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giovedì 18 dicembre 2014

Argomenti sensibili

Ho recentemente dato spazio sulla mia pagina Facebook al giudizio che, della recente trattazione dei dieci comandamenti da parte di Benigni, hanno dato coloro, io non sono tra quelli, che hanno visto le due puntate sulla RAI.

Mi si dirà: ma se non le hai viste, che ne parli a fare? Ed infatti a me interessa vedere le reazioni del pubblico che, stavolta, è stato meno unanime del solito nel tributare lodi al comico (ma è solo questo?) toscano. 
La prima cosa che ho notato, frequentando i social, sono stati l'endorsement dell'Avvenire e il plauso molto diffuso tra i credenti, contrapposti al fastidio e alla critica di agnostici e atei, questi ultimi in modo particolare. 
Ho condiviso un post, quello di Dario Liotta, il quale così argomenta:



“Ieri ho visto Benigni in TV, non tutto, non ce l'ho fatta... Ho l'allergia per i predicatori, soprattutto quando cercano di spiegarmi che cos'è l'amore o la vita... Io ne ho una di vita, e l'amore è complesso quanto difficile...
Quindi sono cazzi miei e non capisco perché un tizio debba volermi spiegare il senso "vero" delle due.
Non che Benigni non abbia detto cose che condivido, ma quando, in più passaggi ha cercato di giustificare quanto diceva in base "all'essenza vera del dettato di Dio con quei dieci comandamenti" mi sono girate le palle... anche perché penso non ci sia stato nessun dio a dettarle.
Ecco un altro che parla in nome del Creatore pensando di esserne l'interprete più sincero! Come se altri prima di lui non avessero già fatto abbastanza danni partendo da questo presupposto... 
E poi, permettetemi, perché mai si sente autorizzato prima a spiegarmi Dante, a partire dalla sua "universalità", e adesso a fare l'esegesi dei 10 comandamenti, a partire dalla loro "verità rivelata" ?
L'uno e l'altro avrebbero bisogno di una presentazione storica, filologica e critica semmai... Non di essere riportati a "principi universali" o al "vero messaggio divino".... Benigni mi hai un pò rotto.”



Piuttosto netto vero? Ne ho concluso che questa volta Benigni è stato digerito molto malamente da chi ha reazioni di rigetto quando si sente proporre “l'ipotesi Dio” come dato assoluto, scontato ed autoevidente una reazione che mi sento di sottoscrivere, ecco il perché della mia condivisione. Tra l'altro questa conclusione si "incastra" molto bene con le ragioni per le quali il “quotidiano dei vescovi” si è espresso così favorevolmente. Stessa impressione, ma diametralmente opposte conclusioni, e mi sono sentito, diciamo, confortato dalla congruità delle due opposte reazioni nella mia valutazione.



Una mia amica, Maresa di Tanna, che come me non ha seguito l'evento mi ha proposto una considerazione marcatamente più laica della mia e di quella di Dario e ritiene che: “Benigni faccia un' operazione di avvicinamento di una certa platea televisiva a qualcosa di [diverso] dai reality e in questo senso l'operazione è stupenda...parlare di filologia esegesi ecc. significa non aver capito, questo è il mio pensiero”.


Capisco l'argomentazione e pure io sono propenso a pensare che il tentativo di Benigni, e della RAI, che gliene ha data l'occasione, sia stato quello di offrire un'alternativa "alta" alla banalità e alla volgarità della comune programmazione, ma il buon Roberto stavolta è andato a toccare un tema sensibile e che riguarda tutti: il comportamento morale, così ben definito, dalla cristianità e dall'ebraismo coi dieci comandamenti, ma anche da ogni altra religione e, data la natura fondamentale dell'argomento connesso con il tipo di convivenza e di rapporto con gli altri, anche da chi non si rapporta con alcuna religione. Presumo che nel corso dell'evento abbia dato rilievo ad un'interpretazione marcatamente cattolica. Da qui il plauso di Avvenire e, credo fatalmente, il fastidio degli atei.


