martedì 6 marzo 2018

The day after



Lo dico subito a chi sta leggendo queste righe: non saranno considerazioni gradevoli le mie, soprattutto se si condivide il mio sentire politico.
Il mio stato d'animo, mentre scrivo, è plumbeo.  Spero che in futuro possa risollevarmi dallo sconforto che provo, ma ora le cose stanno così. 

Credo che le elezioni svoltesi il 4 marzo rimarranno nella storia quale punto di svolta, in una misura che forse apprezzeremo compiutamente solo guardandole da una certa distanza.    Ora è piuttosto il momento dello stress post-traumatico e dell'instabilità del proprio sentire, per chi ha visto frustrate le proprie aspettative mentre, naturalmente, chi ha fatto il pieno di voti si gode la sua vittoria, e solo tra un po' si renderà conto che quella vittoria è largamente morale.

Grazie alla natura del sistema Rosatellum, infatti, nessuno potrà esprimere una maggioranza abbastanza robusta da sostenere un governo capace di mettere a segno i propri punti di programma senza compromessi variamente insoddisfacenti o senza alleanze, sostegni esterni, o altri fantasiosi marchingegni parlamentari, magari escogitati all'uopo, che faranno storcere il naso ai propri elettori, quelli duri e puri, o perlomeno quelli dotati di senso critico.

Ma queste sono considerazioni che riguardano chi ha vinto, ed io non sono certo tra di loro.   No, io contemplo le macerie, e mentre lo faccio passo da velleitari propositi di rinascita a corrosive prese d'atto di realtà oggettive, e sono queste ultime a farsi largo con maggiore, e sgradevolissima, efficacia.

Lasciate che mi spieghi svolgendo prima tre considerazioni di base:
  • Il PD che di sinistra non lo è più da tempo, mette a segno il peggior risultato della sua breve storia, dimezzandosi rispetto allo sbandierato 40% delle europee e molto sotto al risultato del suo esordio veltroniano;
  • LeU, che giocava le sue carte sul fatto di non essere Renzi, puntava alla doppia cifra e ottiene solo una presenza in Parlamento, e pure di stretta misura;
  • PaP si compiace di aver segnalato la propria presenza, ma non consegue neanche i livelli minimi di RC, che ne costituisce l'ossatura organizzativa.

Non mi interessa qui esaminare le ragioni di questa debacle, che ai miei occhi sono piuttosto evidenti peraltro, e non mi interessa perché il dato importante è in realtà un altro, ed è che il popolo italiano, in gran parte, si è espresso in favore del populismo in varie gradazioni di destra, e in quella categoria ci metto anche M5S, che ormai molto chiaramente si è attestato su posizioni che appartengono al centro liberale e liberista, con molte sovrapposizioni col sentire leghista sull'immigrazione e argomenti collegati.

Quell'offerta, dichiaratamente o oggettivamente, di destra e centrodestra ha anche inciso sull'astensione, attesa al 34% e poi fermatasi al 25% (che costituisce in ogni modo una sconfitta del civismo in questo paese, comunque la si voglia mettere), e questo mi impone amarissime riflessioni ed una domanda devastante:

questa è ancora la repubblica nata dalla Resistenza?

La sinistra potrà anche capire la natura dei suoi errori, se si metterà d'impegno - e non è scontato - ma quello che avrà da dire sarà capace di penetrare nella coscienza e nel sentire di persone che hanno privilegiato una visione darwiniana della società e che hanno della solidarietà una concezione familiare o etnica?

Io credo che sia cambiato il paradigma culturale del nostro paese e che sia appena cominciata, dopo il lungo crepuscolo berlusconiano, una notte, che sarà fredda e lunghissima, durante la quale quello che la sinistra avrà da dire sarà in larga parte inascoltato, perché il popolo sovrano ha fatto la sua scelta, ha privilegiato altri valori e a noi non resta che prenderne atto.

Questa notte durerà fino a quando la scelta populista non avrà espresso tutto il male che può esprimere, motivando quel popolo a optare per altre proposte quando le contraddizioni che porta non potranno più essere celate dietro alle narrazioni che l'hanno propiziata.

