sabato 23 maggio 2015

La messa in scena di una democrazia senza popolo.


La confutazione più efficace della pretesa di Renzi, e del PD da lui colonizzato, di essere di "sinistra" consiste nella constatazione che i cardini strategici del suo operato, anche senza voler scomodare agghiaccianti contiguità col famigerato "piano di rinascita democratica" di gelliana memoria, sono esattamente quelli che Berlusconi, dopo aver sistemato le sue più impellenti "necessità" personali, si provò a promuovere, senza mai riuscire a finalizzarli.



La sostanza della manovra renziana è abbastanza evidente, una volta sollevata la pesante coltre di mistificazioni copiosamente prodotte del nostro Primo Ministro.     Si tratta delle tre "gambe" che sorreggono il suo ridisegno dello scenario:


  1. sterilizzazione dello Statuto dei lavoratori ed arretramento di perlomeno cinquant'anni delle condizioni di confronto tra lavoratore ed imprenditore. Missione compiuta tramite l'approvazione del mortale "job act".  Al di là, infatti, della ormai risibile definizione di rapporto di lavoro a tempo indeterminato (nel senso che non è determinabile a priori quando si verrà licenziati liberamente e senza ambasce - per il datore di lavoro si intende) è del tutto evidente che chi vive, o cerca di vivere, di lavoro dipendente ora non è più sottoposto  unicamente alle variazioni delle condizioni di mercato, ma anche alla valutazione del suo grado di "mansuetudine".   Il necessario prerequisito di instaurazione di una massiva forma di controllo e contenimento del dissenso popolare è così assicurato in maniera ottimale;
  2. azzeramento definitivo, e non più incidentale o congiunturale, della dinamica parlamentare mediante l'impianto di un sistema elettorale che:

    - assicuri in larga parte il controllo partitico sulle candidature, perlomeno nelle posizioni apicali di circoscrizione;
    - neutralizzi l'effettiva povertà rappresentativa, in presenza soprattutto di forte astensionismo, del partito di maggioranza relativa, assicurandogli un bonus che gli consenta di "occupare" il Parlamento.

    Tale obiettivo è stato raggiunto mediante l'approvazione dell'Italicum.  L'escamotage della rimodulazione del quorum necessario per non rimanere fuori dal Parlamento, inizialmente fissato in un impresentabile 8%, e la "trovata" di predisporre un ballottaggio nel caso, molto probabile, che nessuno consegua il 40% al primo turno, nulla tolgono al fatto che l'intenzione è quella di assicurarsi un controllo del sistema legislativo talmente blindato da ridurre il Parlamento a mero "vidimatore" del volere del potere esecutivo.  Il fatto che, in omaggio ad una governabilità dai presupposti alquanto discutibili, si azzeri di conseguenza uno dei cardini del nostro sistema democratico, ovvero la separazione tra i poteri dello stato, pare non sia stato colto da molti;
  3. Distruzione o ridimensionamento dei sistemi di controllo e regolazione dei processi di gestione dello stato.Questo risultato non è ancora stato raggiunto, ma le premesse sono state poste nel momento in cui si è postulato il superamento della doppia lettura delle leggi mediante l'abolizione del Senato o la sua sterilizzazione tramite la riconfigurazione ad istanza di secondo livello e dalle per ora incerte prerogative. Un Senato di nomina non più reale, come quello sabaudo, ma certo rappresentativo delle realtà politiche regionali, e dei partiti che le amministrano, più che di elettori che, a quel punto, hanno perso ogni residuo controllo sulla designazione del personale politico.
    Nel momento nel quale il disegno si compirà, la Camera diverrà l'unica istanza legislativa, coi limiti conseguenti alle caratteristiche dell'Italicum, anche in presenza di un Senato ridotto a country club di trombati nelle competizioni elettorali regionali o commendevoli sostenitori di gruppi di interesse di vario tipo.      
Non è necessario essere particolarmente versati nella disciplina delle scienze politiche per rendersi conto che il "combinato disposto" delle sopraesposte tre gambe porta diritti verso un impianto come minimo paternalistico, ma predisposto all'instaurazione di un sistema autoritario, la cui durezza deriverà dalle condizioni ambientali e congiunturali.A disegno compiuto, con maggioranze dopate e blindate, senza alcuna forma di controllo parlamentare dell'operato dell'esecutivo, con una popolazione ricattata dalla labilità del proprio reddito, in presenza di attacchi già visibili al potere giudiziario e con la costante delegittimazione dei corpi sociali intermedi, il nostro vulcanico Primo Ministro potrà ben prodursi in un tonante "missione compiuta".

Fa male rilevare che le stesse cose, fatte dal priapico cavaliere, avrebbero dato luogo a sollevazioni furibonde.    Questo sottolinea il fatto che l'assenza di un'opposizione, o la sua neutralizzazione, è il più pericoloso vulnus alla democrazia di un paese.

Il fatto è che non mancano gli oppositori, ma manca la loro dimensione politica, la capacità di concretizzare il dissenso in un valido sistema di pressione.    
Si, capita che alcune categorie si organizzino e si facciano sentire (come gli insegnanti), ma restano fuori, come un centro sociale qualsiasi, perché all'interno della macchina politica e rappresentativa non sono, appunto, rappresentati.