Posso dire che, in quanto agnostico e non potendo comunque prescindere da un corpus di precetti morali ed etici per condurmi nella vita, la sostanza della morale cristiana mi sta benissimo e che di conseguenza mi ci attengo al meglio delle mie, non cospicue, capacità.
La Chiesa però non è solo autorità spirituale, ma anche e fin troppo temporale e, in questa sua seconda veste, è cinica e pragmatica quanto qualsiasi altro costrutto politico. Chi la avversa non le fa sconti. 
Ecco credo che Benigni sia rimasto preso in mezzo a questo meccanismo e tutti l'hanno arruolato in una schiera precisa, i vescovi compiacendosene e gli atei stigmatizzandolo. 



Alla fine di tutto però ritengo che se vi è stato l'intento di suscitare un dibattito o indurre qualche riflessione sui precetti morali, ebbene lo scopo è stato brillantemente raggiunto visto che dell'iniziativa se ne parla diffusamente, anche se – come me – non se ne è stati fruitori.

giovedì 27 novembre 2014

Ultima fermata

L'articolo qui linkato  ha il merito, ai miei occhi, di fare il tentativo di valutare i recenti esiti elettorali al di fuori delle dichiarazioni, stucchevoli e ridicole, di pretese vittorie.
  

Penso che l'analisi svolta sia condivisibile e che la cura della metastasi del nostro sistema democratico e rappresentativo non sia più procrastinabile.
Ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a "renzare" (mi si perdoni l'azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l'ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.    Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com'è a subire l'iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che "vincere" (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l'occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu "la più bella Costituzione del mondo".
Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte "riforme costituzionali" che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del '900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.
In tempi difficili la destra è facilitata nella propaganda e nel proselitismo per via della grossolanità che l'ha sempre contraddistinta.  Emette segnali, spesso creando e istigando situazioni e contraddizioni, che si sintonizzano esattamente sul disagio di un popolo abbandonato a se stesso, senza più nessuno che si incarichi di analizzare, comprendere e proporre soluzioni e battaglie, andando oltre il semplice fiancheggiamento della risposta disperata di persone marginalizzate oltre ogni decenza

Questa nuova sinistra dovrà dunque essere concreta, credibile e disposta anche a qualche piccolo, ma stavolta veramente minuscolo, compromesso funzionale, un pragmatismo tenuto strettamente al guinzaglio di una consapevole visione di una società giusta e solidale.

Lo sforzo dovrebbe essere diretto all'elaborazione di una compiuta visione strategica, ora latitante. Disdegnando la tattica cialtrona e opportunistica che tanto ci è costata e che ci ha condotti fin qui, si potrà essere meno onanisticamente dottrinali e maggiormente incisivi.

Diversamente possiamo quietamente disporci a cercare di sopravvivere, senza prospettive e speranze, in un contesto sociale e politico spietatamente darwiniano.

Ultima fermata compagni, la vettura va in deposito

lunedì 17 novembre 2014

Com'é il rancio?

E' andata.  La "grande inculata" ha mollato gli ormeggi e veleggia sicura verso il suo approdo finale.  La ciurma si divide tra entusiasti sostenitori e non meno collaborativi finti denigratori.  Insomma, si rogna, ma si sale su sartie e pennoni e si fa il proprio sporco lavoro.
Tra un annetto, al più tardi, tutte le insidie e le porcate del job act emergeranno in tutta la loro fulgida evidenza.  Assisteremo allora alle più grottesche e risibili giustificazioni ed interpretazioni, ma saremo nel frattempo ritornati indietro di non meno di settant'anni, con tutta un'epopea di lotte sindacali e rivendicazioni da riproporre come se non si fosse mai fatto nulla.