Non sto disprezzando il responso elettorale, perché io credo nel sistema democratico anche quando non posso compiacermi del risultato.  Devo dunque accettarlo, però credo che quel responso metta in pericolo la nostra democrazia per le prassi che sta sdoganando.      

Ne devo prendere atto, come devo prendere atto dell'inconsistenza della parte politica cui appartengo.   Sono sempre stato dalla parte della minoranza in questo paese, ma è la prima volta che mi ritrovo prossimo all'estinzione.    Non ho più voglia di coltivare illusioni.

venerdì 2 marzo 2018

In politica niente è così apprezzabile come una memoria corta. (J.K. Galbraith)

M5S ha presentato una possibile squadra di governo composta da persone prive di un passato ingombrante, perlomeno fino a prova contraria, e con profili professionali di qualità e coerenti con i dicasteri che andrebbero ad occupare.
Una iniziativa intelligente e funzionale alla rivendicazione pentastellata circa la propria diversità rispetto agli altri partiti.

Quello che è stato presentato, però, è sostanzialmente un governo tecnico, e i paesi non vengono governati dai tecnici, bensì dalla politica.

L'ultimo governo tecnico che abbiamo avuto, quello montiano, ha in realtà agito sulla base esclusiva delle direttive politiche di una ideologia neoliberista applicata draconianamente ed approfittando di un momento di profonda crisi, con i risultati, poi mantenuti dai successivi governi PD, che sono sotto gli occhi di tutti.

La natura tecnica del possibile governo pentastellato, senza una dimensione politica retrostante, non sarebbe di per sé sufficiente a qualificarne il lavoro, perché le soluzioni tecniche possibili sono molteplici e le differenze tra un'opzione e l'altra risiedono nei risultati di lungo periodo che conseguono e nella distribuzione, a livello sociale, degli effetti e del peso delle azioni intraprese.

Un tecnico attua, con diversi livelli di efficienza, le direttive politiche che governano il suo agire, e qui, perlomeno ai miei occhi, casca l'asino, perché la dimensione politica del Movimento, che rivendica una natura post-politica di superamento dei concetti di destra e sinistra, in realtà volge il proprio sguardo politico proprio a destra, come del resto quella sua rivendicazione, che fu  già della cosiddetta maggioranza silenziosa, segnalava già fin dall'inizio del suo percorso.

Il Movimento, forse molti se lo sono dimenticato, nacque come forza antisistema e deputata a piombare sul Parlamento per aprirlo come una scatoletta di tonno, con accenti che, personalmente, mi ricordavano le parole mussoliniane sulla aula sorda e grigia ed il suo destino di bivacco per i manipoli, evitato solo provvisoriamente e grazie alla sprezzante benevolenza del minaccioso oratore.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti.  Il Movimento, alla fine, non mangerà tonno. Di Maio, il suo capo politico nella definizione del Rosatellum, ha passato gli ultimi mesi a rassicurare assemblee confindustriali, consessi europei (difatti l'antieuropeismo è nel frattempo andato quietamente in soffitta) e inquilini della Casa Bianca.

Il Movimento rassicura gli italiani circa l'afflusso degli immigrati, si astiene sullo ius soli, accoltella alle spalle, per interposto magistrato, le ONLUS che agiscono in mare e strizza l'occhio ai no-vax.

Sviluppatosi mantenendo funamboliche posizioni su ogni argomento sensibile, raccogliendo consensi sia a destra che a sinistra, vede ora che la ciccia sta a destra, dove le pretese sono più semplici, e si attrezza di conseguenza.

Anche il padre nobile di M5S, il vulcanico Grillo, emerge dal suo buen retiro per dirci che il tempo dei vaffa day è alle nostre spalle. Grazie Beppe, ce ne eravamo già accorti.

M5S è organizzato per andare al governo, e una volta che vi sarà, eventualmente, arrivato avremo il taglio degli emolumenti ai parlamentari, come tutti si aspettano, ma anche l'instaurazione di un esecutivo sostanzialmente di destra, magari non quella becera di Salvini, ma certo quella moderna ed europea, ed oggettiva, di Macron.    Il tutto dietro l'etichetta unificante della moralizzazione del paese, e come si fa ad essere contrari ad una cosa del genere? Non si può, dunque tutto il resto verrà di conseguenza, come l'intendenza napoleonica. O no?!
Non è che un governo di destra moderata sia il male assoluto, ma neanche una soluzione adeguata ai nostri problemi e certamente non è quello che mi auguro .

