Visualizzazione post con etichetta elezioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta elezioni. Mostra tutti i post

sabato 2 ottobre 2021

Cercasi lieto fine... disperatamente.

Oggi, alla vigilia di una tornata di elezioni amministrative che potrebbero fornire alla destra del Paese l'appiglio per pretendere elezioni politiche anticipate, o quantomeno i necessari presupposti per condizionare l'azione del governo in carica, di suo già piuttosto suscettibile di farsi orientare, il mio pensiero corre agli anni appena trascorsi, nei quali ho raccolto infinite patenti di ingenuità politica e di movimentismo irresponsabile, con varie e sprezzanti etichettature che andavano da pseudorivoluzionario nostalgico, in odore di pentademenza (cosa che mi indispettiva particolarmente, per la mia supposta contiguità coi fivestars) a sostanziale supporter della destra arrembante, per stigmatizzare il mio tignoso disgusto per il processo di transizione del fu grande partito della sinistra italiana nel campo del neoliberismo.


Quelle critiche, anzi sentenze, provenivano dal mio côté politico, soprattutto dai miei ex compagni sessantottini. 
 
Non tutti, fortunatamente, solo quelli usciti per una
ragazzata protestataria dalla loro classe di elezione alto-borghese, per rientravi, beninteso, subito dopo lo spegnimento del sacro fuoco rivoluzionario, ma con quella leggera mano di vernice rossa, sempre più sbiadita e screpolata per i tartufeschi contorcimenti logico-dialettici che servivano loro per rimanere on the sunny side of the street, rivendicando però il diritto/dovere di smerdare chi turbava il loro pacifico, e gesuitico, adattamento.

Erano rampolli dell’alta borghesia condannati per diritto di nascita, per così dire, ad una fulgida riuscita nella vita, qualunque cosa facessero, o quasi.
Non erano numerosi quanto eravamo noi poveri peones, tutti più o meno rimasti nella modesta nicchia della classe d’origine, ma risaltavano meglio.

Torme di propagandisti del qualunquismo da maggioranza silenziosa si sono liberamente servite delle loro conversioni ad “u” per alimentare l’implacabile controrivoluzione conservatrice che lo sterilizzò quel ‘68, un fenomeno cui sono felice di aver partecipato, che tante ragnatele tolse alle strutture della nostra società, e che tanto fece, collegandosi alle lotte operaie, per una stagione di avanzamento dei diritti dei lavoratori, quelli poi distrutti, da Treu a scendere, dai compagni ragionevoli della sinistra di governo.

Tra di loro c’è anche qualcuno che, come me, proviene dalla base della piramide sociale, senza radiosi futuri garantiti, individui che in questi anni sono stati particolarmente aggressivi nell’appioppare le etichette di cui più sopra, con la solerzia tipica del parvenu in arrampicata, perché alla fine non c’è cane peggiore di quello che vuole far scordare di essere stato un lupo.

La loro rivendicatissima ragionevolezza, cui il massimalismo onanistico degli atomi sparsi della sinistra radicale non ha fatto nemmeno il solletico, ha coltivato accuratamente le condizioni che hanno portato la destra neo e post fascista a divenire il prevedibile futuro, ferale, del nostro disgraziato Paese.

La cosiddetta "sinistra di governo" edulcorando la sostanza e l'identità stessa della sua origine politica, fino a compiere la sua completa trasmutazione liberista, ha creato un vuoto che, in quanto tale, è stato immediatamente riempito ed occupato da qualcosa o qualcuno che ha sempre interpretato meglio la natura centrista e conservatrice, rispetto al nuovo arrivato.

E' al PD, ed ai suoi cespuglietti funzionalmente parascissionisti che dobbiamo la nascita e l'affermazione dei neo-giacobini pentastellati, che hanno raccolto il risentimento della gente, salvo poi disperderlo per incapacità politica e tare metodologiche congenite.   Ed è sempre alla sedicente sinistra di governo che  dobbiamo il tasso di ambiguità che ha consentito  alla Lega di rappresentare, in potenza, un terzo dell'elettorato, limitata e poi mortificata nel suo successo solo dalla tracotanza autolesionista del suo capo politico, superato infatti a destra dai nipotini del Duce, pronti ad esprimere il prossimo governo e la prossima Primo Ministro, in quella che dovrebbe essere la repubblica nata dalla Resistenza.