Com'è il rancio?    Ottimo e abbondante compagno(?!) Renzi, e grazie di......... nulla.

http://www.lettera43.it/politica/jobs-act-le-tappe-per-l-approvazione-della-riforma-renzi_43675147850.htm

venerdì 1 agosto 2014

Emergenze e presunti rimedi


Lo schema qui riportato riflette solo in parte il mio pensiero.  Per fare un esempio l'art. 85 si presta a più interpretazioni, visto che non prevede esplicitamente la rielezione per due mandati dello stesso Presidente, e contiene la dizione "nuovo Presidente" che può essere intesa in più modi.
Sono conscio pure del fatto che il pannello, così com'è, compendia efficacemente le ansie picconatrici di certa opposizione, dalla quale non mi sento rappresentato, ma sono convinto 
che sia in grado di rappresentare sinteticamente e con una certa efficacia quanto la manovra politica che prese le mosse dalle elezioni del febbraio 2013, e che si è evoluta nelle forme attuali, sia improntata a forzature e disinvolte letture di leggi, ordinamenti e prassi consolidate.

E' da anni ormai che le emergenze e la congiuntura economica (pur reali, senza dubbio) vengono utilizzate per giustificare ogni tipo di colpo di mano ed ogni smantellamento del welfare. A questo punto mi sembra del tutto evidente che, anche senza voler scomodare il famigerato "piano Rinascita" di gelliana memoria, è in atto un disegno generale di forte compressione dei diritti acquisiti, revisione della sostanza generale del rapporto tra componenti del mondo del lavoro e sterilizzazione dei diritti costituzionali della cittadinanza.

Il buon Matteo Renzi sventola sagacemente il suo piglio decisionista e pragmatico, ma finora ha in realtà fatto ben poco, suggerendo che in realtà le tutele e garanzie costituzionali, tuttora sopravvissute ai decennali insulti, unite alla pervasiva azione immobilizzante di una burocrazia soffocante e inaffondabile, gli impediscono, questa è la vulgata, di procedere speditamente lungo la strada delle riforme.   Qual'è dunque la sua risposta? Niente più e niente meno che la declinazione fiorentina del "ghe pensi mi" di berlusconiana fattura.

Ecco dunque che la sostanza strategica dell'azione renziana si sostanzia in due passi a mio parere esiziali per il futuro democratico della nazione.  
Primo: una legge elettorale che non supera il problema dei nominati e che, in un contesto nel quale quasi la metà degli elettori non vota, regala ad una risicata minoranza la possibilità di governare con una maggioranza blindata, mentre i partiti minori sono tali anche in conseguenza della loro consonanza con il partito vincente, più rappresentati nella loro qualità di mosche cocchiere, ininfluenti ed espulsi dalla rappresentanza parlamentare se non graditi.
Secondo: una volta costituita una Camera priva di ogni possibilità dialettica tra istanze differenti, essendo quelle non governative  ininfluenti o assenti, si fa piazza pulita di ogni residuo "disturbo al manovratore" eliminando il bicameralismo perfetto, e quindi l'unico contrappeso rimasto ad un parlamento a questo punto "ornamentale", ristrutturando il Senato in una sorta di country club composto da personaggi a loro volta nominati e dalle prerogative piuttosto incerte.

Si può anche sostenere che in certe occasioni si renda necessario mettere in sella un tiranno o un dittatore, investito dei pieni poteri e non sottoposto a limiti, ma, come la storia insegna, è poi difficile liberarsene e, di regola, i guasti che ripara raramente sono maggiori di quelli che crea.

Abbiamo certo bisogno di fare qualcosa e di farlo urgentemente.  Mi chiedo solo se quello che vuole fare Renzi sia la cosa realmente giusta e conveniente.   Inutile aggiungere che la mia risposta è totalmente negativa.

domenica 2 marzo 2014

Una nuova Sarajevo?

