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mercoledì 12 settembre 2018

Occorrerà un giorno smettere di confondere ciò che si vende e ciò che è bene. (Bob Dylan)

Vedo con somma tristezza che nel popolo della sinistra ci si accapiglia sulle aperture domenicali con grande foga.

C'è chi, giustamente, ricorda che vi fu un tempo nel quale i sindacati fecero una battaglia per impedirle, venendo sconfitti evidentemente, e chi si rammarica per le pulsioni oscurantiste di chi le vorrebbe abolire, mettendo nello stesso paniere poliziotti, personale sanitario, camerieri, ristoratori, commessi di negozio, addetti della GDO, venditori di servizi telefonici al volo e baristi, come se pronto soccorso e pronta disponibilità di un paio di pedalini fossero la stessa identica cosa.

Molti si mettono di traverso solo perché la proposta è grillina, altri invece si preoccupano per i posti di lavoro che salterebbero, pochi si ricordano che il provvedimento di liberalizzazione di orari e aperture risale al governo Monti, cosa che in un animale di sinistra dovrebbe indurre massima diffidenza.

Io dico solo che queste aperture si reggono su due elementi precisi.   Il primo è il quadro desolante delle condizioni contrattuali di chi lavora le domeniche, la notte e le feste comandate.  

Parliamo di lavoro precario, retribuzione inadeguata, turni decisi con scarso o nullo preavviso e ricorsi a ore straordinarie, pagate una miseria, anche per personale teoricamente part time.
Parliamo anche del fatto che questo quadro normativo è reso possibile da una situazione  lucidamente indotta da condizioni ricattuali del tipo "se non ti sta bene qui fuori c'è la fila di gente che vorrebbe tanto sostituirti". 

Si perché la storia dei posti di lavoro che saltano è una solenne cazz..., pardon, corbelleria. 
La condizione normale del lavoro, oggi e non solo nella distribuzione, è quella della pianta organica sottodimensionata e asfittica.  Nessuno assume di più per tenere aperto la domenica, ma spreme per bene l'organico già insufficiente per massimizzare i ricavi, calpestandone diritti e aspettative.

Il secondo elemento è l'ottimizzazione dell'estrazione di valore dal cliente consumatore, con bisogni indotti da martellanti consigli per gli acquisti, offerte irripetibili costantemente reiterate, sconti stranamente permanenti e acquisti non strategici, lubrificati dalle più grottesche tecniche marketing.

Una clientela che peraltro ha la funzione principale di comprare, e non più solo di accudire le proprie esigenze, trasformata nella parte finale di un processo che tra le sue finalità vede la remunerazione del commercio e della produzione.   Che poi si comprino beni e servizi realmente utili non interessa più a nessuno, sempre più spesso neanche al consumatore.

Dice: ci si oppone al progresso e alla modernità, e giù commenti sul nostro provincialismo.  Già, provate a comprare qualcosa nel nord europa dopo le 17.00, e poi ne riparliamo.

Dice: tante storie e poi c'è l'e-commerce che fa le scarpe a tutti.
A parte che in quel settore vigono le stesse caratteristiche dei canali tradizionali, ma moltiplicate per cento, con lavoratori in condizioni paraschiavistiche e volatilità occupazionale elevatissima, a nessuno viene in mente che l'e-commerce vincerà la battaglia senza neanche alzare le chiappe dalla poltrona?


Non è favorendo le aspettative della GDO che questa riuscirà a difendersi da Amazon (di negozietti e piccoli empori ce ne stiamo tra l'altro fottendo tutti quanti, perché sono già storia), e in fondo a noi, nella nostra qualità di compratori coatti, dovrebbe importare poco chi l'avrà vinta. 
Di chiunque si tratti infatti, una volta strappata la posizione dominante i prezzi torneranno a salire, e i disoccupati, sottoccupati, sottopagati ed ipersfruttati continueranno ad essere la rotellina di un sistema iperliberista autoreferenziale e dissipativo.

Il popolo di sinistra si accapiglia sull'apertura dei negozi, mentre invece dovrebbe occuparsi delle condizioni di chi lavora e ancora prima dell'occupazione.

La triste realtà è che oltre alla lotta di classe, che stanno vincendo loro (Buffet dixit), è in corso quella che un tempo avremmo definito battaglia culturale, e stiamo perdendo anche quella.  Discutiamo di quello che decide il mazziere e non di quello che dovrebbe riguardarci da vicino.

lunedì 10 settembre 2018

There's these guys, PD's supporters...

