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sabato 12 maggio 2012

Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni?


Leggo del moltiplicarsi di manifestazioni, attentati e proteste nei confronti di Equitalia. 
Da che ho memoria sento persone e perfino istituzioni (la scuola con la mitizzazione dei moti contro "l'iniqua tassa sul macinato") stigmatizzare il concetto stesso di fisco, ma qui siamo di fronte ad uno scenario da fine impero.
Non sono insorti solo bottegai (nell'accezione bordighiana e spregiativa del termine) dediti all'occultamento del proprio reddito per sottrarlo all'imposizione fiscale o artigiani che evadono per "pompare" il valore aggiunto della loro attività al fine di non prendere atto della propria marginalità o rentiers depositanti nei paradisi fiscali più o meno offshore, qui hanno cominciato ad agitare cappi e forconi anche le vere vittime dell'evasione fiscale.
Sto parlando dei poveracci con redditi discontinui e vergognosamente inadeguati che scivolano nell'opaco mondo del “nero” e che lo fanno un po' per non erodere ulteriormente gli spiccioli che riescono a percepire e un po' perché sottoposti ai diktat dei loro sfruttatori. Questi ultimi, a loro volta, o sono solo marginalmente messi meglio e sottostanno, a loro volta, ad altri sfruttatori, oppure sono proprio quella categoria di incivili parassiti che ritengono di non dover concorrere al mantenimento del proprio paese.
Negli eventi riportati dalla cronaca si avverte chiaramente che qualcuno, farisaicamente e dolosamente, sfrutta lo stato di profonda prostrazione del nostro Paese per mistificare gli encomiabilissimi ed inediti sforzi volti a combattere la piaga dell'evasione fiscale. Lo fa nel solito e sperimentato modo, offrendo cioè alla gente esasperata un “untore” di comodo sul quale scaricare la propria rabbia.
I raids a Cortina e in altre amene località saranno pure stati spacciati come folcloristici, ma qualcuno ha tremato ed ora rimesta nello stagno per sollevare il provvidenziale fango. Il fatto che Equitalia, che è un soggetto che si remunera con percentuali sulle somme recuperate, si sia segnalata nel tempo per particolare arroganza, pressapochismo e odioso sfruttamento del proprio strapotere, non ha fatto altro che facilitare la sua individuazione come capro espiatorio.
Ma dietro a tutta questa cortina di fumo (derivante ahimè da incendi reali) rimane pur sempre un concetto.
Il proprietario di una casa ha la responsabilità – e la convenienza -di manutenere il suo bene. Se la casa è singola può anche decidere di andare contro il proprio interesse scegliendo di non investire nella sua manutenzione. Fatti suoi verrebbe da dire, e invece non è esatto. Se lo stato di incuria fosse tale da causare crolli, e l'evento causasse danni o lesioni a terzi o ad altre proprietà, questo sconsiderato proprietario verrebbe giustamente giudicato responsabile, penalmente e civilmente, per le sue omissioni.
Ancor più evidente risulta il principio di responsabilità quando si consideri l'unità abitativa inserita in un condominio. La gestione e la manutenzione delle parti comuni è di pertinenza di tutti i condomini e financo, per alcuni aspetti, degli inquilini. E' evidente, anche al più sprovveduto, che il peso di questa gestione è troppo elevato per un solo proprietario e per questo la legge ed il codice civile disciplinano minuziosamente la responsabilità in solido dei proprietari.
Ora, chiunque abbia partecipato anche ad una sola assemblea condominiale è al corrente della non trascurabile possibilità che uno o più proprietari si sottraggano al dovere di corrispondere la propria quota di spese. Indipendentemente dalle motivazioni di questo comportamento, è evidente che chi non partecipa alle spese, oltre a danneggiare gli altri proprietari, si comporta parassitariamente usufruendo, a spese loro, del riscaldamento, dell'illuminazione, dello smaltimento dei rifiuti, della pulizia delle parti comuni e della loro manutenzione.
Tre, fondamentalmente, sono le motivazioni che muovono tipicamente questi personaggi. Il condomino può essere in lite con l'amministrazione o con altri proprietari e, non pagando le quote, intende esercitare una certa pressione. Può anche verificarsi che, semplicemente, la persona non ha in quel momento un reddito abbastanza capiente per versare la propria quota. Si tratta di fattispecie che possiedono una propria dignità e oggettività (più la seconda che la prima a mio parere), ma a dispetto del grado di opinabilità che è possibile attribuirvi, si tratta pur sempre di situazioni che possono essere transitorie e che non escludono la volontà di addivenire ad una sistemazione o composizione della turbativa.
E' la terza possibilità che risulta completamente inaccettabile. Sto parlando dell'asociale che, confidando nella propria faccia di bronzo e nell'inefficienza italiana della giustizia civile, decide di non onorare i propri obblighi, di procrastinarne, in tutto o in parte, l'esecuzione o di accaparrarsi servizi in più o spazi comuni e, magari, indivisi. In realtà, non è assolutamente raro che faccia tutte queste cose contemporaneamente e nel farlo, odiosamente, cerchi di contrabbandarsi come uno dei primi due.
La similitudine che ho elaborato è trasparente. La nostra nazione è il condominio, noi tutti siamo i condomini ed abbiamo pure gli inquilini (gli stranieri più o meno extracomunitari).
Il nostro condominio, nel corso degli anni, ha optato per una gestione gravosa con vantaggi non equamente distribuiti e quote sempre più onerose per compensare il mancato gettito dei morosi.
Arrivati ad un passo dal fallimento, l'amministratore eletto ha lasciato il posto ad un curatore che non deve coltivare voti, che ha caricato quelli che hanno sempre pagato di ulteriori sacrifici e che, fregandosene dei rituali bizantini e dilatori di un sistema inefficiente, ha cominciato ad entrare in casa dei parassiti promettendo pignoramenti ed espropri.
I parassiti non hanno gradito ed ora montano vergognose campagne. I poveracci che faticano a campare sono stati opportunamente catechizzati su quanto sarà tremenda l'IMU ed ora si ribellano. E' vero, quella tassa sarà in molti casi una botta insopportabile, ma la colpa non è esclusivamente di chi la impone. Vogliamo parlare un attimo di chi ha portato i nostri "tecnici" (che comunque sono eccessivamente strabici e mirano da una parte sola) a dover confezionare questo scherzetto?
Invece di far saltare le dita ai dirigenti Equitalia e minacciare gli impiegati, vogliamo identificare i veri colpevoli? Quelli ai quali abbiamo pagato servizi, strade, incentivi alle imprese e pensioni d'oro senza che contribuissero con un centesimo e che magari ululavano contro Stato, Fiamme gialle e fisco?
Forse sarò eccessivamente tranchant, ma le tasse sono imprescindibili e vanno pagate. Si, è vero, sono troppo alte, il gettito che ne deriva è utilizzato malamente e Equitalia è stata in passato troppo arrogante e pressapochista.
Ma questi aspetti attengono al malcostume,  dovranno essere corretti e non sono da confondersi con il sacrosanto principio sancito dall'art. 53 della nostra costituzione:
Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

