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domenica 23 febbraio 2014

Il bicameralismo perfetto, l'opposizione e il dodo delle Mauritius.

Tutti concordano sul fatto che la risistemazione degli assetti economici e funzionali del nostro paese debba passare prioritariamente dall'eliminazione di sprechi, stipendi pubblici abnormi, prebende ingiustificate, strutture ipertrofiche e inefficienti ed ogni sorta di flagello che appesantisce questo nostro decadente paese, ed io concordo, in linea di massima, ma non vorrei che ci facessimo prendere da un eccessivo entusiasmo.
Una piazza piena di gente vociante e indignata, in genere, è un buon ambiente per demagoghi e borseggiatori. I primi vi derubano della fiducia, i secondi del denaro; ambedue contano sul fatto che stiate guardando il loro indice e non la luna di cui vi stanno alleggerendo.

La tecnica è antica e ben sperimentata. Consiste nell'affastellare, l'una sull'altra, tutte le storture che ci affliggono e alimentare per bene la nostra indignazione.
A questo punto, senza soluzione di continuità e con destrezza, basta inframezzare alle soluzioni e provvedimenti più sensati e condivisibili anche alcune sapienti ricette che, grazie alla cecità indotta dalla nostra foga, ci fanno apparire convenienti, anzi irrinunciabili, alcuni disegni di vera e propria controriforma autoritaria.

Molto determinante, in tal senso, è anche la tendenza ad affidarsi a parole d'ordine e soluzioni preconfezionate, evitando così la fatica di affrontare dubbi e dirimere controversie e contraddizioni.
Vuoi mettere un bel “sono tutti ladri, dovrebbero andare in miniera”? 
Non stai a guardare troppo per il sottile e butti tutti nel pattume, gli indegni che effettivamente se lo meritano e quelli che ostacolano l'accorto mestatore, e per cena sei libero da impegni e puoi spaparanzarti davanti alla televisione, magari abbeverandoti a qualche talk show dove il conduttore pensa che per fare giornalismo d'inchiesta basti fare la “faccia feroce” e proferire slogan di sicuro effetto, o propalare letture alquanto discutibili e convenienti dei fatti (Formigli e Vespa, per intenderci e secondo il mio sindacabile giudizio).

Un esempio? Il finanziamento pubblico ai partiti. E' difficile, oggi come oggi, esprimere dubbi sulla sua abolizione, si viene “asfaltati” (ah, il renzismo) di fischi, insulti e generale riprovazione. Tentare di argomentare che il male non consiste nella fonte pubblica del finanziamento, ma semmai nella sua consistenza faraonica e nell'utilizzo indegno che se ne fa, significa passare per colluso. Tutti, per puro e semplice processo dicotomico e visto che nessuno ancora sostiene apertamente che la politica dovrebbe farla solo chi se lo può permettere, si buttano sull'alternativa del finanziamento privato, come se questo fosse privo di rischi. Non voglio qui sostenere l'una o l'altra forma, ma mi piacerebbe poterne parlare (o sentirne parlare) senza preconcetti o dogmatiche esclusioni.

Ancor più pernicioso appare il dibattito sulla consistenza della compagine parlamentare. E' pur vero che abbiamo un eccessivamente cospicuo numero di parlamentari, ma mi sembra che tale fatto sia rapidamente divenuto il pretesto per eliminare il bicameralismo perfetto, adducendo motivazioni di ordine economico e funzionale opportunamente e previamente ben agitate.

Si vuole forse sostenere che dimezzare i seggi delle due camere sarebbe più impegnativo che eliminarne una? Ridicolo. E per quanto riguarda l'aspetto funzionale è francamente ipocrita vantare la maggiore efficienza della singola lettura nel processo legislativo. Se è per questo i regimi dittatoriali o la monarchia assoluta sono enormemente più “efficienti”, come sapevano bene i nostri padri costituenti i quali, reduci da un ventennio di dittatura fascista, hanno pensato bene di dotare il nostro sistema parlamentare di robusti anticorpi. Perché non prevedere, per le due camere, ambiti e sfere d'azione separate, ma uguale competenza su alcune limitate fattispecie, bilancio, tematiche costituzionali e difesa per esempio?

Una volta instaurato un sistema monocamerale, o comunque privo del doppio esame, chi può dire quali obbrobri potranno passare in un regime dove la maggioranza, in virtù di una legge elettorale fortemente maggioritaria unita ad un tasso di astensionismo terrificante, potrà fare virtualmente quello che vuole e senza adeguato contraddittorio? 

Perché è questo ciò che avverrà. Lo si è voluto nascondere dietro la “specializzazione” delle camere e la composizione “già previamente stipendiata” dei senatori tratti dalle istituzioni locali, ma in sostanza si vuole spianare la strada ad un nuovo regime dove le minoranze faranno la fine del dodo delle Mauritius, estinto da tempo.

Ci stanno ancora una volta menando per il naso, però stavolta con la nostra entusiastica approvazione.

martedì 18 febbraio 2014

Cronache del "dopo bomba".