Tenterò un incipit dal vago sapore americano, there's these guys, PD's supporters, ovvero ci sono questi tizi, sostenitori del PD, che si fanno uscire ernie inguinali nello sforzo titanico di far dimenticare che il loro amato partito è stato l'architetto ed il responsabile implicito e principale degli attuali assetti politici e di potere che vigono nel nostro paese.


Sono gli stessi che si ingegnano a ridare una verginità incongrua al naturale prodotto di quel partito, ovvero quel Matteo Renzi che ha gestito la mutazione genetica di una formazione politica di prima grandezza, erede di due grandi tradizioni politiche, quella socialista e quella del cristianesimo sociale, in un partito di seconda schiera da collocare, per effetto delle sue scelte strategiche e dell'azione governativa svolta, tra le fila di un centro-destra moderato di stretta osservanza liberista.

Quel partito ha condotto, negli anni, una costante e purtroppo fruttuosa opera di demolizione e neutralizzazione dei corpi intermedi, in primis il sindacato quale istituzione, ha distrutto lo Statuto dei Lavoratori, tentato lo stravolgimento della nostra Costituzione, promulgato un Job Act che a sua volta è stato reso pressoché inutile dalla promozione, invereconda e irresponsabile, del precariato in ogni forma possibile. 

Forse è possibile apprezzare, si fa per dire, la cifra reale dell'operato PD sottolineando che i dem sono riusciti laddove Berlusconi fallì, salvo che nello stupro della Costituzione, che fortunatamente non riusci a nessuno di loro, finora.


Ma non si è limitato a questo.      Facendo aderire alla propria identità la qualifica, sempre meno congrua, di partito di sinistra ha delegittimato quella parte politica, facilitando enormemente la propaganda di chi ne ha poi maggiormente beneficiato, ovvero M5S e, per il traino irresponsabile da questo propiziato, la Lega.

Con la parola sinistra ormai squalificata, la destra ha avuto gioco facile ad appropriarsi delle istanze di un vasto popolo messo in condizioni di vita difficili e faticose dalle scelte di governo del PD il quale, accanendosi senza poter vantare una statura morale adeguata (la magistratura si è occupata a ripetizione del personale politico dem) contro i sanculotti 2.0 del Movimento, ha spianato la strada all'avvento dell'attuale compagine governativa.

Ora, a disastro avvenuto, il PD cerca di intestarsi la titolarità della nuova Resistenza, nientemeno, 
o quanto meno di ritagliarsi un posto in prima fila, senza uno straccio di autocritica e senza rinnegare alcuna delle scelte operate, permettendosi inoltre di accusare di fiancheggiamento a favore dei grillolegaioli chiunque si permetta di ricordare che dell'avvento del fascismo in camicia verde dobbiamo ringraziare esattamente il PD e la sua opera di promozione delle istanze ordoliberiste che ci stanno massacrando.

Il PD, molto semplicemente, sta tentando di rimontare in sella, e se dovesse riuscirci non farebbe altro che riprendere da dove si è interrotto, mentre noi dobbiamo ricostruire un settore politico, la sinistra, la cui assenza rende il quadro istituzionale asimmetrico e pericoloso.

Non passa giorno che non accada di scontrarsi con qualche inossidabile sostenitore del PD, dalla monumentale faccia di bronzo, che non si periti di dare lezioni di vita, e di sagacia e convenienza politica, oltre a patenti di tradimento, a chiunque mostri di non gradire la loro compagnia nel percorso che ci attende.

Nel farlo inoltre non mancano mai di ricordarci che nel '43 la Resistenza accolse perfino i monarchici (aspetto che dovrebbe farci capire quanto siano in malafede), dimenticandosi peraltro che ai tempi eravamo una monarchia, cosa che dava a quella parte politica un peso che il PD non può ora vantare, e che dopo la Liberazione quei monarchici si allearono coi neofascisti.

Con dimostrazione di imperiale faccia tosta, inoltre, il front man di questa spregevole manipolazione è proprio il guappo di Rignano, il tristo figuro che ci ha massacrato lo scroto, ai tempi del suo fugace apogeo, con la sua capacità di vincere, prendendoci tutti per il culo per la nostra (dei tristi compagni all'antica, per dirla come lui) coazione a perdere, anche se alla fine il tonfo l'ha fatto lui, lasciandoci il conto da pagare. 