L'Huffington Post riporta un intervento di Grillo che, sul suo blog, affronta la questione ucraina. 
Premetto che il Beppe nazionale, a mio parere, interviene non tanto per svolgere un'analisi della situazione, che peraltro mi sento di condividere nella sostanza, ma piuttosto per alimentare quegli stati d'ansia che costituiscono la cifra comunicativa e la strategia propagandistica della sua offerta politica.

Questo mio acido commento, naturalmente, deve molto all'avversione che provo per Grillo, in quanto personaggio, e per i suoi più appassionati zeloti, e non chiedo a nessuno di condividerlo, ma a parte le mie considerazioni sulle motivazioni del comico devo dire che mi deprime un bel po' vedere come certi processi si ripetano, implacabilmente identici, nel corso della storia, tanto più che al momento mi sento tranquillo come un suddito boemo all'indomani dell'attentato di Sarajevo.

Con la questione ucraina, come con la Siria e tante altre situazioni che, guarda caso, contornano i confini tra diverse sfere d'influenza o investono i siti che detengono qualche risorsa, siamo di fronte alle logiche spietate delle ragioni strategiche e geopolitiche dei vari blocchi. 
Vedo che spesso, o perlomeno questa è la mia impressione, le critiche vengono preferibilmente rivolte all'atteggiamento americano (forse in omaggio alle giovanili sensibilità di tanti dei dissenzienti), come se quello russo fosse meno cinico o più giustificabile, ma io trovo assurdo stabilire questo tipo di gerarchie.

Le varie fazioni ucraine, a prescindere dalla loro maggiore o minore "anima nera" (una parte degli insorti si rifà ad una fazione neonazista) sono state e sono tuttora eterodirette da ragioni, americane, russe ed europee (per la precisione mitteleuropee) le quali non si curano minimamente delle sorti dei popoli che hanno coinvolto in una partita mortale.
Una partita, aggiungo, che non si fermerà all'Ucraina se, come penso, la Russia punta al ristabilimento di una sfera d'influenza ante caduta del muro.
A questo punto credo che, in quanto europei, dovremmo discutere di come l'Europa dovrebbe interporsi tra USA e Russia e non di quanto condivisibili possano essere le motivazioni di questi due antagonisti. Credo anche che lo si dovrebbe fare tenendo presente che i due colossi sono, prima di tutto, i due sovrapponibili bastardi che dispongono del nostro futuro, consci di essere quelli che hanno il bastone più grosso.

Finora l'Europa si è schierata con gli USA, in quanto questi ultimi perseguono un obiettivo più compatibile con gli interessi europei, ma questo ha portato a inoculare in Ucraina fattori destabilizzanti piuttosto che favorire processi decisionali democratici, ciò anche a seguito delle efficaci contromosse di Putin che, a sua volta, non è interessato ad una composizione del contenzioso che sia men che favorevole agli interessi russi.

Se però, come sempre è accaduto, gli USA sono più portati a fare la faccia feroce quando se ne stanno a migliaia di km di distanza, noi non dovremmo dimenticare che le loro battaglie, per quanto possano parzialmente coincidere con le nostre, alla fine si svolgono a casa nostra e che ciò, se una volta ci è stato immensamente conveniente, altre volte ci è costato caro.

Non esistono efficaci soluzioni sbrigative a faccende come queste e noi (noi europei) dovremmo al più presto assumere un ruolo più autonomo e, visto che ci siamo, un bel po' più corale di quanto la Germania, che teme la destabilizzazione prossima ventura della confinante Polonia e la compromissione del lucroso mercato est-europeo, stia ora consentendo.

domenica 23 febbraio 2014

Il bicameralismo perfetto, l'opposizione e il dodo delle Mauritius.

