martedì 1 ottobre 2019

Certe scelte sono un lusso... e non risolvono i problemi.


Con una dinamica inversa, rispetto a quanto faccio normalmente, un mio post su Facebook diventa un articolo sul mio blog che accoglie i:
"Pensieri sparsi di un anziano sessantottino che contempla un mondo che ha imboccato una strada ben diversa da quella che si aspettava".  
Lo faccio per dare una base più permanente e più agevolmente rintracciabile ad una riflessione che altrimenti perderei , e in breve tempo, nel mare magnum dell'ambiente social.



Mi ero ripromesso di non scrivere più la parola vegano nei miei post, perché quando lo faccio finisco poi per accapigliarmi con persone che stimo, anche se non ne condivido le scelte, ma i tempi sono quelli che sono e i sintomi evidenti del dissesto ambientale occupano sempre più spesso le nostre esternazioni.


Questo significa che sempre più spesso viene individuata nella scelta vegana una possibile via d'uscita dal problema, seppure su basi che neanche sfiorano il cuore morale di quella scelta, dimostrando dunque che, a dispetto di un'apparente convergenza, i vegani rimangono ben fraintesi.

La scelta vegana in realtà non è in sé risolutiva, e neanche credo pretenda di esserlo, ai fini ambientali perlomeno.   Penso si possa definirla una scelta morale il cui limite, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che è maturata in una situazione di abbondanza, e consentita da presupposti che sono propri di un contesto avanzato e, dunque, intimamente dissipativi.

Essere vegani non comporta solo adottare un'alimentazione differente (e non conforme alla nostra natura vorrei aggiungere, almeno in base alle nostre caratteristiche fisiche intrinsecamente onnivore), ma anche il rifiuto di utilizzare oggetti, additivi, indumenti ed accessori derivati dagli animali.

Questo significa, per gli indumenti, che è necessario evitare pelle, cuoio e lana, ma anche trattamenti di fibre vegetali con sostanze derivate da fonti animali. Ne deriva che i nostri piedi dovrebbero calzare zoccoli con tomaia in fibra vegetale, e i calzoni andrebbero sorretti da un tratto di corda, oppure dovremmo fare massiccio ricorso, come già sta avvenendo, a fibre sintetiche, spesso malsane a contatto con il corpo, e che hanno una bella fetta di responsabilità nel dissesto ambientale. Ma pure vestirsi di cotone e lino, nei nostri rigidi inverni, presenta qualche controindicazione.

Però non si tratta solo di individuare criticità o contraddizioni, vere o presunte, nella scelta vegana, perché credo che il problema vero stia nel fatto che siamo troppi, e che dunque qualsiasi opzione circa la nostra alimentazione, ma più in generale per ogni nostra attività, metta in crisi l'ambiente e le nostre prospettive non solo di benessere, ma anche di sopravvivenza.

La scelta morale di non cibarsi di carne può avere importanti e benefiche conseguenze sull'ambiente, vanificate però dal fatto che, rinunciando alle fibre sintetiche, per via delle loro implicazioni, dovremmo decidere se porre il terreno coltivabile al servizio della produzione alimentare, a discapito di quella tessile, o viceversa, perché vestire e sfamare 7 miliardi di persone, a crescere, non è semplice.

Se poi dovessimo andare incontro ad un collasso a questo punto non così improbabile, con perdita, o estrema penuria, di carburanti fossili e base industriale insufficiente a sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili, quanti vegani accetterebbero di trainare personalmente il vomero che dissoda la terra ed il carro che trasporta i prodotti agricoli? Perché naturalmente sfruttare buoi o cavalli per compiere un lavoro per loro innaturale sarebbe profondamente immorale.

Siccome credo che nessuno accetterebbe di compiere certi massacranti lavori, ne consegue che dovremmo decidere le quote di terreno da riservare alla produzione tessile, a quella alimentare e a quella per il sostentamento animale.

A quel punto, essendo noi così numerosi, non potremmo far altro che contendere quei terreni alla popolazione animale selvatica, che dunque tenderebbe a cibarsi delle nostre colture, costringendoci a reagire abbattendo gli incursori.

Ripercorrendo poi un sentiero già battuto agli albori della nostra storia, utilizzeremmo i capi abbattuti per rifornirci di proteine, pellame ed ogni altra parte utile.

Forse il problema, complesso, prevede soluzioni altrettanto complesse, ma d'altra parte arretrare industrialmente potrebbe, vedendola cinicamente, risolvere il problema demografico mietendo vittime per fame e malattie, riducendo dunque l'impatto antropico, ma lasciando una situazione di arretratezza nella quale i presupposti per una scelta vegana non ci sarebbero proprio.

giovedì 26 settembre 2019

Guardiamo le ombre e li vediamo grandi, ma solo perché siamo al crepuscolo.


