà riportata anche sul blog al quale affido i miei pensieri. E' un ambito del tutto ininfluente e con pochi frequentatori, ma è pur sempre un ambito pubblico e ritengo giusto che Lei ne sia a conoscenza.
Seguo abitualmente Omnibus, su La7, ed ho, di conseguenza, l'opportunità di ascoltare le Sue enunciazioni riguardo ai temi economici e le Sue valutazioni in merito ai fenomeni che ci investono. 
Pur apprezzando la Sua urbanità, Le confesso che, per storia personale e per personale convincimento, non riesco ad apprezzare le posizioni di cui Lei si fa interprete.
Non sono un economista e la mia conoscenza in materia deriva da disordinate letture e da una non troppo prolungata esperienza come gestore imprese in una grande banca (dove ho svolto una molto più estesa attività in compiti operativi prima e di supporto informatico poi). 
Mi rendo conto, dunque, di abusare della sua pazienza, ma confido nella Sua evidente urbanità per esternarLe un mio pensiero.
Nella puntata odierna di Omnibus ho seguito lo scambio di considerazioni tra di Lei ed il Dott. Caldarola in merito alla fluttuazione percentuale, per così dire, dell'influenza dello stato rispetto a quella del mercato, nel corso degli anni ed all'interno di vari stati.
Il Dott. Caldarola, mi sembra, sosteneva che si è andata maturando nel tempo, e sempre più urgentemente, la considerazione che è più conveniente inglobare, in una concezione organica della conduzione dell'economia e dello sviluppo della società, il contributo sistematico dello stato.
La convenienza, ritengo, risulterebbe dalla maggiore vocazione ed interesse di quest'ultimo ad amministrare prospetticamente lo sviluppo, le scelte strategiche sociali ed il potenziamento delle infrastrutture. 
A mio modesto avviso questa, più che una nuova concezione, è una rivitalizzazione di una visione socialdemocratica di stampo nord europeo che riscuote, per inciso, il mio profondo gradimento.
Il Dott. Caldarola rinforzava le sue argomentazioni riportando gli esempi del Brasile e della Cina Popolare, al che Lei obiettava, coerentemente e con buona ragione, che in questi due paesi il processo, semmai, ha riguardato l'arretramento dello stato a favore del mercato.
Se mi posso permettere, quest'ultima considerazione può anche corroborare valutazioni differenti da quelle che Lei esprime.
Io ritengo che la dottrina e, soprattutto, la pratica liberista abbiano teorizzato come adeguato ed ineluttabile un modello funzionale economico sostanzialmente inefficiente, un vero e proprio fenomeno entropico. 
Un ciclo che, immutabilmente, si sviluppa per un certo lasso di tempo e si conclude, all'esaurimento della sua propulsione, in un collasso funzionale la cui gravità viene ritenuta ininfluente (e sminuita dai successi precedenti) ed a cui si ritiene di poter porre rimedio ricominciando altrove. 
Ci si comporta come cavallette piuttosto che come contadini che perseguono la sostenibilità del proprio ciclo vitale.
La pratica liberista ha sempre raccolto i frutti delle fasi iniziali e lasciato allo stato la gestione delle conseguenze negative di questo ciclo che, tra l'altro, diviene sempre più corto e meno performante, a testimonianza dell'esaurimento della sua vitalità.
Credo che sia giunto il momento di ridiscutere e fissare le quote di partecipazione ed i ruoli delle due entità nella conduzione dei fenomeni economici. 
Credo anche che questa necessità si sia resa indiscutibile alla luce del fatto che, a differenza di quanto si verificava nel diciottesimo secolo, non vi sono più frontiere da superare, perlomeno a costi sostenibili. Ciò fa si che la tattica di spostare altrove l'azione, mancando nuovi territori e luoghi fisici, si trasformi nella decadente pratica della postulazione di luoghi virtuali. 
Una pratica scellerata la quale, mi sembra, si sostanzi nella prevalenza della finanza più astratta e cinica a discapito dell'economia produttiva.
In una competizione tra la dottrina economica liberista e quella marxista, unico competitore sotterrato nel frattempo dal verdetto della storia, credo che il liberismo possa essere dichiarato vincitore solo in quanto unico sopravvissuto.
Troppo poco.
Mi sembra, in altre parole, che mai come ora l'umanità necessiti di una nuova teoria economica, che consenta il superamento di quelle fin qui attuate e affronti con rinnovato spirito vitale le grandi incognite, sociali ed ambientali, che già ci hanno investiti.
La ringrazio anticipatamente per l'attenzione che riterrà di poter rivolgere a queste considerazioni e Le auguro un buon lavoro.