Nei giorni scorsi, su Facebook, ho manifestato la speranza che il PD, alla prossima tornata elettorale, pagasse un prezzo pesante per il disprezzo dimostrato verso quella parte del suo elettorato, piuttosto consistente, che proviene dalla tradizione socialista e comunista.
Una sorta di ululato alla luna il mio, reso ancor più vano dalla consapevolezza che il popolo italiano, già resuscitatore di pregiudicati e impalmatore di novelli Peron, potrebbe pure decidere di gratificare il mentalista fiorentino di un'approvazione che mi farebbe accarezzare il proposito di dichiararmi apolide.
Sono stato immediatamente commentato da un mio amico e collega (essendo leggermente più anziano di me ha lavorato pure con mio padre) che è rientrato da qualche anno in Italia, dopo aver lungamente operato nella filiale parigina della defunta azienda per la quale lavoravamo, e che contempla il desolante quadro nel quale viviamo con ancora più straniata incredulità di quella che proviamo noi, che vi siamo sempre stati esposti.

Mi ha imputato un “grossolano errore di valutazione”, sostenendo che “quando gli italiani votano 1/3 PD, 1/3 Berlusconi et 1/3 Grillo c'è poco da stare allegri. Renzi è l'ultimo treno per Yuma”. Ancora una volta viene invocato un pragmatismo che, a mio parere, ha già dimostrato tutti i suoi limiti.
Sono stato fino a febbraio dell'anno scorso, pervicacemente e a dispetto dei campanelli d'allarme che risuonavano nella mia testa, un elettore del PD poiché in sostanza ritenevo che quel partito fosse l'unica possibile carta da giocare, anche se ero ben conscio della deriva "centrista" che minacciava di travolgerlo.
Dopo il voto del febbraio 2012, i maneggi di Napolitano e l'imposizione di un governo di larghe intese (alla faccia dell'elettorato PD che era contrario) non ho potuto che prendere atto del successo delle manovre egemoniche della componente postdemocristiana, della marginalizzazione della "cosca perdente" postcomunista e del prevalere delle ragioni mitteleuropee nel trattamento della crisi.
Mi sono allora chiesto: alla luce del supremo disprezzo dimostrato nei confronti dell'elettorato, del prolungamento del bacio della morte con il centrodestra e delle politiche economiche fallimentari perduranti, ha senso che io continui a prendere il PD come riferimento? E mi sono risposto che no, che sarebbe stato assurdo e contraddittorio, e questa risposta me la sono data molto prima che Renzi facesse ori, carte e primiera, come è recentemente accaduto.
Il mio amico sostiene che Renzi è l'unico che può sparigliare le carte. Forse, e forse no, ma se anche ci riuscisse credo proprio che i "rimedi" che potrebbe confezionarci non riuscirei proprio a digerirli.
In fin dei conti non posso dimenticare che a suo tempo manifestò il suo gradimento per quel detestabile individuo che dirige la defunta FIAT, salvo poi ritirarlo, senza vergogna e senza spiegazioni, non appena quell'endorsement divenne imbarazzante, per non parlare del senatore Ichino e della sua, per me, discutibile visione dello statuto dei lavoratori, altra incondizionata approvazione che il nostro ha poi opportunamente “sfumato”.
Il buon Matteo, come Berlusconi e Grillo, dice quello che gli serve, quando gli serve e senza preoccuparsi di smentirlo il giorno dopo, se la cosa gli fa gioco. Dove sarebbe la boccata d'aria fresca? Ci tirerà solo pacchi ben confezionati ed io ho esaurito la mia sopportazione e non ho più illusioni da coltivare.
Renzi non è responsabile dei tentennamenti e della pratica tatticista suicida della componente PCI (che ha fatto praticamente harakiri) ma si è limitato a trarne le opportune e per lui vantaggiose conseguenze.
Io non ho nessuna fiducia nella sua capacità di interpretare un piano di ripresa che abbia un respiro strategico. Come tutti i politici italiani (tranne Prodi che sarà pure una mortadella, ma che è l'unico che ho sentito parlare di prospettive ventennali) Renzi si limita a guardare la linea dell'orizzonte. E siccome i nostri politici non sono dei giganti il loro orizzonte è di conseguenza piuttosto vicino.
La furbizia da venditore "porta a porta", che conduce il buon Matteo ad esternazioni presuntamente ispirate (da Baricco?) e le ricette economiche suggeritegli da Davide Serra (il titolare di un hedge fund, figuriamoci) non potranno che condurci verso un'assetto neoliberista in salsa parrocchiale, e a me la cosa ripugna e non interessa.
Eccoci dunque alla domanda finale, che tutti ci poniamo: che fare? Pare che quasi tutti, tranne i renziani, rispondano "non lo so". Una risposta come questa denuncia tutta la drammaticità del momento.
Personalmente è la prima volta che mi trovo in questa situazione. In passato mi sono sempre trovato a condividere un progetto con qualcuno, magari minoritario e massimalista, come nella mia gioventù, oppure con un po' di pragmatico opportunismo, come negli ultimi anni di consonanza col PD, ma è la prima volta che non so dove sbattere la testa, e mai come ora l'offerta politica mi è apparsa cialtrona ed impraticabile. E' la prima volta in vita mia, e i prossimi che faccio sono i 60 anni, che non coltivo alcuna fiduciosa speranza e la cosa mi riempie di rabbia.
Votare PD non avrebbe alcun senso per me. Avevo pensato di optare per SEL, che da quando si è costituita ha rappresentato più adeguatamente il mio pensiero, e che ho colpevolmente tradito per rafforzare il "più grande partito dell'opposizione" (essere troppo furbi non è mai una buona idea), ma l'invereconda telefonata di Vendola con il dirigente ILVA mi ha molto raffreddato, e la recente emersione di una componente tatticista (Gennaro Migliore) durante il loro congresso mi ha ancor più scoraggiato.
Ci sarebbe la "coagulazione" dei vari pezzi e pezzettini della sinistra attorno alla lista per Tsipras, sulla quale alla fine ho puntato, ma è una creatura fragile ed il suo percorso è difficile e molto lungo.
Per come la vedo io i vari pezzi di sinistra ancora inglobati dentro il PD, sto parlando del personale politico e non di elettori, contano come il due di picche e non hanno alcuna speranza di incidere sul futuro di quel partito. Se rimangono al suo interno sono masochisti e si assumono la responsabilità di avallarne le scelte centriste.
Uscendone non combineranno forse, e sul momento, poi 'sto granché, ma potrebbe essere importante per una futura ripresa della sinistra in questo paese. Al minimo sarebbe una scelta di chiarezza, e di conseguenza un gran bel cambiamento.
Il PD, alle prossime elezioni potrà o affrontare un tracollo elettorale, pagando il prezzo di tutte le ipocrisie praticate, oppure cavarsela ancora una volta.
In questo ultimo caso vorrà dire che la connotazione del suo elettorato è molto variata e che si è di molto spostata verso il centro, magari pigliandosi anche un pezzetto di transfughi del centro destra.
Comunque vada, un disastro.