La domanda è:


Hanno distrutto il partito e la sinistra in generale e adesso dovremmo avvalerci della loro fine sensibilità strategica?

A sinistra abbiamo molti e insopprimibili vizi: la tendenza a frazionarci, la mancata elaborazione del lutto conseguente al fallimento del socialismo reale e l'inefficace individuazione di una posizione intermedia tra idealismo e pragmatismo, con una tenace tendenza a rivoltolarci in un brago maleolente di realismo politico in stile patto Ribbentrop-Molotov.

Impareremo mai?

giovedì 5 luglio 2018

Immigrati, per favore, non lasciateci soli con gli italiani...


C'è questa mia amica, che ha vissuto una vita di impegno coerente e disinteressato a favore di valori che vedono la solidarietà e la giustizia sociale quali riferimenti imprescindibili, che è stata criticata da un suo interlocutore circa la questione degli immigrati.

A fronte di sue considerazioni circa il disastro umanitario conseguente alla decisione di adottare la chiusura totale dei porti si è vista rispondere da qualcuno che rivendica, illecitamente mi pare, la qualifica di compagno:
«È vero: c'è un abisso tra me e te. Io sono per aiutarli nelle loro terre (è un loro diritto dopo le depredazioni che hanno fatto i nostri predecessori) mentre tu non ti rendi conto che in Europa i migranti saranno solo schiavi.»
La cosa è avvenuta nel quadro di una più ampia ed aspra rampogna che ascriveva il desiderio della mia amica, di non dover più procedere ad atroci conteggi di cadaveri, ad una sorta di fiancheggiamento di qualche vasto complotto capitalista per la formazione del proverbiale esercito salariale di riserva di marxiana memoria, un'argomentazione capziosa, e assai opaca, a fronte della situazione effettiva che occupa le cronache.

Un dibattito tra i più miserabili di cui ho avuto a mia volta esperienza e che, proveniente non da qualche leghista uscito indenne dalla scuola dell'obbligo, ma da qualcuno che ha l'ardire di collocarsi a sinistra, ha il potere di farmi uscire dai gangheri.

La mia amica ha comprensibilmente accusato il colpo, perché è veramente sgradevole subire attacchi proditori e portati dalle retrovie.
Ci sono persone con le quali si dovrebbero condividere valori ai quali si è dedicata una parte importante della propria esistenza, e vederli prodursi in sentenze così grette, stupidamente parziali e anche, sospetto, strumentali e ipocrite, fa abbastanza male.

Per questa ragione, e dato che lo scenario mi sembrava abbastanza definito, ho commentato molto seccamente, e senza fare riassunti delle puntate precedenti:

«Chi ti ha dato quella risposta o è un imbecille o ha la faccia come il culo, dato che non ci sono altre alternative per non prendere atto delle motivazioni alla base del fenomeno delle migrazioni.»
Non molto elegante, ne convengo, però io sono esasperato dalla sindrome nazisti dell'Illinois che sta imperversando nel nostro paese, soprattutto quando certe canzonette me le vengono a cantare compagni che, magari, danno anche lezioni di dottrina marxista-leninista a tutti quanti.

Sono stato immediatamente
punito dalla seguente sentenza, forse scritta addirittura dal bersaglio della mia critica:
«Visto che ti piace insultare la gente ti dico che sei un frustrato ed anche un ignorante non in grado di produrre analisi che stanno in piedi.»
Sorvolando sulla padronanza avventurosa della lingua, trovo curioso che per condannare la mia assertività non si trovi di meglio che essere altrettanto apodittici. Solo che la stringatezza di cui vengo accusato è frutto della consapevolezza, da parte mia, che le considerazioni che passo ora ad illustrare fossero già state esaminate nella discussione che ha originato il battibecco.

È del tutto evidente, soprattutto se ti professi di sinistra, che il fenomeno migratorio non è contenibile al di fuori di una politica che rinunci al neocolonialismo predatorio, quello che sottrae agli abitanti del terzo mondo la disponibilità delle proprie risorse naturali e la gestione di agricoltura ed allevamento. Ciò atteso, non mi sembra opinabile la constatazione che tale furto di risorse e sovranità sia esercitato tramite guerre e fomentando conflitti etnici, con tutto quello che ne consegue.