Job act, ristrutturazione dell'ordinamento parlamentare e Italicum non fanno altro che stabilizzare e perpetuare questa rappresentazione teatrale, e fasulla, di democrazia verso la quale, come tanti lemming che corrono verso il precipizio, ci siamo avviati.

martedì 19 maggio 2015

I quattro assiomi del pensiero di Peter Singer.

Recentemente è riesplosa la querelle sul pensiero di Peter Singer. docente di etica (ahinoi) a Princeton.  
Qui fornisco un link a un sito nel quale, io credo, è possibile cogliere le sue numerose contraddizioni dottrinali.


Grandi critiche, disgusto e riprovazione per il suo pensiero, fortunatamente, ma anche qualche giudizio sospensivo (forse a schermo di un inconfessabile gradimento?) che attribuisce la generale riprovazione a campagne denigratorie ingiustamente montate a danno del docente.

Sono andato a informarmi e prelevo, tra le tante fonti consultate, questo interessante sunto tratto da Wikipedia, la quale così riassume le quattro premesse che informano le sue tesi:


  1. Il dolore, inteso come qualsiasi tipo di sofferenza fisica o psicologica, è negativo a prescindere da chi lo provi.
  2. La specie umana non è l'unica in grado di provare sofferenza o dolore. Ed è innegabile che ciò succede anche a tutti gli animali di specie non umana, molti dei quali sono in grado di provare anche forme di sofferenza che vanno al di là di quella fisica (l’angoscia di una madre separata dai suoi piccoli, la noia dell’essere rinchiusi in una gabbia senza aver nulla da fare). È proprio questo che ci rende uguali agli animali non-umani e che porta a ritenere la sperimentazione scientifica sugli animali e il consumo di carne atti ingiustificabili, dettati unicamente dalla nostra concezione specista, profondamente radicata nella civiltà occidentale odierna.
  3. Nel soppesare la gravità dell’atto di togliere una vita, bisogna prescindere da specie, razza e sesso, ma guardare ad altre caratteristiche dell’essere che verrebbe ucciso, come il suo desiderio di continuare o meno a vivere, la qualità della vita che sarebbe in grado di condurre, ecc.
  4. Tutti noi non siamo responsabili solo di quello che facciamo, ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.

Punto 1 – E' forse il meno controverso, nella sua basilarità fondante e preparatoria, e piuttosto intuitivo.

Punto 2 – Qui esce abbastanza chiaramente la pratica singeriana di produrre ragionamenti apparentemente conseguenziali, ma che in realtà compiono più di un balzo logico, confondendo piani etici non omologhi. 
In particolare se risulta preferibile non torturare ed angariare gli animali con intenti e scopi futili o anche pratici, ma inutilmente aggressivi e dolorosi, non credo che si possano mettere sullo stesso piano detenzione negli zoo, abbattimenti indiscriminati per procacciarsi parti di un animale (corni di rinoceronte, pinne di squalo e via dicendo), allevamenti intensivi in anguste gabbie e con alimentazione malsana e forzata, mattanze industriali per scopi alimentari et similia con la tanto vituperata sperimentazione farmacologica animale che in ultima analisi persegue lo scopo di salvare vite e trattare patologie (n.b. non includo anche la sperimentazione a scopo di test di prodotti estetici e per la pulizia personale). 
Questa, evidentemente, è una mia valutazione etica e se qualcuno la ritiene arbitraria spero che avrà l'onestà intellettuale di riconoscere tale caratteristica anche a quella degli animalisti.


Punto 3 – Tutto giusto, tutto condivisibile. Resta il fatto che sulla scelta drammatica tra continuazione della vita, pur in condizioni difficili, e eutanasia l'unico deputato a prendere una decisione è l'interessato, se vigile o senziente, oppure il delegato in caso di coma o morte cerebrale, o il tutore, in caso di incapacità di intendere e volere del soggetto, del padrone, infine, se si tratta di animali.
Se una scelta del genere la si delega a stato ed istituzioni si va in cerca di grossi guai etici e morali, come successe nella Germania hitleriana dell'ausmerzen e della soluzione finale, o nella Cina postrivoluzionaria, che sopprimeva i bambini in eccesso tramite pratiche abortive coatte o addirittura sopprimendoli al momento della nascita.

Punto 4 – Abbacinante nella sua lapidaria drammaticità, questo punto delega la sua pregnanza al birignao dialettico che la illustra e si ferma prima di tirare la logica conclusione che se l'assunto è valido, ed è assolutamente valido, lo è in tutte le sue implicazioni, qualunque scelta si operi. 
Sarò responsabile di non aver “sollevato” il sistema sanitario dall'inutile peso di un malato irrecuperabile (che orribili implicazioni in questo approccio), come di aver operato al pari di un allevatore che abbatte capi per non compromettere l'intero branco a fronte di una pestilenza. 
Non se ne esce. Anche ficcare la testa nella sabbia e non prendere partito è una scelta con precise responsabilità, dunque il famoso professore si produce in una banalità, per quanto efficace nella formulazione, e ci dice, praticamente, che quando piove ci si bagna, folgorante perla della quale tutti noi lo ringraziamo.

