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venerdì 22 novembre 2019

Spostati ragazzino, fammi lavorare!


L'ultima vulgata della sinistra-sinistra per negare al "fenomeno sardine" la dignità di fenomeno politico di assoluta rilevanza che il suo stesso verificarsi impone, a prescindere da tutte le sottovalutazioni che si vogliono applicare, è che dietro ci starebbe il PD, e morta là. 

Punto di approdo certamente non inaspettato.  Pratica chiusa.  Sono, se va bene, dei minus habens strumentalizzati che finiranno in nulla. Possiamo tornare a chiederci "che fare?", esibendo la corrucciata espressione di chi è intimamente macerato da un tormento insanabile.       I bei tempi andati sono... andati, e non torneranno più.

E' stato bello; credevo fosse amore e invece era un calesse; faccio bene io a non fidarmi; a me vecchio militante non mi pigliano per il culo ecc. ecc., in un dolente florilegio di inevitabili, perché strenuamente auspicate, conferme.

Vorrei invitare tutti quelli che hanno la pazienza di leggermi a dare un'occhiata a questa intervista.    Sono un pochino meno di diciotto minuti, e secondo me vale la pena di visionarla perché emerge, per quanto sinteticamente, la natura profonda del "fenomeno sardine".

Mi sta bene tutto quello che emerge?  No! Del resto non accade mai a nessuno di ritrovarsi integralmente nel tessuto della realtà, però qui siamo di fronte ad un fenomeno eminentemente politico, in stretto senso tecnico e non nell'accezione, grossolanamente errata imposta dai grilloidi, che sovrappone il termine "partito" a quello di "politica", giocando sull'equivoco per poi contrabbandare la propria ricetta qualunquistica.
La natura "eminentemente politica"  di cui parlo dovrebbe indurre in noi vecchi militanti  un fremito di gioiosa aspettativa, cosa che invece non accade.


Qui siamo di fronte a gente che è uscita dall'inerzia, che tanto ha servito la strategia legaiola, per gettare un bel pugno di pietrame nell'oliata macchina della narrazione salviniana.   Di più: questa è gente che si è attivata e che, al momento, ha deciso di sottolineare la propria estraneità a qualsivoglia entità partitica, perché forse, un forse fortemente sarcastico, il concetto di partito nel disastrato panorama italiano è infrequentabile.  Rivendicano di essere un fenomeno, e non un movimento.  Messi alle strette ammettono, di malavoglia perché potenzialmente controproducente, di essere genericamente "di sinistra".

Siamo di fronte anche a chi frequenterà questo mondo ancora per molto tempo, senz'altro più di me, che sono arrivato al tardo autunno della mia esistenza. Qualcuno che ha titolo e ragione, anzi DIRITTO, nonché dovere, di occuparsi di ciò che regolerà la propria esistenza secondo i criteri che riterrà opportuno elaborare, in un panorama che a noi vegliardi è estraneo e che fatichiamo a ricondurre alla nostra esperienza, in presenza di processi e condizioni ambientali (fisiche, sociali e funzionali) molto diverse da quelle che avevamo imparato a trattare.

Ma poi, alla fine di tutto, apprezzare il fatto che tutta quella gente sia andata a inzupparsi di pioggia per dire a Salvini che non rappresenta tutti gli italiani, fa proprio così schifo?
Cos'è, una questione di copyright?

Io credo che noi vecchi compagni, così diffidenti, ci si debba porre di fronte al fenomeno cercando di capire gli elementi di novità, e non seguendo i percorsi usurati di un dietrologismo che serve solo ad oscurare il fatto che non sappiamo che pesci, è il caso di dirlo, pigliare.

Ma, Santa Signora del Sanpietrino, mettiamo pure che dietro tutta quella gente ci sia il PD, anzi diamolo per certo, così, per fare un'ipotesi di lavoro.
I casi allora sono due:
  • quelle migliaia di persone sono organiche al PD, o papabili sostenitori di quel partito, e allora bisogna pure che ci arrendiamo all'evidenza e accettiamo, pragmaticamente, che il PD è espressione di una parte importante della società, di cui sa interpretare le istanze;
  • oppure dobbiamo, in alternativa, riconoscere che esiste un vasto settore di popolazione che ha deciso di uscire dal cono d'ombra del silenzio e dell'astensione per, finalmente, affermare la propria posizione.