Torno ancora su una sottolineatura che mi è cara, ovvero quanto il livello di astensione dal voto contribuisca a creare forti turbative nella conduzione politica del paese, e non venitemi a sfrucugliare con le puttanate da assemblea condominiale sull'assente, "che ha sempre torto", perché qui non si tratta di decidere che tipo di lampadine mettere nelle plafoniere dei pianerottoli, anche se pure quello ha la sua porca importanza. Il fatto è che non siamo mica sulla piattaforma Rosseau, dove lo zero virgola caccola conta come una folla.
Se ti ritrovi con una classe politica così scarsa e di bassa... Lega da lasciare a casa quasi metà degli aventi diritto, quota comunque in costante accrescimento, significa che una parte dannatamente importante dell'elettorato non vede presidiati i propri interessi ed aspettative, tanto da non recarsi più alle urne, perché questo significherebbe votare qualcuno che prenderà decisioni a loro sgradite.
Il pirlone di cui sopra, quello che mi percuote lo scroto con "l'assente che ha torto" mi dirà certamente che non votare significa, nei fatti, votare per chi vince, giusto? No, frescone, sbagliato, perché quando ogni voto che potresti esprimere è contrario ai tuoi interessi, l'acuto pensamento strategico che mi elargisci è buono quanto un ficcante pensierino da biscottino della fortuna. Ti faccio un esempio, così magari la capisci perfino tu. Dunque: sono un ex sessantottino rimasto sempre fedele ai miei principi giovanili, seppure molto mortificati da una realtà scoraggiante. Ho tra i miei valori la solidarietà, l'uguaglianza, il perseguimento della dignità umana e dei diritti delle classi che costituiscono l'ampia base della piramide sociale. Ho operato per tutta la vita lavorativa nel sindacato, anche se con compiti minimi, ho sempre seguito il dibattito politico e sono impegnato nella cooperazione internazionale. Inquadrato il tipo? Andiamo alle urne; cosa voto? Certo non la Lega, e neanche M5S visto che il suo preteso postideologismo nasconde molto malamente un populismo similperonista, confusionario e pericoloso. Non è certo più il caso di votare PD, anche se in passato l'ho fatto, ahimè, turandomi il naso, ed altri orifizi che non sto a dirti, di cui perlomeno uno è stato poi violato grazie al tradimento renziano e alla mutazione teratogena in partito campione del liberismo. Degli altri partiti, quelli sullo sfondo e spesso al traino dei più grossi, non è neanche il caso di parlarne.
Ecco, a dire la verità, siccome l'astensione è contraria al mio modo di vedere la politica e alla visione che ho dei diritti di cui godo in quanto cittadino della Repubblica, finora io non sono riuscito a risolvermi a rifuggire dal mio diritto-dovere di voto, e da un certo punto in avanti sono tornato a votare la "cosa" più a sinistra che ho trovato sulla scheda, un partito ben nascosto nella dicitura "altri", a testimonianza della sua straordinaria capacità di convincere qualcuno, fuori di alcuni appassionati sostenitori, il cui attaccamento rischia di essere più che altro puro fideismo. L'ho fatto ben sapendo che neppure quella formazione mi rappresentava, intenta com'era a corteggiare uno scenario ormai morto e sepolto con la fine della fabbrica fordista e di tutto ciò che ne conseguiva. Dunque in realtà, con forse più di un pizzico di ipocrisia, ho votato, ma funzionalmente e moralmente è come se mi fossi astenuto. Comunque sia non ha fatto alcuna differenza. Chiunque io e milioni di altri astenuti avessimo votato, avremmo in ogni caso portato l'acqua al mulino di qualcun altro, facilmente di un nostro nemico.

Non è una bazzecola questa dell'esplosione del fenomeno astensione. E' un sintomo gravissimo che ci dice, né più né meno, che

LA NOSTRA DEMOCRAZIA E' GRAVEMENTE MALATA
Non si tratta solo di ricordare a Sua Ferocità Salvini che le sue pretese di rappresentare il popolo italiano, nientemeno, sono una bestialità assoluta, anche se si prende in considerazione il dato più benevolo, figuriamoci quello effettivo al netto degli astenuti, bisogna che anche tutti gli altri capiscano che non possono rilassarsi più di tanto, e che anche loro rappresentano in realtà quattro gatti, di cui perlomeno tre non sono neanche troppo convinti, essendo il quarto un "mangianegri" anticomunista a prescindere. La verità, cruda quanto di solito è capace di essere, è che a fronte del "popolo italiano", da tutti tirato per la giacchetta, sta una pletora di pesi mosca spesso eterodiretti e opachi in tutte le loro manifestazioni. Vorrei finire con una menzione speciale per i miei compagni di fede progressista, comunista, socialista, marxista-leninista, o come cazzo preferiscono definirsi.
Avete dato un'occhiata a questo sondaggio? O a qualsiasi altro, tanto è lo stesso. Quale famiglia politica brilla per la sua totale ASSENZA? Ecco, si, bravi. La sinistra manca del tutto, e non sarà certo chi ha scippato la denominazione "La Sinistra", col suo ridicolo 2,1% o i compagni "a sinistra delle guardie rosse cinesi" a risollevare le sorti della famiglia politica, o a convincere quegli astenuti a tornare alle urne. Facciamoci tutti, marzullianamente, una domanda... e vediamo di darci una risposta, una buona volta.

martedì 24 settembre 2019

Una fatale "zona Cesarini".