giovedì 10 maggio 2012

Sogno o son desto?


Concordo con l'arguzia di  Gianfranco Personè sulla necessità di adottare la definizione di "uomo partitico" che è differente da quella di uomo politico e, soprattutto condivido la visione espositivamente onirica del suo articolo e la puntualità dei suoi successivi commenti.  Rete e Social Network cambieranno tutto, ma siamo ancora come un selvaggio che guarda una lucente chiave inglese e, per il momento, la brandisce.



La rete-acchiappasogni

mercoledì 2 maggio 2012

Stay sharp and focused


E' da un po' più di un mese che non alimento questo blog. Ciò è successo per varie ragioni, e la principale risiede nella complessità degli eventi politici e sociali recenti che hanno reso le mie emozioni ed i miei pensieri altrettanto complessi.
Certo la consapevolezza di essere una tra le tante vittime, per di più programmaticamente tale, priva di reali opzioni ed inerme di fronte all'ineluttabilità di una ricetta dal fortissimo sapore neoliberista, non mi ha consentito di elaborare, per il momento, un testo abbastanza chiaro e di dimensioni adeguate ad un blog.
La mia abituale prolissità e lo scoramento che provo (sono un esodato con tutto quello che ciò comporta) mi hanno portato ad elaborare alcune bozze (il mio hard disk contiene diversi files “provvi1”, “provvi2” ecc. ecc.) che, rilette, risultano ai miei stessi occhi disordinate e poco articolate. Gli elementi, i giudizi e le analisi che ho cercato di organizzare, risultano spesso slegati e dimostrano che se non mi fossi riproposto fermamente di mantenere un minimo di calma e di serenità, sarei ora un componente di quella sempre più grande schiera di “antipolitici”, ululanti ed esasperati, che rischiano, come sempre avviene in situazioni estreme, di buttare l'acqua sporca con il proverbiale bambino.
Intendiamoci, non credo che vi sia molto da salvare e recuperare da questa classe politica e dirigente. Troppi hanno dimostrato l'incapacità, l'inciviltà e la meschinità di un comune parassita sociale, dedito allo sfruttamento e del tutto incurante della conseguenza delle sue azioni.
Questo però significa che dobbiamo pretendere che la nutrita schiera di personaggi inadeguati (e da troppo tempo abbarbicati alle proprie posizioni) tolga finalmente il disturbo e che molti di questi paghino il conto dei disastri che hanno combinato. Non significa, tuttavia, che il sistema nel quale si articola la politica sia altrettanto fallimentare. Cosa vogliamo fare in alternativa? Forse votare il sabato mattina, per alzata di mano, sulla pubblica piazza del paese, come avviene in certi cantoni svizzeri? Certo la Confederazione Elvetica è un'antica democrazia, ma è anche una nazione piccola , con poco meno di 8 milioni di abitanti, e limita questa affascinante modalità ad ambiti municipali. Vogliamo provare l'ebrezza di votare una finanziaria radunandoci sul sagrato? L'italica inefficienza raggiungerebbe nuove e vertiginose vette.
Vogliamo forse, correndo all'altro capo dello spettro, ricorrere al personaggio taumaturgico al quale appaltare le nostre vite e la conduzione della cosa pubblica? Mi sembra che, come nazione, abbiamo già fatto questa esperienza che, peraltro, ci è costata carissima rivelandosi fallimentare. Guerre, dittatura, nanismo industriale, riprovazione mondiale e infine l'8 settembre del '43, col rischio, scampato per pochissimo, di definitiva dissoluzione di uno Stato non ancora centenario. 
Né, d'altra parte, ha dato buona prova la versione “light” dell'uomo della provvidenza, il Berlusconi del “ghe pensi mi”, altrimenti non saremmo così derelitti.
Quando si verifica qualche emergenza, in caso di incendio in un ambiente chiuso per esempio, la risposta del singolo e del gruppo è istintuale ed adrenalinica; tutti si catapultano disordinatamente e freneticamente verso le uscite con il risultato che, spesso, muore o si ferisce più gente per la calca che per le fiamme.