Insomma, si ha un bel dire che il prof. Singer gode semplicemente di cattiva stampa e di pregiudizio nei suoi confronti, ma non mi sembra realmente necessario immergersi nell'esegesi dei suoi scritti, con la precisione ispirata di uno studioso del Talmud, per capire che il docente di etica intende oggettivizzare un suo sentimento, peraltro abbastanza primitivo per pulsioni ed implicazioni, al fine di imporre come necessaria, etica e scientificamente motivata la sua personale visione, finora sostenuta dalle parti più arretrate delle manifestazioni sociali umane. 

Se dovessimo individuare la parte del cerebro dalla quale più verosimilmente scaturisce l'input per questo raggelante costrutto etico e filosofico, direi senz'altro dalla parte più primordiale, quella “rettiliana”.



sabato 16 maggio 2015

Il passaggio da membro della comunità a consumatore. Un processo patologico.


Passeggiando per Facebook mi imbatto in questa asserzione, un pochino trasandata formalmente, a mio parere indimostrata e proditoriamente assertiva:

"neoliberismo, in realtà non significa un granché. è come dare colpa del nulla ad un fatto................... Colpa del neoliberismo".
Ma il neoliberismo non è un mero fatto o un incidente di percorso, è un sistema preciso con regole, campi di applicazione, presupposti e conseguenze.   Lo si può dunque giudicare e, se del caso, ed è il caso secondo me, addebitargli colpe.


Il neoliberismo, un termine sul cui significato la letteratura economica non ha ancora raggiunto un'accettabile concordanza, è la forma acuta di quella "malattia" che è il liberismo, un costrutto economico, filosofico e sociale che prende le mosse in un momento nel quale esistono ancora frontiere da aprire e mercati vergini da sfruttare.   



Il modello liberista non è quello sostenibile dell'agricoltore, che ara, semina e raccoglie, ben conscio di trovarsi in un ciclo ripetibile, ma solo a patto di non stressare le risorse.   E' lo stato mentale del raider che scende nella valle, asporta l'asportabile, consuma sul posto quello che riesce a consumare e distrugge tutto il resto, per poi passare nella valle di fianco.
Il ciclo economico liberista è essenzialmente entropico e miope e parte, come dicevo, dal presupposto che una volta esaurito il mercato ed emerse le contraddizioni assolutamente logiche che conseguono, basti spostarsi di lato e ricominciare da capo.

Tralasciando gli aspetti etici e di semplice giustizia sociale che quel ciclo comporta, e di cui al capitalista medio importa poco o nulla, rimane il fatto incontrovertibile che di frontiere, se si eccettuano lo spazio ed il fondo del mare, ambedue inavvicinabili per via dei costi che comporterebbe il loro sfruttamento, non ce ne sono più ed il liberismo, il cui ciclo è diventato sempre più corto e inefficiente come è sotto gli occhi di tutti, produce la sua metastasi finanziaria e dunque neoliberista.  

Finiti gli spazi vergini e maturate le attività produttive tradizionali, o divenuto marginale il reddito estraibile, fatalmente e alla ricerca di remunerazione la prima risposta è stata quella di passare al cosiddetto terziario avanzato (dal campo del tangibile a quello dell'immateriale) ed alla conseguente creazione dal nulla di ricchezza (ma non per tutti ovviamente).  

Esattamente come avviene nella dinamica quantistica, che postula la "creazione" dal vuoto di particelle, che possono sopravvivere per un tempo più o meno lungo a seconda dell'energia che prendono a prestito, la finanziarizzazione del liberismo produce sì ricchezza attuale
, ma anche il debito di chi verrà. 

Le carte di credito revolving, prendi ora e paghi dopo e a rate, insieme all'accantonamento della valutazione di un corretto merito creditizio, sono un esempio, datato e primitivo, ma pertinente, il grande buco nero dei derivati, così esoterici e tecnicamente ostici, un drammatico perfezionamento.

Il neoliberismo è a tutti gli effetti una patologia, un parassita che consuma l'ospite. Il fatto irreale e paradossale è che non ha altri ospiti da colonizzare. Morti noi morirà anche lui, il che rende il tutto ancora più assurdo.

giovedì 30 aprile 2015

Cronache di una disfatta

Dopo aver sentito la notizia del ricorso alla fiducia per l'approvazione dell'Italicum non sono rimasto sorpreso; disgustato certamente, ma non trasecolato. Si tratta di un copione ormai scontato che, a mio avviso, evidenzia come la cosiddetta "minoranza PD" sia composta da venduti e irresoluti.

In preda ad una certa, gelida, furia ho anche definito i pochi che non hanno collaborato(?!), assentandosi e non votando contro si badi bene, come le palle di un ottuagenario, ovvero puramente ornamentali.

Immagino anche l'inverecondo mercato delle vacche che ha portato quei 50 deputati democratici (peraltro già ben disposti) a collaborare per poi produrre equilibrismi verbali assolutamente ridicoli. Sulla stampa leggo infatti che i pavidi e maneggioni collaborazionisti "potrebbero ora far “pesare” la loro decisione di votare e votare sì". Già sentita quando è passato il job act. Ma chi si vuole menare per il naso?

