giovedì 30 aprile 2015

Cronache di una disfatta

Dopo aver sentito la notizia del ricorso alla fiducia per l'approvazione dell'Italicum non sono rimasto sorpreso; disgustato certamente, ma non trasecolato. Si tratta di un copione ormai scontato che, a mio avviso, evidenzia come la cosiddetta "minoranza PD" sia composta da venduti e irresoluti.

In preda ad una certa, gelida, furia ho anche definito i pochi che non hanno collaborato(?!), assentandosi e non votando contro si badi bene, come le palle di un ottuagenario, ovvero puramente ornamentali.

Immagino anche l'inverecondo mercato delle vacche che ha portato quei 50 deputati democratici (peraltro già ben disposti) a collaborare per poi produrre equilibrismi verbali assolutamente ridicoli. Sulla stampa leggo infatti che i pavidi e maneggioni collaborazionisti "potrebbero ora far “pesare” la loro decisione di votare e votare sì". Già sentita quando è passato il job act. Ma chi si vuole menare per il naso?

Tutto ciò lo ho scritto in un post sul mio profilo Facebook, ed in una pagina che raccoglie un bel gruppo di quelli che, come me, militarono nel MS, e qualcuno ha commentato che il mio gli sembrava un “commento viscerale e politicamente inutile”. Viscerale? Forse perché il “menare per il naso” era sostituito da “prendere per il culo”? Forse perché non mi prendevo la briga di produrmi in talmudiche analisi di favoleggiati recuperi della situazione? Non so, però mi è stato obiettato che: “in questi casi bisogna essere freddi e possibilmente lucidi”, che "di solito l'incazzatura fa fare le cazzatee che “le battaglie di minoranza sono difficili, e che comunque bisogna evitare di insultare continuamente coloro che nel PD cercano di opporsi a Renzi. A meno di non voler far favori ai renziani”.

Insultare? Dunque se ne fa una questione di forma. Non avrei dovuto usare i termini “venduti” e “irresoluti”? Forse è così, ma vista l'incazzatura al calor bianco l'uso di “birichini” e “stupidini” non mi è manco passato per la testa, e anche il termine “illusi” mi sembrava ampiamente superato dai fatti.

La chiusa della critica rivoltami, ma il dibattito è andato avanti a lungo ed ha affrontato anche altri aspetti della questione, è che “quanto poi a dire se la sinistra PD combinerà qualcosa, è ancora presto per dirlo, ma in ogni caso se qualcosa si sbloccherà passerà comunque di lì e non certo attraverso i cani sciolti o i partitini della sinistra più o meno allo sbando”.

Dunque qualcuno ha preferito vedere nella mia invettiva un'esortazione a ripetere la pratica dissipatoria e inconcludente dello scissionismo purificatore, ma tale aspirazione è in realtà molto lontana dalle mie intenzioni, appunto perché ho visto quanto, alla fine, sia stata controproducente.

In fondo il peso specifico della componente renziana nel PD si può ascrivere proprio a questo. Chi, infatti, è rimasto in quel partito a controbilanciare le spinte centriste e colluse con i diktat europei? Poco e niente, ma il problema è che quel poco e niente ha rinunciato ad avere un ruolo e a correre qualche rischio perché questo ruolo fosse di qualche utilità.

Checché se ne dica la "battaglia di minoranza" in atto........ non è in atto e, tuttalpiù, i "minoritari" si sono rinchiusi nel loro ridotto, senza neanche più fare la faccia feroce, dal quale, forse e se non evaporeranno, usciranno in tempi migliori, pronti a dover fronteggiare l'accusa, giustificatissima, di non aver avuto uno straccio di ruolo.

Anche se l'informazione non ne dà conto, il partito si sta sfilacciando sotto al culo (ops!) di Renzi. Un bel pezzo dell'elettorato ha mollato da tempo ed è stato rimpiazzato da transfughi del centrodestra, e per ogni "soccorritore" del vincitore, secondo la sapida definizione di Flaiano, vi sono iscritti e quadri che hanno già salutato e si sono ritirati a vita privata, senza transitare in altre formazioni, forse perché hanno riconosciuto l'inutilità di presidiare tesi e ragioni private del diritto di cittadinanza, forse perché in stand-by per l'auspicabile chiamata di un sussulto di dignità, proveniente dalle istanze centrali, che possa ridar loro qualcosa per cui lottare. Ma questo sussulto non arriva perché si è in attesa di cosa? Di un ravvedimento renziano? Di un compromesso cui chi ha già tutte le briscole in mano non pensa minimamente?

Dopo aver così ben evidenziato la propria condizione di "castrati" nella vicenda del job act, come fanno i “minoritari” a pensare di poter seguire un percorso diverso e più produttivo nell'approvazione dell'Italicum? Si tratta di una legge il cui impianto é stato già elaborato e fissato, altrove, ed "emendato" nei dettagli secondari, in quella che viene spacciata per una "interlocuzione" del tutto inesistente.

No, la minoranza PD ha dimostrato, e dimostra non appena possibile, che il pericolo di un coagulo di un'opposizione a sinistra, anche interno, al corso renziano semplicemente non esiste.