In ogni caso siamo in presenza di un evento che non si può minimizzare in alcun modo, soprattutto se non hai, come non abbiamo, alcuna idea di come trattarlo.
Non mi sembra comunque verosimile la prima ipotesi, dato che il PD è sceso ai suoi minimi storici, e solo la paura di avere a che fare con un regime salviniano ha arrestato, provvisoriamente, il suo calo di consensi.

Se la seconda ipotesi, come io credo, è quella reale, allora noi corriamo il rischio, snobbandolo in questo modo, di favorire la colonizzazione del fenomeno da parte dei dem, che peraltro ne spegneranno l'ardore in breve tempo, perché tutto ciò che toccano diventa velocemente inerte.

Ho sempre rimproverato ai giovani dell'età di mia figlia, trentenni o giù di lì, di essere la prima generazione, di cui ho cognizione, che non ha mai "picchiato il pugno sul tavolo", mancando di rivendicare il proprio diritto di inserirsi nei processi che decidono della loro vita.       Ora pare che venga smentito dai fatti, e dovrei dire loro che non hanno capito nulla?   No, col cazzo, e scusate il francesismo.

Siamo di fronte alla nascita di un moto di partecipazione corale da parte di un settore della società, i nati dopo lo sfascio della politica come la conoscevamo, che finora reputavamo schiavi dell'individualismo e dell'inerzia, e siamo così genialmente sconsiderati da dire loro che non sono poi così bravi, non come noi perlomeno, e che sono tutti coglioni al servizio del PD?
Ma certo! Ottimo lavoro, complimenti. 

Io intanto vado in animazione sospesa, ché ho il cuore malandato e incazzarmi non mi fa bene. Svegliatemi un attimo prima dello schianto, che voglio vedere le facce di tutti quanti.

venerdì 2 marzo 2018

In politica niente è così apprezzabile come una memoria corta. (J.K. Galbraith)

M5S ha presentato una possibile squadra di governo composta da persone prive di un passato ingombrante, perlomeno fino a prova contraria, e con profili professionali di qualità e coerenti con i dicasteri che andrebbero ad occupare.
Una iniziativa intelligente e funzionale alla rivendicazione pentastellata circa la propria diversità rispetto agli altri partiti.

Quello che è stato presentato, però, è sostanzialmente un governo tecnico, e i paesi non vengono governati dai tecnici, bensì dalla politica.

L'ultimo governo tecnico che abbiamo avuto, quello montiano, ha in realtà agito sulla base esclusiva delle direttive politiche di una ideologia neoliberista applicata draconianamente ed approfittando di un momento di profonda crisi, con i risultati, poi mantenuti dai successivi governi PD, che sono sotto gli occhi di tutti.

La natura tecnica del possibile governo pentastellato, senza una dimensione politica retrostante, non sarebbe di per sé sufficiente a qualificarne il lavoro, perché le soluzioni tecniche possibili sono molteplici e le differenze tra un'opzione e l'altra risiedono nei risultati di lungo periodo che conseguono e nella distribuzione, a livello sociale, degli effetti e del peso delle azioni intraprese.

Un tecnico attua, con diversi livelli di efficienza, le direttive politiche che governano il suo agire, e qui, perlomeno ai miei occhi, casca l'asino, perché la dimensione politica del Movimento, che rivendica una natura post-politica di superamento dei concetti di destra e sinistra, in realtà volge il proprio sguardo politico proprio a destra, come del resto quella sua rivendicazione, che fu  già della cosiddetta maggioranza silenziosa, segnalava già fin dall'inizio del suo percorso.

Il Movimento, forse molti se lo sono dimenticato, nacque come forza antisistema e deputata a piombare sul Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, con accenti che, personalmente, mi ricordavano le parole mussoliniane sulla aula sorda e grigia ed il suo destino di bivacco per i manipoli, evitato solo provvisoriamente e grazie alla sprezzante benevolenza del minaccioso oratore.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.  Il Movimento, alla fine, non mangerà tonno. Di Maio, il suo capo politico nella definizione del Rosatellum, ha passato gli ultimi mesi a rassicurare assemblee confindustriali, consessi europei (difatti l'antieuropeismo è nel frattempo andato quietamente in soffitta) e inquilini della Casa Bianca.