Tutto ciò lo ho scritto in un post sul mio profilo Facebook, ed in una pagina che raccoglie un bel gruppo di quelli che, come me, militarono nel MS, e qualcuno ha commentato che il mio gli sembrava un “commento viscerale e politicamente inutile”. Viscerale? Forse perché il “menare per il naso” era sostituito da “prendere per il culo”? Forse perché non mi prendevo la briga di produrmi in talmudiche analisi di favoleggiati recuperi della situazione? Non so, però mi è stato obiettato che: “in questi casi bisogna essere freddi e possibilmente lucidi”, che "di solito l'incazzatura fa fare le cazzatee che “le battaglie di minoranza sono difficili, e che comunque bisogna evitare di insultare continuamente coloro che nel PD cercano di opporsi a Renzi. A meno di non voler far favori ai renziani”.

Insultare? Dunque se ne fa una questione di forma. Non avrei dovuto usare i termini “venduti” e “irresoluti”? Forse è così, ma vista l'incazzatura al calor bianco l'uso di “birichini” e “stupidini” non mi è manco passato per la testa, e anche il termine “illusi” mi sembrava ampiamente superato dai fatti.

La chiusa della critica rivoltami, ma il dibattito è andato avanti a lungo ed ha affrontato anche altri aspetti della questione, è che “quanto poi a dire se la sinistra PD combinerà qualcosa, è ancora presto per dirlo, ma in ogni caso se qualcosa si sbloccherà passerà comunque di lì e non certo attraverso i cani sciolti o i partitini della sinistra più o meno allo sbando”.

Dunque qualcuno ha preferito vedere nella mia invettiva un'esortazione a ripetere la pratica dissipatoria e inconcludente dello scissionismo purificatore, ma tale aspirazione è in realtà molto lontana dalle mie intenzioni, appunto perché ho visto quanto, alla fine, sia stata controproducente.

In fondo il peso specifico della componente renziana nel PD si può ascrivere proprio a questo. Chi, infatti, è rimasto in quel partito a controbilanciare le spinte centriste e colluse con i diktat europei? Poco e niente, ma il problema è che quel poco e niente ha rinunciato ad avere un ruolo e a correre qualche rischio perché questo ruolo fosse di qualche utilità.

Checché se ne dica la "battaglia di minoranza" in atto........ non è in atto e, tuttalpiù, i "minoritari" si sono rinchiusi nel loro ridotto, senza neanche più fare la faccia feroce, dal quale, forse e se non evaporeranno, usciranno in tempi migliori, pronti a dover fronteggiare l'accusa, giustificatissima, di non aver avuto uno straccio di ruolo.

Anche se l'informazione non ne dà conto, il partito si sta sfilacciando sotto al culo (ops!) di Renzi. Un bel pezzo dell'elettorato ha mollato da tempo ed è stato rimpiazzato da transfughi del centrodestra, e per ogni "soccorritore" del vincitore, secondo la sapida definizione di Flaiano, vi sono iscritti e quadri che hanno già salutato e si sono ritirati a vita privata, senza transitare in altre formazioni, forse perché hanno riconosciuto l'inutilità di presidiare tesi e ragioni private del diritto di cittadinanza, forse perché in stand-by per l'auspicabile chiamata di un sussulto di dignità, proveniente dalle istanze centrali, che possa ridar loro qualcosa per cui lottare. Ma questo sussulto non arriva perché si è in attesa di cosa? Di un ravvedimento renziano? Di un compromesso cui chi ha già tutte le briscole in mano non pensa minimamente?

Dopo aver così ben evidenziato la propria condizione di "castrati" nella vicenda del job act, come fanno i “minoritari” a pensare di poter seguire un percorso diverso e più produttivo nell'approvazione dell'Italicum? Si tratta di una legge il cui impianto é stato già elaborato e fissato, altrove, ed "emendato" nei dettagli secondari, in quella che viene spacciata per una "interlocuzione" del tutto inesistente.

No, la minoranza PD ha dimostrato, e dimostra non appena possibile, che il pericolo di un coagulo di un'opposizione a sinistra, anche interno, al corso renziano semplicemente non esiste.

Se i "minoritari" non si fossero sfilacciati tra "astenuti" (ridicoli) e "collaboratori" (con il naso turato?) e vi fosse stata una chiara opposizione, tutti i compagni allontanatisi, o tuttora rimasti pur se disgustati, avrebbero capito che una correzione della deriva renziana avrebbe avuto qualche prospettiva, qualche possibilità di farsi organica e di peso. Un'interruzione dell'abbietta aquiescenza della minoranza avrebbe segnato la fine dell'isolamento e la riconquista di una dignità ora negata. In soldoni la differenza tra l'avere qualche capacità d'influenza ed il purgatorio inverecondo nel quale sono al momento costretti i non renziani.

Dunque che attendono i “minoritari”? Al momento l'unica risposta possibile è che siano in attesa che Renzi si fotta con le sue stesse mani, o che esaurisca la sua spinta propulsiva.
Complimenti, una prospettiva allettante.