Se i "minoritari" non si fossero sfilacciati tra "astenuti" (ridicoli) e "collaboratori" (con il naso turato?) e vi fosse stata una chiara opposizione, tutti i compagni allontanatisi, o tuttora rimasti pur se disgustati, avrebbero capito che una correzione della deriva renziana avrebbe avuto qualche prospettiva, qualche possibilità di farsi organica e di peso. Un'interruzione dell'abbietta aquiescenza della minoranza avrebbe segnato la fine dell'isolamento e la riconquista di una dignità ora negata. In soldoni la differenza tra l'avere qualche capacità d'influenza ed il purgatorio inverecondo nel quale sono al momento costretti i non renziani.

Dunque che attendono i “minoritari”? Al momento l'unica risposta possibile è che siano in attesa che Renzi si fotta con le sue stesse mani, o che esaurisca la sua spinta propulsiva.
Complimenti, una prospettiva allettante.

Quando ciò accadrà (e se dovremo attendere l'affievolimento della spinta correremmo il rischio di dover attendere per un ventennio, come col berlusconismo) il campo del progressismo sarà desolato e disabitato, e la consistenza della compagine democratica ridotta tanto quanto sarebbe avvenuto con una catena di scissioni.

In più avremo anche la necessità di giustificarci per la nostra ignavia e, emergendo dal nulla come risibili raccoglitori di cocci, non faremo una figura migliore del 5Stelle, che campa sugli errori altrui, ma che poi non è in grado di superare le contraddizioni interne ed andare oltre una strategia del tanto peggio tanto meglio, cosa che alla fine costerà loro voti e consenso.

E quando torme di precari, disoccupati e "sopravviventi" ci chiederanno: "ma voi dove cazzo eravate, e che cazzo volete adesso da noi", io spero che avremo il buon gusto di tacere e chiedere scusa.

giovedì 23 aprile 2015

Sporchi "negri" e "puzzolenti" immigrati. Non siamo sempre stati la sponda su cui approdare.

Prima di tutto vorrei proporre questo “illuminante” passo di una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912:


"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".




La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".



Ho pensato di proporre questo testo  solo per far rilevare quanto alcune argomentazioni, di cui fummo a suo tempo vittime, ricorrano, ora che i "puzzoni" sono altri, a danno di qualcuno che ha il solo torto di essere quello che noi eravamo, e che in parte stiamo tornando ad essere, anche se ora non emigrano più braccianti e artigiani, ma laureati che poi, magari, vanno a fare i lavapiatti a Londra o Berlino.


Vorrei anche far notare che quegli implacabili WASP, tutti loro dal primo all'ultimo, non erano nativi di quella generosa terra. Di prima, seconda, terza o quarta generazione venivano tutti dall'Europa principalmente, e siccome avevano brutalmente sottratto la terra ai veri nativi, sterminandoli e perpetrando ogni sorta di nefandezze, forse si figuravano che i pezzenti nuovi arrivati si sarebbero comportati nello stesso modo, come se le nazioni navajo o chippewa, algonchina o irochese potessero essere paragonate a quella statunitense in termini di organizzazione, capacità di resistenza e rapacità.

Il problema è grosso, ha molti aspetti e fino a quando non ci si decide a prenderli tutti in esame, senza pregiudizi ed egoismi da tutelare, ciascuno ha buon gioco a sostenere tesi che stanno in piedi solo perché, opportunamente, non vi si include quello che non funziona.

Io partirei da una frase che mi diceva sempre mio nonno Luigi, uomo di grande saggezza, che nella vita non conseguì alcun rilevante risultato, ma che arrivò ad avere una profonda comprensione dell'animo umano. Roberto, mi diceva, quando piove puoi aprire l'ombrello o bagnarti. Se vuoi puoi anche pretendere che faccia bel tempo, ma in genere non serve a un cazzo (il "francesismo" è mio). Se quello che accade è al di fuori del tuo controllo o ti adatti o sei illuso ed egocentrico.

Chi mi conosce sa che non posso certo ergermi a difensore delle basi cristiane della civile convivenza, dunque eviterò di spiegare, a chi invece vi si riferisce, concetti quali la compassione, la carità cristiana, il rispetto per l'altro e la capacità di anteporre la pietà al giudizio, sono un peccatore militante e sarei poco credibile.
Chiedo però a taluni osservanti se hanno mai provato a verificare la sintonia tra quello che professano e quello che provano, e se sono abbastanza umili da riconoscere che se talvolta le due cose non combaciano è perché difendono quello che hanno a prescindere dalla sfortuna di chi potrebbe, forse, metterlo in discussione.

Chiedo loro le ragioni della loro indifferenza rispetto al fatto che, in genere, il nostro tenore di vita, anche quello più problematico, è comunque assolutamente superiore a quello di quell'umanità disperata che ci incute tanto timore e disprezzo.
Chiedo anche come mai hanno così opportunamente rimosso la semplice constatazione che, essendo l'economia liberista un sistema a somma zero, il nostro benessere è ottenuto a spese di quegli immigranti “importuni”, e dunque che le ragioni per le quali non “se ne stanno a casa loro” iniziano proprio dalla difesa, cinica ed egoista, del nostro benessere.