Anche in caso di forte disagio sociale, in presenza di episodi di malavita o di turbativa dell'ordine pubblico frequenti e reiterati per esempio, si arriva facilmente scivolare nei più biechi qualunquismi xenofobi, razzisti o classisti, fino a contemplare le peggiori opzioni di giustizia sommaria e “fai da te” . 
Lo stesso meccanismo si attiva in occasione di un collasso della credibilità e della funzionalità di un sistema politico, come avvenne nel '92 e come sta avvenendo ora.    La gente si ritrova improvvisamente senza riferimenti, con terrificanti prospettive, vittima di provvedimenti devastanti e, immemore del processo che li ha condotti fin li, si pone alla ricerca inesorabile di untori (veri o presunti) e salvifici risolutori di crisi.     E' così che si spiana la strada alle più aberranti restaurazioni ed ai più consistenti arretramenti del progresso sociale.
Ricordiamoci sempre che, nei momenti di crisi e di smarrimento, acquattato nell'ombra e sotto le più viscide pietre, c'è invariabilmente il profittatore di turno, il demagogo asservito o anche solo l'esasperato di talento che è pronto ad offrirci una consolatoria sponda per il nostro sdegno, alimentando le nostre paure e inducendoci a dilapidare le nostre energie nervose in inutili grida e annichilente disperazione.
Una volta ben stanchi ed esauriti, e completamente atterriti, eccoci pronti a subire, con il minimo di reattività, macelleria sociale, diktat e ricatti assortiti.
In realtà dobbiamo mantenere i nervi saldi, recuperare il cuore del nostro ordinamento, il profondo equilibrio della nostra Costituzione, e dopo averlo depurato di tutti gli interventi superficiali e dolosamente “strategici”, recuperarne tutti gli aspetti positivi, che sono numerosissimi, e stavolta vigilare affinché nessuno se ne appropri per fare gli interessi propri, dei propri familiari, sodali e gruppi d'interesse.
Questo significa però avere una maggiore presenza nella vita sociale e politica, significa fare la fatica di seguire e valutare le azioni di chi ci governa a tutti i livelli. Comporta il non disinteressarsi del dibattito politico, affrontando e approfondendo le opzioni che si presentano. 
E' faticoso e spesso ingrato farlo. Imparare a valutare le opinioni che non condividi, dividendo le posizioni strumentali e fasulle da quelle dotate di validità intrinseca, ancorché detestate, riconoscere e inquadrare aspettative che non ti appartengono è gravoso e ti allontana dalla semplicità a cui tutti anelano. 
La realtà è però eminentemente complessa ed articolata e se pretendi di scansare queste caratteristiche condanni te stesso e tutti gli altri al fallimento. 
La caratteristica di obbedire aprioristicamente ed eseguire asetticamente qualsiasi ordine è peculiare di tre tipologie di persone: i pecoroni, i picchiatori ed i parassiti. C'è forse qualcuno che anela ad appartenervi? Purtroppo si, ma questo non significa che ciò debba andarci necessariamente bene, implica semmai il loro riconoscimento e la loro pronta neutralizzazione.
Buttiamo dunque a mare, e alla svelta, una legge elettorale “poterecentrica”, un maggioritario d'accatto e truffaldino, pretendiamo le dimissioni dei vecchi arnesi politici di lungo corso, facciamo spazio ad una classe politica rinnovata e civile.
Valorizziamo tutti quei movimenti nati dal disgusto per la politica (M5S e ALBA per esempio), depurandoli dai demagoghi che talvolta li frequentano, per costruire dal basso e durevolmente una vera e propria rinascita del senso civico e di responsabilità, per stimolare nei partiti (dai quali non ritengo si possa prescindere, checché se ne dica) l'abbandono dell'autoreferenzialità ed il recupero della loro missione storica.
Incazziamoci pure, visto che ne abbiamo tutte le ragioni, ma senza abbandonarci alla furia, rimaniamo concentrati e focalizzati e, quindi, minacciosi e pericolosi per i nostri sfruttatori.
Come esortano i marines "stay sharp and focused"