La dinamica politica di questo Paese è mutilata, monca di una componente necessaria, senza la quale la democrazia diventa un fatto recitato e privo di reale sostanza.

C'è, nella galleria tassonomica politica una nicchia vuota, quella della sinistra, e stiamo avviandoci a pagarne il prezzo.

venerdì 6 aprile 2018

Parigi, e Palazzo Chigi, val bene una messa?

In questo articolo, di cui raccomando la lettura, Aldo Giannulli elenca puntigliosamente le ragioni per le quali si è allontanato da M5S, che poi sarebbero le identiche ragioni che mi hanno sempre fatto diffidare del Movimento, ragione per la quale non mi ci sono mai avvicinato, dato che quello che viene sottolineato nell'articolo, a mio avviso, è sempre stato ampiamente prevedibile.

Il problema però, a questo punto, è che un terzo dell'elettorato attivo (in realtà un più modesto quinto degli aventi diritto al voto) quel Movimento l'ha votato, e non sono bruscolini.  




E' vero che non basta per costituire un governo stabile e al riparo da brutte sorprese, ma rimane il fatto che M5S è una parte importante e rappresentativa della politica italiana, e allontanarsene - o sottolineare la propria distanza - può risultare interessante, e solleticare l'autostima di chi indulge, come il sottoscritto, in fatali io l'avevo detto, però non aggiunge, o toglie, nulla al fatto che siamo malamente INCARTATI.

M5S intercetta un terzo dei voti, il centrodestra - non troppo unito - fa un pochino meglio, il PD, sconfitto assoluto della consultazione si piazza come secondo partito italiano, pesando un pochino di più del secondo vincitore morale, quel Salvini che non sa proprio come uscirsene dal suo personale pantano strategico.


Un dato politico importante discende dal fatto che, in tutto questo, la componente di sinistra risulta non pervenuta, e si tratta di un elemento che, a prescindere dalle proprie convinzioni e dalla responsabilità che ha la sinistra stessa nella sua latitanza, disegna un contesto squilibrato e intrinsecamente in debito di democrazia, dato che in un dibattito oggettivamente già complicato viene a mancare una parte importante del contributo dialettico.


Un vero e proprio stallo alla messicana, o  mexican standing, per chi preferisce le etichette fighe, che per essere superato necessiterebbe di un'attitudine che, nel nostro paese, si è persa da tempo, ovvero la capacità di fare politica, di ascoltare e arrivare a sintesi operative proficue e oculatamente finalizzate.


Oddio, in verità il Movimento, in consonanza con le critiche di Giannulli, sta dimostrando di avere una forte attitudine, più dei suoi concorrenti comunque, per un realismo politico di alta scuola democristiana.    Lo dico in senso tecnico, ma anche politico in fondo, dato che la defunta DC fu essenzialmente una federazione di famiglie politiche che spaziavano dalla destra alla sinistra, ma con uno scarroccio costantemente verso destra.


Molti rimproverano, qui sui social, a Di Maio una improvvida arroganza, dato che pone condizioni a tutti pur avendo bisogno di robusti aiuti per portare a casa gli obiettivi dichiarati, costi della politica innanzi tutto, ma il buon Luigi non è realmente arrogante, sta solo mettendo i ferri in acqua per contestualizzare e giustificare l'esercizio di un realismo politico che deve superare i punti fermi. morali e moralistici, sui quali M5S ha costruito la propria narrazione e la propria fortuna. 

Dal mai, per nessuna ragione (e se dovesse avvenire, teoricamente, dovrebbero fioccare le dimissioni), con i collusi e gli indagati, si passa, ora che il fatale destino si è rivelato così scomodo e indefinito, al recedere dai propri bellicosi propositi senza darlo troppo a vedere.

Scatta dunque il modus operandi del pragmatismo politico e si diventa possibilisti, al punto che Lega e PD per me pari sono, e li si investe della responsabilità di fare il gioco di M5S, senza che questi debba compromettersi richiedendolo esplicitamente.