Il Movimento rassicura gli italiani circa l'afflusso degli immigrati, si astiene sullo ius soli, accoltella alle spalle, per interposto magistrato, le ONLUS che agiscono in mare e strizza l'occhio ai no-vax.

Sviluppatosi mantenendo funamboliche posizioni su ogni argomento sensibile, raccogliendo consensi sia a destra che a sinistra, vede ora che la ciccia sta a destra, dove le pretese sono più semplici, e si attrezza di conseguenza.

Anche il padre nobile di M5S, il vulcanico Grillo, emerge dal suo buen retiro per dirci che il tempo dei vaffa day è alle nostre spalle. Grazie Beppe, ce ne eravamo già accorti.

M5S è organizzato per andare al governo, e una volta che vi sarà, eventualmente, arrivato avremo il taglio degli emolumenti ai parlamentari, come tutti si aspettano, ma anche l'instaurazione di un esecutivo sostanzialmente di destra, magari non quella becera di Salvini, ma certo quella moderna ed europea, ed oggettiva, di Macron.    Il tutto dietro l'etichetta unificante della moralizzazione del paese, e come si fa ad essere contrari ad una cosa del genere? Non si può, dunque tutto il resto verrà di conseguenza, come l'intendenza napoleonica. O no?!
Non è che un governo di destra moderata sia il male assoluto, ma neanche una soluzione adeguata ai nostri problemi e certamente non è quello che mi auguro .

Mi chiedo spesso cosa motivi i miei molti amici, già di sinistra, a rimanere convinti sostenitori del Movimento.   Forse, e semplicemente, non riescono a riconoscere di aver preso un grosso abbaglio, una cosa comune, nel campo della sinistra.

lunedì 12 giugno 2017

La morte lenta di una democrazia

E' la mattina del 12 giugno 2017 e sto svogliatamente guardando i risultati non ancora definitivi della tornata elettorale del giorno precedente.
La cosa che mi sento di rilevare è che l'unico dato finora attendibile pare essere quello dell'individuazione del primo partito nazionale, ovvero quello dell'astensione, in continua lievitazione.

Un dato che, tra l'altro, rende necessario confrontare le percentuali conseguite dalle varie formazioni politiche in rapporto non ai votanti, bensì agli aventi diritto al voto, per collocarle nel giusto peso e nel reale significato.

Facendolo non si può che prendere atto del fallimento della politica, in senso lato, la quale, nel momento in cui non riesce a motivare il popolo a compiere il primo e più elementare esercizio di cittadinanza democratica, dovrebbe anche assumersene la responsabilità, cosa che non mi pare abbia intenzione di fare.

Poi possiamo anche parlare dei risultati che stanno emergendo, che sembrano sottolineare un costante calo dei consensi PD, magari mascherati dalla scarsa affluenza elettorale, che droga il risultato, ma anche - veltronianamente - una brusca frenata pentastellata, col capitolo genovese che certo non può stupirci, mentre si profila un teorica ripresa del centrodestra, se i due galletti - Salvini e Berlusconi - la smetteranno di fare a chi ce l'ha più duro e grosso.

Ma più di tutto, secondo me, si profila il rischio che l'aspetto fondamentale del congegno Italicum, ovvero il pompaggio normativo di minoranze per ovviare alla non rappresentatività degli attori elettorali, appena e giustamente bocciato dalla Corte Costituzionale, ridiventi il punto centrale del dibattito politico, all'indomani dello storico(sic!) deragliamento della grande entente sulla legge elettorale.

La lontananza della classe politica dal corpo vivo della nazione per essere risolta richiederebbe una capacità di ascolto dell'elettorato di cui non vi è traccia da molto tempo, una capacità dalla quale fare discendere l'azione politica, mentre è del tutto evidente che il meccanismo in atto è quello di far corrispondere alle aspettative della gente l'autoreferenzialità di proposte insoddisfacenti che, non inaspettatamente, creano rigetto e disgusto.