domenica 16 febbraio 2014

I puntini sulle "i"

Gira su Facebook un'immagine d'archivio (compare ancora Tremonti) di un incontro ufficiale tra Berlusconi e Napolitano.   Questa immagine, alla luce delle prossime consultazioni per la formazione di un nuovo governo, ha scatenato molti commenti al vetriolo, più che comprensibili, ma Ezio Rovida, in uno dei molti thread che si possono trovare in proposito, ricorda a tutti che:

"Berlusconi interdetto [è] privato dell'elettorato passivo (non potrà essere eletto) per il periodo della pena ma non di quello attivo ed è un cittadino con diritti politici. Quindi Napolitano a prescindere da ogni altra considerazione non ha alcuna facoltà di negargli un colloquio così come dovrebbe fare anche con l'altro pregiudicato, Grillo".



Siamo da lungo tempo in una situazione nella quale parole e principi funzionali della nostra costituzione vengono continuamente piegati e reinterpretati secondo le proprie convenienze.
Il Primo Ministro non è più un primus inter pares individuato dal Capo dello Stato dopo opportune consultazioni con le forze politiche, ma un “premier” consacrato dalla “volontà popolare”, i presidenti di regione divengono “Governatori” e via fantasticando, facendo dei canoni e delle regole di funzionamento della nostra repubblica un "mischione" di verità, interpretazioni disinvolte e partigiane e falsità opportunistiche dietro il quale è possibile dire qualsiasi cosa glissando furbescamente sulla necessità di aderire all'iter che le regole, sempre più disattese, imporrebbero.
Giova ricordare che il vero scandalo non è l'incontro tra Napolitano e Berlusconi, anche se avrei da ridire molto diffusamente e con grande ferocia sul conto di tutti e due, ma il fatto che la condanna definitiva del secondo non è ancora, a distanza di mesi dalla sua formalizzazione, divenuta esecutiva.

Come ricorda ancora Ezio, se Berlusconi: 

“fosse stato affidato ai servizi sociali avrebbe dovuto chiedere il permesso al giudice per andare da Napolitano e se fosse stato agli arresti domiciliari ovviamente non avrebbe potuto andarci. Ma la sua pena non è ancora esecutiva e questo costringe Napolitano a riceverlo come capo di Forza Italia. Molto più grave è la responsabilità di Renzi che trattando con lui l'ha praticamente riabilitato politicamente nonostante la condanna”.

Queste considerazioni non attenuano per nulla la gravità del momento e la consapevolezza della metastasi che si sta propagando, ma rimettono al loro posto alcuni elementi che diverse campagne di propaganda, da ambo il lati della barricata, stanno opportunamente strumentalizzando.
La propaganda più efficiente è quella che parte da elementi di verità che, una volta acquisita credibilità e ascendente sui fruitori, si tramutano velocemente e con perizia in malversazioni e falsità. 
Rimettere dunque “i puntini sulle i ed i trattini sulle t” non è semplice e notarile pignoleria, ma una pratica opportuna e indispensabile, o ci siamo già scordati delle perniciose pratiche di marketing Berlusconi style? Si tendiamo a farlo, in realtà ci siamo assuefatti a quel malcostume. Ragione di più per ritornare, con puntigliosa solerzia, a ricordare quello che andrebbe fatto per individuare con maggior chiarezza quello che invece accade.

lunedì 3 febbraio 2014

Un libro è per sempre.