E visto che ci siamo, e che si presenta la possibilità di farlo, perché rinunciare a gettare manciate di sabbia nei meccanismi della concorrenza?  Perché non infilare punteruoli nei punti di giunzione, nel PD, tra un renzismo aventiniano e la sue flebile opposizione interna, più possibilista?  Perché non soffiare sulle braci del fuoco che minaccia di divorare la coesione di un centrodestra diviso tra un Salvini in grande spolvero e un anziano pregiudicato che mastica amaro?

E' vero che la realpolitik in salsa postideologica grilliana stride con la sua veste originaria, tutta vaffaday e dimissioni, tutti a casa, ma come ci insegnano le vicende indecorose delle comunarie genovesi l'elettorato pentastellato è tanto intransigente con gli altri quanto è indulgente con i suoi, e certo saprà convivere con soddisfazione con tutto ciò che il fatal destino renderà necessario fare, riservando ad altri soggetti la responsabilità di tutto ciò che risulterà indigeribile o non si riuscirà a fare.

Insomma, la ricreazione è finita e si torna su modalità più da prima repubblica che da terza, e forse, vista la messe di orrori della seconda, potrebbe essere pure un affare non così tremendo, se ci si accontenta.    

Una cosa però è chiara: 


M5S è qui per restarci.    

Sta dimostrando una capacità di adattamento che è propria degli organismi destinati a sopravvivere a lungo.


Prima ero preoccupato, ora sto organizzandomi per la rassegnazione.


lunedì 19 febbraio 2018

Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio!




Si avvicina, a grandi passi, la tornata delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, alla fine di una delle più squallide campagne elettorali di cui ho memoria nei miei quasi sessantaquattro anni di vita.

Sono settimane che manifesto la mia totale sfiducia nei confronti di ogni singola proposta politica tra quelle che si affannano, in un florilegio di promesse ridicole e programmi velleitari, a contendersi il favore elettorale, e così, per la prima volta da quando ho la facoltà di esercitare il mio diritto di voto, mi trovo a valutare seriamente la possibilità di non votare per alcun partito.

E' una decisione che mi angustia profondamente, dato che sono cresciuto disdegnando l'astensione quale esercizio di qualunquismo, ma credo che in questo passaggio noi si sia di fronte ad un fenomeno mai prima verificatosi con pari consistenza nella nostra storia repubblicana, ovvero il continuo incremento del numero di elettori che non si vede rappresentato da alcuna formazione politica.

Ho dunque fatto i miei compitini ed ho trascritto i sondaggi del 16 febbraio 2018, gli ultimi pubblicabili prima del silenzio pre-elettorale, rilasciati da EMG per conto del TG La7, in un foglio elettronico, e li ho elaborati tramutando le percentuali in numero di elettori.

Esaminando il risultato delle mie fatiche è emerso qualcosa di più del dato, sottolineato da Masia e Mentana, che vede nei probabili esiti elettorali un sostanziale stallo, con una quota di indecisi - 12,3% del campione, ovvero 6,5 milioni di elettori - che getta sul tutto la stessa aleatorietà di un lancio di dadi.

Una delle cose che non vengono colte quando si leggono i sondaggi è che le percentuali  riferite ai partiti sono sempre relative agli intervistati che esprimono un'intenzione di voto positiva, col risultato che sommando tutti i risultati, partiti + indecisi + astenuti/scheda bianca, emergono dei totali eccedenti il 100%, nel nostro caso il 146,3%.

In realtà se si rielaborano i dati confrontandoli con l'intero campione quelle percentuali cambiano drammaticamente, tanto che M5S, il partito che con il 27,1% risulta primo nei sondaggi, corrisponde ad un meno entusiasmante 14,55% del corpo elettorale, così come la coalizione in testa a tutti, il Centrodestra, slitta da un grandioso 37,5% ad un più modesto 20,14%.

Alla luce di questa analisi, con i dati riferiti all'intero corpo elettorale, emerge chiaramente che il primo partito italiano è in realtà quello dell'astensione, che mette a segno un terrificante 31,9% (34% aggiungendovi le schede bianche), ovvero un terzo dell'elettorato, molto più del doppio di M5S, quasi tre volte il PD e quattro volte FI.

Anche prendendo in considerazione le coalizioni vediamo che l'astensione mette a segno uno scarto di circa 7 milioni di elettori in più rispetto al centrodestra, scarto che corrisponde alla consistenza sia del centrosinistra che di M5S, sopravanzati ciascuno di circa 10 milioni di voti. 