Quando ciò accadrà (e se dovremo attendere l'affievolimento della spinta correremmo il rischio di dover attendere per un ventennio, come col berlusconismo) il campo del progressismo sarà desolato e disabitato, e la consistenza della compagine democratica ridotta tanto quanto sarebbe avvenuto con una catena di scissioni.

In più avremo anche la necessità di giustificarci per la nostra ignavia e, emergendo dal nulla come risibili raccoglitori di cocci, non faremo una figura migliore del 5Stelle, che campa sugli errori altrui, ma che poi non è in grado di superare le contraddizioni interne ed andare oltre una strategia del tanto peggio tanto meglio, cosa che alla fine costerà loro voti e consenso.

E quando torme di precari, disoccupati e "sopravviventi" ci chiederanno: "ma voi dove cazzo eravate, e che cazzo volete adesso da noi", io spero che avremo il buon gusto di tacere e chiedere scusa.

giovedì 23 aprile 2015

Sporchi "negri" e "puzzolenti" immigrati. Non siamo sempre stati la sponda su cui approdare.

Prima di tutto vorrei proporre questo “illuminante” passo di una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912:


"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".




La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".



Ho pensato di proporre questo testo  solo per far rilevare quanto alcune argomentazioni, di cui fummo a suo tempo vittime, ricorrano, ora che i "puzzoni" sono altri, a danno di qualcuno che ha il solo torto di essere quello che noi eravamo, e che in parte stiamo tornando ad essere, anche se ora non emigrano più braccianti e artigiani, ma laureati che poi, magari, vanno a fare i lavapiatti a Londra o Berlino.


Vorrei anche far notare che quegli implacabili WASP, tutti loro dal primo all'ultimo, non erano nativi di quella generosa terra. Di prima, seconda, terza o quarta generazione venivano tutti dall'Europa principalmente, e siccome avevano brutalmente sottratto la terra ai veri nativi, sterminandoli e perpetrando ogni sorta di nefandezze, forse si figuravano che i pezzenti nuovi arrivati si sarebbero comportati nello stesso modo, come se le nazioni navajo o chippewa, algonchina o irochese potessero essere paragonate a quella statunitense in termini di organizzazione, capacità di resistenza e rapacità.

Il problema è grosso, ha molti aspetti e fino a quando non ci si decide a prenderli tutti in esame, senza pregiudizi ed egoismi da tutelare, ciascuno ha buon gioco a sostenere tesi che stanno in piedi solo perché, opportunamente, non vi si include quello che non funziona.

Io partirei da una frase che mi diceva sempre mio nonno Luigi, uomo di grande saggezza, che nella vita non conseguì alcun rilevante risultato, ma che arrivò ad avere una profonda comprensione dell'animo umano. Roberto, mi diceva, quando piove puoi aprire l'ombrello o bagnarti. Se vuoi puoi anche pretendere che faccia bel tempo, ma in genere non serve a un cazzo (il "francesismo" è mio). Se quello che accade è al di fuori del tuo controllo o ti adatti o sei illuso ed egocentrico.

Chi mi conosce sa che non posso certo ergermi a difensore delle basi cristiane della civile convivenza, dunque eviterò di spiegare, a chi invece vi si riferisce, concetti quali la compassione, la carità cristiana, il rispetto per l'altro e la capacità di anteporre la pietà al giudizio, sono un peccatore militante e sarei poco credibile.
Chiedo però a taluni osservanti se hanno mai provato a verificare la sintonia tra quello che professano e quello che provano, e se sono abbastanza umili da riconoscere che se talvolta le due cose non combaciano è perché difendono quello che hanno a prescindere dalla sfortuna di chi potrebbe, forse, metterlo in discussione.

Chiedo loro le ragioni della loro indifferenza rispetto al fatto che, in genere, il nostro tenore di vita, anche quello più problematico, è comunque assolutamente superiore a quello di quell'umanità disperata che ci incute tanto timore e disprezzo.
Chiedo anche come mai hanno così opportunamente rimosso la semplice constatazione che, essendo l'economia liberista un sistema a somma zero, il nostro benessere è ottenuto a spese di quegli immigranti “importuni”, e dunque che le ragioni per le quali non “se ne stanno a casa loro” iniziano proprio dalla difesa, cinica ed egoista, del nostro benessere.

Chiedo pure di fare uno sforzo di immedesimazione. Quanti di noi, date le condizioni di vita che comunemente sperimentiamo, riterrebbero un'opzione da valutare abbandonare la propria terra, sottoporsi all'arbitrio di luridi mercanti di carne umana, alla loro violenza, alla loro sopraffazione, al loro disprezzo per la vita e la dignità per poter avere il “privilegio” di ammassarsi su rottami galleggianti, sapendo di poterci lasciare le penne, ma nel contempo con più di una ragione per ritenere questo rischio sufficientemente giustificato?

Siamo sicuri che un fenomeno del genere si possa arginare nei termini che sento richiedere, senza rendersi complici di crimini contro l'umanità?
C'è stato certamente un tempo nel quale il numero di barconi è diminuito. E' stato “ai bei tempi di Gheddafi”, quando il flusso venne arginato a prezzo di provvedimenti dei quali, molto opportunamente, non volemmo saperne nulla, che se ne macchiassero pure quei “selvaggi beduini” senza Dio, o col Dio sbagliato. 