giovedì 29 marzo 2012

L'antica malattia massimalista.


E' un po' che non alimento questo blog. In parte ciò è avvenuto per uno strano miscuglio tra crisi di rigetto da frequentazione della rete ed insorgenza di noiosi problemucci (di non grave entità, ma persistenti) da frequentazione della burocrazia sanitaria e degli enti locali.
Si è anche però verificata una sorta di blocco “valutazionale” di fronte a due differenti problemi che recentemente hanno occupato la cronaca. Mi riferisco alla TAV ed alla riforma del mondo del lavoro.

Per il secondo problema mi riprometto di esprimermi più avanti, quando e se sarò stato in grado di padroneggiare l'incazzatura al calor bianco che mi ha causato la visione della solenne noncuranza, per gli aspetti sociali della riforma, mostrata dai nostri cosiddetti salvatori. Il governo dei tecnici anche questa volta ha esibito la sua abituale e glaciale determinazione che già ha caratterizzato il disastro delle pensioni. Mi sembra, a questo punto, del tutto evidente che gli esimi professori hanno un concetto di “equità” piuttosto strabico.
Perché il Prof. Monti non ha inalberato la stessa petulante e querula espressione imbronciata, che ci proviene dal suo tour asiatico, in occasione del coro di distinguo inverecondi seguiti alla sua timidissima azione su monopoli e liberalizzazioni? Evidentemente, ai suoi occhi, non tutte le terga sono ugualmente violabili.

Riguardo alla TAV (e premetto subito che io non sono contrario), grande è la mia confusione e profonda la mia frustrazione di fronte alle bordate propagandistiche incrociate delle due parti. Ascolto le due campane e non riesco a non pensare che nessuno ce la racconta giusta. Da una parte vedo mobilitati gli interessi delle imprese, illanguidite dalla prospettiva di lucrosi appalti, e non riesco a non pensare che il malcostume e la corruzione hanno costellato la nostra terra di opere la cui utilità – non sempre assodata – è spesso stata annullata da grottesche levitazioni di costi e da rovinosi effetti collaterali sull'ambiente. Dall'altra parte vedo una rigidità manichea ed una compunta strategia aprioristicamente antagonista, peraltro extraterritoriale rispetto alla Val di Susa, che si appropria di un contendere per esercire la propria “giustezza” d'intenti e “bellezza” d'animo.
Come sempre avviene in questi casi, le belluinità propagandistiche assolute proferite dalle parti finiscono con il marginalizzare la sottostante realtà e, lasciando spazio solo alle estreme polarizzazioni, uccidono la complessità delle ragioni opposte. Avviene comunemente infatti che nelle guerre e, generalmente, nelle contese più accese, le zone di sovrapposizione delle argomentazioni dei due partiti vengano negate e criminalizzate dagli zeloti degli opposti schieramenti. 
E quando i giusti “senza se e senza ma” decidono di far vincere la propria visione, quelli che amerebbero avere certezze, ma riescono solo a nutrire dubbi, vengono immediatamente additati al pubblico ludibrio e ritenuti più pericolosi dello stesso nemico dichiarato.