Ora mi si dirà, come lo sprovveduto (a essere benevoli) che ha originato questo
botta e risposta, che quelle popolazioni vanno aiutate a casa loro, e io concordo, solo che al momento non è che la cosa funzioni benissimo, dunque la gente che bisognerebbe aiutare altrove arriva comunque, e allora:
- o la accogli decentemente;
- o la lasci alle
cure di malavita e proprietari terrieri;
- o la fai annegare nel Canale di Sicilia;
- oppure paghi dittatori e predoni perché ne facciano carne di porco.

Non è che ci siano molte alternative, mi pare.

Ebbene, dal basso del mio essere
frustrato e ignorante dico che le nostre qualità umane, non meno della nostra identità politica, sono definite dalla soluzione che prediligiamo, possibilmente senza monumentali scusanti ipocrite su svariati si, ma, tra cui il a casa loro.

Io, per dire, sarei per accoglierli decentemente, ma sono frustrato e ignorante, come abbiamo già appurato.

Per la cronaca io aiuto a casa loro molti ragazzi, dato che sono socio di una ONLUS che opera in Tanzania, e che ha
adottato un orfanotrofio.
Facciamo molte cose, assicuriamo vitto, alloggio, cure mediche ed istruzione.

Qui da noi ci sono africani, ma anche mediorientali, di tutti i tipi, e anche molti
migranti economici, distinzione speciosa e merdosamente ipocrita che la destra ha fatto ingoiare a tutti, e vengono da molti paesi, ma pochissimi dalla Tanzania, perché quel bellissimo paese è povero, però pacifico e stabile e 
non è funestato da guerre civili o da mattanze etniche, grazie alle strategie impostate dal suo primo presidente il mwalimu (maestro) Julius Nyerere.
Lì è relativamente facile aiutare a casa loro. Nel vicino Congo è già un pelino più scoraggiante, per dire.

Dunque non mi scuso di nulla e ribadisco che quel compagno o è eccezionalmente ottuso, oppure ha una coda di paglia monumentale. Oppure ancora siamo in presenza di un arcigno custode dell'ortodossia rivoluzionaria, di quelli che citano a memoria la lettera, avendo compreso nulla del contenuto, cosa che, in fondo, è una sintesi delle due prime ipotesi.

venerdì 15 giugno 2018

Prendo atto.

Mi arrendo.  


Devo prendere atto che una parte fin troppo consistente dei miei conterranei, dei cittadini di una nazione che ha generosamente seminato i suoi figli per tutto il pianeta, e che tuttora li semina, è animata da una xenofobia aggressiva e miserabile, impermeabile a qualsiasi valutazione oggettiva, prima ancora che ad un sentimento di umana solidarietà.

Poi, certo, la domenica, sulle panche di qualche chiesa, molti di loro indulgono in una professione di fede di cui non hanno capito nulla, e seminano i loro profili social di immagini sacre, di gattini pucciosi, augurando disgrazie e morte a chiunque abbia l'ardire di criticarli, ché la decisione sulle vite da salvare, o stroncare, degne o meno di essere vissute, è a loro esclusiva discrezione e sottostante a criteri ad assetto variabile e contingente.

Prendo atto pure del fatto che non gradiscono essere contraddetti, dato che evidentemente sono fragili nelle loro contraddizioni, negate, ma non troppo efficacemente sembrerebbe, al punto che la minima sottolineatura della loro suprema indifferenza sostanziale dei valori che pretendono di difendere li precipita in un urlìo scomposto e turbinante di insulti, disprezzo e, non di rado, minacce.

Prendo atto pure che quel sentire minaccioso e gelidamente disumano si identifica, anche questa volta, con un sentire politico preciso, che è a lungo rimasto sotto una viscida pietra, a vegetare, nella silente e sardonica attesa del momento giusto per riemergere e spargere il suo veleno.

Ora capisco meglio quella fase della nostra storia nella quale un sovrano, fellone e cinico, ha appaltato ad un losco tribuno della plebe, egocentrico e furbastro, la gestione della cosa pubblica.  
Capisco meglio i lunghi anni di festosa accondiscendenza, di adunate oceaniche, di bocconi indigesti ingoiati a prescindere, di guerre di conquista, di nemici esterni cui rivolgere il risentimento per i problemi interni, irrisolti e incancreniti, perché, naturalmente, gli interessi tutelati non erano certo quelli del popolo plaudente. 
Capisco i me ne frego, i noi tireremo dritto e le stucchevoli canzonette da avanspettacolo alla "sanzionati questo / Albione rapace / lo so che ti piace / ma non te lo do".