domenica 8 gennaio 2012

Il dopo-sbornia


E' diventato davvero un esercizio di contrizione tenersi informati e seguire telegiornali e trasmissioni di approfondimento. Lo è diventato, prima di tutto, perché la situazione economica europea, e non solo italiana, è evidentemente ben lontana da una soluzione qualsiasi, accettabile o meno, e non ha ancora svelato tutti i tormenti che ci attendono.
E' inoltre particolarmente penoso affrontare la realtà in un paese come il nostro, dove l'azione più che ventennale di ilari ed irresponsabili venditori porta a porta - assurti al ruolo di opinion maker e statisti – ha convinto la gente che non vi sono problemi che non possano essere risolti da una bella dormita e da una robusta dose di immotivato ottimismo d'accatto.
L'irresponsabililtà, eletta a sistema di vita e meccanismo di governo, alla fine non paga (a meno che tu non sia uno speculatore, un evasore o un malavitoso).

I miei genitori avevano interiorizzato uno schema preciso e, per i tempi, convenzionale per il loro progetto di vita. Lavoro, uno qualsiasi purché sicuro e decentemente remunerativo (lo si accettava anche sottopagato, in attesa di tempi migliori), acquisti pianificati, fortemente limitati al necessario e propedeutici al miglioramento della propria situazione, estrema ripugnanza a contrarre debiti se non per beni durevoli e strategici (la casa per esempio), corretta valutazione della convenienza di una maggiore istruzione per i propri figli. 
Qualsiasi miglioramento del tenore di vita veniva considerato esclusivamente dopo il conseguimento di una maggiore capacità di spesa.
Tutto ciò, inoltre, era scrupolosamente inserito all'interno di un quadro etico preciso, quasi calvinista, e con l'acuta – anche se non esplicitamente articolata - consapevolezza del significato e del valore di concetti quali senso del dovere, della comunità e del bene comune.
E' lo schema che, sotto i miei occhi fin dal primo giorno di vita, ho assunto a mio riferimento. La differenza sta nel fatto che, rispetto ai miei genitori (e grazie a loro) ho potuto partire da un gradino più alto. Il mio salto l'ho spiccato dalle loro spalle. Identico discorso per mia moglie che, semmai, è molto più rigorosa di me.

Non so esattamente quando questa etica e questo modo di intendere la vita hanno perso appeal, quando sono stati declassati da dignitoso stile di vita a grigia e monotona sopravvivenza degna solo di opachi travet, minchioni e perdenti. 
Intendiamoci, non che un tempo non esistessero altre e più disinvolte declinazioni del concetto di progresso personale, solo che non avevano e non pretendevano di avere tutta la legittimazione, cafona e rapace, che hanno adesso.
Un tempo chi prendeva scorciatoie egoistiche e parassitarie non esibiva questa scelta, poiché la condanna sociale era pronta e scontata e la vergogna un prezzo che non si voleva pagare.
Oggi, scusate la banalità, il sistema è ribaltato. Quando esprimo i valori e le scelte che furono dei miei genitori, e che cerco di onorare, colgo più frequentemente di quanto ritenga accettabile sorrisetti di compatimento e seccate manifestazioni di fastidio.
Vengo definito un noioso integralista, un patetico conservatore, un incapace alla ricerca di giustificazioni per la propria incapacità, un patologico invidioso  del successo altrui.
Non ho voglia di contestare queste grossolane critiche. Chi le proferisce mi è estraneo quanto una forma di vita aliena. Mi sento degradato anche solo nel prenderle in considerazione. Purtroppo non posso liberarmi con uguale disinvoltura delle conseguenze delle scelte espresse da quelle persone, le stesse che hanno buttato in vacca tutto e ci hanno lasciato il conto da pagare.