Tutti concordano sul fatto che la risistemazione degli assetti economici e funzionali del nostro paese debba passare prioritariamente dall'eliminazione di sprechi, stipendi pubblici abnormi, prebende ingiustificate, strutture ipertrofiche e inefficienti ed ogni sorta di flagello che appesantisce questo nostro decadente paese, ed io concordo, in linea di massima, ma non vorrei che ci facessimo prendere da un eccessivo entusiasmo.
Una piazza piena di gente vociante e indignata, in genere, è un buon ambiente per demagoghi e borseggiatori. I primi vi derubano della fiducia, i secondi del denaro; ambedue contano sul fatto che stiate guardando il loro indice e non la luna di cui vi stanno alleggerendo.

La tecnica è antica e ben sperimentata. Consiste nell'affastellare, l'una sull'altra, tutte le storture che ci affliggono e alimentare per bene la nostra indignazione.
A questo punto, senza soluzione di continuità e con destrezza, basta inframezzare alle soluzioni e provvedimenti più sensati e condivisibili anche alcune sapienti ricette che, grazie alla cecità indotta dalla nostra foga, ci fanno apparire convenienti, anzi irrinunciabili, alcuni disegni di vera e propria controriforma autoritaria.

Molto determinante, in tal senso, è anche la tendenza ad affidarsi a parole d'ordine e soluzioni preconfezionate, evitando così la fatica di affrontare dubbi e dirimere controversie e contraddizioni.
Vuoi mettere un bel “sono tutti ladri, dovrebbero andare in miniera”? 
Non stai a guardare troppo per il sottile e butti tutti nel pattume, gli indegni che effettivamente se lo meritano e quelli che ostacolano l'accorto mestatore, e per cena sei libero da impegni e puoi spaparanzarti davanti alla televisione, magari abbeverandoti a qualche talk show dove il conduttore pensa che per fare giornalismo d'inchiesta basti fare la “faccia feroce” e proferire slogan di sicuro effetto, o propalare letture alquanto discutibili e convenienti dei fatti (Formigli e Vespa, per intenderci e secondo il mio sindacabile giudizio).

Un esempio? Il finanziamento pubblico ai partiti. E' difficile, oggi come oggi, esprimere dubbi sulla sua abolizione, si viene “asfaltati” (ah, il renzismo) di fischi, insulti e generale riprovazione. Tentare di argomentare che il male non consiste nella fonte pubblica del finanziamento, ma semmai nella sua consistenza faraonica e nell'utilizzo indegno che se ne fa, significa passare per colluso. Tutti, per puro e semplice processo dicotomico e visto che nessuno ancora sostiene apertamente che la politica dovrebbe farla solo chi se lo può permettere, si buttano sull'alternativa del finanziamento privato, come se questo fosse privo di rischi. Non voglio qui sostenere l'una o l'altra forma, ma mi piacerebbe poterne parlare (o sentirne parlare) senza preconcetti o dogmatiche esclusioni.

Ancor più pernicioso appare il dibattito sulla consistenza della compagine parlamentare. E' pur vero che abbiamo un eccessivamente cospicuo numero di parlamentari, ma mi sembra che tale fatto sia rapidamente divenuto il pretesto per eliminare il bicameralismo perfetto, adducendo motivazioni di ordine economico e funzionale opportunamente e previamente ben agitate.

Si vuole forse sostenere che dimezzare i seggi delle due camere sarebbe più impegnativo che eliminarne una? Ridicolo. E per quanto riguarda l'aspetto funzionale è francamente ipocrita vantare la maggiore efficienza della singola lettura nel processo legislativo. Se è per questo i regimi dittatoriali o la monarchia assoluta sono enormemente più “efficienti”, come sapevano bene i nostri padri costituenti i quali, reduci da un ventennio di dittatura fascista, hanno pensato bene di dotare il nostro sistema parlamentare di robusti anticorpi. Perché non prevedere, per le due camere, ambiti e sfere d'azione separate, ma uguale competenza su alcune limitate fattispecie, bilancio, tematiche costituzionali e difesa per esempio?

Una volta instaurato un sistema monocamerale, o comunque privo del doppio esame, chi può dire quali obbrobri potranno passare in un regime dove la maggioranza, in virtù di una legge elettorale fortemente maggioritaria unita ad un tasso di astensionismo terrificante, potrà fare virtualmente quello che vuole e senza adeguato contraddittorio? 