Oggi non c'è neanche più bisogno di un re sciaboletta, facciamo tutto da soli, e comincio a pensare che la Repubblica nata dalla Resistenza abbia i giorni contati, che il nostro popolo sia tuttora un aggregato di individui rancorosi e individualisti, che sopportano di stare nella merda solo quando gli altri stanno peggio di loro, e che non fanno nulla per migliorare la loro situazione, perché farlo comporta obblighi di cui non vogliono farsi carico.

Prendo atto pure del fatto che tra le mie stesse fila, in quel popolo di sinistra che io credevo coerente e pugnace, la veste del sincero democratico per molti era solo un paludamento ingombrante, pronto a cadere con una facilità sconvolgente, a dimostrazione del fatto che certi valori erano prevalentemente recitati.

Ho fatto girare un sondaggio dell'Espresso sull'operato di Salvini, invitando i miei contatti ad esprimere il proprio voto, e perlomeno in un caso mi è stato risposto:


"Non voto su Repubblica,non è più il mio giornale. Salvini secondo me ha sbagliato, prima doveva accogliere gli immigrati, poi andare in Europa a battere i pugni sul tavolo. Comunque in questi anni,il problema degli immigrati è stato gestito malissimo e la gente non ne può più. Per questo molti italiani,anche di sinistra,hanno votato Lega e 5 stelle". 

In prima battuta la ragione oggettiva, poi la valutazione scontata e, a seguire, il pensiero vero, che sarebbe la constatazione che la gente ne ha pieni i coglioni degli immigrati e che dunque chi ha votato Lega e 5Stelle ha sbagliato, ma non troppo, e per questo lo hanno fatto molti, sedicenti, di sinistra.   Una resa totale, anzi poco meno di un'adesione, ma ipocritamente dissimulata da un presunto pragmatismo.

Prendo atto di far parte di una minoranza e mi rendo conto che discutere di quello che farà questo disgraziatissimo governo significa solo raccogliere insulti e commenti acidamente divertiti sul rosicamento che secondo quei deficienti, nel senso di "notevolmente scarsi sul piano della disponibilità o del rendimento",  è l'unico sentimento che posso provare.

Io so che questa stagione pentalegaiola sarà lunga e che, come quella fascista che l'ha preceduta, finirà malissimo, lasciando una nazione desertificata e in ginocchio, come so che molti degli attuali festanti e plaudenti  elettori  diverranno, repentinamente e a giochi finiti, fieri critici dei delinquenti, perchè tali immancabilmente diverranno, che loro stessi insediarono, perché la colpa è sempre degli altri.
Del resto nel '45, e fino ai tardi anni '60, fu molto difficile trovare qualcuno che ammettesse di essere stato fascista, così come, nel 2011, la corposa rappresentanza di berlusconiani espliciti  divenne improvvisamente striminzita.

So anche che non camperò abbastanza per vedere questi rancorosi difensori dell'orgoglio italico finire col culo per terra, ma forse lo vedrà mia figlia, alla quale ho fatto il torto di lasciare in eredità questo merdaio.


Prendo atto che ho vissuto un'intera vita illudendomi di vivere in un paese diverso, condividendo la cittadinanza con persone di cui non avevo capito nulla e la militanza con gente dalla coerenza gracile.

Un bilancio fallimentare, ma devo prenderne atto.

lunedì 4 giugno 2018

Per poter agire nel modo giusto è necessario vedere la realtà esattamente per quella che è. (Björn Larsson)

Scrivo questo articolo riciclando una risposta che, su Facebook, ho dato ad un mio contatto che ho classificato, a mio uso e consumo, quale compagno grillino, anche se lui protesta continuamente di non aver mai votato M5S.

La cosa sarà anche vera, ma non incide poi molto sul fatto che è pervicacemente impegnato a promuovere un avvicinamento tra la sinistra, in senso lato, ed il Movimento, producendo, copiosamente, post all'insegna di quesiti retorici che vorrebbero indurre risposte obbligate.   Non gli rimprovero l'intento, anche se non lo condivido.  Semmai trovo fastidiosa ciò che non posso definire altro che un'ambiguità di fondo.

Comunque sia, la domanda del giorno, di più giorni in realtà, è:


SONO GLI ELETTORI CHE SBAGLIANO?