Ma il problema generale non venne risolto e Gheddafi non ci favorì certo gratuitamente. Dunque semplicemente appaltammo a terzi, e a caro prezzo per di più, la ferocia e la disumanità necessarie perché non venissimo più disturbati, se non in misura minima.
Vi sta bene così? Allora non abbiamo più nulla da dirci e gradirei anche non aver più ulteriori interazioni, grazie.

Altrimenti dico che bisogna intendersi. Quale tipo di soluzione si vuole perseguire? Succeda quello che volete basta che non mi vengano più rotti i coglioni? Commovente! Peccato che non è perseguibile. Anche sfoderando la più desolante durezza d'animo e anche disposti a perpetrare i peggiori delitti contro l'umanità, noi siamo comunque sulla rotta più immediata e conveniente per giungere in Europa. Una soluzione ci sarebbe: potremmo alimentare una guerra civile sul nostro suolo, così da farci diventare esattamente come la situazione dalla quale sfuggono. Conveniente no? Sappiate comunque che per sbarcare a Lampedusa alcuni hanno lasciato il loro paese in guerra per attraversarne altri messi non molto meglio, o percorsi da torme di delinquenti spietati, perché fermarsi dunque al Golfo della Sirte?

Dunque che fare? Si dovrebbero fare molte cose e contemporaneamente, per alcune delle quali dovremmo diventare più consapevoli di quanto siamo ora e per altre dovremmo poter contare su di un'umanità che multinazionali, nazioni affamate di materie prime e compagnie petrolifere ipertrofiche non hanno mai dimostrato di essere interessate a manifestare.  E comunque qualsiasi soluzione avrebbe bisogno di tempi molto lunghi, costanza e coerenza, mentre il problema delle morti in mare e dell'accoglienza di tutta questa gente è immediato e nessuno, dico nessuno, ci prova neanche a valutarlo e risolverlo.

Dunque quando mi sento dire: fai alla svelta tu, ma che soluzione proponi, ecco a me girano subito i maroni. Ma che significa? Non ci sono soluzioni, ma solo prassi da attuare e ricollegarsi con la propria umanità. Trovare il giusto equilibrio tra “buonismo” di maniera e sconsiderata xenofobia. Riconoscere che la fusione di culture e abitudini causa attriti e scintille e darsi pace per questo, dato che è inevitabile, e magari ricordarsi che se tratto male qualcuno questi o è un santo, oppure mi ripaga della stessa moneta, e questo vale a tutte le latitudini. 

Infine ricordarsi, sempre, che non possiamo ritenerci innocenti per quello che succede. Sto scrivendo questo testo su di un tablet con un'ottimo rapporto prezzo/qualità. Per produrlo, o meglio per produrre i componenti elettronici che lo fanno funzionare, decine di persone sono morte in Congo, vicino al confine con il Ruanda, ed altre sono state ferite e ridotte in schiavitù per estrarre il coltan necessario. Ecco, basta essere consapevoli di cose come queste, tanto per cominciare.   Il resto lo fa la decenza di cui però bisogna essere dotati.


lunedì 9 febbraio 2015

A proposito di rappresentanza politica e vincolo di mandato.

Siamo 60 milioni di persone, santiddio, spalmati su una terra lunga e stretta diseguale in tutto, nel terreno, nell'economia, nelle tradizioni, nei bisogni e nelle aspettative. Non esiste uno "sciroppo miracoloso" in grado di curare tutto, e non si può pretendere di gestire la cosa pubblica senza tener conto della complessità che ne deriva. Bisognerebbe piuttosto operare una sintesi, per quanto caratterizzata dalla propria visione, ma evidentemente per gli attorucoli che affollano la ribalta politica è cosa faticosa, che richiede costanza, applicazione, capacità d'ascolto e grande rispetto, tutte doti che non posseggono.

In questo momento di reiterate "mobilità" parlamentari la tentazione di blindare al meglio il personale politico diviene uno stucchevole leit motiv, che però puzza leggermente di carogna. Pretendere, come fa quell'analfabeta costituzionale di Grillo, di abolire il vincolo di mandato significa, nella migliore delle ipotesi, essere immemore delle "pecurialità" della dittatura fascista, così "coesa" nella sua vestigiale dimensione parlamentare, meramente consultiva, anzi no, ornamentale.

E non mi si obietti, in presenza degli effetti di una legge elettorale che ha originato il fenomeno dei “nominati”, che nel nostro caso si tratta di personale eletto.
Lo è, naturalmente, ma si tratta di un sistema che corre il rischio di avere nel suo patrimonio genetico un precedente come minimo “paternalistico”, a voler essere
molto benevoli, adottato per le elezioni politiche del 1934 ove l'elettore era chiamato ad avallare la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio del Fascismo.   
Peraltro lo doveva fare, o meno, decidendo quale delle due schede imbucare nell'urna, previo un attento controllo della sua “sigillatura” da parte degli scrutatori: quella recante un enfatico “SI” alla domanda “Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?", lasciando quella non corrispondente alla propria scelta in un'altra urna posta in cabina, oppure il contrario.     Grottesco.