Grande spazio, e giustamente, sta ottenendo il discorso di Greta Thunberg all'ONU, dato che i problemi climatici ed ambientali, lungamente e criminalmente trascurati, stanno alla fine presentando il conto salatissimo che discende dalla nostra irresponsabile incuria, ma io mi chiedo quanto sia corretta ed adeguata l'enfasi che molti pongono sul conflitto generazionale che emerge dall'eloquio della giovane studentessa svedese.

O piuttosto mi chiedo se questa enfasi non sia dovuta più ad un nostro (degli adulti) senso di colpa non ancora ben meditato e vissuto in forma espiatoria e inutilmente tale, nel senso che essere contriti, in sé, non è di alcun aiuto.

Lo scempio dell'ambiente non è, banalmente, il prodotto dell'irresponsabilità degli adulti verso le generazioni a venire, o perlomeno non è solo questo, e in realtà non è neanche il nucleo centrale del problema il quale, a mio avviso, discende piuttosto da due fattori principali.

Il primo è la mancata comprensione dell'impatto che la crescita della popolazione mondiale ha sulla capacità del pianeta di produrre risorse bastanti per tutti e ai ritmi attuali e prevedibili, con i ratei di crescita dissennati che alcuni, anzi, auspicano.

Il secondo, che accoglie gli "auspicanti" di cui al capoverso precedente, risiede nelle modalità operative e fondamentali del modello economico capitalista, che è inefficiente, dissipativo e totalmente incapace di una progettualità a lungo termine, perché fondamentalmente non è interessato a svilupparla.

Il secondo fattore, la cicala capitalista, ha tra l'altro il diabolico effetto di amplificare a dismisura gli effetti del primo.

Forse Greta ha ragione quando ci (mi?) rimprovera per non esserci opposti meglio e in tempo allo stupro del pianeta, ma molti di noi in realtà si sono a lungo e tempestivamente pronunciati, rimanendo peraltro del tutto inascoltati, anche dai giovani, contro un sistema che non tiene in alcun conto la solidarietà tra gli esseri umani e le generazioni passate, presenti e future, e che privilegia il profitto, elevato a categoria dello spirito, intangibile e non negoziabile.

Non vorrei che, alla fine, addebitando alle generazioni adulte il peso esclusivo della responsabilità per il dissesto climatico, non si finisca per dare una dimensione individuale a qualcosa che ha invece valenza sistemica, e che costituisce espressione di un dispositivo coercitivo per superiori capacità economiche.

Personalmente comprendo benissimo come un abitante dell'Africa subsahariana possa vedermi come un individuo assuefatto a livelli sibaritici di benessere, dai quali lui è virtualmente escluso e dei quali ne fa le spese, ma spesso mi chiedo se è cosciente di come la mia attitudine agli sprechi diventi quasi frugalità, mi si perdoni questa forzatura dialettica, a fronte degli sprechi dissennati di un cittadino statunitense medio, uno di quelli che, per dirne una, non spegne mai le luci di casa.

Però, così come mi pare sbagliato attribuire responsabilità esclusive a questo contrasto tra sud e nord del mondo, mi sembra altrettanto errato sottolineare l'antagonismo generazionale, quando il problema sta tutto in un sistema che travalica tempo e collocazione geografica.

Noi non risolveremo il problema attribuendo a quegli antagonismi le colpe del disastro prossimo venturo.      La contrizione di stampo paracattolico non servirà a nulla, come non servirà individuare i responsabili, limitandosi alla dimensione morale di questa individuazione.      


Quello che sarà indispensabile fare sarà piuttosto individuare modelli e stili di vita non dissipativi, moderare, e di molto, le aspettative e adattarci ad un comportamento maggiormente frugale, rinunciando a cose che non sono per nulla indispensabili, ma che sono spacciate per tali solo perché in grado di spremere margini di profitto che poi vanno a vantaggio esclusivo di gente che, oltre a detenere la fetta più grossa della ricchezza disponibile, è titolare dei comportamenti maggiormente inquinanti e scialacquatori, quelli che ci stanno portando alla morte entropica della specie umana e di gran parte delle forme di vita del pianeta.

Il momento è grave, ed il tempo che ci rimane per cercare di mettere riparo ai danni non è molto, questo dovremmo ritenere dall'appassionata perorazione di Greta: dobbiamo darci una mossa, e individuare le responsabilità del dissesto deve servirci solo ad ottimizzare la risposta. 

giovedì 29 agosto 2019

La vita è fatta di occasioni perse




Nel 2013, prima che il narcolessico Crimi e la solare Lombardi partecipassero alla famosa diretta streaming al solo scopo di pigliare per il culo il povero Bersani, peraltro sotto dettatura grillesca dato che la loro autonomia di pensiero si esauriva tutta già nella scelta del cornetto durante la prima colazione, io pensavo che il dato politico più rilevante delle votazioni svoltesi quell’anno consistesse nella prorompente affermazione dei cosacchi pentastellati.