Una domanda che riflette abbastanza bene una delle linee di difesa più praticate dal Movimento nei confronti di chi gli rimprovera la sua alleanza (che tale è, anche se gli interessati preferiscono chiamarla Giuseppe Contratto) con la Lega.

Dopo un acceso dibattito, contrappuntato anche da una puntuale assaltatrice pentastellata che nutre pochissima stima per il mio raziocinio e per la mia onestà intellettuale, si finisce, come da progetto, a parlare più delle colpe della sinistra che dell'ambiguità pentastellata, e in fondo questo rivela la debolezza di fondo, che è l'inesistenza della sinistra in quanto alternativa praticabile.

Alla fine si arriva al dunque, cioè al fatto che le urne hanno parlato, e anche piuttosto chiaramente, per quanto riguarda gli orientamenti perlomeno, mentre come abbiamo visto per il governo è stato più faticoso.
La realtà è effettivamente questa: M5S e Lega hanno fatto il pieno di voti, e ora con questa cosa dobbiamo farci i conti.

Ricordo che mio nonno Luigi, uomo che rispettavo tantissimo, diceva: 
quando piove, o apri l'ombrello, o ti bagni. Nessuno ti impedisce di sperare che faccia bel tempo, ma farlo non serve a nulla.

La sinistra, intesa come movimento politico organizzato, nelle sue varie articolazioni, ha fallito miseramente, e della cosa si può discutere solo argomentando sulla gravità degli errori fatti, non certo sulla sostanza del fallimento.

Di fronte alla mutazione sostanziale della struttura del lavoro, indotta dalla finanziarizzazione dell'economia, in un quadro di contrazione delle risorse naturali e di accumulo di scorie, che ci stanno uccidendo, la sinistra in senso lato non ha saputo abbandonare il fortino di una prassi superata dagli eventi, e laddove ha azzardato una risposta, da Blair in giù, negli inferi, questa è stata di spostamento, armi e bagagli, nel campo avversario.

Laddove ci si è accontentati di un'occhiuta e cipigliosa aderenza ad un'ortodossia senza più strumenti, ci si è votati alla sublimazione per assoluta inanità, ridotti ad azzannarsi vicendevolmente le chiappe su inutili contrasti dottrinari.

Il risultato è qui, sotto gli occhi di tutti. Le ultime elezioni hanno detto a PD (sinistra del tutto nominale), e Forza Italia (che di sinistra non è mai stata) che il giorno di paga era arrivato, e che le trattenute erano maggiori degli emolumenti, e io certo non mi dolgo per questo. 
Chi è causa del suo mal pianga se stesso, e vada finalmente a farsi fottere.

Il voto popolare è sovrano, e certo queste elezioni si sono svolte in modo assolutamente regolare, dunque gli elettori NON hanno sbagliato, ma si tratta di un'affermazione di principio. Hanno esercitato liberamente il diritto più importante di cui sono titolari, ma sta di fatto che l'offerta era drogata.

Il popolo italiano, lasciato solo di fronte ad emergenze talvolta accuratamente coltivate, ha dovuto scegliere tra i maggiori responsabili dei loro problemi (curiosamente la Lega arrembante è tra questi), un nuovo che ha saputo interpretare magnificamente il dissenso, e sulla cui coerenza ho mille motivi per essere diffidente, ed una fragorosa assenza, quella sinistra che, unica, avrebbe tra i suoi valori fondanti il concetto di solidarietà, che è del tutto assente nelle proposte dei vincitori, ma anche dei perdenti di rango.     In sua vece ha stravinto il noi contro loro.

Quelli che io chiamo i compagni grillini pensano che basteranno l'abrogazione del Job Act e della Legge Fornero per qualificare e giustificare la connivenza con il partito più fascista al di fuori dell'area geneticamente neofascista, ma io credo che si illudano, e che il prezzo da pagare per quegli encomiabili provvedimenti, che vorrei vedere come verranno applicati, dato che sospetto si tratterà di pannicelli caldi per spuntare un impegno senza incidere più di tanto, sarà altissimo e devastante per i diritti sociali e per le prospettive democratiche del paese.

Il contratto accuratamente sbandierato non garantisce altro che la non ingerenza reciproca sui punti più contrastati, con il furbo escamotage di escluderli dalla progettualità, ma come il ministro Fontana insegna certi argomenti non ci faranno il piacere di non presentarsi alla porta, e allora vedremo chi farà cosa e, perdonatemi, ma io non sono per nulla fiducioso.

domenica 20 maggio 2018

E il rancio? Ma ottimo e abbondante, che diamine.