Io, purtroppo per la mia pace interiore, pur collocandomi per storia personale e per intimo sentire nel campo progressista, non riesco a condividere (e neanche a comprendere veramente) la contrarietà assoluta e pugnace che una parte della sinistra nutre nei confronti della TAV.
Una rilettura, anche superficiale, della storia della penisola italiana dimostra come l'esecuzione dei principali trafori alpini abbia permesso, a suo tempo, alla nostra nazione di inserirsi vantaggiosamente nella dinamica degli scambi commerciali europei. Quelle opere ci consentirono di ovviare da una parte all'isolamento indotto dalla presenza del formidabile ostacolo alpino e, dall'altra, alla marginalità delle rotte mediterranee rispetto ai flussi mondiali. E non si trattò solo di privilegiare un'ottica mercantilistica; insieme alle merci iniziarono a circolare più facilmente le idee e, grazie a queste, i processi costitutivi stessi della nostra nazione ne trassero vigore ed impulso.
Molti di quei trafori sono ora, a dispetto degli interventi manutentivi e delle modernizzazioni operabili nei limiti della circostante natura, inadeguati tecnicamente e funzionalmente, quando non rischiosi nella loro operatività per vetustà o eccessivo sfruttamento.

E' stato spesso opposto che la linea ferroviaria già esistente è al momento sottoutilizzata e che, quindi, la costruzione di un'altra sarebbe inutile e inutilmente dispendiosa. Questa è una considerazione valida esclusivamente nel breve termine. Si presume e si opera perché l'attuale crisi che deprime gli scambi e le economie venga superata rendendo l'opera necessaria, funzionale e conveniente. E non sarebbe neanche possibile implementare la linea esistente senza interrompere i collegamenti per anni, spendere comunque cifre comparabili o superiori ed ottenere risultati inferiori. Io non riesco a capire perché si debba sancire la nostra esclusione dal futuro network europeo condannandoci ad una marginalità da repubblica caucasica ex-sovietica, priva però di risorse naturali.
Non capisco neanche perché la possibilità reale di spostare il transito delle merci da gomma a rotaia debba essere così messa in secondo piano. Questa perplessità è stata, a suo tempo, espressa anche da alcuni ambientalisti transalpini. Di loro non ho più sentito parlare.
Mi si dice che il materiale di risulta degli scavi sarebbe composto in gran parte da amianto ed uranio. Questa è una obiezione formidabile, ma credo che sarebbe stato sufficiente prevedere ed imporre un adeguato trattamento dei detriti, costituendo un organismo di vigilanza composto dai valligiani (o da tecnici di loro fiducia) munito di poteri effettivi e non di semplici funzioni consultive e di controllo. Questo avrebbe neutralizzato le eventuali furbate delle imprese costruttrici e le avrebbe responsabilizzate per i loro intuibili dinieghi dimostrando, se del caso, che il re era nudo.

Io sono sicuro che c'è stato un tempo, all'inizio di tutto, in cui le ragioni pro o contro questa infrastruttura sono state più chiare e lineari. Tale chiarezza è oramai persa e, credo, irrecuperabile, sotterrata sotto slogan, forzature ed iniziative volte a negare dignità e valore alle posizioni avverse. In questo sport nessuno si è risparmiato, né i pro né i contro.

Io so solo che ritengo necessaria l'esecuzione dell'opera, ma che non vorrei per questo prevaricare chi abita in prossimità dei cantieri.  Mi (e ci) è stata negata la possibilità di valutare serenamente la situazione.     Ancora una volta mi (e ci) viene richiesto un arruolamento “a prescindere” e negata la possibilità di sviluppare ed articolare le nostre considerazioni. 

Siamo dei barbari.

domenica 26 febbraio 2012

L'ottica da "bottegai"