M5S, infatti, uscì letteralmente dal nulla per piazzarsi al terzo posto, a un soffio dal PDL (secondo, ma in forte calo) e non molto distanti dal PD che, con la coalizione Italia bene Comune, si attestò al primo posto.

Non è, la mia, una semplice ed oziosa rilevazione notarile. I tre primi partiti erano separati da pochissimi punti percentuali e rappresentavano un vincente senza abbrivio, un secondo arrivato già olezzante come una carogna ben stagionata, ed un club dopolavoristico di neosanculotti che nel bene e nel male, soprattutto quest’ultimo, si avviava a rappresentare le istanze di riscossa di una parte importante, e potenzialmente in crescita, di un popolo deluso e incarognito dal pessimo spettacolo offerto dai partiti tradizionali.

A quei tempi io già nutrivo forti dubbi sull’assai indefinito programma piddino, poi metastatizzatosi nel tradimento della propria duale appartenenza, al campo socialista ed al cattolicesimo democratico, e sapevo già, con ogni più intima fibra del mio essere e grazie alla mia pluridecennale osservazione dei processi politici, che gli apritori di tonno parlamentare, molto efficaci nel campo poco impegnativo dell’opposizione urlata, avrebbero fatto un tonfo rumorosissimo una volta transitati nel settore di chi deve attuare una politica governativa, o anche solo produrre leggi e decreti con un minimo di verosimiglianza.

Pensai a quei tempi che Bersani avrebbe dovuto sedersi al tavolo di quella indecorosa diretta e tirar fuori un voluminoso paio di gran coglioni, oltre ad una smisurata faccia di tolla, e dire:

guardate, noi siamo arrivati primi, ma di poco, e chiunque sappia di politica vede che voi del Movimento avete saputo interpretare il disagio dell’elettorato meglio di chiunque altro. A questo punto mi sembra chiaro che se noi abbiamo la forza, voi avete la fiducia della gente quindi, sapete che c’è? Andiamo dal Presidente e diciamo che il PD appoggerà un esecutivo pentastellato nel quale noi potremmo avere qualche ministero, ma anche no. Ci state?”

A quel punto i pentastellati, che ancora ci pigliavano per il culo con la storiella del facciamo le cose con chi ci sta, o accettavano, avviandosi poi a dimostrare con un anticipo di cinque anni che razza di pericolosi incompetenti sono sempre stati (e il PD avrebbe potuto staccare la spina in ogni momento), oppure fiutavano il pericolo e si ritiravano, magari senza infliggere a Bersani quella penosa umiliazione, ma assicurando al PD una posizione morale meno precaria di quella che poi propiziò il penoso spettacolo che seguì e, magari, evitando di aprire la strada alla deriva renziana, con relativa distruzione dello Statuto dei Lavoratori.

Ai tempi, esponendo questa mia idea, mi guadagnai sonori pernacchi e numerosi e sanguinosi insulti, ma a me fu chiaro fin dall’inizio che a quelle elezioni qualcuno 

perse vincendo e qualcun altro vinse perdendo

e che la situazione avrebbe meritato un approccio il meno ortodosso possibile, proprio perché, rimanendo nel solco della prassi consolidata, come in effetti avvenne, tutto quello che seguì, lo psicodramma della rielezione del Presidente della Repubblica, il festival del franco tiratore e le più infide pratiche di opportunismo parlamentare, si sarebbe concretato con la stessa sicurezza per la quale il tanfo ristagna su un letamaio, per non parlare delle premesse per il successivo, per quanto malissimo utilizzato, successo elettorale pentastellato, preparato, facilitato e sdoganato dalla successiva berlusconizzazione, per via renziana, del PD.

Solo un anno dopo, nel 2014, vi fu quell’altra diretta, tra Renzi e Grillo, ma si trattò di puro e semplice teatro, un’occasione per segnalare a tutti che la distanza tra i due soggetti era siderale ed incolmabile, con i due capataz che parlavano alle proprie rispettive basi mostrando il massimo disprezzo possibile per il proprio interlocutore, al quale si rivolgevano solo in quanto elemento scenografico di soliloqui sovrapposti.

Oggi noi abbiamo, nelle posizioni apicali del favore elettorale, tre soggetti variamente scossi:
  • il PD, che è l’ombra del partito che sbandierava il 40,8% alle europee del 2014, ha in sostanza due segretari, quello ufficiale ostaggio di quello dimesso ma mai effettivamente rimosso, con relativa incerta traiettoria; 
  • M5S, che ha passato gli ultimi 15 mesi a smentire i propri irrinunciabili capisaldi morali e a farsi brutalizzare da un partito originariamente di seconda schiera, ha perso per strada qualche milionata di voti, pressoché dimezzandosi; 
  • la Lega , partito capeggiato da un soggetto, Sua Ferocità Salvini, che è riuscito in un batter di ciglia a passare dall’essere il più accorto animale politico del momento a far la figura del peracottaro, sbagliando tempi, strategia ed esibendosi in indecorosi comizi autoassolutori, scivola bruscamente nei sondaggi fin qui baldanzosamente rivendicati, perdendo 5 o 6 punti percentuali, fino ad ora.