Si tratta di sondaggi chiaramente, e negli ultimi tempi gli istituti demoscopici non hanno certo brillato, complice la consistenza abnorme della quota di indecisi, ma se può risultare aleatorio cercare ora di strologare chi conseguirà più voti,
non mi pare possano esistere molti dubbi sulla scarsa capacità della politica italiana di rappresentare le istanze della maggioranza degli elettori.
Questo aspetto rende, tra l'altro, irricevibili le considerazioni circa il fatto che chi si astiene ha torto.   Io, posso sbagliare.  In centomila possiamo appartenere al popolo di qualunquisti che non si interessano di politica, ma 17 milioni di elettori non possono aver torto, sono troppi, e se hanno torto allora ancor più sbagliano i partiti politici, che non riescono ad intercettare la loro fiducia e ad interpretarne le istanze.

Non sono in grado di dire cosa accadrà dal 5 marzo in avanti, ma certamente avremo un Parlamento:

  • eletto con una legge che molto difficilmente passerà indenne dall'esame della Corte Costituzionale;
  • rappresentante a malapena una minoranza dispersa dell'elettorato italiano;
  • pronto alle aggregazioni più indecenti.
In una parola: un disastro.



sabato 30 maggio 2015

Podemos, ovvero la sora Camilla, che tutti la vonno e nissuno la pija.

Io a questo giro non sono chiamato a votare, ma se lo fossi, o quando dovrò farlo, selezionerei la lista di sinistra che più si avvicina al mio sentire. Astenermi o votare scheda bianca sarebbe per me una sconfitta morale insopportabile.

Lo farei per non "convalidare" un partito stravolto da una deriva autoritaria e peronista e per non reggere il sacco ai diligenti sicari di un potere finanziario e sovranazionale, non sottoposto al vaglio di consultazioni democratiche, ma non coltiverei certo il sogno di aver trovato la giusta risposta ad un popolo di sinistra orfano di rappresentanza.

Tutte le formazioni di "sinistra-sinistra", al momento votabili, non sono ancora uscite dal ghetto autoreferenziale e identitario delle innumerevoli schegge che hanno frammentato la sinistra, aprendo la strada al Partito della Nazione di Renzi.

Tutti si fregiano di una gloria spuria per il buon risultato elettorale di Podemos, ma nessuno dei precipitosi estimatori ha mostrato di capire la natura profondamente innovativa di quella formazione tranne, forse, Landini con la sua proposta in laboriosa e indefinita gestazione.

Nessuno ha capito che si tratta di un movimento che parte dalla volontà/capacità di semplici cittadini a farsi coinvolgere in un processo fondativo e con la prospettiva, credibile, di poter poi partecipare al governo delle iniziative individuate.

Pochissimi si sono accorti che i promotori del fenomeno Podemos sono certamente esperti di scienze sociali e con pregresse esperienze di impegno politico, di base in genere, che però non si sono proposti, assiomaticamente, quale gruppo dirigente.

Si sono messi al servizio della elaborazione di una linea e di un percorso, dopo aver fornito le premesse organizzative e facilitato l'acquisizione degli strumenti di base, lasciando poi alla gente il compito, e l'onere, di sviluppare, gestire, verificare e manutenere un progetto politico.

Sto parlando di qualcosa che qui da noi non esiste. Qualcosa che ha cercato più volte di svilupparsi (girotondi e popolo viola per esempio), ma che è sempre stata strangolata nella culla, invariabilmente e immediatamente bastonata sulle orecchie da chi non gradiva certo l'intromissione di sprovveduti e inopportuni “cosacchi”.

Non gradivano certamente i partiti storici e tradizionali, centralisti per antica abitudine e dediti alla blindatura del personale politico che li esprime, e ancor meno gradiscono oggi, in tempi di candidato “impresentabile”, quando la commistione tra affari e politica, o tra malavita e politica, non ha più neanche il pudore di rimanere in una prudente ombra.

Renzi, come sempre, mette il cappello su tutto ciò che appare vincente, senza troppo preoccuparsi della verosimiglianza delle sue pretese, e dunque si fa un selfie ideale con Podemos, senza chiedere il permesso e pronto a dimenticarsene non appena ciò gli farà gioco.