Molti giornali annunciano trionfalmente che il 94% degli iscritti M5S approva il contratto legastellato, credo intendendo, con la dizione iscritti, il numero di abilitati alla piattaforma Rosseau che hanno espresso la loro opinione su quel programma.

Un risultato importante?  Beh, vediamo!

Cominciamo col dire che gli elettori che hanno votato per M5S, alla Camera, nello scorso 4 marzo sono esattamente 10.937.305, cosa che fa del Movimento, come sappiamo, il primo partito italiano, senza se e senza ma.

Proseguiamo col dire che è pressoché impossibile sapere quanti di quegli elettori si siano effettivamente accreditati presso la piattaforma, peraltro risultata piuttosto insicura e costantemente ansimante, non appena sottoposta a livelli anche limitati di accessi, e che l'unico dato che ho fortunosamente reperito riporta il risibile numero di 140.000, ovvero l'1,28% degli elettori pentastellati.  Prendendolo però per buono, ne dobbiamo far discendere che si è pronunciato in proposito il 32% degli iscritti citati nei titoli giornalistici.

Trattandosi tuttavia di un dato non certificato (l'ho riportato solo per sottolineare l'opacità che avvolge il sistema di voto digitale grilliano), dimentichiamocelo e prendiamo atto che gli abilitati che si sono espressi sul contratto sono esattamente 44.796, ovvero lo 0,41% degli elettori del Movimento, e che il 94,37% rivendicato dai titoli di cui sopra, corrisponde al non cospicuo numero dei 42.274 favorevoli (2.522 i contrari), ovvero lo 0,39% del popolo pentastellato.

Quanto sopra non per squalificare l'esito della consultazione, ma solo per dire che certi toni trionfalistici sono piuttosto ridicoli.   A me già basta considerare che:
  • la consultazione elettorale ci ha consegnato un primo partito, M5S, ed una prima coalizione, centrodestra, al cui interno vi è quella Lega che sta trattando col Movimento;
  • l'infima qualità del Rosatellum bis impedisce di discriminare una gerarchia tra quelle due primazie;
  • il popolo pentastellato ha rumoreggiato assai più quando si è profilato un abboccamento col PD, rispetto all'attuale concerto con la Lega.

Dato dunque che il favore elettorale ha privilegiato, col voto e con le dinamiche successive, l'evoluzione di un'ipotesi di governo sostanzialmente di destra moderata, con molte componenti di quella estrema non neofascista, e che il funzionamento delle nostre istituzioni non abbisogna di strutture altre rispetto alla: 

  • prassi del conferimento di un incarico da Primo Ministro;
  • formazione di un governo su un programma;
  • successiva votazione della fiducia; 

tutta questa rappresentazione pataccara di democrazia diretta (nel frattempo la Lega ha promosso i banchetti) non è altro che fumo negli occhi, per spogliarsi della responsabilità delle proprie future azioni.

Non è necessario, infatti, possedere arcane doti divinatorie per sapere che questa armata Brancaleone, se investita della responsabilità di governare, ci porterà a sbattere la capoccia su molti solidissimi muri, dato che privilegia le soluzioni demagogiche, senza porsi problemi di fattibilità e verosimiglianza, e quando ciò accadrà ci sentiremo dire: “ma l'avete voluto voi, e ci abbiamo le prove”.

Insomma, signori miei, avete voluto la bicicletta? Bene, ora pedalate.

A me fanno un pochino pena, e anche molto incazzare, i compagni grillini, con i loro spericolati esercizi di free climbing sugli specchi, che si fanno bastare i larvati accenni ad un'abrogazione della Legge Fornero tutta da verificare, l'epocale endorsement per un NO TAV che non fa i conti con l'Europa ed i notoriamente cazzutissimi francesi, e che liquidano flat tax e rodomontate razziste dicendo che “si aprono prospettive per una nuova sinistra”, sottintendendo che si piglieranno il buono dell'operato legastellato  predisponendosi a protestare ed opporsi per il cattivo dell'operato del governo giallo-verde.

Protestare?    
Opporsi?    
E come?    
Con chi?    
Attraverso quali canali? 

E intendente farlo contando sulla straordinaria benevolenza normalmente riservata a chi critica le virtù pentastellate? Sfruttando la proverbiale correttezza dialettica e dibattimentale che ha sempre accolto le rimostranze degli implicitamente collusi e venduti che osano dissentire?