Il Paese è ad una svolta cruciale, ma non è attrezzato per affrontarla al meglio.
Il sedicente Governo del Cambiamento ha costruito le premesse per una manovra finanziaria lacrime e sangue (una delle ragioni che, nel tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità, ha originato l'improvvida sceneggiata salviniana), manovra che si avvicina implacabilmente, mentre l'economia della locomotiva teutonica, dalla quale dipendiamo, ansima e scricchiola in una salita inaspettata e le paturnie britanniche si apprestano ad assestare un colpo micidiale agli asfittici indicatori economici comunitari.

Il ricorso alle urne, velleitario e quantomeno prematuro, rischierebbe comunque di perpetuare lo stallo attuale per via dello smagrimento leghista e della permanenza di una legge elettorale che ha pretese maggioritarie, ma che, mancando del tutto un partito del 51%,  richiede ugualmente ai partiti una capacità, al momento del tutto inesistente, di praticare un tipo di politica ormai dimenticata, fatta di capacità di mediazione e chiara visione dei pesi effettivi degli attori coinvolti, con conseguente visione realistica degli obiettivi perseguibili.

E così ora abbiamo partiti che hanno passato gli ultimi sette anni ad accoltellarsi, fantasticando sulla onorabilità e propensione alla promiscuità interrazziale delle donne e sull'incerta sessualità degli uomini delle formazioni avversarie, che improvvisamente si trovano a cercare di mettere assieme un programma di governo, negando tutto ciò che avevano precedentemente affermato e pigliandoci tutti per scemi, pretendendo di propinarci ragioni ridicolmente disinteressate per giustificare il loro attaccamento al potere, conseguito o da riguadagnare.

Io non so come andrà a finire, ma uno degli indicatori certi della nostra miserevole condizione è che essere scampati, per il momento, all'avvento del novello uomo della Provvidenza, il paninofago Salvini, a molti sembra già un buon affare.

Si naviga a vista su una nave lunga 50 metri, con la plancia situata a poppa ed una visibilità di 20 metri scarsi, e lo facciamo sottocosta, su bassi fondali e fondo roccioso.

lunedì 22 luglio 2019

Il disastro è organizzato, i soccorsi no. (M. Marchesi)


In questo disgraziato paese potrebbe concretarsi, alle prossime elezioni politiche forse imminenti, la possibilità di un monocolore fasciolegaiolo.

Questa eventualità, confermata continuamente dai sondaggi, potrebbe inverarsi nonostante l'oggettiva impresentabilità rodomontesca di Sua ferocità Salvini e la sicumera bullesca delle sue indimostratissime accuse a chiunque gli si opponga.

Altri elementi che dovrebbero ostacolare quella eventualità sarebbero:
  • il continuo affiorare di scandali personali e partitici riguardanti la Lega ed i suoi rappresentanti/militanti;
  • l'ipotesi di possibile alto tradimento nell'affaire russo, con la tentata e, pare, mancata vendita di una futura influenza del Cremlino su un governo italiano con componente leghista;
  • la vicenda dei famosi 49 milioni, convenientemente rateizzati ed ora magicamente rielaborati a 18,5 milioni, nel bilancio del partito, grazie all'escamotage dell'attualizzazione del debito, così da poter rivendicare, quando la memoria si sarà un po' appannata, un danno meno grave all'erario;
  • il passato irredentista, per così dire, del mangiatore di nutella, oggi impavido patriota italico che però fino a poco tempo fa non si sentiva rappresentato dal tricolore, quello che Bossi voleva bruciare;
  • il continuo tracimare di Sua Ferocità il Capitano oltre i propri poteri ministeriali e in supremo spregio di leggi, Costituzione e istituzioni;
  • l'invereconda esibizione di fastidio per l'autonomia, costituzionalmente garantita, di un potere indipendente come quello giudiziario, salvo quando rateizza ad ottant'anni la restituzione del maltolto ovviamente, avendo già manovrato efficacemente per accorpare quelli legislativo ed esecutivo, perlomeno sul piano pratico e funzionale.


Nonostante il profilo sostanzialmente eversivo di un segretario politico privo di vergogna e ritegno, oltreché profondamente incolto, e la sostanziale mancata attuazione di ogni promessa elettorale, neanche sul fronte del contrasto all’immigrazione, che è risultato molto mediatico e poco effettivo, la presa che Lega e Salvini hanno sull’elettorato sembra salda e in continua progressione, e viene da chiedersi il perché di cotanto autolesionismo da parte del corpo elettorale.

Non saprei esattamente cosa rispondere, salvo che la competizione elettorale, e con essa la dinamica politica in senso lato, risultano irrimediabilmente sabotati dalla mancanza di una componente autenticamente di sinistra, vitale e propositiva, rendendo di conseguenza il funzionamento della democrazia, in quanto sistema, parziale e sbilanciato.