E' del tutto evidente che fare scouting comprandosi, letteralmente, il parlamentare è inaccettabile sotto ogni punto di vista.    Scilipoti, Razzi e quel bel tomo di De Gregorio, con la sua tonda faccia “facciosa”, che ha pure dichiarato che Berlusconi gli offerse tre milioni per "transitare" da IDV al PdL, non possono certo deporre a favore della libertà di mandato.
Però per esempio nel caso della Binetti e di Ichino, assodato che non si fecero pagare, è del tutto evidente che il PD per loro era il posto sbagliato. Quando fecero il loro "salto", fecero anche chiarezza e sono sicuro che ne furono contenti sia chi condivideva le le loro convinzioni sia chi, come me, non vedeva l'ora che si levassero di torno.         
Tra l'altro Ichino, tornando in un PD nel frattempo diventato un partito di centro con forti sbandate a destra, ha dimostrato un certa perversa forma di coerenza. L'errore fu della direzione del partito che li candidò e degli elettori i quali, desiderosi di votare per quel partito, in regime di "nominati" si trovò a votarli di conseguenza, volendo in realtà votare per la formazione politica.

Poi c'è la questione della rilevanza del fenomeno. Io non credo che la fuoriuscita di "cittadini parlamentari" da M5S, con la sua significativa consistenza, si possa ascrivere sempre e comunque a malafede, e se è così allora è il sistema di selezione dei candidati che è stato carente. Varrebbe la pena di chiedersi se così tante defezioni si debbano imputare alle scarse qualità morali del dissenziente piuttosto che alla evoluzione della linea politica rispetto al contingente. Domandarsi se attribuirle agli innominabili appetiti dei “traditori” o a una pessima gestione del dissenso e della dialettica politica interni. Piuttosto che stigmatizzare i transfughi forse bisognerebbe porsi qualche domanda, e magari fare anche un po' di autocritica.

D'altra parte abbiamo anche il problema contrario. Il PD, in ogni evidenza, non è più quello che pretende di essere. Dunque mi chiedo: i vari Civati, Cuperlo, Fassina e compagnia cantante, che ci fanno ancora lì?
Rimanendo nel partito, pur criticamente, ma con inesistenti probabilità di incidere sulle scelte politiche, non finiscono forse con l'avallare un percorso che non condividono e che, per di più, è incompatibile con le ragioni e gli intenti di chi a suo tempo li votò?

Il vincolo di mandato, in definitiva, rischia di essere la classica toppa peggiore del buco. E quando hai riempito le camere di obbedienti pigiatori di bottoni, che non si discostano di un millimetro da quello che dice il capo, o dalle indicazioni di una base elettorale costantemente in ritardo rispetto alla dinamica parlamentare, e comunque consultata nella misura del 2,2% del totale, che hai ottenuto? Tanto varrebbe a
llora mandare tutti a casa e costituire una sorta di direttorio (ancora 'sta parola) costituito dai segretari di partito.
Mettere su un sistema dove su 100 voti il Segretario "A" ne avrebbe 25, perché il suo partito ha preso un quarto dei voti, il segretario "B" ne avrebbe 12, pari alla sua percentuale di voti, e via di seguito, fino ad attribuirli tutti.
Risparmieremmo certamente un sacco di soldi, ma non sarebbe più democrazia. La ricchezza di valutazioni nei riguardi di un determinato problema e la rappresentanza delle istanze dei vari territori verrebbero a mancare completamente.

Non è certo facile fare la cosa giusta, e lo è ancor meno in presenza di corruzione morale e mancanza di valori. E' quello il nostro più grande problema e, per come la vedo io, solo se ogni cittadino si mobilitasse prendendosi la responsabilità e il disturbo di non delegare più allora potremmo sperare in una rinascita.

Ma nel frattempo cerchiamo di smetterla di pasticciare con la Costituzione. Chi la redasse, a dispetto delle acide ciance su presunti compromessi al ribasso, lo fece con cognizione di causa e con ben presenti gli effetti della mancanza di democrazia.    Certo che vi furono punti di mediazione, ci mancherebbe. Non siamo e non eravamo un paese costituito solo da chierichetti devoti alla Madonna pellegrina di De Gasperi o, al contrario, da “mangiatori di bambini” trinariciuti e al soldo di Mosca.      Comunque ha funzionato abbastanza bene ed i problemi, guarda un po', li abbiamo sempre avuti quando non l'abbiamo rispettata.

lunedì 2 febbraio 2015

Ma che accidenti è 'sta satira alla fine?

Nella mia pagina Facebook ho “depositato”, relativamente alla provocazione iraniana del concorso di vignette sulla negazione dell'olocausto, questo commento:

A suo tempo, ho evitato di dichiarare "je suis Charlie" in quanto, pur condannando i terroristi in quanto autori di una mattanza e araldi dell'intolleranza fondamentalista, ho espresso più di una critica su un certo modo di fare satira, che spesso viene confusa con la mancanza di rispetto e considerazione delle altrui sensibilità. Dunque ora sono a posto, posso esprimere la mia critica verso questa provocazione iraniana senza contraddirmi.


Quanti però ora si sentiranno di approvare, per coerenza, questo "concorso"? Quanti si toglieranno il "je suis Charlie" per sostituirlo con un "אני שלמה" (io sono Shlomo)?”