Ho aderito con entusiasmo al flash mob del 1° marzo, proposto su Facebook, che intende invitare la gente a recarsi in quella data presso una libreria per acquistare un libro. Visitando la pagina che sponsorizza l'iniziativa ho però incontrato alcuni commenti negativi a riguardo, cosa che non mi aspettavo di trovare.



Le motivazioni di tale dissenso hanno una certa ampiezza. Alcuni ammettono candidamente che preferiscono leggere ciò cui si può accedere gratuitamente, sul WEB o in biblioteca, e di questi tempi non è un'obiezione da poco.
Altri non gradiscono le "chiamate alle armi". Casi di personalità oppositiva?
Molti, con un piglio un po' snobistico (mi si perdoni per la maliziosa lettura che ne faccio) sostengono che i libri andrebbero comprati tutto l'anno e che, aderendo così "acriticamente" si rischia solo di comprare qualche libraccio privo di valore. Un chiaro caso di sfiducia verso il prossimo.   Naturalmente non mancano le letture un pelino dietrologiche circa gli interessi delle case editrici. Spesso le varie motivazioni sono abbastanza intrecciate e non sta certo a me valutarle o stilare una classifica di merito a riguardo.
Ognuno la pensa come vuole, ma mi sembra che più o meno tutti i contrari al flash mob manchino di considerare il valore simbolico dell'azione proposta che, mi sento ridicolo solo a precisarlo, vorrebbe spezzare una lancia in favore della cultura e del suo principale veicolo di trasmissione: il libro.

L'obiezione che più mi ha colpito è stata quella che, forse troppo severamente, ho definito un po' snob, perché credo che qualsiasi libro possa essere "l'agente patogeno" di quella benefica malattia che è il piacere della lettura.

Quando avevo 11 anni mio padre, esasperato dalla mia passione per i fumetti (considerati negli anni '60  un sicuro indizio di decadenza della civiltà e agenti di corruzione culturale), mi piazzò davanti uno scatolone stracolmo di volumetti di Urania, una rivista periodica di SF edita dalla Mondadori e considerata da molti appassionati non particolarmente pregevole, per via della qualità delle traduzioni e per i tagli selvaggi ai testi originali che operava.   
Proponendomeli mio padre, con una smorfia sul viso, mi disse: "se proprio non puoi fare a meno di leggere vaccate, perlomeno leggi questi che sono pur sempre dei libri". Anche la fantascienza non godeva di buon critica (non che oggi non abbia i suoi problemi), ma mio padre sapeva bene quello che stava facendo.

Ai tempi Urania si caratterizzava per il formato 14x20, una carta di pessima qualità, il testo su due colonne e la copertina quasi integralmente occupata da
un'illustrazione molto accattivante che, ai miei tempi, era quasi sempre di quel grandissimo disegnatore che rispondeva al nome, d'arte, di Karel Thole.   Nel complesso aveva tutte le stimmate del prodotto di infima qualità, secondo i criteri estetici del tempo, e poteva giustificare i pregiudizi di cui era vittima.    
Molti di quei romanzi, effettivamente, non erano di qualità eccelsa (grazie anche ai maltrattamenti degli editor), ma molti altri meritarono ottimi piazzamenti quando, finalmente, la fantascienza venne "sdoganata".
Quei volumetti, così sviliti e sottovalutati dalla cultura del tempo, indussero però in me la voglia di "consumare" ogni tipo di prodotto editoriale. 

Da ragazzino, quale ero, la dimensione avventurosa di quei racconti mi rapì, ed anche le magnifiche speculazioni futuriste, scientifiche e sociologiche (non che fossi in grado di riconoscerle come tali allora) mi affascinarono tremendamente. Divorai il contenuto di quello scatolone e quando, più tardi, inaugurarono una biblioteca comunale vicino a casa, divenuto oramai un consumatore compulsivo della parola scritta, ne divenni assiduo e onnivoro frequentatore. Una passione che non ho più abbandonato e che sono stato fortunatamente capace di trasmettere a mia figlia, insieme ad alcune sue ottime insegnanti.

In conclusione io non sottovaluterei troppo l'acquisto di un libro. Per qualsiasi ragione lo si faccia, e quasi sempre, comprarlo si rivela un buon affare.
Non tutti i semi che si spargono poi germinano, ma quelli che rimangono nel sacco possono solo marcire o languire inutilmente.


venerdì 31 gennaio 2014

Si fa presto a dire sistema giudiziario

Un mio carissimo amico ha commentato su Facebook, dopo la sentenza che ha nuovamente dichiarato la Knox e Sollecito colpevoli per l'omicidio della povera Meredith Kercher, di temere che “in America abbiano della Giustizia Italiana la stessa percezione che noi abbiamo della Giustizia Indiana” e io comprendo benissimo lo stato d'animo che lo ha indotto ad una considerazione come questa.