Mi chiedo spesso cosa motivi i miei molti amici, già di sinistra, a rimanere convinti sostenitori del Movimento.   Forse, e semplicemente, non riescono a riconoscere di aver preso un grosso abbaglio, una cosa comune, nel campo della sinistra.

giovedì 22 febbraio 2018

Come muore una democrazia.


Mancano, al momento in cui scrivo, esattamente dieci giorni al 4 marzo 2018, data alla quale saremo chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento, e tutti i segnali ci dicono che andremo incontro ad uno stallo istituzionale che potrà essere risolto solo in due modi: ritornando alle urne, magari dopo aver promulgato una legge elettorale meno indecente del Rosatellum, oppure ricorrendo a qualche Große Koalition all’amatriciana, indecente e innaturale.
Ho già espresso in maniera articolata le mie considerazioni circa il fatto che il partito italiano e la coalizione che si assicureranno i risultati elettorali più lusinghieri, M5S e centrodestra rispettivamente, valgono, una volta sommati assieme, esattamente quanto il numero di elettori che si asterranno o deporranno una scheda bianca nell’urna.
La politica italiana è ormai permanentemente scollata da gran parte del popolo - 34% - che dovrebbe rappresentare, a certificazione dello stato comatoso della democrazia nel nostro paese e del fallimento del sistema nella sua globalità.
Un mio amico e collega, acceso sostenitore di M5S, sostiene che 
“i non votanti coscienti come te di quel 34% pesano circa il 15, ma essendo abbondanti, quindi cala trinchetto che l'astensione pesa, ma non pesa quello che dici tu. Gli altri non hanno quasi mai votato, ma non perché non sanno chi votare, ma perché, semplicemente, non gliene fotte nulla e credo che sia davvero un bene che non votino”.
Capisco come, essendo M5S al momento accreditato quale primo partito italiano tra quelli che verranno votati, al mio amico non interessi prendere atto del disastro civico che ci riguarda, salvo poi prendersela con i rincoglioniti che non votando defrauderanno il Movimento della immancabile vittoria, ma una semplice occhiatina ai dati storici sull’astensione racconta una storia differente, come si evince dall’immagine qui sotto.


Negli anni dal 1948 al 1979 la consistenza fisiologica dell’astensione, sostanzialmente composta da persone disinteressate alla politica e all’esercizio di una cittadinanza attiva, si è sempre mantenuta tra il 6 ed il 7%.
Quel livello comincia ad aumentare dopo la famosa intervista del 1981 a Berlinguer sulla Questione Morale, sunteggiata dall’affermazione che 
“i partiti non fanno più politica, hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia”.
Alle successive elezioni del 1983 quel dato si porta a poco meno del 12%, per poi aumentare in corrispondenza dello scandalo di Mani Pulite e non fermarsi più, impennandosi logaritmicamente dopo il bunga-bunga, le nipoti di Mubarak, il diffondersi della corruzione, la crisi, il tradimento del PD nei confronti della sua base elettorale e la supina accettazione di ogni diktat europeo.
Il corpo elettorale, nel corso di settantadue anni di storia repubblicana, è aumentato dell’83,18%, il numero di votanti del 35,72%, quello degli astenuti del
470,33%.

Anche ammettendo che il mio amico abbia ragione, e che dunque poco meno di 9 milioni di italiani se ne fottano, a me pare che alla cosa dovrebbe essere posto riparo urgentemente, recuperandoli ad una cittadinanza attiva che non può che passare dalla ricostruzione di una credibilità da troppo tempo scomparsa.
I problemi del paese sono grandi, e le prospettive, nonostante la propaganda del PD e l’accorta manipolazione dei dati statistici, non sono buone, anche perché il modello gestionale è immancabilmente quello neoliberista, più o meno temperato da risvolti semi-assistenziali o privilegi accortamente distribuiti, e siamo ancora lontani dalla feccia del proverbiale amaro calice.
Ci sono milioni di persone che faticano ad arrivare alla fine del mese, milioni di giovani che non possono mettere in piedi un progetto di vita, e tutti hanno la prospettiva di una vecchiaia di indigenza e lavoro gramo, se saranno fortunati, protratto fino al giorno della loro dipartita, in una società disgregata dove ci si arrampicherà sui corpi dei meno fortunati per prolungare un’esistenza tormentosa.
Togliere loro la sensazione di ineluttabilità, di condanna, che pesa sul loro capo come un macigno è l’unica cosa che li scuoterebbe dalla loro sfiducia.
Tutti i partiti pensano di farlo, ma i risultati dicono che si sbagliano!


lunedì 19 febbraio 2018

Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio!