Tutto dunque si riduce alla contrapposizione tra responsabilità ed edonismo? Non è solo questo, ci sono di mezzo giganteschi interessi finanziari. 
Grazie ai famigerati Chicago Boys ed alle loro istanze neoliberiste, è passato il concetto che costruire e pianificare il proprio futuro è da imbecilli. Molto meglio bruciare le tappe e conseguire traguardi anche al di là delle proprie effettive possibilità. Ed è stato senz'altro così, perlomeno per tutti gli attori finanziari che hanno speculato su questa sorta di allegria programmatica.
E' paradossale che proprio coloro che hanno sempre criticato la socialdemocrazia e le sue ricette economiche e sociali, sermoneggiando che non esistono “pasti gratis”, che tutto, alla fine, si paga, ebbene che proprio loro abbiano costruito un mondo ed un sistema di buoni pasto presunti  gratuiti o, perlomeno, estremamente convenienti.
Grazie all'instaurazione di un regime fatto di crediti accessibili senza requisiti, santificazione della leva finanziaria ed incentivazione di consumi voluttuari, dopo aver nascosto sotto il tappeto dei prodotti derivati e della finanza creativa la tossicità delle strategie perseguite, è passato anche il concetto che la formica è antica, noiosa ed importuna, mentre la cicala è trendy e smart (l'uso dell'inglese è antropologicamente giustificato). 
Si è a lungo vissuti in un eterno presente privo di scadenze e con un domani rimandato a data da destinarsi.
Su di una cosa avevano ragione, alla fine si paga tutto e siccome la pratica seguita è stata dissipatoria ed irresponsabile, ora che il domani è finalmente arrivato, il risveglio corrisponde al proverbiale dopo-sbornia con tanto di atroce mal di testa ed alito fetido.
La domanda è: ci siamo definitivamente giocati il fegato? Non lo so, ma credo che ci convenga dare una risposta negativa.
Tutti, mi pare, sono sconvolti di fronte all'enormità del recupero che ci attende. La sfiducia e lo sconforto minano il nostro morale. 
Io voglio citare un antico proverbio cinese: “anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo”.
Se i nostri genitori sono riusciti ad emergere da un dopoguerra di rovine, materiali e morali, a maggior ragione potremo farcela noi, basta recuperare il senso della prospettiva e la fibra morale che abbiamo accantonate perché qualcuno ci aveva convinti che fossero desuete.
Solo una cosa dovremo tenere sempre presente. Dovremo pretendere da noi stessi e dagli altri il maggior grado di integrità possibile. Basta con furbacchioni, parassiti, veline, calciatori, nani e ballerine.      
Non c'è bisogno di fare rivoluzioni, dobbiamo solo non tollerare più i parassiti ed essere pazienti ma determinati.
Come dico sempre, dobbiamo essere cittadini, e non sudditi.

sabato 17 dicembre 2011

La risposta di Obama e i silenzi nostrani


Fantastico. Ho scritto a Napolitano e a Monti, il mio Presidente ed il mio Premier, e non mi hanno risposto.   Ho scritto al Presidente USA (vedi “who rocked the boat” postato il 29/11/11) e mi ha risposto.    Sembra più una circolare che una lettera, però mi ha risposto.
Ovviamente Mr. Obama non ha mai letto la mia mail, la quale è stata gestita da incaricati e funzionari presumibilmente oberati dal disbrigo di quantità rilevantissime di posta quotidiana.
Si potrebbe obiettare che il funzionario che mi ha inoltrato la risposta in nome di Barak Obama, ha dedicato un'attenzione frettolosa e piuttosto superficiale al mio scritto e che, di conseguenza, la risposta non sembra essere proprio centrata. Anzi risulta leggermente comica visto che sembra cercare di rassicurare me – italiano – del fatto che l'amministrazione Obama avrà sempre a cuore gli interessi americani e, con e per questi, gli interessi di altri paesi (bontà loro). Io credevo, appunto, che “certi” interessi americani fossero devastanti per loro e per il resto del mondo. Va anche detto che i disastri che stiamo vivendo si sono originati durante altre e precedenti amministrazioni (parlo della “dinastia” Bush).     Alla fine sono solo uno sconosciuto rompiballe europeo; meritavo tempi e risorse limitati.
Il fatto è che, nonostante la mia assoluta irrilevanza, il capo della grande superpotenza superstite - il suo staff in realtà, ma dietro indicazioni del boss - ha ritenuto che la mia mail, molto critica e leggermente sgarbata, meritasse comunque una risposta. Trovo che questo evento sia assolutamente rimarchevole.
Siamo di fronte ad una cultura politica differente. I miei governanti mi hanno considerato molto più irrilevante di quanto non abbia fatto un capo di stato straniero.
Ho, negli ultimi tempi, scritto a molte persone. Ho sottoposto i miei pareri, le mie domande e le mie ambasce a giornalisti, redazioni, sindacati, segretari di partito e alte cariche dello stato.
Tutti questi interlocutori sono sottoposti ad un flusso continuo e corposo di sollecitazioni e domande. Alcuni di loro sono anche gravati da pesanti responsabilità. 
Per un giornalista, in fondo, la risposta è solo un'opzione, magari desiderabile, ma comunque una scelta discrezionale. 
Per i politici, invece, dovrebbe essere una preziosa opportunità. 
Per le figure istituzionali, poi, dovrebbe essere un obbligo morale.
E invece niente, ma si tratta, come dicevo, di una cultura differente. Qui da noi impera, nelle migliore delle ipotesi, l'atteggiamento alla “spostati ragazzino, fammi lavorare”.
Alla fine, tra tutti questi interlocutori, solo due hanno trovato il tempo e la voglia di rispondermi.    Uno è Michele Serra, che mi ha risposto con la sua consueta sensibilità e proverbiale garbo, l'altro è Obama, per l'appunto.
Vi giro, dunque, questa risposta preceduta da una mia traduzione forse non perfetta, ma comunque adeguata, credo.