Se il corpo elettorale non saprà pretendere dalla classe politica un cambio di atteggiamento, o se una qualsiasi forza politica non riuscirà a smetterla di trastullarsi col proprio... organo dirigente, noi non potremo che avviarci, più o meno quietamente, verso un regime rappresentativo di interessi che non potranno essere che di minoranza, o esogeni, ma più probabilmente sia l'uno che l'altro, secondo il modello così ben rappresentato dalla cabina di regia europea a trazione neoliberista e teutonica, quella che ha imposto tutti i tragici provvedimenti che ci stanno flagellando.

Il mio personale sentire fa si che io non mi senta certo costernato se i due dominus del centrodestra fanno a cornate, e nemmanco mi straccio le vesti se M5S va a sbattere sulle contraddizioni che ha tenacemente cercato di ignorare.
Però l'ambiguità del risultato piddino già mi inquieta di più, al pensiero degli equilibrismi dialettici del potente reparto marketing di quel partito, notoriamente tetragono alla verosimiglianza e connotato da una potente indifferenza al senso del ridicolo.

Però, andando un po' oltre le letture di questi risultati elettorali, quello che mi inquieta maggiormente è vedere l'inconsistenza del mondo di sinistra, che avrebbe a disposizione una storica possibilità di riscatto in un contesto che sembra fatto apposta per dare spazio ai suoi valori fondamentali e costitutivi: la solidarietà, la giustizia di classe, il valore della dimensione sociale ed il perseguimento della dignità individuale, mediata dal lavoro e dai diritti civili e politici.

Nelle ultime settimane in quel mondo si è sviluppato un dibattito, circa possibili processi di aggregazione, che io spero possa dare finalmente qualche frutto.     Perché ciò avvenga però devono accadere alcune cose.  
Prima di tutto è necessario presentarsi agli interlocutori, i detentori del diritto di voto, con l'animo disposto all'ascolto e con una propensione a fare domande, piuttosto che a presentare risposte preconfezionate.  

Altrettanto necessario sarebbe presentarsi non con una classe dirigente già pronta, e per forza di cose reduce da disastri precedenti di cui porta la responsabilità, bensì, e al massimo, con un corpo di coordinatori che mettano a disposizione la loro esperienza gestionale, lasciando che linea e direzione di marcia, nonché il ricambio graduale di quella classe, la esprimano i diretti interessati.

Più di tutto però sarebbe necessario dimenticarsi dell'ansia prestazionale da tornata elettorale.  La malattia che ha quasi ucciso il corpo sfatto della sinistra ha avuto un lungo, e non ancora terminato, decorso, e le lunghe malattie comportano cure prolungate.  Quel corpo malato ha bisogno di riprendere a camminare e non può certo aspettarsi di vincere una maratona entro il prossimo anno, ma neanche di arrivare al traguardo se è per questo.

Infine, e su questo tendo ad essere intransigente, sarebbe necessario pigliare tutti i vari pontieri alla Pisapia, più o meno in buona fede, e chiarire loro che se non si tolgono di torno più che alla svelta potrebbe anche capitare che si salti la fase dialettica della confutazione delle tesi per passare a formule espressive meno concilianti e più stringenti circa la loro oggettiva, ma spesso anche consapevole, intelligenza col nemico.





domenica 16 aprile 2017

Imbecille! Parliamone.

Un anno fa, di questi tempi, ero personalmente coinvolto nel processo costituente di un movimento politico nel quale rivestivo un incarico a livello nazionale, circostanza di cui non meno gran vanto dato che la creatura era neonata, e dunque per forza di cose piuttosto contenuta nelle dimensioni.

A un certo punto però, almeno per me, la cosa finì, perché emersero contrasti non componibili, sia a livello dottrinario che organizzativo e di metodo, ragione per la quale decisi di dimettermi ed allontanarmi, senza cominciare antipatiche ed astiose opere di sabotaggio dell'organizzazione e degli esponenti coi quali avevo avuto i contrasti.
Non ho mai potuto sopportare gli ex che poi te la fanno pagare, e anche se il processo di distacco fu per me doloroso, in quanto corrispondeva ad un fallimento personale, ho preferito operare un taglio secco e senza code velenose e patetiche.