Per essere sicuro di mettermi nei guai, l'ho postato anche nel sito dell'Huffington post, in calce all'articolo che tratta la notizia e, come mi aspettavo, sono stato subito rimbeccato. Un concitato signore mi scrive:


spero che nemmeno uno si tolga il " je suis Charlie," perché sicuramente non hai ancora capito che, un fatto è la libertà di satira, ma un altro fatto, ben più grave, è negare l'olocausto, che siano vignette oppure no. Non è libertà di fare vignette satiriche, in quel caso avrebbero chiesto un concorso per la presa in giro degli Ebrei, e motivi ne potevano trovare tanti, ma chiederlo per l'olocausto è da infami oltre che nazisti, e tu sostenendo quella tesi mi pare che ti contraddici anche molto !!!!!!


Sono ormai un signore d'età e può benissimo essere che io abbia fatto un pochino di confusione, ma non mi pare proprio di aver stabilito gerarchie del male, come mi sembra evidente abbia fatto il mio impaziente critico, casomai il contrario.

Ho replicato cercando di chiarire meglio e ho avanzato l'ipotesi che il succo del mio discorso non fosse stato colto.

Il dibattito su cosa sia la satira e sulla necessità di porvi dei limiti o di non prevederli del tutto è antica e ben lontana dall'essere conclusa, dato che i livelli discrezionali sono enormi e che sono coinvolti aspetti etici, morali, politici e chi più ne ha più ne metta.


Io banalmente parto dalla vecchia, ma sempre valida massima che dice che i limiti della mia libertà sono definiti dalla libertà altrui, e dunque, nel caso specifico, non posso prescindere dalla valutazione comparata dei valori miei e degli eventuali bersagli della mia ironia e mettere a fuoco le componenti del sistema di riferimento che desidero colpire.


Ecco perché sono fermamente convinto che mettere in una vignetta la Madonna a gambe aperte o definire il Corano una "merda" non è satira, è provocazione ed esercizio di una superiorità morale autoattribuita e non dimostrata. 


Satira sarebbe, piuttosto, denunciare le numerose contraddizioni di chi si arroga la capacità esclusiva dell'interpretazione del sacro, smerdare il prete e non il simbolo, ma forse non è abbastanza grossolano da essere compreso al volo.



Anche la sottovalutazione, anzi il “non pervenuto”, del mio disgusto per le tesi negazioniste mi risulta incomprensibile se non vedendolo come strumentale alla manichea confutazione della mia tesi. Ho esternato questa mia valutazione e, ovviamente, sono stato subito rimbeccato ancora più assertivamente con questa straordinaria obiezione:

“chi crede che Charlie, con la sua satira, offende i mussulmani, oppure con vignette sui cattolici, offende tutti i cattolici, di fatto crede che i mussulmani , tutti, e che i cattolici, tutti, sono degli stupidi, e dicendo questo crea un danno culturale immenso... chi vuole capire capisca, Saluti”. Decisamente non mi sono fatto un amico, anche se, considerato il disordine delle sue costruzioni mentali, non posso certo dire di esserne dispiaciuto.


Mi pare del tutto evidente come non sia necessario offendere tutti i cattolici, i musulmani o buddisti o animisti, per mancar loro di rispetto, basta farlo con alcuni di loro, così come per martoriare il popolo ebreo non è stato necessario trucidarne tutti i rappresentanti, è bastato farlo con una bella fetta di loro, e sarebbe stato troppo anche farlo con uno solo. Quello che non mi sembra sia stato capito è che io ne faccio una questione di principio e non di bersaglio. perché altrimenti dovrei dire che la stessa azione è giusta o sbagliata a seconda di chi la piglia in saccoccia. 

Io sono convintamente agnostico, dunque dovrei infischiarmene altamente di come vengono trattati i simboli sacri di qualsivoglia religione, invece ogni volta che vedo certi atteggiamenti noncuranti, o lucidamente offensivi mi arrabbio perché mi metto automaticamente nei panni di chi li subisce. Se qualcuno facesse vignette volgari sui partigiani o su qualsiasi altra cosa cui io tengo in maniera particolare mi adirerei moltissimo. Certo se qualcuno piglia d'aceto per la presa in giro delle sue contraddizioni allora il problema è suo. Una bella vignetta sui preti pedofili non è colpire un valore, ma chi quel valore l'ha tradito e calpestato. C'è una bella differenza.

La presunzione di chi decide unilateralmente cosa è inviolabile e cosa no è mancanza di rispetto e considerazione, e anche arbitrio e prevaricazione.     Quando la riscontro a me girano gli zebedei perché è del tutto evidente che chi la opera si rivolge a chi è devoto, e onesto nella sua devozione, e gli dice: "guarda io con i tuoi simboli mi ci pulisco il culo e vedi bene di non replicare, cazzone fondamentalista". Ne più ne meno.

Però se qualcuno pensa che sminchionare i credenti sia commendevole, dovrebbe non storcere il naso di fronte alla negazione della shoa. Non ci sono principi etici e morali ad assetto variabile, e anche la coerenza è cosa piuttosto esigente sotto il profilo logico. Però bisogna decidersi.