E' un'attività piuttosto affascinante spigolare nella blogosfera ed imbattersi in ogni genere di spunto e notizia. Ora che sono un “retired worker” (il termine “pensionato” è prosaico ed al momento impresentabile) è anche una sorta di rivincita contro anni di costante, spasmodica e preferenziale focalizzazione su elementi congruenti con la mia passata attività. Setacciare le migliaia di elementi che magmaticamente ribollono nei social networks, o che ti si presentano quando consulti i motori di ricerca, è distensivamente dispersivo. E' anche deliziosamente affascinante per le continue sollecitazioni che ti scuotono e, qualche volta, ti confondono, obbligandoti ad una tonificante attività di correlazione tra input spesso molto differenti. E', in definitiva, una forma post-moderna di “cazzeggio”, ma molto produttiva se ti mantieni ricettivo.
Ognuno di noi però mantiene speciale considerazione e sensibilità per taluni argomenti. E' di conseguenza scontato che determinate notizie, o pareri, continuino a posizionarsi su corsie preferenziali che le fanno emergere con vigore e prepotenza, ponendo le altre sullo sfondo, non dimenticate, ma valutabili con maggior comodo.
Nel mio caso, ma sono credo in numerosa e qualificata compagnia, tutto ciò che ha a che fare con la condizione del mondo del lavoro e, in particolare, con la questione dei lavoratori ultra-cinquantenni, attira il mio sguardo e mi induce a riflessioni piuttosto amare vista l'angolazione con la quale, al momento, il dibattito viene svolto. Nella fattispecie la mia attenzione è stata calamitata da un articolo a firma di Marina Cavalieri e pubblicato oggi su Repubblica, consultabile a questo link:

Il titolo - Produttivi, competenti e flessibili" Aziende, assumete i cinquantenni" – ha chiaramente catturato la mia attenzione e, leggendolo, apprendo che in Germania la Sig.a Ursula von der Leyen, Ministro del Lavoro, dichiara:
Assumete i cinquantenni, fateli lavorare. Sono competenti, responsabili e anche flessibili. Non hanno il problema urgente di fare carriera, non devono dimostrare di valere. Per questo sono meno competitivi e più collaborativi. La loro esperienza non è da buttare: gli over 50 possono diventare, con l'allungamento dell'età pensionabile, di nuovo strategici. Queste parole non sono l'ultimo appello di una generazione in declino, prima della definitiva rottamazione, ma l'esortazione di Ursula von der Leyen, ministro del Lavoro tedesco, che ha chiesto alle aziende di assumere sempre più persone sopra i 50 anni, di non prepensionarle. Le ultime ricerche elaborate dalla nazione più efficiente d'Europa dimostrano infatti che la produttività sale quanto più in un'azienda l'età dei dipendenti è equilibrata. Quando cresce il numero dei lavoratori che hanno tra i 45 e i 50 anni, anche la produttività aumenta, secondo uno studio del 2%. È dunque un pregiudizio infondato che più si è giovani e più si lavora.