Ma in realtà penso da tempo che vi sia anche una componente umorale e preconscia, intrinsecamente irrazionale. Si tratta di quello che Alberto Ronchey nel ‘79 definì fattore k, ovvero un anticomunismo viscerale in servizio permanente effettivo e che identifica quale devastante piaga biblica tutto ciò che è appena un micron più a sinistra di una blanda interpretazione di una socialdemocrazia à la façon scandinava, rendendo immediatamente congrue e adeguate le contromisure da attuare per sottrarvisi, anche le più irrazionali, controproducenti e disastrose.

C’è un pensiero che espresse Jeff Sparrow e che così spesso, e inutilmente parrebbe, citiamo su Facebook, che dice:
Tutto quello che ci faceva paura del comunismo – che avremmo perso le nostre case e i nostri risparmi, che ci avrebbero costretto a lavorare tutto il tempo per un salario scarso e che non avremmo avuto alcuna voce contro il sistema – è diventato realtà grazie al capitalismo.
La Lega, ne sono convinto, non potrà che condurci al disastro, una sorta di 8 settembre 2.0 quale ineluttabile punto di arrivo di una gestione prona ai desiderata del grande capitale, avventurista e profondamente antipopolare, ancorché spiccatamente populista, ma a dispetto di questo pare che tutti i suoi entusiasti sostenitori si facciano un punto di onore di non esaminare il significato di quella citazione.

Quando scoppia un incendio, o si scatena il panico, magari immotivato, la folla scappa senza farsi troppe domande e in genere sospendendo la propria razionalità.
Si scappa, che la minaccia sia reale o fraintesa, imminente o solo potenziale, e lo si fa scavalcando corpi, colpendo selvaggiamente chi ingombra la via di fuga, non di rado mettendosi in trappola da soli, infilandosi in vicoli ciechi o varchi troppo esigui rispetto alla calca di lemming terrorizzati che sgomita per mettersi in salvo.
Quasi sempre in quelle occasioni i danni più consistenti e le vittime più numerose sono la conseguenza del panico, e non della minaccia che lo ha scatenato.

Tornando alla realtà che ci circonda, mi sembra assolutamente chiaro ed evidente che la minaccia che sta servendo la vittoria sul proverbiale piatto d’argento al prode Salvini è al momento del tutto al di fuori delle umane possibilità.

Non esiste un forte partito comunista, trinariciuto, depositario del favore delle masse e in procinto di instaurare una dittatura del proletariato, dunque la propaganda legaiola. e del suo portatore d’acqua grilloide, è del tutto priva di fondamento e verosimiglianza, ma funziona.

Funziona perché siamo un paese di evasori fiscali e sudditi che si accoccolano tra le gambe del potente, assiso al suo desco, sperando che qualche briciola rotoli giù fino a loro, ben consci di quel proverbio che dice che è il chiodo che sporge quello che viene preso a martellate.

Funziona perché preferiamo prestare orecchio ad una minaccia inventata che prendere atto di quella che ci sta martirizzando, dunque è colpa dei comunisti, dei negri, dei terroni, dei Savoia, delle zecche buoniste, dei sindacati rovina dell’Italia, dell’Euro e dell’Europa, della Francia, della Merkel, del sempre disponibile PD, dei professoroni, di chiunque, basta che sia altro da noi.

Nel frattempo i nostri veri carnefici, i vari capibastone della finanza globalizzata, con il loro ristretto esercito di bonzi, servitori e picciotti, dispongono a piacimento delle nostre vite e del nostro futuro, asservendoci ai meccanismi che consentono loro di incassare gli spropositati introiti provenienti dalle loro speculazioni.

Dunque, e alla fine, preferiamo dare in appalto il nostro futuro a degli arroganti ciarlatani i quali, rassicurandoci su un presunto pericolo, che comunque non corriamo, ci conducono ad un disastro annunciato, spogliandoci di ogni diritto e tutela. 

Qualsiasi cosa pur di non morire komunisti.


lunedì 8 luglio 2019

Nessuna buona azione rimarrà mai impunita.


Domenica 7 luglio 2019 la lunga parentesi del governo Tsipras è terminata, e la sua fine ha seguito un copione già scritto e inemendabile fin da quando, lasciato da solo in primis dalla sinistra europea, il premier greco ha dovuto scegliere tra varie alternative, tutte terrificanti, che lo avrebbero comunque condotto all'attuale sconfitta.

Ovviamente sui social non hanno mancato di apparire, in proposito, le più vendicative e malignamente soddisfatte considerazioni dei vari e numerosi detrattori di Tsipras, le più tossiche delle quali non inaspettatamente, perlomeno per me, provengono dal sempre prolifico settore della sinistra sovranista e populista, così cruda e implacabile nella sua visione nitidamente geometrica, impregnata di quell'ineluttabilità così consolante da contrapporre alla complessità insoddisfacente e contraddittoria di una realtà che si ostina a non collaborare.