Ma non gradirebbe molto neanche la grande novità del panorama italiano, quel 5 Stelle che si è proposto, con grande successo, quale interprete del malessere generale e forza moralizzatrice, a contrasto del malaffare che impera nei vari livelli di governo del nostro paese.

M5S rivendica più di un'affinità con Podemos, però Pablo Iglesias ha rigettato questa consanguineità, senza acrimonia, ma fermamente, ed io credo che vi sia più di una ragione per rifiutare questo apparentamento.

Podemos promuove istanze di base che elaborano proposte e che vengono consultate in ogni fase, soprattutto quando si tratta di verificare e rimodulare, se del caso, l'azione politica. Nel farlo non ha la pretesa di esercitare una tecnologica, e illusoria, democrazia diretta. Accetta il rischio di uno scollamento dalla base e lo combatte rinforzandone il coinvolgimento.

M5S, invece, appronta una piattaforma informatica, asfittica, insufficiente e dalla incerta funzionalità, che copre un risicato 2,2% della base elettorale. Vi sono “cittadini” parlamentari o consiglieri selezionati da “primarie” elettroniche che individuavano candidati “forti”, talvolta, anche di solo una decina di sostenitori.

Quando poi accade, come col quesito sulla partecipazione ai colloqui con Renzi Presidente incaricato, che la base esprima un orientamento non gradito, allora partono immediatamente scomuniche e greve ironia da parte del “portavoce” Grillo, il quale si contorce e protesta per “l'errore” degli elettori e dunque vi partecipa, non potendo smentirsi così platealmente, ma solo per far fallire il colloquio e dire: “visto? Ve l'avevo detto!”.

Anche la sinistra-sinistra ama apparentarsi con l'esperimento vincente spagnolo, ma non sembra ancora disposta ad abbandonare la vocazione verticistica che l'ha sempre caratterizzata e, piuttosto che porsi come un'avanguardia che sollecita una presa di coscienza, propiziandone il concretarsi in un progetto vitale ed operativo, continua a sembrare il solito Stato Maggiore alla ricerca di un esercito che ne giustifichi esistenza e velleità.

Nessuno infine sembra capire, o forse lo capiscono fin troppo bene, che quando solleciti realmente, e non per modo di dire, l'autodeterminazione di un popolo finisci col cavalcare un inquieto dragone, insofferente ad ogni mordacchia, che potrebbe anche elaborare risposte non previste e, qualche volta, assai sgradite.

E' dunque una cosa che va fatta con cognizione di causa e serietà d'intenti, senza la presunzione di poter suonare ad orecchio o di potersela cavare con i contorsionismi dialettici cui ci ha abituato Renzi.

Io, insomma, non voterei PD e invito tutti a non farlo, ma anche a capire che non basta, che dovremmo decidere di rimboccarci le maniche, smetterla di delegare ed avere il coraggio anche di un certo anticonformismo, per evitare di ricalcare orme che ci hanno già portati nel posto sbagliato.


giovedì 27 novembre 2014

Ultima fermata

L'articolo qui linkato  ha il merito, ai miei occhi, di fare il tentativo di valutare i recenti esiti elettorali al di fuori delle dichiarazioni, stucchevoli e ridicole, di pretese vittorie.
  

Penso che l'analisi svolta sia condivisibile e che la cura della metastasi del nostro sistema democratico e rappresentativo non sia più procrastinabile.
Ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a "renzare" (mi si perdoni l'azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l'ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.    Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com'è a subire l'iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che "vincere" (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l'occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu "la più bella Costituzione del mondo".
Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte "riforme costituzionali" che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del '900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.
In tempi difficili la destra è facilitata nella propaganda e nel proselitismo per via della grossolanità che l'ha sempre contraddistinta.  Emette segnali, spesso creando e istigando situazioni e contraddizioni, che si sintonizzano esattamente sul disagio di un popolo abbandonato a se stesso, senza più nessuno che si incarichi di analizzare, comprendere e proporre soluzioni e battaglie, andando oltre il semplice fiancheggiamento della risposta disperata di persone marginalizzate oltre ogni decenza

Questa nuova sinistra dovrà dunque essere concreta, credibile e disposta anche a qualche piccolo, ma stavolta veramente minuscolo, compromesso funzionale, un pragmatismo tenuto strettamente al guinzaglio di una consapevole visione di una società giusta e solidale.