Nel corpo dell'articolo, inoltre, viene rapportata la posizione istituzionale tedesca con... quella italiana? Non scherziamo. Qui da noi non c'è alcun tentativo di governare processi sociologici, così come non esiste alcuna ipotesi di politica industriale, di politica energetica o di altre auspicabili, ma neglette, azioni di governo strategico e responsabile della nazione. Se ci sono, promanano comunque da un governo emergenziale e transitorio, sono in barcollante fase iniziale e, quando toccano interessi costituiti, vengono prontamente smorzate ed edulcorate. Da noi, come noto, si naviga a vista e la frase evoca recenti e dolorosi eventi nautici.
Vengono riportate le opinioni di Paolo Citterio – presidente dei direttori risorse umane – che, in qualche modo, riconosce il valore aggiunto dei lavoratori più anziani, ma che naturalmente riesce solo a entrare nel merito del loro maggior costo per l'azienda. Evidentemente se la risorsa è inanimata il suo costo è una variabile accettabile, altrimenti no. Citterio, con sagacia italica, ritiene di poter aggirare il “problema” postulando per i dispendiosi vecchietti un part time al 50% del loro costoso tempo, ma remunerato al 60%, bontà sua. Che sarebbe poi come dire che è ben contento di fruire del valore aggiunto di un lavoratore esperto e formato, ma che dopo aver gustato il dolce frutto non si perita di gettarne per terra la buccia.
Una proposta agrodolce che arriva all'indomani del passaggio a un sistema previdenziale contributivo che collega quel 50% a durature e pesanti conseguenze, e a carico di chi? Indovinate! Nel 19° secolo il minatore vedeva il suo salario decurtato del costo degli esplosivi e degli attrezzi che utilizzava. In altre parole veniva costretto a partecipare integralmente ai costi percependo, in cambio, i ricavi marginali che l'imprenditore riteneva di riconoscergli. Concettualmente non mi pare che si sia fatta molta strada da allora.
Il sociologo Luciano Aburrà, giustamente, rileva che il tasso di lavoratori con età superiore ai 45 anni non può che aumentare per fattori sia demografici che di scelte in materia previdenziale, solo che mentre in Germania “si cercano soluzioni, da noi continuano i processi di espulsione in base all'età anagrafica, la crisi ha spento gli ultimi segnali di gestione dinamica delle risorse, di acting age, da noi prevale la rottamazione spesso attraverso la forma dei prepensionamenti". Una dinamica piuttosto strabica e controproducente, indice sicuro di carente (o non perseguita) capacità progettuale.
Nella solerte e produttiva Germania, aumentano certamente l'età pensionabile, ma costruiscono e manutengono una prassi complessiva ed efficace a supporto del mondo del lavoro. Stimolano una “visione” del dipendente ultracinquantenne e dei suoi punti di forza, magari interessata, ma funzionale. Da noi, come al solito, la si vuole "cotta e ben condita". Così aumenti l'età pensionabile, espelli i "vecchi" costosi, demotivi i giovani e poi concioni, ideologicamente e con scarsissima onestà intellettuale, riguardo l'art. 18 e la sua presunta esizialità. Naturalmente infrastrutture carenti, corruzione, inefficienza amministrativa, giustizia funzionalmente bloccata sono solo bazzecole che, non appena scongiurato il pericoloso strapotere della trimurti sindacale, si dissolveranno come neve al sole garantendo magnifiche sorti e progressive.
Tempo fa, su Facebook, ha circolato una vignetta che riportava la frase: “una bugia, se ripetuta a sufficienza, diviene realtà”. Nella vignetta , una bimba cancellava la parola “realtà” e la sostituiva con “politica”. Il sentimento soggiacente era, evidentemente, ispirato all'antipolitica, ma questo non toglie nulla alla validità della frase non emendata. Le affermazioni che ci vengono così spesso ripetute, sono così poco argomentate e pervicacemente ripetute da assumere, dopo un po', vita e “validità” proprie.
Per esempio:
  1. I lavoratori a tempo indeterminato non sono persone che, grazie ad una lotta secolare e con sacrifici e privazioni, sono arrivati ad un certo grado di difesa dei propri diritti, sono dei privilegiati che drenano risorse.
  2. I sindacati che si oppongono all'arretramento delle condizioni dei lavoratori sono “conservatori”. Gli imprenditori che si accaniscono a riportare la situazione agli ultimi anni del 18° secolo, invece, come li definiamo?
  3. I giovani, se volessero, potrebbero lavorare anche da subito. Premesso che non è statisticamente vero, di che lavoro stiamo parlando? A che condizioni? Con quale durabilità? Con quali prospettive?
  4. I giovani devono mettersi in testa che devono essere “più bravi”. Piccolo problema; visto che la cosa è posta in termini relativi, con tutta evidenza, non possono essere tutti “più bravi” e, comunque, quelli meno bravi cosa dovrebbero fare, suicidarsi? E, ancora, “più bravi” significa meglio pagati? Non sta funzionando così; in genere più bravo significa con maggiori probabilità di usufruire di qualche mese di contratto di esotica definizione, con retribuzioni vergognose.
Quando, finalmente, avranno demolito del tutto lo statuto dei lavoratori, caduto l'ultimo paravento e  verificata la persistenza degli annosi problemi che deprimono la nostra società, cosa si inventeranno per occultare la semplice constatazione che la classe dirigente di questo paese è incapace e dedita a compulsioni tafazziane? Come faranno a nascondere che, in realtà, manager e politici non sono in grado di andare oltre l'angusta progettualità e la meschinità dei "bottegai" di bordighiana memoria? Non lo so, ma sicuramente qualcosa se la inventeranno.
C'è solo un piccolo problema, Tafazzi massacrava i suoi di attributi, questi invece dispongono liberamente dei nostri (ricordate il dolce frutto e la buccia?). E se, improvvisamente e tutti assieme, dicessimo basta?

sabato 18 febbraio 2012

Il destino di un satellite


Le potenze vincitrici della Grande Guerra, la Francia in particolare, dopo l'armistizio  protrassero criminalmente il blocco delle derrate alimentari ad una Germania già sconfitta, affamata ed inerme, con ciò causando inutili morti tra i civili e moltiplicando gli effetti della concomitante e letale epidemia di spagnola.   Imposero anche riparazioni economiche così ingenti da stroncare preventivamente e programmaticamente, nel breve e medio termine, qualsiasi ipotesi di ripresa di una nazione che solo cinque anni prima era all'avanguardia tecnologica ed industriale mondiale.
Le potenze dell'Intesa perseguirono l'obiettivo strategico di rimuovere dalla scena un ingombrante competitore.    Agirono con protervia e in preda ad un fatale desiderio di rivalsa che, ancora oggi produce effetti.