Tra i vari commenti malignamente, e lunarmente, soddisfatti, ho colto quello di una compagna che a suo tempo aderì ad un movimento politico di cui in passato fui perfino dirigente - che dio mi perdoni - e dal quale sono fuggito non appena ho capito dove ero capitato.   Eccola la sentenza, notevole nella sua olimpica indifferenza per le implicazioni reali della situazione così esaminata (sic!):

Tsipras , traditore della patria, ha avuto una bella lezione . Sicuramente ora la Grecia non starà meglio ma , almeno, i greci, che hanno versato lacrime e sangue, hanno dato a lui e alla Troika la risposta che meritavano.


Che bella cosa sarebbe se tutto fosse così geometricamente nitido e meccanicistico come appare in certe lapidarie condanne. 

Tsipras venne lasciato solo a gestire un'arrembante Alba Dorata da una parte, una famelica Troika dall'altra e sul terzo lato di un triangolo maledetto... un bel cazzo di niente, perlomeno nulla che andasse oltre generiche invettive e sbrigative condanne.

Molti richiamano, per sottolineare la presunta infingardaggine dell'ora ex premier greco, la figura di 
Varoufakis, il quale non se la sentì di fare il lavoro sporco che si apprestava a svolgere Tsipras e che poté permettersi di sfilarsi dalla pesante responsabilità di decidere del futuro della Grecia e del suo popolo perché era solo un comprimario la cui presenza, pur importante, non era fondamentale, tanto è vero che se ne andò senza causare altro che una leggera increspatura, persa in mezzo ai marosi di una scena agitata.

L'elegante Yanis se ne andò per non collaborare ad un ricatto sostanzialmente, pragmaticamente e funzionalmente inaggirabile, date le condizioni di effettivo e blindatissimo isolamento della Grecia, abbandonata da tutti, a cominciare dalla sinistra europea in tutte le sue pittoresche gradazioni di
rossitudine.
Anni dopo, sfoderando un pragmatismo di cui prima non vi era stata alcuna traccia, invitava a votare Macron, nientemeno.



L'unica cosa, nelle condizioni date, che avrebbe potuto fare Tsipras per sottrarsi al ricatto teutonico, sarebbe stata di aderire alla proposta di Putin di trasferire la Grecia nell'orbita Russa, grazie all'assegno che Zar Vladimir era, forse, pronto a staccare. 

In pratica si trattava di passare da una sudditanza all'altra, ma mettendosi al centro di un conflitto politico e geostrategico del quale ne avrebbero fatte le spese, ancora una volta, i greci.

Alla fine Tsipras fece la sua scelta, il lavoro sporco di cui sopra, e lo fece sapendo benissimo ciò cui andava incontro, tra cui, ma molto in fondo al novero delle priorità, la sbrigativa condanna di compagni che hanno le idee chiare su tutto, tranne che sul campo delle effettive potenzialità e opzioni delle situazioni reali, ovvero della dimensione dialettica della realtà.

Oggi la Grecia, che nel frattempo non è divenuta una dittatura nazionalsocialista ed ha affrontato il disastro pagando un prezzo salatissimo, emergendone con alcuni risicati e insufficienti miglioramenti, riconsegna il governo agli stessi borsari neri che hanno creato il disastro e che hanno sulle mani, loro e non Tsipras, il sangue e le sofferenze di un popolo intero.

Varoufakis, il nobile non collaborante, ha il pedigree intonso.. e gira inutilmente nei consessi internazionali a proporre una creatura, DiEM25, viva per un pelo e solo grazie ad un accanimento terapeutico privo di reali conseguenze.

Tsipras ha gestito quello che poteva come poteva, ed ora paga, ed è giusto che sia così. Non esistevano reali alternative al suo governo, perlomeno che non sbandassero seccamente alla destra estrema

L'incendio è domato, ma il fuoco cova ancora sotto alla cenere e la casa è un disastro. Mi viene in mente quel capitolo de I Fantastici Viaggi di Gulliver nel quale il protagonista spegne l'incendio del palazzo dell'imperatrice lillipuziana pisciandoci sopra. Tutti sono soddisfatti dello scampato pericolo... ma Gulliver diventa immediatamente persona non grata.   


Il popolo è sovrano e si è espresso. Questa è la democrazia e noi dobbiamo solo prenderne atto, insieme al fatto che la persona umana è normalmente di corta memoria e poco avvezza al pensiero complesso.

Comunque la Grecia si avvia a peggiorare nuovamente e alla svelta e, checché ne dica la malignamente soddisfatta lapidatrice del tragico Tsipras, la Troika non ha avuto la risposta che meritava, ma esattamente quella che desiderava.

lunedì 29 aprile 2019

Sono un uomo fortunato.

Sono un uomo fortunato. In 65 anni di vita non ho mai sofferto i morsi della fame. Da piccolo la mia famiglia non nuotava nell’abbondanza. Mio padre era commesso di banca e in famiglia eravamo in sei, compresi i miei nonni paterni, che partecipavano al bilancio familiare con una striminzitissima pensione.

Mia madre contribuiva facendo le asole ai vestiti per conto dei sarti del quartiere. A nove anni, essendo incaricato degli acquisti presso la merciaia di via Caposile, avevo già una vasta conoscenza dei filati vari, virgolina, filofort e cotone da imbastire. I miei vestiti erano tutti acquistati ai Magazzini All’Onestà, una catena che offriva prodotti di qualità non eccelsa, ma a prezzi molto convenienti, o passati da cugini più grandi.