Chiedo pure di fare uno sforzo di immedesimazione. Quanti di noi, date le condizioni di vita che comunemente sperimentiamo, riterrebbero un'opzione da valutare abbandonare la propria terra, sottoporsi all'arbitrio di luridi mercanti di carne umana, alla loro violenza, alla loro sopraffazione, al loro disprezzo per la vita e la dignità per poter avere il “privilegio” di ammassarsi su rottami galleggianti, sapendo di poterci lasciare le penne, ma nel contempo con più di una ragione per ritenere questo rischio sufficientemente giustificato?

Siamo sicuri che un fenomeno del genere si possa arginare nei termini che sento richiedere, senza rendersi complici di crimini contro l'umanità?
C'è stato certamente un tempo nel quale il numero di barconi è diminuito. E' stato “ai bei tempi di Gheddafi”, quando il flusso venne arginato a prezzo di provvedimenti dei quali, molto opportunamente, non volemmo saperne nulla, che se ne macchiassero pure quei “selvaggi beduini” senza Dio, o col Dio sbagliato. 

Ma il problema generale non venne risolto e Gheddafi non ci favorì certo gratuitamente. Dunque semplicemente appaltammo a terzi, e a caro prezzo per di più, la ferocia e la disumanità necessarie perché non venissimo più disturbati, se non in misura minima.
Vi sta bene così? Allora non abbiamo più nulla da dirci e gradirei anche non aver più ulteriori interazioni, grazie.

Altrimenti dico che bisogna intendersi. Quale tipo di soluzione si vuole perseguire? Succeda quello che volete basta che non mi vengano più rotti i coglioni? Commovente! Peccato che non è perseguibile. Anche sfoderando la più desolante durezza d'animo e anche disposti a perpetrare i peggiori delitti contro l'umanità, noi siamo comunque sulla rotta più immediata e conveniente per giungere in Europa. Una soluzione ci sarebbe: potremmo alimentare una guerra civile sul nostro suolo, così da farci diventare esattamente come la situazione dalla quale sfuggono. Conveniente no? Sappiate comunque che per sbarcare a Lampedusa alcuni hanno lasciato il loro paese in guerra per attraversarne altri messi non molto meglio, o percorsi da torme di delinquenti spietati, perché fermarsi dunque al Golfo della Sirte?

Dunque che fare? Si dovrebbero fare molte cose e contemporaneamente, per alcune delle quali dovremmo diventare più consapevoli di quanto siamo ora e per altre dovremmo poter contare su di un'umanità che multinazionali, nazioni affamate di materie prime e compagnie petrolifere ipertrofiche non hanno mai dimostrato di essere interessate a manifestare.  E comunque qualsiasi soluzione avrebbe bisogno di tempi molto lunghi, costanza e coerenza, mentre il problema delle morti in mare e dell'accoglienza di tutta questa gente è immediato e nessuno, dico nessuno, ci prova neanche a valutarlo e risolverlo.

Dunque quando mi sento dire: fai alla svelta tu, ma che soluzione proponi, ecco a me girano subito i maroni. Ma che significa? Non ci sono soluzioni, ma solo prassi da attuare e ricollegarsi con la propria umanità. Trovare il giusto equilibrio tra “buonismo” di maniera e sconsiderata xenofobia. Riconoscere che la fusione di culture e abitudini causa attriti e scintille e darsi pace per questo, dato che è inevitabile, e magari ricordarsi che se tratto male qualcuno questi o è un santo, oppure mi ripaga della stessa moneta, e questo vale a tutte le latitudini. 

Infine ricordarsi, sempre, che non possiamo ritenerci innocenti per quello che succede. Sto scrivendo questo testo su di un tablet con un'ottimo rapporto prezzo/qualità. Per produrlo, o meglio per produrre i componenti elettronici che lo fanno funzionare, decine di persone sono morte in Congo, vicino al confine con il Ruanda, ed altre sono state ferite e ridotte in schiavitù per estrarre il coltan necessario. Ecco, basta essere consapevoli di cose come queste, tanto per cominciare.   Il resto lo fa la decenza di cui però bisogna essere dotati.


lunedì 9 febbraio 2015

A proposito di rappresentanza politica e vincolo di mandato.

Siamo 60 milioni di persone, santiddio, spalmati su una terra lunga e stretta diseguale in tutto, nel terreno, nell'economia, nelle tradizioni, nei bisogni e nelle aspettative. Non esiste uno "sciroppo miracoloso" in grado di curare tutto, e non si può pretendere di gestire la cosa pubblica senza tener conto della complessità che ne deriva. Bisognerebbe piuttosto operare una sintesi, per quanto caratterizzata dalla propria visione, ma evidentemente per gli attorucoli che affollano la ribalta politica è cosa faticosa, che richiede costanza, applicazione, capacità d'ascolto e grande rispetto, tutte doti che non posseggono.

In questo momento di reiterate "mobilità" parlamentari la tentazione di blindare al meglio il personale politico diviene uno stucchevole leit motiv, che però puzza leggermente di carogna. Pretendere, come fa quell'analfabeta costituzionale di Grillo, di abolire il vincolo di mandato significa, nella migliore delle ipotesi, essere immemore delle "pecurialità" della dittatura fascista, così "coesa" nella sua vestigiale dimensione parlamentare, meramente consultiva, anzi no, ornamentale.