Caro amico
la ringrazio per aver scritto. Sostenere il progresso e la stabilità in tutto il mondo è un imperativo strategico, economico e morale per la nostra nazione, ed io apprezzo il suo punto di vista.
Nel mondo globalizzato odierno, una crisi finanziaria o un un focolaio di malattia in un altro continente possono avere conseguenze anche in casa nostra. Per trattare le sfide che abbiamo di fronte,che trascendono i confini, sono fondamentali gli investimenti all'estero e le partnership. La mia Amministrazione continua a lavorare con le nazioni di tutto il mondo per favorire la crescita economica, promuovere i diritti umani e la governance democratica, rispondere alle crisi e soddisfare i bisogni umani fondamentali. Le iniziative di sviluppo all'estero della nostra nazione sono combinate con il nostro impegno a rilanciare le istituzioni multilaterali e a massimizzare l'impatto degli aiuti all'estero per creare le condizioni per arrivare a diminuirne la necessità o eliminarli.
Con il progresso, anche nei paesi più poveri, può aumentare non solo la sicurezza, ma anche la prosperità delle persone, ben al di là dei loro confini, fino agli Stati Uniti compresi. Con l'apertura dei mercati ai nostri beni e la riduzione dei rischi per gli investimenti delle nostre aziende all'estero, i nostri sforzi per lo sviluppo internazionale vanno a beneficio del settore privato americano e creano posti di lavoro. In definitiva, renderemo migliore il futuro dell'America e la vita di innumerevoli donne e uomini accrescendo sempre più il benessere di paesi prosperi, validi e democratici con i quali potremo lavorare nei decenni a venire.
La mia amministrazione continuerà ad utilizzare tutte le nostre capacità, compresa l'assistenza all'estero, per proteggere gli americani e creare un futuro più sicuro e prospero. Per saperne di più sulla mia visione per il ruolo dell'America nel mondo, visiti i siti www.WhiteHouse.gov/issues/foreign-policy,www.State.gov, e www.USAID.gov.
Grazie ancora per avermi scritto.

Cordiali saluti.

Barak Obama


venerdì 9 dicembre 2011

Adam Smith è vivo e lotta insieme a noi?


Ho ascoltato, in diverse e recenti occasioni, gli interventi che il Dr. De Nicola – presidente dell'Adam Smith Society – ha effettuato nel corso di alcune puntate di Omnibus, su La7.
Tali interventi, come si può facilmente intuire, aderiscono perfettamente al pensiero liberista più distillato e puro e mi causano, in genere, sconforto e risentimento.
Sono abissalmente ignorante riguardo alla scienza (non esatta) dell'economia, ciononostante, come tutti, non posso evitare di elaborare alcune valutazioni in proposito.       
Non sono incline a considerare l'economia quella sorta di feticcio autoreferenziale che il liberismo ha innalzato sull'altare più elevato.       
Poco attrezzato sul fronte dottrinale, sono più propenso ad esaminare il contesto storico da cui si è originata quella corrente di pensiero e gli effetti che ha determinato sulla realtà.
Prima di tutto mi permetto di essere diffidente nei confronti di una teoria che è nata contemplando l'insorgere della rivoluzione industriale - con tutto il suo portato di sfruttamento umano e spietata selezione darwiniana – limitandosi ad annotarne deterministicamente i processi, senza alcuna elaborazione di tipo etico se non quella, collaterale, strumentale e di stampo calvinista che ti identifica come peccatore in quanto diseredato.
Mi chiedo inoltre se il liberismo ha mai avuto una sua reale autonomia rispetto all'interpretazione, interessata, degenerata e contingente, praticata dai suoi più entusiasti sostenitori è cioè industriali, magnati, speculatori ed oligarchi di varia specie e natura. 
Gente che è costitutivamente miope e dotata di un orizzonte temporale che non va oltre la prossima assemblea degli azionisti, a mio parere, non solo è inadeguata a governare processi strategici, in realtà non è neanche interessata a farlo. E quando ci si prova, comunque, in genere non sa dirimere le contraddizioni tra gli obiettivi a breve e quelli a medio e, soprattutto, lungo termine. Direi che, in media, al loro agire si adatti alla perfezione il detto “è peggio la toppa del buco”. In questo sono aiutati anche dalla scarsissima memoria storica e dalla suprema indifferenza nei confronti degli esiti sociali del loro agire, che li porta a reiterare continuamente gli stessi disastri.
La teoria economica marxista, unico competitore, è sparita da due decenni, sotterrata dal verdetto della storia e comunque, a mio parere, più che un costrutto autonomo ed alternativo al liberismo ne era una confutazione velleitaria e burocraticamente puntuale. 
Considerando la situazione attuale, così fosca e deteriorata, credo che il liberismo possa essere dichiarato vincitore solo in quanto unico sopravvissuto. 
Troppo poco.