Ma dopo una iniziale condivisione di questa esternazione mi sono anche detto che la loro giustizia però può vantare poco più che una maggiore velocità (fatto non disprezzabile) ed una puntigliosa spietatezza.   Noi abbiamo presente la sentenza su Bernie Madoff e ci rode assai vedere come da noi criminali finanziari e fiscali come lui caschino sempre in piedi, ma la giustizia americana non è definita esclusivamente dai procedimenti maggiori che riescono a prendersi i titoli di prima pagina dell'informazione mondiale.


La natura della giustizia americana è definita dal fatto che è agita da giudici monocratici elettivi che, per la loro riconferma nella carica, devono dimostrare al pubblico di essere in consonanza con il sentiment degli elettori, e gli USA sono, in primo luogo, una sterminata provincia rurale dedita al bigottismo di stampo calvinista. Giudici che si pretende siano, assiomaticamente e insindacabilmente, tanto saggi da costituire una delle fonti del diritto, insieme ai precedenti giudiziari che si accumulano negli annali, provenienti dalle sentenze di altri giudici, con le stesse caratteristiche e le stesse necessità di riscuotere il gradimento pubblico.

La maggiore velocità della giustizia statunitense, inoltre, dipende in primo luogo dal trattamento, con logiche da smaltimento industriale, dei primi gradi di giudizio o di valutazione del crimine, il tutto in una nazione che ha fatto della giustizia sommaria da “frontiera” un vero e proprio topos. Un paese dove l'appeal della pena di morte non ha mai di smesso di esercitare il suo malsano fascino di soluzione definitiva e risolutiva (decisamente vera la prima qualità, assolutamente sopravvalutata e fallimentare la seconda).

Nell'equazione entra anche la pubblica accusa i cui funzionari (non sono magistrati) sono a loro volta elettivi, o dipendenti dei titolari della carica, quindi mossi anche loro da logiche di convenienza elettorale.

Tutti poi, giudici, accusatori e forze di polizia (anche loro elettive, perlomeno nelle posizioni apicali) amano dimostrare quanto siano parsimoniosi nell'utilizzo dei fondi pubblici. Se sembri colpevole ed il crimine che ti viene contestato desta un adeguato tasso di preoccupazione sociale allora si procede, altrimenti via con soluzioni extra giudiziali o addirittura con il non luogo a procedere.


Negli Stati Uniti, mi sembra, è sì necessario rispettare le leggi, ci mancherebbe altro, ma ancor più importante è conformarsi alle regole del buon senso (ineffabile espressione che arriva ad essere compresa nel dispositivo delle sentenze) ed essere in consonanza con il conformismo della giuria di “tuoi pari”, che giudicherà la tua rispettabilità non meno dei tuoi atti i quali, anzi, le verranno subordinati.


Ma, a parte tutto questo, vi è anche il fatto che l'orgoglio nazionale, direi perfino imperiale, degli americani mal digerisce che un cittadino statunitense, indipendentemente da quello che ha fatto, venga giudicato da “stranieri”. Se poi questi stranieri sono pure cattolici e mediterranei, quindi inaffidabili, la cosa diventa insopportabile. E' come se dicessero: saranno pure colpevoli, ma sono i “nostri” colpevoli e quindi fatevi da parte, ci pensiamo noi, come avvenne per la strage del Cermis e per l'uccisione di Calipari, e indubitabilmente fanno seguire i fatti alle parole. 


Che differenza rispetto alla vicenda dei due marò i quali, messi in una posizione ingestibile dalla decisione italiana di fornire personale militare al servizio degli interessi di armatori privati, nel quadro di un protocollo approssimativo, sono ora stritolati tra inconfessabili interessi commerciali di un'azienda di stato, Finmeccanica, peraltro nel frattempo naufragati e la sensibilità di una nazione con un passato di colonizzazione non ancora digerito, depositaria di dinamiche di dibattito politico storicamente conflittuali e inclini alla violenza.


Quindi sì, il mio amico non svolge riflessioni peregrine, ma stabilire gerarchie e classifiche può essere un esercizio frustrante.


giovedì 14 novembre 2013

Il Festival dei Diritti a Pavia - 7ª edizione

Come ogni anno il CSV (Centro Servizi Volontariato) di Pavia ha promosso il Festival dei Diritti, giunto alla sua settima edizione e che terminerà il 30 novembre 2013.   Il tema di quest'anno è la "responsabilità", un concetto ampio che il CSV tenta, con successo mi pare, di definire come segue:


Essere responsabili significa impegnarsi a rispondere, a qualcuno o a se stessi, delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. La responsabilità può essere definita come la "possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione".

Molte delle associazioni di volontariato attive nella Provincia di Pavia contribuiscono allo svolgimento del Festival presentando iniziative, promuovendo eventi e declinando il concetto di responsabilità secondo il proprio taglio e la propria attività istituzionale.