E non mi si obietti, in presenza degli effetti di una legge elettorale che ha originato il fenomeno dei “nominati”, che nel nostro caso si tratta di personale eletto.
Lo è, naturalmente, ma si tratta di un sistema che corre il rischio di avere nel suo patrimonio genetico un precedente come minimo “paternalistico”, a voler essere
molto benevoli, adottato per le elezioni politiche del 1934 ove l'elettore era chiamato ad avallare la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio del Fascismo.   
Peraltro lo doveva fare, o meno, decidendo quale delle due schede imbucare nell'urna, previo un attento controllo della sua “sigillatura” da parte degli scrutatori: quella recante un enfatico “SI” alla domanda “Approvate voi la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio Nazionale del Fascismo?", lasciando quella non corrispondente alla propria scelta in un'altra urna posta in cabina, oppure il contrario.     Grottesco.

E' del tutto evidente che fare scouting comprandosi, letteralmente, il parlamentare è inaccettabile sotto ogni punto di vista.    Scilipoti, Razzi e quel bel tomo di De Gregorio, con la sua tonda faccia “facciosa”, che ha pure dichiarato che Berlusconi gli offerse tre milioni per "transitare" da IDV al PdL, non possono certo deporre a favore della libertà di mandato.
Però per esempio nel caso della Binetti e di Ichino, assodato che non si fecero pagare, è del tutto evidente che il PD per loro era il posto sbagliato. Quando fecero il loro "salto", fecero anche chiarezza e sono sicuro che ne furono contenti sia chi condivideva le le loro convinzioni sia chi, come me, non vedeva l'ora che si levassero di torno.         
Tra l'altro Ichino, tornando in un PD nel frattempo diventato un partito di centro con forti sbandate a destra, ha dimostrato un certa perversa forma di coerenza. L'errore fu della direzione del partito che li candidò e degli elettori i quali, desiderosi di votare per quel partito, in regime di "nominati" si trovò a votarli di conseguenza, volendo in realtà votare per la formazione politica.

Poi c'è la questione della rilevanza del fenomeno. Io non credo che la fuoriuscita di "cittadini parlamentari" da M5S, con la sua significativa consistenza, si possa ascrivere sempre e comunque a malafede, e se è così allora è il sistema di selezione dei candidati che è stato carente. Varrebbe la pena di chiedersi se così tante defezioni si debbano imputare alle scarse qualità morali del dissenziente piuttosto che alla evoluzione della linea politica rispetto al contingente. Domandarsi se attribuirle agli innominabili appetiti dei “traditori” o a una pessima gestione del dissenso e della dialettica politica interni. Piuttosto che stigmatizzare i transfughi forse bisognerebbe porsi qualche domanda, e magari fare anche un po' di autocritica.

D'altra parte abbiamo anche il problema contrario. Il PD, in ogni evidenza, non è più quello che pretende di essere. Dunque mi chiedo: i vari Civati, Cuperlo, Fassina e compagnia cantante, che ci fanno ancora lì?
Rimanendo nel partito, pur criticamente, ma con inesistenti probabilità di incidere sulle scelte politiche, non finiscono forse con l'avallare un percorso che non condividono e che, per di più, è incompatibile con le ragioni e gli intenti di chi a suo tempo li votò?

Il vincolo di mandato, in definitiva, rischia di essere la classica toppa peggiore del buco. E quando hai riempito le camere di obbedienti pigiatori di bottoni, che non si discostano di un millimetro da quello che dice il capo, o dalle indicazioni di una base elettorale costantemente in ritardo rispetto alla dinamica parlamentare, e comunque consultata nella misura del 2,2% del totale, che hai ottenuto? Tanto varrebbe a
llora mandare tutti a casa e costituire una sorta di direttorio (ancora 'sta parola) costituito dai segretari di partito.
Mettere su un sistema dove su 100 voti il Segretario "A" ne avrebbe 25, perché il suo partito ha preso un quarto dei voti, il segretario "B" ne avrebbe 12, pari alla sua percentuale di voti, e via di seguito, fino ad attribuirli tutti.
Risparmieremmo certamente un sacco di soldi, ma non sarebbe più democrazia. La ricchezza di valutazioni nei riguardi di un determinato problema e la rappresentanza delle istanze dei vari territori verrebbero a mancare completamente.

Non è certo facile fare la cosa giusta, e lo è ancor meno in presenza di corruzione morale e mancanza di valori. E' quello il nostro più grande problema e, per come la vedo io, solo se ogni cittadino si mobilitasse prendendosi la responsabilità e il disturbo di non delegare più allora potremmo sperare in una rinascita.

Ma nel frattempo cerchiamo di smetterla di pasticciare con la Costituzione. Chi la redasse, a dispetto delle acide ciance su presunti compromessi al ribasso, lo fece con cognizione di causa e con ben presenti gli effetti della mancanza di democrazia.    Certo che vi furono punti di mediazione, ci mancherebbe. Non siamo e non eravamo un paese costituito solo da chierichetti devoti alla Madonna pellegrina di De Gasperi o, al contrario, da “mangiatori di bambini” trinariciuti e al soldo di Mosca.      Comunque ha funzionato abbastanza bene ed i problemi, guarda un po', li abbiamo sempre avuti quando non l'abbiamo rispettata.

lunedì 2 febbraio 2015

Ma che accidenti è 'sta satira alla fine?