Si avvicina, a grandi passi, la tornata delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, alla fine di una delle più squallide campagne elettorali di cui ho memoria nei miei quasi sessantaquattro anni di vita.

Sono settimane che manifesto la mia totale sfiducia nei confronti di ogni singola proposta politica tra quelle che si affannano, in un florilegio di promesse ridicole e programmi velleitari, a contendersi il favore elettorale, e così, per la prima volta da quando ho la facoltà di esercitare il mio diritto di voto, mi trovo a valutare seriamente la possibilità di non votare per alcun partito.

E' una decisione che mi angustia profondamente, dato che sono cresciuto disdegnando l'astensione quale esercizio di qualunquismo, ma credo che in questo passaggio noi si sia di fronte ad un fenomeno mai prima verificatosi con pari consistenza nella nostra storia repubblicana, ovvero il continuo incremento del numero di elettori che non si vede rappresentato da alcuna formazione politica.

Ho dunque fatto i miei compitini ed ho trascritto i sondaggi del 16 febbraio 2018, gli ultimi pubblicabili prima del silenzio pre-elettorale, rilasciati da EMG per conto del TG La7, in un foglio elettronico, e li ho elaborati tramutando le percentuali in numero di elettori.

Esaminando il risultato delle mie fatiche è emerso qualcosa di più del dato, sottolineato da Masia e Mentana, che vede nei probabili esiti elettorali un sostanziale stallo, con una quota di indecisi - 12,3% del campione, ovvero 6,5 milioni di elettori - che getta sul tutto la stessa aleatorietà di un lancio di dadi.

Una delle cose che non vengono colte quando si leggono i sondaggi è che le percentuali  riferite ai partiti sono sempre relative agli intervistati che esprimono un'intenzione di voto positiva, col risultato che sommando tutti i risultati, partiti + indecisi + astenuti/scheda bianca, emergono dei totali eccedenti il 100%, nel nostro caso il 146,3%.

In realtà se si rielaborano i dati confrontandoli con l'intero campione quelle percentuali cambiano drammaticamente, tanto che M5S, il partito che con il 27,1% risulta primo nei sondaggi, corrisponde ad un meno entusiasmante 14,55% del corpo elettorale, così come la coalizione in testa a tutti, il Centrodestra, slitta da un grandioso 37,5% ad un più modesto 20,14%.

Alla luce di questa analisi, con i dati riferiti all'intero corpo elettorale, emerge chiaramente che il primo partito italiano è in realtà quello dell'astensione, che mette a segno un terrificante 31,9% (34% aggiungendovi le schede bianche), ovvero un terzo dell'elettorato, molto più del doppio di M5S, quasi tre volte il PD e quattro volte FI.

Anche prendendo in considerazione le coalizioni vediamo che l'astensione mette a segno uno scarto di circa 7 milioni di elettori in più rispetto al centrodestra, scarto che corrisponde alla consistenza sia del centrosinistra che di M5Ssopravanzati ciascuno di circa 10 milioni di voti. 

Si tratta di sondaggi chiaramente, e negli ultimi tempi gli istituti demoscopici non hanno certo brillato, complice la consistenza abnorme della quota di indecisi, ma se può risultare aleatorio cercare ora di strologare chi conseguirà più voti,
non mi pare possano esistere molti dubbi sulla scarsa capacità della politica italiana di rappresentare le istanze della maggioranza degli elettori.
Questo aspetto rende, tra l'altro, irricevibili le considerazioni circa il fatto che chi si astiene ha torto.   Io, posso sbagliare.  In centomila possiamo appartenere al popolo di qualunquisti che non si interessano di politica, ma 17 milioni di elettori non possono aver torto, sono troppi, e se hanno torto allora ancor più sbagliano i partiti politici, che non riescono ad intercettare la loro fiducia e ad interpretarne le istanze.