Anche l'Associazione Filippo Astori con la quale collaboro da tempo, e di cui sono socio, ha proposto, in data 9/11 presso la Nuova Libreria Il Delfino in Piazza Cavagneria, 10 in Pavia, un evento nel quale il tema della responsabilità è stato declinato così:

Il concetto di responsabilità è assolutamente cruciale e definisce in qualche modo quello che siamo e la cultura di cui siamo espressione.
Contempla il fatto di essere all'interno di un processo e di una comunità, costituisce la camera di compensazione tra diritti e doveri e ci ricorda che la rete che ci relaziona con gli altri è biunivoca. In altre parole il mio diritto a poter fruire di qualcosa deriva dal fatto che qualcuno, da qualche parte, assolva i suoi doveri. L'esercizio armonico e consapevole di questi elementi è quello che definiamo responsabilità

Sono in debito con Stefano Borsani, del PIME di Milano, il quale mi ha
suggerito  l'idea dei medaglioni e della stretta correlazione tra diritti e
doveri.   La povertà dell'aspetto grafico non è a lui ascrivibile.
Se prendiamo le iniziali, identiche, delle due parole, doveri e diritti, quindi una D maiuscola e le mettiamo insieme, disposte a specchio, otteniamo una sorta di medaglione che ci definisce integralmente.
Se noi prendiamo questo medaglione e lo sovrapponiamo parzialmente ad un altro, quindi se prendiamo la nostra persona e la sovrapponiamo ad un'altra, vediamo chiaramente che la D dei nostri diritti si interseca con la D dei doveri di chi ci segue, mentre il contrario avviene con chi ci precede. 
Questo tipo di relazione è una catena lunga 7 miliardi di medaglioni, quindi di persone. Se anche in un solo punto questa catena si interrompe significa che da qualche parte qualcuno non vede rispettati i propri diritti a causa di qualcun altro che non assolve i propri doveri. L'integrità della catena è compromessa e gli effetti di questa discontinuità si ripercuotono, amplificandosi, lungo tutta la sua estensione.

Spesso non ci rendiamo conto di quanto sia lungo ed esteso il filo che ci collega ad altre situazioni e come queste situazioni siano, alla fine, costituite da individualità.
Facciamo un piccolo esempio. Noi tutti ci rechiamo periodicamente presso un supermercato per fare la spesa. Da qualche anno gli orari di apertura dei supermercati sono enormemente dilatati ed anche il numero di giorni di apertura è aumentato molto sensibilmente. Il fatto di poterci recare, alle 21,00 di una domenica qualsiasi, presso il punto vendita xy, e di poter comprare tutto quello che ci serve a prezzi competitivi, è molto comodo e rassicurante. Quanti di noi però si ricordano che tale agibilità è ottenuta sottoponendo i lavoratori di quel supermercato a turni e orari molto spesso disagevoli e che i loro giorni di riposo danzano avanti e indietro lungo la settimana? Le loro famiglie quali ricadute possono avere a seguito di questa libertà d'accesso? Questa libertà la viviamo come acquisita e la consideriamo come una sorta di diritto, ma quanto siamo abituati a considerare che è garantita dal dovere, e da un certo grado di disagio (in alcuni casi di sfruttamento), di qualcun altro?

Ma non è finita qui, una volta entrati nel supermercato ci dirigiamo verso il reparto ortofrutta e ci compriamo un po' di pomodori, rallegrandoci del prezzo molto conveniente, attorno ai 50 centesimi al kg.
Ma questo prezzo al punto vendita presuppone un prezzo al punto raccolta ancora più basso. Che ne è del profitto dell'agricoltore? Quali decisioni deve prendere per non rimetterci? La prima cosa che viene in mente sono le schiere di immigrati (clandestini per lo più) utilizzati come braccianti e che vengono trattati al pari di schiavi. Questi disgraziati sopportano lunghissime giornate di lavoro massacrante per pochi soldi, taglieggiati da "caporali" che si prendono tangenti sulla loro magra paga, rivendono loro cibo, bevande e posti letto di infima qualità ed a prezzi assurdi lasciandoli, alla fine, con pochi spicci e con la prospettiva di pestaggi selvaggi alla minima lamentela. La disponibilità di una manodopera così “conveniente” non sarebbe neanche ipotizzabile se questi immigrati, su cui si scatenano periodicamente campagne di stampa, pubblico ludibrio ed ipocrisie di varia natura, non si trovassero nella condizione di dover emigrare.

Noi abbiamo mungitori Sikh, braccianti romeni, pizzaioli e imbianchini egiziani, ambulanti senegalesi, ogni tipo di etnia e di cultura, tutti appostati in impieghi generalmente subalterni, di basso profilo e retribuzione conseguente.
Molte di queste persone provengono da condizioni di precarietà e povertà, altri sono sfuggiti, con i soli abiti che indossano e talvolta con pochi e miseri effetti personali, da guerre, stragi, pulizie etniche. Situazioni che fanno loro ritenere preferibili i disagi e le umiliazioni di un lungo viaggio e la collocazione precaria all'interno di comunità, come la nostra, che tendono a ritenerli corpi estranei, talvolta pericolosi, sempre alieni.
Tutte cose che, solo una generazione fa, pativamo a nostra volta con i nostri nonni, padri e zii disseminati in mezza Europa, in Australia e nelle Americhe, cosa di cui pare ci siamo dimenticati.