Nella mia pagina Facebook ho “depositato”, relativamente alla provocazione iraniana del concorso di vignette sulla negazione dell'olocausto, questo commento:

A suo tempo, ho evitato di dichiarare "je suis Charlie" in quanto, pur condannando i terroristi in quanto autori di una mattanza e araldi dell'intolleranza fondamentalista, ho espresso più di una critica su un certo modo di fare satira, che spesso viene confusa con la mancanza di rispetto e considerazione delle altrui sensibilità. Dunque ora sono a posto, posso esprimere la mia critica verso questa provocazione iraniana senza contraddirmi.


Quanti però ora si sentiranno di approvare, per coerenza, questo "concorso"? Quanti si toglieranno il "je suis Charlie" per sostituirlo con un "אני שלמה" (io sono Shlomo)?”



Per essere sicuro di mettermi nei guai, l'ho postato anche nel sito dell'Huffington post, in calce all'articolo che tratta la notizia e, come mi aspettavo, sono stato subito rimbeccato. Un concitato signore mi scrive:


spero che nemmeno uno si tolga il " je suis Charlie," perché sicuramente non hai ancora capito che, un fatto è la libertà di satira, ma un altro fatto, ben più grave, è negare l'olocausto, che siano vignette oppure no. Non è libertà di fare vignette satiriche, in quel caso avrebbero chiesto un concorso per la presa in giro degli Ebrei, e motivi ne potevano trovare tanti, ma chiederlo per l'olocausto è da infami oltre che nazisti, e tu sostenendo quella tesi mi pare che ti contraddici anche molto !!!!!!


Sono ormai un signore d'età e può benissimo essere che io abbia fatto un pochino di confusione, ma non mi pare proprio di aver stabilito gerarchie del male, come mi sembra evidente abbia fatto il mio impaziente critico, casomai il contrario.

Ho replicato cercando di chiarire meglio e ho avanzato l'ipotesi che il succo del mio discorso non fosse stato colto.

Il dibattito su cosa sia la satira e sulla necessità di porvi dei limiti o di non prevederli del tutto è antica e ben lontana dall'essere conclusa, dato che i livelli discrezionali sono enormi e che sono coinvolti aspetti etici, morali, politici e chi più ne ha più ne metta.


Io banalmente parto dalla vecchia, ma sempre valida massima che dice che i limiti della mia libertà sono definiti dalla libertà altrui, e dunque, nel caso specifico, non posso prescindere dalla valutazione comparata dei valori miei e degli eventuali bersagli della mia ironia e mettere a fuoco le componenti del sistema di riferimento che desidero colpire.


Ecco perché sono fermamente convinto che mettere in una vignetta la Madonna a gambe aperte o definire il Corano una "merda" non è satira, è provocazione ed esercizio di una superiorità morale autoattribuita e non dimostrata. 


Satira sarebbe, piuttosto, denunciare le numerose contraddizioni di chi si arroga la capacità esclusiva dell'interpretazione del sacro, smerdare il prete e non il simbolo, ma forse non è abbastanza grossolano da essere compreso al volo.



Anche la sottovalutazione, anzi il “non pervenuto”, del mio disgusto per le tesi negazioniste mi risulta incomprensibile se non vedendolo come strumentale alla manichea confutazione della mia tesi. Ho esternato questa mia valutazione e, ovviamente, sono stato subito rimbeccato ancora più assertivamente con questa straordinaria obiezione:

“chi crede che Charlie, con la sua satira, offende i mussulmani, oppure con vignette sui cattolici, offende tutti i cattolici, di fatto crede che i mussulmani , tutti, e che i cattolici, tutti, sono degli stupidi, e dicendo questo crea un danno culturale immenso... chi vuole capire capisca, Saluti”. Decisamente non mi sono fatto un amico, anche se, considerato il disordine delle sue costruzioni mentali, non posso certo dire di esserne dispiaciuto.


Mi pare del tutto evidente come non sia necessario offendere tutti i cattolici, i musulmani o buddisti o animisti, per mancar loro di rispetto, basta farlo con alcuni di loro, così come per martoriare il popolo ebreo non è stato necessario trucidarne tutti i rappresentanti, è bastato farlo con una bella fetta di loro, e sarebbe stato troppo anche farlo con uno solo. Quello che non mi sembra sia stato capito è che io ne faccio una questione di principio e non di bersaglio. perché altrimenti dovrei dire che la stessa azione è giusta o sbagliata a seconda di chi la piglia in saccoccia. 

Io sono convintamente agnostico, dunque dovrei infischiarmene altamente di come vengono trattati i simboli sacri di qualsivoglia religione, invece ogni volta che vedo certi atteggiamenti noncuranti, o lucidamente offensivi mi arrabbio perché mi metto automaticamente nei panni di chi li subisce. Se qualcuno facesse vignette volgari sui partigiani o su qualsiasi altra cosa cui io tengo in maniera particolare mi adirerei moltissimo. Certo se qualcuno piglia d'aceto per la presa in giro delle sue contraddizioni allora il problema è suo. Una bella vignetta sui preti pedofili non è colpire un valore, ma chi quel valore l'ha tradito e calpestato. C'è una bella differenza.