Dormite bene, cari compagni.   Sarà anche poco elegante, ma io ho già bello pronto un bel “ve l'avevo detto, cazzoni”! 




mercoledì 9 maggio 2018

Il ventennio berlusconiano non è passato invano.

Tutti sembrano aver ingoiato l'idea che il nostro sia un ordinamento simil-presidenziale, che necessita di un Premier onnipotente, figura vicaria di un presidente come quello nordamericano, e di un Parlamento ornamentale, ridotto a mera segreteria di un esecutivo poderoso e senza contraddittorio.

Quella era l'idea che aveva della gestione politica di un paese un imprenditore, cioè un individuo abituato a pensare in termini di proprietà, nel senso di facoltà di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, e di brutali rapporti di forza.

Quella era anche la sostanza ultima della riforma costituzionale renziana, invero assai berlusconiana, che avrebbe dovuto essere attuata insieme all'Italicum, brutalmente maggioritario, ed al Job Act, che si occupava, e si occupa tuttora, della ricattabilità di un popolo tenuto programmaticamente a stecchetto.
Il tutto in una laida triade, di cui al momento sopravvive solo l'ultima gamba; un dispositivo teso ad impiantare un regime sostanzialmente autoritario, in nome di un'emergenza affrontata solo nominalmente, ma in realtà coltivata con cura.

Non è ancora finita comunque.    In questi giorni abbiamo la lampante dimostrazione di come il sistema partitico sia incapace di fare politica, imprigionato in una logica maggioritaria ed ostaggio di un quinquennio di dialettica fatta di insulti, falsità, delegittimazioni reciproche e solenni promesse di soluzioni finali velleitarie e controproducenti.

Nessuno sembra disposto a ricordarsi che la nostra è tuttora una repubblica parlamentare, ove la rappresentanza democratica della volontà popolare è affidata,  tramite elezioni politiche, al Parlamento e ai suoi membri, che, in quanto tale, elegge il Presidente della Repubblica, il quale individua il Primo Ministro, e con esso una compagine governativa la quale, a sua volta, deve riscuotere la fiducia nel Parlamento, in un ritorno che assicura a quell'organismo la patente di istituzione centrale del nostro ordinamento


Il luogo ove si fanno le leggi è il Parlamento, sede del potere legislativo che, costituzionalmente, deve essere ben distinto da quello esecutivo, espresso dal Governo, che non fa leggi, al massimo sollecitandole, limitandosi ad esprimere una conduzione, tattica quanto strategica, della vita del Paese, all'interno dei limiti espressi da quelle leggi.

La buona salute di una nazione è il frutto dell'armoniosa sinergia nell'azione dei tre differenti poteri, quelli sopra citati e quello giudiziario, espresso da quella Magistratura che molti vorrebbero imbrigliare.    Per converso, come stiamo sperimentando sulla nostra pelle, una distonia tra di loro la paghiamo con una pessima qualità del suo funzionamento 

L'enfasi posta sulla cosiddetta governabilità è solo la certificazione dell'incapacità, ma forse dovremmo parlare della non volontà di affrontare la fatica di una costante opera di composizione di aspettative e istanze differenti, che tengano conto della natura composita del contesto sociale di una nazione relativamente estesa, popolosa e percorsa da mentalità e storie differenti per quanto lungo e stretto è lo stivale.

La scarsa capacità della nostra classe politica emerge, in tutta la sua imbarazzante evidenza, nel continuo richiamo a sistemi elettorali che superino la complessità col semplice espediente di dopare una dichiarata minoranza, fino a farla diventare una maggioranza convenzionale. in quello che non possiamo definire altro che una prevaricazione dei principi costituzionali.

Comunque il nostro Parlamento, nuovo di zecca e ancora in rodaggio, è nella pienezza delle sue facoltà, e se solo volesse potrebbe legiferare, anche in assenza di un esecutivo politico, la cui individuazione sta risultando così problematica.

I due vincitori delle scorse elezioni, Lega e M5S, hanno dichiarato in campagna elettorale  di voler abrogare la Legge Fornero, e potrebbero ora realizzare quella promessa, dato che i numeri consentirebbero loro di farlo, ma ciò non avviene, e dovremmo tutti meditare su questa cosa, anche per capire la differenza tra le pubbliche dichiarazioni e le sottostanti volontà effettive.