Il televisore fece il suo ingresso trionfale in casa con comodo, quando frequentavo la terza media e mio padre venne promosso impiegato di II classe, con conseguente aumento della capacità di spesa. Il magico elettrodomestico, un modello americano che somigliava molto ad un monitor da laboratorio, precedette di poco il frigorifero, messo in un angolo del tinello, dato che il cucinotto era troppo piccolo per accoglierlo.
Prima c’era solo una ghiacciaia che veniva tenuta sul balcone, per la quale venivo mandato in strada a comprare cinc ghei de giass, ovvero 5 soldi (lire) di ghiaccio, quando passava il venditore che arrancava sul suo triciclo a pedali, con le stecche di ghiaccio sotto ad un vecchio telo di iuta.

La macchina venne ancora dopo, e si trattava di una vecchia Ford Consul, con già cinque passaggi di proprietà sulle spalle, una certa tendenza a consumare olio e, ricordo, i tergicristalli ad azionamento pneumatico che, talvolta, non si spegnevano più dopo che la pioggia era cessata.
Un'altra fastidiosa irregolarità stava nella sua abitudine a bloccarsi nella terza marcia (non esisteva una quarta) per qualche imperfezione nei leveraggi del cambio, cosa che obbligava ad una sosta presso un meccanico dotato di ponte elevatore per lo sblocco manuale. I giocattoli si vedevano solo una volta l'anno, in occasione della Befana del Banco di Sicilia, ma erano belli, numerosi e appagavano me e mia sorella per i successivi dodici mesi. Ma non ho mai sofferto la fame, e neanche il freddo, dato che i miei vestiti erano senza pretese, o magari riadattati, però sufficientemente caldi.
Alcuni miei compagni di classe, il Calvairate era un quartiere popolare ed operaio, non erano altrettanto fortunati. Il mio più caro amico d'infanzia ha mangiato catalogna ogni sera fino alla fine della scuola dell'obbligo. Non ho mai sofferto la fame e neanche avevo la cognizione di essere situato nella parte medio bassa della piramide sociale. Tutti, intorno a me, vivevano in condizioni analoghe alle mie e tutti potevano sperare in qualche tipo di progresso, che arrivava lentamente, ma con una certa sicurezza. Assolti i miei obblighi di leva non faticai a trovare impiego, a quei tempi qui al nord la disoccupazione non era un problema, anche se non sempre lo stipendio era soddisfacente. Ho svolto diversi lavori, alcuni molto faticosi e poi sono approdato nella stessa banca ove aveva lavorato mio padre, con la prospettiva di rimanere ancorato ad incarichi strettamente operativi e ben lontano da quelli che costituivano il settore più qualificato ed aristocratico, ostacolato da un titolo di studio - perito meccanico - che con il settore bancario non aveva nulla a che fare. Le cose poi non andarono esattamente così, perché grazie alla rivoluzione informatica divenni in breve l'omino dei computer, incarico che mi diede molta autonomia e grandi soddisfazioni e poi, una volta che quel settore venne conferito ad aziende esterne, già quasi cinquantenne, mi applicai con una certa difficoltà ad una riconversione professionale che venne coronata, alla fine, dalla qualifica di Gestore Imprese nel settore Corporate. La mia condizione di impiegato bancario, date le caratteristiche economiche del contratto di lavoro del tempo, mi diedero l'accesso ad una tranquillità economica che, date le mie condizioni di partenza, ritenevo poco meno che sibaritiche, e di cui oggi i miei colleghi non hanno più alcuna nozione, dato che i livelli stipendiali e le condizioni generali del settore si sono nel frattempo molto deteriorate.

Ho dunque vissuto in ristrettezze, ma senza rinunce dolorose, e poi ho compiuto una traiettoria che mi ha reso un uomo tranquillo fino quasi verso la fine, quando è divenuto evidente che le vacche sarebbero diventate magre piuttosto alla svelta e che la mia vecchiaia avrebbe potuto diventare più faticosa di quanto avevo preventivato. Soprattutto non mi rassegno all'idea che mia figlia, al contrario di quanto avvenne nel mio caso, vivrà una vita più faticosa ed incerta della mia. Oggi manca un'ingrediente fondamentale, che invece era profondamente intessuto nelle condizioni della mia infanzia, della mia adolescenza e in generale di quasi tutta la mia vita, fino a prima del tonfo finanziario del 2008.

Si tratta di un ingrediente che rendeva le condizioni di vita sopportabili anche se, in un dato momento, piuttosto faticose, ed era la fiducia che, applicandosi con una certa costanza, il miglioramento fosse un fattore praticamente inevitabile. Oggi è quasi impossibile congegnare un progetto di vita, mancano le basi per poterlo fare. Si vive alla giornata, passando da un lavoretto ad un altro, inframmezzati da tormentose inoperosità mitigate da redditi genitoriali che, prima o poi, verranno a mancare.