La presunzione di chi decide unilateralmente cosa è inviolabile e cosa no è mancanza di rispetto e considerazione, e anche arbitrio e prevaricazione.     Quando la riscontro a me girano gli zebedei perché è del tutto evidente che chi la opera si rivolge a chi è devoto, e onesto nella sua devozione, e gli dice: "guarda io con i tuoi simboli mi ci pulisco il culo e vedi bene di non replicare, cazzone fondamentalista". Ne più ne meno.

Però se qualcuno pensa che sminchionare i credenti sia commendevole, dovrebbe non storcere il naso di fronte alla negazione della shoa. Non ci sono principi etici e morali ad assetto variabile, e anche la coerenza è cosa piuttosto esigente sotto il profilo logico. Però bisogna decidersi.

Detesto Grillo e i suoi "fiduciari", ma non necessariamente i "grillini".

Chi avesse avuto la ventura di seguire i miei post ed i miei commenti sui social network, e su questo stesso blog, non può non aver visto quanto io sia critico con M5S. Lo sono anche con Renzi e Berlusconi; il primo perché ha devastato un partito al quale, pur tra molte perplessità, avevo dato il mio voto, convinto come ero - che dio mi perdoni - che fosse il compromesso più accettabile tra i miei desideri e lo stato di fatto delle cose, il secondo perché lo ritengo responsabile del tracollo della decenza civica e dello “sdoganamento” delle componenti più retrive della nostra società.     Ma è nei confronti di Grillo che io ho l'avversione più emotiva e implacabile, poiché lo ritengo il dilapidatore di un prezioso sentimento di rivincita morale, lo strumentalizzatore del civile sdegno dei miei concittadini, che mi sono fratelli e sorelle, e con i quali condivido riprovazione e disgusto per lo stato indecente della nostra democrazia.

In realtà penso che Grillo, M5S, “cittadini parlamentari” e simpatizzanti vadano valutati separatamente e che talvolta, anche all'interno delle singole ripartizioni, sia necessario operare distinguo.      Del resto la nascita del movimento, le ragioni per le quali si è verificata e l'ampiezza stessa delle tipologie di matrici culturali e politiche che hanno risposto alla chiamata sono gli elementi di un fenomeno complesso, che non si può liquidare senza distinguere.
Purtuttavia il carisma di Grillo, la sua debordante personalità e il controllo ferocemente leninista che esercita sulla sua creatura rendono questa distinzione faticosa e spesso fonte di equivoci.

Ho potuto “apprezzare” la notevole disinvoltura di Grillo fin da prima che si buttasse in politica, rendendomi conto che la sua forte e impaziente assertività corrispondono alle sue esigenze dialettiche e comunicative e non, necessariamente, alla verità. Come dico sempre, Grillo dice quello che vuole, quando vuole e nei termini più funzionali ai suoi scopi, anche a costo di stravolgere i fatti.       

Grillo non dovrebbe essere il tema centrale, mentre dovrebbe esserlo il movimento, ma non si può comunque prescindere da lui. La sua cifra è messianica, e dunque è difficile essere realmente "laici" se prendi come riferimento la sua creatura, e laddove ci riesci vieni epurato.
Quando esprimo una critica, in genere, i miei numerosi amici “grillini” non mi contestano nel merito, ma si affannano a comparare l'adamantino spirito di servizio dei pentastellati con la disonestà morale ed intellettuale dei politici di lungo corso del resto del panorama politico. Se non sono amici allora mi ritrovo arruolato tra le truppe cammellate dei ladri e dei collusi, colluso a mia volta, che altro se no? Le posizioni verso il movimento sono digitali, on oppure off, e per essere off ci vuole veramente poco.

Superiori qualità morali dunque, ed è incontestabile, ma bastano? E' sufficiente rimanere virtuosi tra ladroni? I grilliani hanno fatto molte proposte nel consesso parlamentare, moltissime condivisibili, e hanno lavorato seriamente nelle commissioni, ma non hanno mai fatto realmente la differenza. Privilegiando la preservazione del distacco morale si sono accontentati di attestare la propria "superiore virtù". Una cosa che fecero anche i radicali, a suo tempo, divenendo incisivi solo quando si allearono con altri per far passare divorzio e aborto, con ciò correndo i rischi che la parte migliore del movimento non vuole correre.

La parte peggiore invece (Grillo, i suoi kapò del “direttorio” e gli occhiuti “commissari politici” accortamente disseminati tra il popolo pentastellato) ha fatto di tutto per assicurarsi che il PD prendesse la piega che ha preso, assicurandosi che le fosche profezie si avverassero, con poco sforzo peraltro visto che il PD ha entusiasticamente collaborato.     Non si fidavano di Bersani? Ne parleremo per anni, rimanendo ciascuno irremovibile nella sua convinzione, ma penso realmente che, per un attimo, ebbero la possibilità vera di gettare sabbia negli ingranaggi, e che vi hanno consapevolmente rinunciato, inseguendo un successo elettorale che, sfrangiandosi il movimento, si allontana ora sempre di più.