Lo sforzo dovrebbe essere diretto all'elaborazione di una compiuta visione strategica, ora latitante. Disdegnando la tattica cialtrona e opportunistica che tanto ci è costata e che ci ha condotti fin qui, si potrà essere meno onanisticamente dottrinali e maggiormente incisivi.

Diversamente possiamo quietamente disporci a cercare di sopravvivere, senza prospettive e speranze, in un contesto sociale e politico spietatamente darwiniano.

Ultima fermata compagni, la vettura va in deposito

martedì 18 febbraio 2014

Cronache del "dopo bomba".

Nei giorni scorsi, su Facebook, ho manifestato la speranza che il PD, alla prossima tornata elettorale, pagasse un prezzo pesante per il disprezzo dimostrato verso quella parte del suo elettorato, piuttosto consistente, che proviene dalla tradizione socialista e comunista.
Una sorta di ululato alla luna il mio, reso ancor più vano dalla consapevolezza che il popolo italiano, già resuscitatore di pregiudicati e impalmatore di novelli Peron, potrebbe pure decidere di gratificare il mentalista fiorentino di un'approvazione che mi farebbe accarezzare il proposito di dichiararmi apolide.
Sono stato immediatamente commentato da un mio amico e collega (essendo leggermente più anziano di me ha lavorato pure con mio padre) che è rientrato da qualche anno in Italia, dopo aver lungamente operato nella filiale parigina della defunta azienda per la quale lavoravamo, e che contempla il desolante quadro nel quale viviamo con ancora più straniata incredulità di quella che proviamo noi, che vi siamo sempre stati esposti.