La funzione "accadde un anno fa" di Facebook però non mi consente di dimenticare quel periodo della mia vita, dato che mi ripropone giornalmente i post degli anni precedenti in una determinata giornata, e grazie a questa retrospettiva posso oggi apprezzare il fatto che la mia produzione facebucchiana, mai molto contenuta, in quei tempi aveva raggiunto dimensioni perfino imbarazzanti.

Contemplo dunque ogni giorno l'infinita sequenza di post che condividevo dalla pagina del movimento (uno ogni mezz'ora nelle giornate calme, ancora di più in occasione di eventi, ricorrenze o in corrispondenza di tornate referendarie, cui aggiungere i miei non pochi personali contributi) e mi vengono alla mente le ragioni attorno alle quali è maturata la mia fuoriuscita.

Tralasciando infatti le mie personali valutazioni attorno ad alcuni argomenti - Europa ed Euro, ma ve ne erano altre - non conformi alla linea politica che andava definendosi, e che inibiscono tuttora qualsiasi mio rientro in quella formazione, il contrasto che portò al mio ritiro verteva proprio attorno al fatto che ritenevo eccessiva la frequenza della nostra comunicazione politica. Ritenevo fosse controproducente, forzatamente ridondante e tanto fitta da lasciare poco spazio all'elaborazione dialettica degli iscritti e simpatizzanti.
Le mie argomentazioni in proposito non furono ritenute valide (in realtà venni percepito come un elemento di disturbo e poco disciplinato), e compresi che, a meno di non voler diventare il capetto di una minoranza litigiosa (ma esisteva?) avrei fatto meglio a ritirarmi, cosa che infatti feci.

Perché tornare ora su quei fatti? Presto detto: mi sono reso conto che quella vicenda non fu che l'inizio di un processo che oggi ha raggiunto un punto per me critico.
Il fatto è che quei post non mi limitavo a condividerli sul mio profilo, ma li piazzavo anche in ogni gruppo FB di sinistra di cui ero membro, causando talvolta un certo risentimento, e propiziando la mia iscrizione d'ufficio in molti altri gruppi.

In breve tempo mi ritrovai, anche dopo le mie dimissioni, inserito all'interno di una comunità molto vasta, frammentata e litigiosa, dove le mie valutazioni a riguardo di specifiche tematiche fanno di me quasi sempre una specie di cane in chiesa.

Sono contrario alla guida mitteleuropea e liberista dell'Europa, ma ritengo l'isolazionismo nazionale un suicidio e il sovranismo un concetto troppo contiguo, nonostante puntuti distinguo, alle mene di una destra arrembante.
Sono cosciente della funzione di controllo dell'Euro, ma non penso che il ritorno alla Lira ci possa isolare dalla lunga mano della speculazione finanziaria.
Ritengo la visione politicista e di vertice, che caratterizza la transumanza di gruppi dirigenti in cerca di stati maggiori da occupare, come una letale coazione a ripetere antichi e costosi errori, tipica di ogni buon osservatore compulsivo di ombelico.
Vedo M5S come il fumo negli occhi, ma utilizzo nei confronti dei suoi aderenti l'epiteto fascista con molta parsimonia, a ragion veduta e in casi specifici.
Non riesco comunque a farmi bastare il fatto che quello pentastellato sia il primo partito italiano e dunque trovo ridicolo accorgersi, improvvisamente, che i grilliani sono tanti e cominciare per questo ad avvicinarli con una ridicola condiscendenza che denuncia, prima di tutto, nanismo progettuale e un'autostima incomprensibilmente elevata, smentita dai fatti.
Non comprendo la fascinazione verso un regime, quello russo, opinabile sotto quasi tutti gli aspetti, solo perché 
fa il culo agli americani.
Parimenti mi gettano nella più profonda costernazione le valutazioni risikare dei singoli teatri di crisi: i pregi del regime siriano, la presunta preferibilità di Trump, rispetto alla guerrafondaia Clinton, questa continua e perseguita miopia che privilegia le soluzioni a breve e costruisce immancabilmente il merdaio a lungo, un po' come hanno fatto, e fanno, gli americani con il foraggiamento dei difensori della democrazia di oggi, nonché immancabili terroristi di domani.