Mi sono ritrovato a fare una distinzione precisa tra chi sfodera magari una notevole insofferenza, sgradevole ma sostanzialmente in buonafede, e chi invece è proprio autoritario e fondamentalista, quando non in malafede.    I primi sono tanto disgustati da avere la necessità che la grande bugia di Grillo funzioni e sia vera.       Gli altri hanno solo bisogno che l'universo si conformi alla loro visione, perché non amano la complessità che deriva da un parere diverso.          Io mi sento più vicino ai primi, ma non riesco a nutrire la loro stessa fiducia in Grillo e nella sua creatura.

martedì 20 gennaio 2015

Lettera ai miei amici "grillini".

Stamattina mi sono subito ingolfato in una discussione su M5S e sul ruolo che il movimento svolge e su quello che pretende di svolgere, due aspetti che, a mio parere, non collimano troppo.

A tutti i miei amici grilliani voglio dire: ma credete davvero che un anziano signore che, per lungo tempo, ha militato nella sinistra extraparlamentare e ha evitato di "confondersi" con una sinistra "collusa" e disposta al compromesso, fiero della propria specificità e della propria "superiore" coscienza - di classe nel mio caso - non sia in grado di comprendere l'afflato che vi anima?



Credete davvero che protestare una più nitida e rocciosa visione delle cose basti per essere realmente efficaci, che la nuda evidenza della "giustezza" delle proprie idee consenta, per semplice inerzia e forza delle argomentazioni, di superare il marciume e gli interessi costituiti delle schiere parassitarie che soffocano le nostre vite e le nostre aspettative?


Vi aspettate realmente che la semplice furia delle masse disilluse e percosse dal malaffare produca, di per se stessa e immancabilmente, LA reazione che vi aspettate, l'unica che ritenete possibile?


Credete davvero, infine, che uno che ha visto franare l'asciutta linearità delle proprie proposte sotto il peso della complessità del mondo reale e la consumata abilità del nemico - sempre di classe, nel mio caso - vi possa liquidare come semplici imbecilli?


Beh, non è così anche se l'eterogeneità stessa della moltitudine degli elettori che hanno votato per il movimento mi convince che tra di voi vi sono persone che hanno una visione molto diversa rispetto alla mia.        Una visione che non potrò mai accettare perché voi potete ben protestare che sinistra e destra non esistono più, ma forse non vi rendete conto che è una tesi da sempre sostenuta - guarda un po' - dalla destra, che si sentiva marginalizzata dalle colpe storiche del fascismo e che pretendeva di non arrivare al redde rationem del proprio operato, saltandolo a piè pari con questa risibile argomentazione.   Tenetevene alla larga, costa più di quanto renda.

Esisteranno sempre modi differenti di affrontare la situazione e questi modi si qualificano non per le cause che li originano o per i guasti che vogliono riparare, ma per il principio guida che li ispira; solidarietà o darwinismo sociale, inclusione o classismo, responsabilità individuale o tutela, presunzione di superiorità o fermo egualitarismo.

Ma soprattutto il problema che si individua sarà anche netto ed evidente, ma la risposta che richiede non può prescindere dalla sensibilità e dalla visione delle singole persone.    Chiedetevi, per esempio: sull'immigrazione e sull'accoglimento degli extracomunitari quale criterio ha preso il sopravvento tra di voi?  E, soprattutto, qualcosa o qualcuno lo ha preso questo sopravvento, o si è verificato un semplice "trattamento" sintomatico e "antiflogistico" di un fenomeno la cui valutazione, al vostro interno, si è rivelata semplicemente impossibile senza forti lacerazioni, e che è rimasto intatto e tuttora da affrontare e trattare?

No, io penso proprio di capirvi e, in qualche modo, anche di approvarvi nelle intenzioni, ma non nella presunzione, che fu anche mia, che vi anima e nella pervicace incapacità, anche questa da me sperimentata, di vedere e affrontare le contraddizioni più scomode.

Io vi avviso, potrebbe anche toccarvi qualche feroce disillusione e un'età matura di faticose rielaborazioni, nonché, in vecchiaia, una collocazione sociale da"vecchio trombone".  Pensateci.

giovedì 15 gennaio 2015

Re Giorgio tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra cingendolo d'allor?

La "lunga" presidenza Napolitano è giunta alla fine e, non volendomi confondere con Grillo, i suoi seguaci e i numerosi interpreti "fai da te" della nostra Costituzione, dico subito che il suo "novennato" non mi è piaciuto quasi per nulla, soprattutto l'ultima parte, ma solo per via delle scelte che ha fatto e non per il presunto e pretestuoso addebito di aver "travalicato" le sue funzioni istituzionali.

Giova ricordare, infatti, che nonostante le pretese berlusconiane di legittimazione popolare del “premier”, una figura inesistente nel nostro ordinamento, la designazione del “Primo Ministro”, figura affatto diversa, è di stretta competenza del Presidente della Repubblica, il quale lo identifica tra le personalità che lui ritiene più adeguate all'esigenza di formare un governo passibile di riscuotere la fiducia del Parlamento. Solo se quest'ultima non viene conseguita allora il Presidente ricorre all'indizione di elezioni generali politiche.
E' quello che è successo in numerosi momenti e passaggi della storia della Repubblica, senza che nessuno avesse da ridire.