Non sono in grado di dire cosa accadrà dal 5 marzo in avanti, ma certamente avremo un Parlamento:

  • eletto con una legge che molto difficilmente passerà indenne dall'esame della Corte Costituzionale;
  • rappresentante a malapena una minoranza dispersa dell'elettorato italiano;
  • pronto alle aggregazioni più indecenti.
In una parola: un disastro.



venerdì 26 gennaio 2018

Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori. (C. Guzzanti)



Saremo in molti, alle prossime elezioni, a non esprimere un voto attivo, e non si tratterà di disinteresse o qualunquismo.     Il nostro non-voto sarà l'espressione politica di una profonda insoddisfazione ed il rifiuto di esprimere l'appoggio a soggetti che, in ogni caso, sviluppano progetti e politiche con le quali siamo in profondo disaccordo.

Ci viene spesso rimproverato di agevolare, con il nostro proposito di non collaborare, l'avvento di un governo prossimo venturo di centrodestra, ma il fatto è che quell'evento è stato reso ineluttabile proprio da chi lancia questa accusa, e che ne ha posto le premesse, tradendo sistematicamente i valori per i quali, a suo tempo, reclamò il voto.

Perché mai dovremmo votare per qualcuno che ha reso possibile l'inverarsi delle peggiori riforme berlusconiane? 

Perché dovremmo favorire chi costituisce cartelli elettorali per poi fiancheggiare proprio il soggetto che quelle riforme ha finalizzato?    

Per quale ragione dovremmo riporre, ancora una volta, la nostra fiducia in chi non ci ha solo abbandonati a noi stessi, ma ha anche attivamente condotto il gioco dei nostri peggiori nemici ed antagonisti?

Quale differente destino favoriremmo votando, direttamente o indirettamente, quegli stessi attori che hanno distrutto lo Statuto dei Lavoratori, smantellato il sistema produttivo italiano, pesantemente ipotecato il futuro di intere generazioni e corteggiato le peggiori pulsioni xenofobe di un popolo messo all'angolo come meglio non avrebbe saputo fare quella destra che si accinge a reinsediarsi ai vertici della nazione?

Ma l
a nostra decisione assume anche le caratteristiche proprie di un'azione positiva, e non di una semplice rinuncia, nel momento nel quale, dopo aver riconosciuto in alcuni soggetti dei lupi travestiti da agnelli, non cogliamo in nessuna delle altre proposte la capacità di rappresentarci nella nostra ansia di vedere elaborata una risposta organica ed articolata al passaggio epocale che stiamo vivendo.

Quello che riusciamo a cogliere sono solo la raccolta di un dissenso generale e diffuso, ma in un'ottica normalizzatrice, che promette moralizzazione, rimanendo però sul generico e contraddittorio non appena si cerca di tracciare un percorso operativo, oppure la predisposizione di ambiti organizzativi per un'operatività antagonista, in una dimensione mentale da partito-sindacato, che vigila, denuncia e protesta, ma non è attivamente propositiva, perché esserlo significherebbe sbattere il muso contro le contraddizioni di una dottrina sviluppatasi in uno scenario differente, e da tempo lasciato indietro.

Non vi è nulla, sul tavolo, che prometta di saper riconoscere l'impellente necessità di coniugare i presupposti filosofici ed analitici del socialismo con il riconoscimento del superamento della struttura del lavoro collegata ad una fabbrica fordista morta e sepolta, con l'inclusione delle tematiche ambientali quali elemento basilare delle scelte strategiche e la necessità di sviluppare strumenti specifici per il trattamento dei sistemi di governo sovranazionali, in gran parte non elettivi e al totale servizio del pensiero unico neoliberista.

Quella che ci viene proposta è la scelta tra vari nemici storici, un traditore, un suo fiancheggiatore, una bufala populista e un tentativo generoso, ma sostanzialmente nostalgico, che deve ancora dimostrare di saper sopravvivere alla caduta della tensione elettorale, quando presumibilmente riemergeranno vecchi vizi.