Insomma non sono assimilabile ad alcuna grande corrente, dunque colleziono insulti ed epiteti ovunque e la cosa non mi disturberebbe se solo fosse possibile discuterne, anche animatamente, ma rimanendo su un piano dialettico, però in genere non va così.
Più facilmente partono vere e proprie sentenze non negoziabili, disprezzo e sufficienza, ragione per la quale mi sono ritrovato, dapprima impercettibilmente, ma poi sempre più frequentemente, a ritirarmi dall'interazione, a non frequentare più quei gruppi, se non passivamente e come semplice osservatore.

Ciò a cui anelerei sarebbe una visione laica della realtà e l'abbandono di professioni identitarie decise una volta per tutte e a dispetto di lampanti evidenze fattuali.
Il processo di cui parlavo credo sia giunto al suo approdo finale, ed ora io mi limito ad affidare le mie ponderose esternazioni esclusivamente al mio blog ed al mio profilo personale, con qualche cedimento di cui in genere mi pento immediatamente. Insomma professo le mie convinzioni a casa mia, confidando nel fatto che un visitatore, a meno che non sia un barbaro assoluto, non entra in casa altrui dicendo a brutto muso al padrone di casa che è un coglione senza arte né parte, ma se lo fa ho perlomeno l'agio di buttarlo fuori a calci senza indugio, e a buon diritto.

O meglio, posso anche considerare l'idea di essere effettivamente un supponente imbecille che non capisce una beata fava, come mi è stato elegantemente fatto notare, ma pretendo solide argomentazioni a corredo, perché l'opinione di qualcuno che storta il mondo per farlo aderire alle proprie convinzioni non è sufficiente e non mi interessa.


domenica 8 maggio 2016

La politica è una cosa sporca. Un evergreen costosissimo.

Il generale Aung San, padre della più nota Aung San Suu Ki, diceva sempre che "puoi anche non occuparti di politica, ma la politica certamente si occuperà sempre di te" e questo, con buona pace della narrazione qualunquistica da maggioranza silenziosa stile anni '60, è incontrovertibilmente vero, agli occhi di chi si dà la pena di osservare la realtà.

Un ulteriore pensiero che mi occupa sempre la mente è che la politica e l'economia sono così inestricabilmente collegate che mi chiedo spesso se ha un senso mantenerle concettualmente separate.

Le nostre vite e le nostre prospettive, dopo il disastro economico del 2011, sono drammaticamente cambiate e in peggio, e non pare proprio che si stia lavorando per un recupero, bensì per la stabilizzazione di un impianto neoliberista con fortissime connotazioni classiste; una struttura sociale costituita da un vertice ridottissimo e con grandi capacità economiche, contrapposto ad una vastissima base di "servi della gleba" che vivono all'insegna di precarietà e negazioni di diritti civili, economici ed umani. 
Insomma un impianto sociale di stampo medioevale con caste ristrette ed onnipotenti che dominano un esercito di derelitti, in competizione tra loro per un tozzo di pane amaro e secco.

Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo, ammette che "la lotta di classe esiste e l'abbiamo vinta noi". I cialtroni del PD, rientrando nell'angusto e provinciale ambito nostrano, concionano di cambiamenti di verso, ripresine e modernizzazioni, mentre invece lavorano alacremente, e per conto terzi, all'implementazione di un nuovo evo oscuro, un "anno mille" di irredimibile povertà, ideologica e spietatamente mantenuta.

Continuiamo pure a “non occuparci di politica”, ma poi non addossiamo tutte le colpe ad altri.

Non basta scrivere sui social invettive tipo “dimettetevi, tutti a casa”, perché se poi alle urne non ci andate, quelli, invece di dimettersi, vengono confermati.