Perché è questo ciò che avverrà. Lo si è voluto nascondere dietro la “specializzazione” delle camere e la composizione “già previamente stipendiata” dei senatori tratti dalle istituzioni locali, ma in sostanza si vuole spianare la strada ad un nuovo regime dove le minoranze faranno la fine del dodo delle Mauritius, estinto da tempo.

Ci stanno ancora una volta menando per il naso, però stavolta con la nostra entusiastica approvazione.

martedì 18 febbraio 2014

Cronache del "dopo bomba".

Nei giorni scorsi, su Facebook, ho manifestato la speranza che il PD, alla prossima tornata elettorale, pagasse un prezzo pesante per il disprezzo dimostrato verso quella parte del suo elettorato, piuttosto consistente, che proviene dalla tradizione socialista e comunista.
Una sorta di ululato alla luna il mio, reso ancor più vano dalla consapevolezza che il popolo italiano, già resuscitatore di pregiudicati e impalmatore di novelli Peron, potrebbe pure decidere di gratificare il mentalista fiorentino di un'approvazione che mi farebbe accarezzare il proposito di dichiararmi apolide.
Sono stato immediatamente commentato da un mio amico e collega (essendo leggermente più anziano di me ha lavorato pure con mio padre) che è rientrato da qualche anno in Italia, dopo aver lungamente operato nella filiale parigina della defunta azienda per la quale lavoravamo, e che contempla il desolante quadro nel quale viviamo con ancora più straniata incredulità di quella che proviamo noi, che vi siamo sempre stati esposti.