Mi ha imputato un “grossolano errore di valutazione”, sostenendo che “quando gli italiani votano 1/3 PD, 1/3 Berlusconi et 1/3 Grillo c'è poco da stare allegri. Renzi è l'ultimo treno per Yuma”. Ancora una volta viene invocato un pragmatismo che, a mio parere, ha già dimostrato tutti i suoi limiti.
Sono stato fino a febbraio dell'anno scorso, pervicacemente e a dispetto dei campanelli d'allarme che risuonavano nella mia testa, un elettore del PD poiché in sostanza ritenevo che quel partito fosse l'unica possibile carta da giocare, anche se ero ben conscio della deriva "centrista" che minacciava di travolgerlo.
Dopo il voto del febbraio 2012, i maneggi di Napolitano e l'imposizione di un governo di larghe intese (alla faccia dell'elettorato PD che era contrario) non ho potuto che prendere atto del successo delle manovre egemoniche della componente postdemocristiana, della marginalizzazione della "cosca perdente" postcomunista e del prevalere delle ragioni mitteleuropee nel trattamento della crisi.
Mi sono allora chiesto: alla luce del supremo disprezzo dimostrato nei confronti dell'elettorato, del prolungamento del bacio della morte con il centrodestra e delle politiche economiche fallimentari perduranti, ha senso che io continui a prendere il PD come riferimento? E mi sono risposto che no, che sarebbe stato assurdo e contraddittorio, e questa risposta me la sono data molto prima che Renzi facesse ori, carte e primiera, come è recentemente accaduto.
Il mio amico sostiene che Renzi è l'unico che può sparigliare le carte. Forse, e forse no, ma se anche ci riuscisse credo proprio che i "rimedi" che potrebbe confezionarci non riuscirei proprio a digerirli.
In fin dei conti non posso dimenticare che a suo tempo manifestò il suo gradimento per quel detestabile individuo che dirige la defunta FIAT, salvo poi ritirarlo, senza vergogna e senza spiegazioni, non appena quell'endorsement divenne imbarazzante, per non parlare del senatore Ichino e della sua, per me, discutibile visione dello statuto dei lavoratori, altra incondizionata approvazione che il nostro ha poi opportunamente “sfumato”.
Il buon Matteo, come Berlusconi e Grillo, dice quello che gli serve, quando gli serve e senza preoccuparsi di smentirlo il giorno dopo, se la cosa gli fa gioco. Dove sarebbe la boccata d'aria fresca? Ci tirerà solo pacchi ben confezionati ed io ho esaurito la mia sopportazione e non ho più illusioni da coltivare.
Renzi non è responsabile dei tentennamenti e della pratica tatticista suicida della componente PCI (che ha fatto praticamente harakiri) ma si è limitato a trarne le opportune e per lui vantaggiose conseguenze.
Io non ho nessuna fiducia nella sua capacità di interpretare un piano di ripresa che abbia un respiro strategico. Come tutti i politici italiani (tranne Prodi che sarà pure una mortadella, ma che è l'unico che ho sentito parlare di prospettive ventennali) Renzi si limita a guardare la linea dell'orizzonte. E siccome i nostri politici non sono dei giganti il loro orizzonte è di conseguenza piuttosto vicino.
La furbizia da venditore "porta a porta", che conduce il buon Matteo ad esternazioni presuntamente ispirate (da Baricco?) e le ricette economiche suggeritegli da Davide Serra (il titolare di un hedge fund, figuriamoci) non potranno che condurci verso un'assetto neoliberista in salsa parrocchiale, e a me la cosa ripugna e non interessa.
Eccoci dunque alla domanda finale, che tutti ci poniamo: che fare? Pare che quasi tutti, tranne i renziani, rispondano "non lo so". Una risposta come questa denuncia tutta la drammaticità del momento.
Personalmente è la prima volta che mi trovo in questa situazione. In passato mi sono sempre trovato a condividere un progetto con qualcuno, magari minoritario e massimalista, come nella mia gioventù, oppure con un po' di pragmatico opportunismo, come negli ultimi anni di consonanza col PD, ma è la prima volta che non so dove sbattere la testa, e mai come ora l'offerta politica mi è apparsa cialtrona ed impraticabile. E' la prima volta in vita mia, e i prossimi che faccio sono i 60 anni, che non coltivo alcuna fiduciosa speranza e la cosa mi riempie di rabbia.
Votare PD non avrebbe alcun senso per me. Avevo pensato di optare per SEL, che da quando si è costituita ha rappresentato più adeguatamente il mio pensiero, e che ho colpevolmente tradito per rafforzare il "più grande partito dell'opposizione" (essere troppo furbi non è mai una buona idea), ma l'invereconda telefonata di Vendola con il dirigente ILVA mi ha molto raffreddato, e la recente emersione di una componente tatticista (Gennaro Migliore) durante il loro congresso mi ha ancor più scoraggiato.
Ci sarebbe la "coagulazione" dei vari pezzi e pezzettini della sinistra attorno alla lista per Tsipras, sulla quale alla fine ho puntato, ma è una creatura fragile ed il suo percorso è difficile e molto lungo.
Per come la vedo io i vari pezzi di sinistra ancora inglobati dentro il PD, sto parlando del personale politico e non di elettori, contano come il due di picche e non hanno alcuna speranza di incidere sul futuro di quel partito. Se rimangono al suo interno sono masochisti e si assumono la responsabilità di avallarne le scelte centriste.
Uscendone non combineranno forse, e sul momento, poi 'sto granché, ma potrebbe essere importante per una futura ripresa della sinistra in questo paese. Al minimo sarebbe una scelta di chiarezza, e di conseguenza un gran bel cambiamento.
Il PD, alle prossime elezioni potrà o affrontare un tracollo elettorale, pagando il prezzo di tutte le ipocrisie praticate, oppure cavarsela ancora una volta.
In questo ultimo caso vorrà dire che la connotazione del suo elettorato è molto variata e che si è di molto spostata verso il centro, magari pigliandosi anche un pezzetto di transfughi del centro destra.
Comunque vada, un disastro.


giovedì 10 maggio 2012

Sogno o son desto?


Concordo con l'arguzia di  Gianfranco Personè sulla necessità di adottare la definizione di "uomo partitico" che è differente da quella di uomo politico e, soprattutto condivido la visione espositivamente onirica del suo articolo e la puntualità dei suoi successivi commenti.  Rete e Social Network cambieranno tutto, ma siamo ancora come un selvaggio che guarda una lucente chiave inglese e, per il momento, la brandisce.



La rete-acchiappasogni