Quanti di noi sanno che tutti i nostri gadget elettronici, cellulari, tablets, computers e lettori mp3 dipendono da un approvvigionamento abbondante e conveniente del cosiddetto coltan, contrazione di columbo-tantalite? Quanti sanno che, per esempio, alcuni dei giacimenti più ricchi sono situati nella Repubblica Democratica del Congo? Quanti sono a conoscenza del fatto che questa, che dovrebbe essere una ricchezza, costituisce invece una maledizione?
Cito quanto dice Wikipedia:
Il valore commerciale del tantalio è molto elevato e, di conseguenza, anche una bassa produzione, come quella congolese, può fornire elevati proventi economici.
Con l'aumento della richiesta mondiale di tantalio, si è fatta particolarmente accesa la lotta fra gruppi para-militari e guerriglieri per il controllo dei territori congolesi di estrazione. Un'area particolarmente interessata è la regione congolese del Kivu (sul confine centro-orientale della Repubblica Democratica del Congo) e i due stati confinanti, Ruanda e Uganda; gli intermediari che trattano la vendita del coltan in questi due paesi si approvvigionerebbero, infatti, dai giacimenti minerari congolesi.

I proventi del commercio semilegale di coltan (così come di altre risorse naturali pregiate) attuato dai movimenti di guerriglia che controllano le province orientali del Congo, alimentano la guerra civile in questi territori. Tuttavia, il fatto che gruppi armati o comunque non rappresentanti società statali e industrie, si impossessino del minerale e lo vendano con grossi introiti ad acquirenti principalmente occidentali od asiatici non costituisce di per sé un reato in nessuno dei tre stati interessati, rendendo più controversa la situazione. All'acquisto di columbo-tantalite congolese si sarebbero interessate, come intermediarie, anche organizzazioni criminali europee ed asiatiche dedite al traffico illegale di armi, che verrebbero scambiate con il minerale.
Si potrebbe obiettare che se sono i congolesi stessi a combattersi tra di loro, con l'entusiastica partecipazione di Ruanda e Burundi, che pure sono reduci da atroci guerre civili, noi, in quanto occidentali, centreremmo poco o niente. Siamo sicuri? Chi rifornisce e foraggia questi gruppi armati? Chi, in ultima analisi ha interesse a che non si costituiscano nella regione forti interessi nazionali organizzati che potrebbero trattare con gli utilizzatori finali del minerale condizioni più vantaggiose per chi lo estrae?

Si potrebbe andare avanti a lungo citando casi del genere, ma non è strettamente necessario. Non si pensi tuttavia che si stia qui, con il dito indice puntato e vibrante di sacra indignazione, a lanciare rimproveri per un cinismo che, spesso, è inconsapevole e deriva da semplice ignoranza.
Quello che si vuole significare è che i torti e le storture sono tanti e diffusi e che spesso sono perpetuati, oltre che dal cinismo e dal tornaconto di grossi interessi costituiti, anche dalla non consapevolezza di noi gente comune, che non ci poniamo il problema di conoscere e comprendere alcuni meccanismi.
Noi non dobbiamo farci cogliere da inutili sensi di colpa e, neanche, coltivare imbarazzanti deliri di onnipotenza. I mali del mondo non sono una nostra personale responsabilità e molto difficilmente potremmo coltivare la speranza di essere, in qualche modo risolutivi, ma dobbiamo sforzarci di superare la nostra ignoranza, di comprendere la relazione tra diritti e doveri individuali e quindi in che cosa consiste la nostra responsabilità, quali sono i limiti che la contraddistinguono e quale importanza e peso questa responsabilità e la consapevolezza che ne consegue, unite a quella di chi ci sta intorno, possono avere.

Uno dei primi passi da compiere in questa direzione consiste nel conoscere le culture e le situazioni, fare in modo che le cose non rimangano a lungo sconosciute e, perciò, minacciose o ben impacchettate dentro una ragnatela di pregiudizi; gli arabi infidi, gli zingari ladri e, tanto per fare un esempio che ci riguarda, gli italiani mafiosi.

Trovare i punti in comune con altre genti e culture significa riscontrare quanto, in fondo, “funzioniamo” allo stesso modo, quanto siano sovrapponibili le motivazioni e gli scopi che ci muovono. Tutti, alla fine, cerchiamo di soddisfare gli stessi identici bisogni fondamentali, nutrirsi, curarsi, crescere i propri figli, assicurare a se stessi, alla famiglia, alla propria comunità un certo grado di benessere ed autosufficienza.

L'Associazione Filippo Astori ha interpretato questa necessità di riconoscimento di se stessi negli altri attraverso uno dei bisogni fondamentali, quello di nutrirsi. La via prescelta è stata la pubblicazione di un ricettario che, operando l'associazione in Tanzania, raccoglie ricette rappresentative di ogni parte dell'Africa.

Si tratta certo di un'iniziativa destinata a raccogliere fondi, ma anche a fornire una “chiave di lettura” di culture lontane, ma che spesso danno risposte sorprendentemente simili alle nostre, oppure che ci possono fornire spunti interessanti da esplorare a nostra volta.