Mi ha imputato un “grossolano errore di valutazione”, sostenendo che “quando gli italiani votano 1/3 PD, 1/3 Berlusconi et 1/3 Grillo c'è poco da stare allegri. Renzi è l'ultimo treno per Yuma”. Ancora una volta viene invocato un pragmatismo che, a mio parere, ha già dimostrato tutti i suoi limiti.
Sono stato fino a febbraio dell'anno scorso, pervicacemente e a dispetto dei campanelli d'allarme che risuonavano nella mia testa, un elettore del PD poiché in sostanza ritenevo che quel partito fosse l'unica possibile carta da giocare, anche se ero ben conscio della deriva "centrista" che minacciava di travolgerlo.
Dopo il voto del febbraio 2012, i maneggi di Napolitano e l'imposizione di un governo di larghe intese (alla faccia dell'elettorato PD che era contrario) non ho potuto che prendere atto del successo delle manovre egemoniche della componente postdemocristiana, della marginalizzazione della "cosca perdente" postcomunista e del prevalere delle ragioni mitteleuropee nel trattamento della crisi.
Mi sono allora chiesto: alla luce del supremo disprezzo dimostrato nei confronti dell'elettorato, del prolungamento del bacio della morte con il centrodestra e delle politiche economiche fallimentari perduranti, ha senso che io continui a prendere il PD come riferimento? E mi sono risposto che no, che sarebbe stato assurdo e contraddittorio, e questa risposta me la sono data molto prima che Renzi facesse ori, carte e primiera, come è recentemente accaduto.
Il mio amico sostiene che Renzi è l'unico che può sparigliare le carte. Forse, e forse no, ma se anche ci riuscisse credo proprio che i "rimedi" che potrebbe confezionarci non riuscirei proprio a digerirli.
In fin dei conti non posso dimenticare che a suo tempo manifestò il suo gradimento per quel detestabile individuo che dirige la defunta FIAT, salvo poi ritirarlo, senza vergogna e senza spiegazioni, non appena quell'endorsement divenne imbarazzante, per non parlare del senatore Ichino e della sua, per me, discutibile visione dello statuto dei lavoratori, altra incondizionata approvazione che il nostro ha poi opportunamente “sfumato”.
Il buon Matteo, come Berlusconi e Grillo, dice quello che gli serve, quando gli serve e senza preoccuparsi di smentirlo il giorno dopo, se la cosa gli fa gioco. Dove sarebbe la boccata d'aria fresca? Ci tirerà solo pacchi ben confezionati ed io ho esaurito la mia sopportazione e non ho più illusioni da coltivare.
Renzi non è responsabile dei tentennamenti e della pratica tatticista suicida della componente PCI (che ha fatto praticamente harakiri) ma si è limitato a trarne le opportune e per lui vantaggiose conseguenze.
Io non ho nessuna fiducia nella sua capacità di interpretare un piano di ripresa che abbia un respiro strategico. Come tutti i politici italiani (tranne Prodi che sarà pure una mortadella, ma che è l'unico che ho sentito parlare di prospettive ventennali) Renzi si limita a guardare la linea dell'orizzonte. E siccome i nostri politici non sono dei giganti il loro orizzonte è di conseguenza piuttosto vicino.
La furbizia da venditore "porta a porta", che conduce il buon Matteo ad esternazioni presuntamente ispirate (da Baricco?) e le ricette economiche suggeritegli da Davide Serra (il titolare di un hedge fund, figuriamoci) non potranno che condurci verso un'assetto neoliberista in salsa parrocchiale, e a me la cosa ripugna e non interessa.
Eccoci dunque alla domanda finale, che tutti ci poniamo: che fare? Pare che quasi tutti, tranne i renziani, rispondano "non lo so". Una risposta come questa denuncia tutta la drammaticità del momento.
Personalmente è la prima volta che mi trovo in questa situazione. In passato mi sono sempre trovato a condividere un progetto con qualcuno, magari minoritario e massimalista, come nella mia gioventù, oppure con un po' di pragmatico opportunismo, come negli ultimi anni di consonanza col PD, ma è la prima volta che non so dove sbattere la testa, e mai come ora l'offerta politica mi è apparsa cialtrona ed impraticabile. E' la prima volta in vita mia, e i prossimi che faccio sono i 60 anni, che non coltivo alcuna fiduciosa speranza e la cosa mi riempie di rabbia.
Votare PD non avrebbe alcun senso per me. Avevo pensato di optare per SEL, che da quando si è costituita ha rappresentato più adeguatamente il mio pensiero, e che ho colpevolmente tradito per rafforzare il "più grande partito dell'opposizione" (essere troppo furbi non è mai una buona idea), ma l'invereconda telefonata di Vendola con il dirigente ILVA mi ha molto raffreddato, e la recente emersione di una componente tatticista (Gennaro Migliore) durante il loro congresso mi ha ancor più scoraggiato.
Ci sarebbe la "coagulazione" dei vari pezzi e pezzettini della sinistra attorno alla lista per Tsipras, sulla quale alla fine ho puntato, ma è una creatura fragile ed il suo percorso è difficile e molto lungo.
Per come la vedo io i vari pezzi di sinistra ancora inglobati dentro il PD, sto parlando del personale politico e non di elettori, contano come il due di picche e non hanno alcuna speranza di incidere sul futuro di quel partito. Se rimangono al suo interno sono masochisti e si assumono la responsabilità di avallarne le scelte centriste.
Uscendone non combineranno forse, e sul momento, poi 'sto granché, ma potrebbe essere importante per una futura ripresa della sinistra in questo paese. Al minimo sarebbe una scelta di chiarezza, e di conseguenza un gran bel cambiamento.
Il PD, alle prossime elezioni potrà o affrontare un tracollo elettorale, pagando il prezzo di tutte le ipocrisie praticate, oppure cavarsela ancora una volta.
In questo ultimo caso vorrà dire che la connotazione del suo elettorato è molto variata e che si è di molto spostata verso il centro, magari pigliandosi anche un pezzetto di transfughi del centro destra.
Comunque vada, un disastro.