Noi scegliamo di non scegliere, perché nulla di quello che ci viene offerto ci corrisponde, ma soprattutto mostra alcuna disposizione a prestare ascolto alle nostre istanze.  


In passato molti di noi, in mancanza di un soggetto politico che ci rappresentasse, hanno espresso un voto di interdizione, votando qualcuno il cui solo merito era di rappresentare un ostacolo per le nostre bestie nere, ma quel voto è quasi sempre stato incamerato dai beneficiari come espressione di favore e appoggio, usato poi per legittimare linee d'azione che, invece, godevano in realtà di scarso appoggio. 

Ebbene non intendiamo più prestarci a questi giochetti.


Il 5 marzo ci consegnerà istituzioni congelate in uno stallo che potrà essere superato solo mediante alleanze indecorose, con partiti scarsamente rappresentativi ed un livello di astensione, voti nulli e schede bianche che certificheranno che il primo partito italiano è quello degli inascoltati.

Non cambierà nulla?  Perché votando chi non ti rappresenta invece?



venerdì 22 dicembre 2017

Quando due furbi s'incontrano uno dei due è costretto a cambiare categoria. (Michelangelo)

Non ho seguito la puntata del 21/12/17 di Piazza Pulita, ma mentre Di Battista veniva intervistato da Formigli, ho notato che su FB molti dei miei contatti che hanno aderito a Liberi e Uguali si sono espressi benevolmente verso il rappresentante pentastellato, certificando molte sue affermazioni come profondamente condivisibili.

Non è una modalità inconsueta, nel campo della sinistra, quella di prodursi in endorsement abbastanza incongrui, date le precedenti sferzanti critiche sui soggetti momentaneamente osannati. Avvenne anche ai tempi della prima guerra del Golfo, quando molti si produssero in entusiastici commenti a favore del Papa, che aveva una posizione programmaticamente pacifista, immemori di averlo sfanculato fino al giorno prima, quando parlava di aborto, e tornando a farlo alla prima occasione utile.

Sta di fatto che anche il più disattento degli osservatori può agevolmente rilevare che mentre Bersani torna a tendere la mano ai pentastellati, M5S supera, con una disinvoltura solo apparente, il suo originario dogma sulla non commistione con i partiti collusi e apre alla possibilità di alleanze quantomeno operative.
Sulla cosa ho un'opinione che forse è un po' azzardata, ma che mette insieme una certa ambiguità strategica di LeU e il passaggio di M5S da semplice macchina da opposizione a soggetto governante.

Io penso che la creatura politica di Bersani e D'Alema, che sta avendo un certo successo principalmente per il desiderio di molti simpatizzanti di fare qualcosa per uscire dal profondo buco nel quale si è cacciata la sinistra, sia alla fine più che altro un tentativo di reinventare il PD, ma senza Renzi e con lo scopo di recuperare il voto di sinistra copiosamente drenato dai 5Stelle fin dal loro apparire, ragione per la quale si produce in qualche apertura verso i pentastellati allo scopo di riappropriarsi di scaglioni di elettori persi da molto tempo.

Ma si tratta di un tentativo goffo e che fa mostra di una condiscendenza perfino ridicola, considerando che, stando ai sondaggi, LeU dentro M5S ci ballerebbe non meno di tre volte, nella migliore delle ipotesi.
Che c'entra? Beh diciamo che, come minimo, siamo di fronte a posizioni negoziali non precisamente equivalenti. M5S ha le vele al vento, si è tenuto le mani libere, gode di una rendita di posizione cospicua e ha molte opzioni di fronte, mentre LeU si gioca tutto su una coppia di scartine, sperando che qualcuno si distragga e non si accorga di una manovra che spicca, litizzettianamente, come un paracarro nel sole del tramonto.

La penosa furbata di LeU parte dalla constatazione che M5S sembra non riuscire a schiodarsi da una situazione che lo vede padrone di un terzo dei consensi, ma non di più, ragione per la quale ha cominciato a demolire il dogma dello splendido isolamento per scongiurare uno stallo inconcludente.
Per farlo dovrà rimangiarsi molte cose, e non sono così convinto che abbia voglia di mettersi realmente alla prova, ma diciamo che si prepara a governare con qualche tipo di alleanza. Ecco dunque che LeU pensa di poter approfittare della situazione per ritagliarsi un ruolo, forse con un occhio al partito ago della bilancia, di craxiana memoria, e proporsi come utile complemento per superare il più che probabile stallo post elettorale e, per buona misura, ripigliarsi un po' di voti confluiti in M5S.