L’offerta politica è insoddisfacente? Certo, è così, anche perché quando i partiti fanno porcate ci limitiamo a ululare alla luna, quando siamo in coda alle Poste, o ci facciamo tagliare i capelli dal barbiere, ma non ci viene in mente di scrivere e manifestare il nostro sdegno.

Quei politici possono andare e venire dai loro luoghi, partito, parlamento e consigli locali senza che nessuno li metta a confronto con l’insoddisfazione di cui sono causa. E’ tornata l’ora di riservare loro qualche nutrito lancio di monetine, come accadde a quell’altro noto e carismatico politico, poi fuggito all’estero.

Tolse il disturbo, ma noi riprendemmo a non interessarci di politica, ed eccoci qui.


mercoledì 2 maggio 2012

Stay sharp and focused


E' da un po' più di un mese che non alimento questo blog. Ciò è successo per varie ragioni, e la principale risiede nella complessità degli eventi politici e sociali recenti che hanno reso le mie emozioni ed i miei pensieri altrettanto complessi.
Certo la consapevolezza di essere una tra le tante vittime, per di più programmaticamente tale, priva di reali opzioni ed inerme di fronte all'ineluttabilità di una ricetta dal fortissimo sapore neoliberista, non mi ha consentito di elaborare, per il momento, un testo abbastanza chiaro e di dimensioni adeguate ad un blog.
La mia abituale prolissità e lo scoramento che provo (sono un esodato con tutto quello che ciò comporta) mi hanno portato ad elaborare alcune bozze (il mio hard disk contiene diversi files “provvi1”, “provvi2” ecc. ecc.) che, rilette, risultano ai miei stessi occhi disordinate e poco articolate. Gli elementi, i giudizi e le analisi che ho cercato di organizzare, risultano spesso slegati e dimostrano che se non mi fossi riproposto fermamente di mantenere un minimo di calma e di serenità, sarei ora un componente di quella sempre più grande schiera di “antipolitici”, ululanti ed esasperati, che rischiano, come sempre avviene in situazioni estreme, di buttare l'acqua sporca con il proverbiale bambino.
Intendiamoci, non credo che vi sia molto da salvare e recuperare da questa classe politica e dirigente. Troppi hanno dimostrato l'incapacità, l'inciviltà e la meschinità di un comune parassita sociale, dedito allo sfruttamento e del tutto incurante della conseguenza delle sue azioni.
Questo però significa che dobbiamo pretendere che la nutrita schiera di personaggi inadeguati (e da troppo tempo abbarbicati alle proprie posizioni) tolga finalmente il disturbo e che molti di questi paghino il conto dei disastri che hanno combinato. Non significa, tuttavia, che il sistema nel quale si articola la politica sia altrettanto fallimentare. Cosa vogliamo fare in alternativa? Forse votare il sabato mattina, per alzata di mano, sulla pubblica piazza del paese, come avviene in certi cantoni svizzeri? Certo la Confederazione Elvetica è un'antica democrazia, ma è anche una nazione piccola , con poco meno di 8 milioni di abitanti, e limita questa affascinante modalità ad ambiti municipali. Vogliamo provare l'ebrezza di votare una finanziaria radunandoci sul sagrato? L'italica inefficienza raggiungerebbe nuove e vertiginose vette.
Vogliamo forse, correndo all'altro capo dello spettro, ricorrere al personaggio taumaturgico al quale appaltare le nostre vite e la conduzione della cosa pubblica? Mi sembra che, come nazione, abbiamo già fatto questa esperienza che, peraltro, ci è costata carissima rivelandosi fallimentare. Guerre, dittatura, nanismo industriale, riprovazione mondiale e infine l'8 settembre del '43, col rischio, scampato per pochissimo, di definitiva dissoluzione di uno Stato non ancora centenario. 
Né, d'altra parte, ha dato buona prova la versione “light” dell'uomo della provvidenza, il Berlusconi del “ghe pensi mi”, altrimenti non saremmo così derelitti.
Quando si verifica qualche emergenza, in caso di incendio in un ambiente chiuso per esempio, la risposta del singolo e del gruppo è istintuale ed adrenalinica; tutti si catapultano disordinatamente e freneticamente verso le uscite con il risultato che, spesso, muore o si ferisce più gente per la calca che per le fiamme.
