Nel corso degli anni ho
visitato diverse città e capitali. Ai miei
occhi ciascuna di esse era, quasi sempre, caratterizzata a priori da
qualche caratteristica largamente condivisa o, al contrario, del
tutto personale, ma comunque specifica. Parigi magica e noncurante.
Londra gigantesca e caotica. Lisbona fanée e un po' aliena.
Naturalmente
la visita di questi luoghi rendeva rapidamente giustizia di tutti i
miei pregiudizi. Qualche volta questi venivano confermati; più
frequentemente, a dire il vero, venivano ridimensionati, quando non
del tutto sfatati.
L'esperienza,
comunque, mi ha sempre arricchito e ha contribuito a rendermi
consapevole di essere una parte del tutto. Questo è un concetto
cruciale che favorisce il riconoscimento delle somiglianze e la
contestualizzazione delle diversità. La mancanza di queste
capacità ti condanna al gretto provincialismo (ed al leghismo, sua
malattia terminale) nonché alla devastante diffidenza preconcetta
che prelude a conflitti ed incomprensioni.
Molti
tendono a privilegiare l'offerta museale ed architettonica dei luoghi
visitati, io invece amo mettere in primo piano l'atmosfera che
incontro.
Mi
piace osservare gli abitanti nelle loro occupazioni quotidiane, il
loro atteggiamento di fronte alle cose, alle piccole avversità, il
loro atteggiamento verso gli estranei.
Osservo
il funzionamento delle cose, il loro grado di fruibilità. Spesso
mi metto in situazioni ridicole quando, pur non conoscendo la lingua
o avendone una insufficiente confidenza, cerco di attaccare bottone
con gli abitanti del posto con effetti, qualche volta, surreali.

Per me quella città, al contrario di altre località, è sempre stata avvolta in una certa indeterminatezza. Forse la virulenza dei preconcetti che viene facile nutrire nei confronti del “pianeta” Germania e dei suoi abitanti, mi ha indotto a diffidare delle valutazioni provvisorie e di comodo che ho adottato in altre circostanze e per altre città.
In
quanto italiano, per di più proveniente da una Lombardia già
austro-ungarica e, quindi, dotata di un DNA parzialmente
mitteleuropeo, non ho mai saputo risolvermi tra l'ammirazione per il
rigore, il pragmatismo ed il senso della collettività espressi dalla
cultura germanica, contro la rigidità e lo scarso calore che spesso
questi nostri fratelli europei esprimono.
Né aiuta molto il
sottile complesso d'inferiorità che nutriamo nei loro confronti,
ridicolmente compensato da una sciovinistica professione di maggiore
creatività.
Intendiamoci,
noi siamo effettivamente più creativi e fantasiosi, solo che questo,
di per sé, non è sufficiente a tenerci fuori dai guai. Al massimo
ci aiuta a non collassare del tutto e purtroppo ci induce a riporre
eccessiva – e immotivata - fiducia nel proverbiale “stellone”.
Vi
sono curiosi paralleli tra i nostri due paesi. Tutti e due sono
praticamente nati nello stesso periodo (1861-1871) dopo essere stati
a lungo divisi in nazioni differenti. Siamo stati alleati in diverse
occasioni: in funzione anti-austriaca nel 1866, poi in funzione
anti-francese nella per noi innaturale Triplice Alleanza dal 1866 al
1915, quando, con tipica spregiudicatezza savoiarda, abbiamo
ribaltato le nostre alleanze (un riallineamento più coerente con la
nostra storia, ma pur sempre un notevole salto della quaglia), per
non parlare dello sciagurato Asse Tripartito della Seconda Guerra
Mondiale.
A
tal proposito abbiamo condiviso anche il tragico primato del fascismo
eletto a regime e la fatica di ricostruire un paese devastato (il
loro molto più del nostro). Siamo stati, ambedue, a guardia
delle presunte porte d'ingresso in Europa dell'Armata Rossa, il varco di Fulda ed il Friuli.
Ora
che l'orso sovietico non esiste più, loro - metodici e concreti - sono
emersi dal cambiamento geostrategico con forte identità, leadership
consistente e potenzialità cospicue. Noi invece, perso il ruolo NATO
e incapaci di valorizzarci quale naturale porta d'ingresso nel Mediterraneo e
verso il Medio Oriente, siamo diventati marginali, produttori di classe
politica scadente e veri campioni delle occasioni perdute.

Rasa al suolo negli anni della Seconda Guerra
Mondiale, è stata ricostruita in fasi e situazioni differenti.
Dapprima è stata protagonista, ostaggio ed esemplificazione del
confronto Est-Ovest.
É stata sia una trincea che una ciste
profondamente inserita in un tessuto estraneo. Contemporaneamente
convulsa e scintillante (Ovest) nonché immota e decaduta (Est).
Caduto il Muro, è divenuta rapidamente uno straordinario atelier
architettonico contornato da stratificazioni di differenti passati
industriali. E' il primo luogo dove l'architettura moderna mi
appare grandiosa ed elegante anziché fredda e scostante.
E che dire
dei berlinesi? Mi sembrano così contraddittori. Disincantati,
come tutti gli abitanti di una grande capitale, possono essere sia
estremamente cortesi e disponibili come sarcasticamente irridenti ed
impazienti.
Certo
è una città che funziona e bene anche. Traffico in dimensione
gestibile (per quello che ho potuto vedere), trasporti pubblici
capillari, convenienti e fruibili senza difficoltà nell'arco delle
24 ore.
Sono
alla ricerca di conferme ed approfondimenti.
Devo
assolutamente tornarci.