La penisola italiana, così lunga e stretta, e i retaggi culturali di cui siamo portatori, così vari e complessi, dovrebbero renderci particolarmente ricettivi ai contributi esterni. Scoprire poi che, in fondo, un contadino ugandese si nutre praticamente come il suo omologo bergamasco, o veneto, avendo come piatto tradizionale una polenta, o che le innumerevoli pietanze a base di verdura, pur se aromatizzate da spezie per noi inusuali, possono trovare echi presso la nostra tradizione culinaria, non potrà far altro che prendere quelle genti, che spesso sono per noi delle ombre sullo sfondo di qualche reportage o i soggetti di titoli giornalistici variamente inquietanti, e farle diventare delle persone umane che vivono, soffrono ed hanno passioni e reazioni uguali alle nostre.

Nel momento in cui le vediamo come persone, le vediamo anche come portatori di diritti e doveri, proprio come noi. Sono anche loro come quei medaglioni di cui si parlava all'inizio e, se abbiamo un minimo di onestà intellettuale, non possiamo allora fare a meno di rapportarci a loro mediante quel collante potente che è la responsabilità.


Il libro "Ricette africane" si può ordinare:
- scrivendo una mail a info@filippoforever.it
- inviando un sms al 340-0564592

oppure lo si può reperire direttamente presso:
- la Nuova Libreria il Delfino - Piazza Cavagneria 10 - Pavia
- il CSV Pavia - via Bernardo da Pavia 4 - Pavia
- La Bottega il Girasole - frazione Chiavica-Frua, Travacò Siccomario (PV)
- La Libreria del Sole - via XX settembre 26 - Lodi


martedì 10 settembre 2013

Osanna, la guerra è rimandata.

La Russia di Putin ha bellamente battuto in manovra gli USA di Obama, del resto le capacità diplomatiche medie americane, storicamente, non sono mai state adeguate al rango che quel paese ricopre. 
La loro cifra è sempre stata il modello "straniero, questa città è troppo piccola per tutti e due" di fordiana (da John Ford, quello di Ombre Rosse) memoria. 
Ringrazio comunque il cielo che al n. 1600 di Pennsylvania Avenue in questo periodo risiedesse il buon Barak. Vi immaginate se vi fosse stato ancora uno dei Bush? I bombardamenti sarebbero già storia.

Putin ha lanciato un'iniziativa che disgusta solo gli insorti, che contavano di poter dare in appalto, a terzi, la bastonatura di Assad. 

Tutti gli altri tirano un sospiro di sollievo, i francesi, prigionieri delle loro parole, gli inglesi cui il fatto di non aver seguito il loro miglior alleato USA pesava assai, l'Europa che avrebbe scontato la vicinanza ad un conflitto incontrollabile, gli israeliani ai quali l'arsenale chimico di Assad ha sempre turbato il sonno, i turchi che proteggono il loro ruolo di potenza regionale e che con la Siria hanno una lunga storia di vertiginosi alti e bassi.

Non so se i siriani, quelli presi in mezzo tra governativi ed insorti di varia specie, si accorgeranno di essersi risparmiati i tomahawk statunitensi, intenti come sono a beccarsi tutto il resto, e neanche so se i libanesi, che alla Siria e all'Iran, devono la dissoluzione della loro nazione e lo stato di continua precarietà che li affligge, giubileranno per lo scampato pericolo dei loro aguzzini.
Ridono, sotto i baffi, Cina e Russia per essere riusciti a muovere con profitto i loro pezzi sullo scacchiere mondiale del confronto con gli USA.

Tira un sospiro di sollievo Obama perché, essendosi chiuso il pisello nella zip dei pantaloni, si è reso conto che qualcosa doveva fare, ma che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe stata dolorosa. Si è anche reso conto di doversi appropriare di parte dei meriti dei russi che, a suo dire, se non fossero stati minacciati non avrebbero costretto Assad al compromesso. Ha anche riconosciuto al suo Congresso un diritto che decine di suoi predecessori avevano negato, e cioè il diritto di avere voce in capitolo negli interventi armati, un diritto che i precedenti presidenti si erano sempre gelosamente riservati. Un vero e proprio autogol in politica interna, il presidente americano è ora meno potente. Meglio così naturalmente, ma Obama verrà maledetto da tutti i suoi successori.

Ridono anche gli antiamericani in servizio permanente effettivo, anche se questa vittoria significa reggere la coda ad un dittatore (ereditario) sanguinario e rapace.
Piangono i sostenitori degli insorti, serenamente inconsapevoli (o colpevolmente noncuranti) del fatto che questi ultimi sono infestati da integralisti islamici, predoni e malavitosi di varia natura, assassini e torturatori tanto quanto i governativi.

Prendere posizione in questo distillato di doppiezza levantina e cruda realpolitik è impossibile senza sporcarsi le mani. Ci sentiamo tutti dunque sollevati per lo scampato (ma solo rimandato, sia chiaro) pericolo, ma forse perché sentiamo le nostre terga più al sicuro, non perché sia stata fatta giustizia di qualcosa.