Ma io credo che il movimento difficilmente collaborerà in questo senso, dato che gli si possono muovere molte critiche, ma certo non quella di essere composto da fresconi senza malizia, e alla fine troverà più conveniente guardare a destra, ovvero ad una compagine consistente sulla carta, ma assai fragile nei fatti e dalla quale potranno staccarsi pezzi abbastanza consistenti da svolgere il ruolo che vorrebbero ritagliarsi D'Alema e Bersani, ma con il vantaggio di una maggiore vicinanza a molte delle posizioni espresse su immigrazione ed Euro, per non parlare di un elettorato meno litigioso e tranquillizzato dalle intercorse aperture grilliane ad associazioni di categoria come Assolombarda.

Mi sto arrampicando sugli specchi? Forse, e forse no, dato che la scena politica italiana ha, da molto tempo, la lineare verosimiglianza di un pezzo teatrale à la Ionesco.
E forse, alla fine, M5S potrebbe anche aver scherzato, non sarebbe la prima volta che si dichiarano aperti ad iniziative condivisibili, salvo poi non farne niente. Dipenderà anche dal tipo di risposta che la base pentastellata darà non appena vedrà che quelle aperture comportano la frequentazione di partiti e politici fin qui abbondantemente demonizzati.

E' di oggi la notizia dell'ingresso della Boldrini in Liberi e Uguali. Come la prenderanno tutti quei gentiluomini e nobildonne del movimento che hanno passato anni a collocarla tra le virtuose del meretricio interrazziale?


domenica 3 dicembre 2017

L'occhio vede solo ciò che la mente è preparata a comprendere. (H. L. Bergson)






Questa volta sarò insolitamente breve, perlomeno per i miei standard, ma la funzione on this day di Facebook, mi ripropone un post che mi ha sempre colpito per le sue implicazioni le quali adesso, inevitabilmente, fomentano in me alcune considerazioni che desidero esporre qui, in forma tutto sommato sintetica.
Mi riferisco ad un post con una foto piuttosto interessante la quale, in un'occasione, spinse un amico a criticarne la valenza relativista, soprattutto in campo politico, che vi può essere attribuita. Per come la vedo io però questa rappresentazione grafica sottolinea che esiste una verità oggettiva e una o più visioni possibili, le quali possono essere in malafede, ma allora dovremmo parlare d'altro, in buonafede, o semplicemente non sufficientemente informate. La verità esiste, ma noi dobbiamo fare i conti con i nostri limiti ed essere sempre pronti ad acquisire dati senza farci deviare. La voluttà del giusto e corretto è desiderabile, ma non molto realistica. Un fenomeno fisico può risultare incomprensibile o frainteso per la semplice inadeguatezza degli strumenti di osservazione e un costrutto matematico è valido all'interno dei propri peculiari presupposti, non in altri. In campo economico o politico, che a dispetto di quanto affermano i loro esperti e cultori, io non posso proprio annoverare tra le scienze, ogni parvenza di oggettività implicita diviene problematica e praticabile con esiti incerti. Ecco allora che entrano in campo interessi specifici, per come la vedo io, e allora questa grafica mi ricorda che esistono diversi punti di vista e che io farò bene a tenerne conto, non per farmi sviare, ma per comprendere meglio certi meccanismi e combatterli meglio magari, o anche cogliere elementi che non avevo compreso e dunque non avevo incluso nella mia constatazione della realtà. Non sono mai stato un bracciante agricolo, ma sono sicuro che uno di loro mi può insegnare un sacco di cose. Non sono mai stato neanche un topo di fogna fascista, ma mi è utile comprendere come certi loro stimoli facciano presa su certa gente. Il mio non è uno sdoganamento dell'indeterminazione ideologica, che in genere ha collocazioni ideologiche per nulla indeterminate e sempre coricate sul lato destro del novero di opinioni, ma un discorso sulla disponibilità ad imparare.