Anche in caso di forte disagio sociale, in presenza di episodi di malavita o di turbativa dell'ordine pubblico frequenti e reiterati per esempio, si arriva facilmente scivolare nei più biechi qualunquismi xenofobi, razzisti o classisti, fino a contemplare le peggiori opzioni di giustizia sommaria e “fai da te” . 
Lo stesso meccanismo si attiva in occasione di un collasso della credibilità e della funzionalità di un sistema politico, come avvenne nel '92 e come sta avvenendo ora.    La gente si ritrova improvvisamente senza riferimenti, con terrificanti prospettive, vittima di provvedimenti devastanti e, immemore del processo che li ha condotti fin li, si pone alla ricerca inesorabile di untori (veri o presunti) e salvifici risolutori di crisi.     E' così che si spiana la strada alle più aberranti restaurazioni ed ai più consistenti arretramenti del progresso sociale.
Ricordiamoci sempre che, nei momenti di crisi e di smarrimento, acquattato nell'ombra e sotto le più viscide pietre, c'è invariabilmente il profittatore di turno, il demagogo asservito o anche solo l'esasperato di talento che è pronto ad offrirci una consolatoria sponda per il nostro sdegno, alimentando le nostre paure e inducendoci a dilapidare le nostre energie nervose in inutili grida e annichilente disperazione.
Una volta ben stanchi ed esauriti, e completamente atterriti, eccoci pronti a subire, con il minimo di reattività, macelleria sociale, diktat e ricatti assortiti.
In realtà dobbiamo mantenere i nervi saldi, recuperare il cuore del nostro ordinamento, il profondo equilibrio della nostra Costituzione, e dopo averlo depurato di tutti gli interventi superficiali e dolosamente “strategici”, recuperarne tutti gli aspetti positivi, che sono numerosissimi, e stavolta vigilare affinché nessuno se ne appropri per fare gli interessi propri, dei propri familiari, sodali e gruppi d'interesse.
Questo significa però avere una maggiore presenza nella vita sociale e politica, significa fare la fatica di seguire e valutare le azioni di chi ci governa a tutti i livelli. Comporta il non disinteressarsi del dibattito politico, affrontando e approfondendo le opzioni che si presentano. 
E' faticoso e spesso ingrato farlo. Imparare a valutare le opinioni che non condividi, dividendo le posizioni strumentali e fasulle da quelle dotate di validità intrinseca, ancorché detestate, riconoscere e inquadrare aspettative che non ti appartengono è gravoso e ti allontana dalla semplicità a cui tutti anelano. 
La realtà è però eminentemente complessa ed articolata e se pretendi di scansare queste caratteristiche condanni te stesso e tutti gli altri al fallimento. 
La caratteristica di obbedire aprioristicamente ed eseguire asetticamente qualsiasi ordine è peculiare di tre tipologie di persone: i pecoroni, i picchiatori ed i parassiti. C'è forse qualcuno che anela ad appartenervi? Purtroppo si, ma questo non significa che ciò debba andarci necessariamente bene, implica semmai il loro riconoscimento e la loro pronta neutralizzazione.
Buttiamo dunque a mare, e alla svelta, una legge elettorale “poterecentrica”, un maggioritario d'accatto e truffaldino, pretendiamo le dimissioni dei vecchi arnesi politici di lungo corso, facciamo spazio ad una classe politica rinnovata e civile.
Valorizziamo tutti quei movimenti nati dal disgusto per la politica (M5S e ALBA per esempio), depurandoli dai demagoghi che talvolta li frequentano, per costruire dal basso e durevolmente una vera e propria rinascita del senso civico e di responsabilità, per stimolare nei partiti (dai quali non ritengo si possa prescindere, checché se ne dica) l'abbandono dell'autoreferenzialità ed il recupero della loro missione storica.
Incazziamoci pure, visto che ne abbiamo tutte le ragioni, ma senza abbandonarci alla furia, rimaniamo concentrati e focalizzati e, quindi, minacciosi e pericolosi per i nostri sfruttatori.
Come esortano i marines "stay sharp and focused"