L'atteggiamento così meschino e miope dei vincitori rese precario e alla fine perdente l'esperimento di una democrazia, quella di Weimar, già costitutivamente gracile, innestata com'era su di un terreno fino a poco prima monarchico e semi assolutistico. 
La democrazia, vissuta senza alcuna padronanza di strumenti adeguati, circondata da suggestioni autoritarie e impazienti sentimenti revanscistici, finì ben presto schiacciata dal confronto tra il miraggio bolscevico e la risposta populista e reazionaria nazista. Sappiamo chi ebbe la meglio e, retrospettivamente, possiamo dire che si trattava della classica “alternativa del diavolo”.

Chi se la sente di rimproverare ai tedeschi reazioni pressoché pavloviane di fronte a scenari economici recessivi? 
Immaginatevi di aver avuto un nonno che vi raccontava di prezzi decuplicati nell'arco di una giornata lavorativa e borsellini grandi come zaini alpini per riuscire a contenere le banconote necessarie all'acquisto di un filone di pane e un po' di cipolle. Figuratevi di essere cresciuti con un padre reduce da un conflitto che ha guadagnato alla vostra patria una inossidabile diffidenza mondiale. Pensate a voi stessi come ad un soggetto che, comunque, deve aprioristicamente chiarire di non avere suggestioni antisemite, autoritarie ed egemoniche prima di intraprendere qualsiasi confronto. Piazzate tutto questo nel quadro di un paese condannato ad essere, per virtù propria, forte e leader e vedrete come sia fatalmente facile produrre comportamenti sbagliati se non si esprimono, nel contempo, leaders politici veramente cospicui.

La signora Merkel è persona seria ed onesta, ma non è un gigante politico. Anzi, l'intero personale politico tedesco (e non solo) è inadeguato alla bisogna. Pur per ragioni distanti anni luce da quelle delle potenze dell'Intesa, l'atteggiamento tedesco nei confronti della crisi in generale e della Grecia in particolare è strategicamente e rovinosamente errato. E' paradossale come proprio i tedeschi non comprendano quanto è storicamente pericoloso ridurre una nazione ed un popolo all'angolo, senza prospettive e con certezza di un futuro di fame e sofferenze e, d'altra parte e ancor più paradossalmente, è proprio il loro vissuto che li condiziona a farlo.
I processi storici non sono lineari e pretendere di affrontarli e risolverli come se si trattasse del montaggio di uno scaffale è velleitario e rovinoso.

I greci sono stati cicale? Pare di si. Hanno fatto tutto da soli? Pare proprio di no. I due maggiori fustigatori, Francia e Germania, hanno le loro responsabilità tanto nell'insorgenza quanto nell'incancrenirsi del problema e ora appaiono come quegli animali selvatici che, sorpresi nella notte su di una strada di campagna, fissano immobili i fari dell'auto che li travolgerà o, peggio ancora, vi corrono incontro spaventati e palpitanti.
Adenauer, De Gasperi e Schumann, contemplando le macerie materiali e morali di un'Europa distrutta e sofferente per numerose piaghe ancora aperte, consapevoli che gli odi, i tornaconti nazionali e nazionalistici erano ancora lì a covare sotto la cenere, si sono detti che l'unica strategia risolutiva doveva essere il superamento dei particolarismi e la fusione delle varie identità in un tutto coerente e vitale. Un compito immane e di lungo corso che avrebbe meritato costante applicazione e grande concentrazione. Non è stato così. Man mano che le generazioni di politici si succedevano le une alle altre, e sulla ribalta si affacciavano persone sempre più appagate per una sicurezza ereditata e non costruita, il processo di costruzione dell'Europa unita perdeva di chiarezza e focalizzazione. Ora l'Europa è qualcosa di incompiuto e contraddittorio, con componenti di serie A e di serie B e con tutte le tipiche compartimentazioni che la visione frammentata ed egoisticamente localistica di governanti piccoli e di corto respiro, fatalmente, comporta.

Noi dobbiamo trovare il coraggio e la forza di riprendere a costruire il sogno dei nostri padri. Dobbiamo sforzarci di assumere, ciascuno per la propria parte, assetti adeguati per poi fonderci gli uni con gli altri. Dobbiamo fare ciò per riuscire a competere sullo stesso piano dei giganti mondiali che ci circondano. Dobbiamo fare in modo di essere loro partner, diversamente diventeremo loro satelliti e noi sappiamo cosa accade, di norma, ai satelliti, vero?