Dunque Napolitano non ha fatto altro che interpretare correttamente il suo ruolo. Quello che gli si addebita è di non essere stato passivo nell'elaborazione del percorso che la politica italiana ha poi intrapreso, una mancanza di passività che peraltro gli è stata contestata solo “dopo”, mentre al momento la classe politica italiana è stata ben felice che fosse il Presidente a prendersi la responsabilità di “consegnarci” alla tutela contabile mitteleuropea.


Non dimentichiamoci, infatti, che il Parlamento, votando la fiducia al governo Monti e producendo il desolante spettacolo della tragicomica rielezione dello stesso Napolitano, ha di fatto confermato e convalidato le scelte del vituperato Presidente. Si potrebbe discutere che il paese avrebbe potuto essere di diverso avviso, ed io sarei anche d'accordo, ma sta di fatto che l'elettorato, se è stato tradito, cosa che io penso, lo è stato dai parlamentari e non dal Presidente.

Napolitano, questo è il mio pensiero, ha anteposto la supina accettazione dei diktat europei alle legittime aspirazioni del corpo elettorale, il quale espresse piuttosto chiaramente una volontà di cambiamento, ma non altrettanto chiaramente il metodo di questo cambiamento, dividendosi tra un partito tradizionale, il PD, e gli arrembanti sanculotti di M5S e producendo, per le diverse interpretazioni dei rispettivi ruoli da parte dei “vincitori” della competizione elettorale, un sostanziale stallo.

Moltissime sono le argomentazioni che è possibile svolgere contro la visione programmatica di Napolitano ed io, in tal senso, non mi risparmio di certo essendo, tra l'altro in numerosa e qualificata compagnia, una delle vittime della scellerata riforma Fornero, ma credo che a Napolitano si possa, al massimo, contestare un “concorso di colpa”, dove le responsabilità maggiori sono in capo alla dirigenza dei nostri partiti politici.

Come non ricordare il clima di smarrimento, se non di panico, che portò l'ultimo governo Berlusconi a sottoscrivere quella famosa “letterina” che ci consegnò, legati mani e piedi, al rigore finanziario germanico? Ebbene in quel clima da “8 settembre”, laddove tutti i nodi di una ilare e sconsiderata gestione politica, economica e finanziaria giungevano al pettine, i partiti non seppero far altro che replicare quel “tutti a casa” morale che nel '43 ci portò a un passo dal dissolvimento di una nazione allora non ancora centenaria.

Nessuno volle prendersi la responsabilità di elaborare una decisione qualsiasi, sapendo che sarebbe stata dolorosa e costosa in termini di consensi. Tutti furono ben felici di lasciare la cosa in mano a Napolitano, il quale non si sottrasse, unica figura istituzionale a farlo, e produsse scelte che noi ora contestiamo, e con più di una ragione, ma che qualcuno doveva comunque prendere. La colpa maggiore, semmai, è di chi si rifiutò di generare un contraddittorio, di contribuire ad una dialettica. Insomma “Re Giorgio” divenne una sorta di monarca presidenziale, un ossimoro infausto, ma più per diserzione della gran parte degli attori che per sua usurpazione del potere.

Ecco dunque che mi trovo a salutare le dimissioni di Napolitano e a valutare negativamente, nel complesso, la sua prestazione, ma, ripeto, senza dimenticarmi che altri, più di lui, sono responsabili di gran parte dei problemi che ci affliggono.

Vedremo ora se questo Parlamento, ormai così poco rappresentativo del sentimento degli elettori e in procinto di essere rottamato da un Primo Ministro, Renzi, che è uno degli “errori” che mi sento di addebitare a Napolitano, saprà produrre un Capo dello Stato adeguato al momento e alla bisogna.

Nel frattempo vorrei ricordare a quei costituzionalisti da Bar Sport, o da circolo carbonaro, che lo stato di Senatore a vita che compete agli ex Presidenti della Repubblica, non è un arbitrio del “Signor” Napolitano, ma un dispositivo previsto dall'art. 59 della Costituzione della Repubblica Italiana che recita: "È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica". Napolitano potrebbe “rinunziare”? Certamente, ma per sua scelta e non certo perché lo dice Grillo in una delle sue fantasiose interpretazioni del bon ton istituzionale. Tra l'altro pochi ricordano che Napolitano era già Senatore a vita da “prima” di diventare Presidente della Repubblica, essendo stato nominato da Carlo Azeglio Ciampi il 23 settembre 2005 per “meriti in campo sociale”.

Alla fine di tutto io condanno Napolitano? No, io non condanno nessuno, piuttosto lo critico duramente, ma non per quello che gli viene comunemente addebitato. E' stato un Presidente rispettoso del suo ruolo. Lasciato solo nel momento più critico dalle altre funzioni che regolano, o dovrebbero regolare, il funzionamento della politica italiana, si è prodotto in alcune scelte strategiche che non condivido, ma ha assolto il suo dovere.