lunedì 2 febbraio 2015

Detesto Grillo e i suoi "fiduciari", ma non necessariamente i "grillini".

Chi avesse avuto la ventura di seguire i miei post ed i miei commenti sui social network, e su questo stesso blog, non può non aver visto quanto io sia critico con M5S. Lo sono anche con Renzi e Berlusconi; il primo perché ha devastato un partito al quale, pur tra molte perplessità, avevo dato il mio voto, convinto come ero - che dio mi perdoni - che fosse il compromesso più accettabile tra i miei desideri e lo stato di fatto delle cose, il secondo perché lo ritengo responsabile del tracollo della decenza civica e dello “sdoganamento” delle componenti più retrive della nostra società.     Ma è nei confronti di Grillo che io ho l'avversione più emotiva e implacabile, poiché lo ritengo il dilapidatore di un prezioso sentimento di rivincita morale, lo strumentalizzatore del civile sdegno dei miei concittadini, che mi sono fratelli e sorelle, e con i quali condivido riprovazione e disgusto per lo stato indecente della nostra democrazia.

In realtà penso che Grillo, M5S, “cittadini parlamentari” e simpatizzanti vadano valutati separatamente e che talvolta, anche all'interno delle singole ripartizioni, sia necessario operare distinguo.      Del resto la nascita del movimento, le ragioni per le quali si è verificata e l'ampiezza stessa delle tipologie di matrici culturali e politiche che hanno risposto alla chiamata sono gli elementi di un fenomeno complesso, che non si può liquidare senza distinguere.
Purtuttavia il carisma di Grillo, la sua debordante personalità e il controllo ferocemente leninista che esercita sulla sua creatura rendono questa distinzione faticosa e spesso fonte di equivoci.

Ho potuto “apprezzare” la notevole disinvoltura di Grillo fin da prima che si buttasse in politica, rendendomi conto che la sua forte e impaziente assertività corrispondono alle sue esigenze dialettiche e comunicative e non, necessariamente, alla verità. Come dico sempre, Grillo dice quello che vuole, quando vuole e nei termini più funzionali ai suoi scopi, anche a costo di stravolgere i fatti.       

Grillo non dovrebbe essere il tema centrale, mentre dovrebbe esserlo il movimento, ma non si può comunque prescindere da lui. La sua cifra è messianica, e dunque è difficile essere realmente "laici" se prendi come riferimento la sua creatura, e laddove ci riesci vieni epurato.
Quando esprimo una critica, in genere, i miei numerosi amici “grillini” non mi contestano nel merito, ma si affannano a comparare l'adamantino spirito di servizio dei pentastellati con la disonestà morale ed intellettuale dei politici di lungo corso del resto del panorama politico. Se non sono amici allora mi ritrovo arruolato tra le truppe cammellate dei ladri e dei collusi, colluso a mia volta, che altro se no? Le posizioni verso il movimento sono digitali, on oppure off, e per essere off ci vuole veramente poco.

Superiori qualità morali dunque, ed è incontestabile, ma bastano? E' sufficiente rimanere virtuosi tra ladroni? I grilliani hanno fatto molte proposte nel consesso parlamentare, moltissime condivisibili, e hanno lavorato seriamente nelle commissioni, ma non hanno mai fatto realmente la differenza. Privilegiando la preservazione del distacco morale si sono accontentati di attestare la propria "superiore virtù". Una cosa che fecero anche i radicali, a suo tempo, divenendo incisivi solo quando si allearono con altri per far passare divorzio e aborto, con ciò correndo i rischi che la parte migliore del movimento non vuole correre.

La parte peggiore invece (Grillo, i suoi kapò del “direttorio” e gli occhiuti “commissari politici” accortamente disseminati tra il popolo pentastellato) ha fatto di tutto per assicurarsi che il PD prendesse la piega che ha preso, assicurandosi che le fosche profezie si avverassero, con poco sforzo peraltro visto che il PD ha entusiasticamente collaborato.     Non si fidavano di Bersani? Ne parleremo per anni, rimanendo ciascuno irremovibile nella sua convinzione, ma penso realmente che, per un attimo, ebbero la possibilità vera di gettare sabbia negli ingranaggi, e che vi hanno consapevolmente rinunciato, inseguendo un successo elettorale che, sfrangiandosi il movimento, si allontana ora sempre di più.

Mi sono ritrovato a fare una distinzione precisa tra chi sfodera magari una notevole insofferenza, sgradevole ma sostanzialmente in buonafede, e chi invece è proprio autoritario e fondamentalista, quando non in malafede.    I primi sono tanto disgustati da avere la necessità che la grande bugia di Grillo funzioni e sia vera.       Gli altri hanno solo bisogno che l'universo si conformi alla loro visione, perché non amano la complessità che deriva da un parere diverso.          Io mi sento più vicino ai primi, ma non riesco a nutrire la loro stessa fiducia in Grillo e nella sua creatura.

martedì 20 gennaio 2015

Lettera ai miei amici "grillini".

Stamattina mi sono subito ingolfato in una discussione su M5S e sul ruolo che il movimento svolge e su quello che pretende di svolgere, due aspetti che, a mio parere, non collimano troppo.

A tutti i miei amici grilliani voglio dire: ma credete davvero che un anziano signore che, per lungo tempo, ha militato nella sinistra extraparlamentare e ha evitato di "confondersi" con una sinistra "collusa" e disposta al compromesso, fiero della propria specificità e della propria "superiore" coscienza - di classe nel mio caso - non sia in grado di comprendere l'afflato che vi anima?



Credete davvero che protestare una più nitida e rocciosa visione delle cose basti per essere realmente efficaci, che la nuda evidenza della "giustezza" delle proprie idee consenta, per semplice inerzia e forza delle argomentazioni, di superare il marciume e gli interessi costituiti delle schiere parassitarie che soffocano le nostre vite e le nostre aspettative?


Vi aspettate realmente che la semplice furia delle masse disilluse e percosse dal malaffare produca, di per se stessa e immancabilmente, LA reazione che vi aspettate, l'unica che ritenete possibile?


Credete davvero, infine, che uno che ha visto franare l'asciutta linearità delle proprie proposte sotto il peso della complessità del mondo reale e la consumata abilità del nemico - sempre di classe, nel mio caso - vi possa liquidare come semplici imbecilli?


Beh, non è così anche se l'eterogeneità stessa della moltitudine degli elettori che hanno votato per il movimento mi convince che tra di voi vi sono persone che hanno una visione molto diversa rispetto alla mia.        Una visione che non potrò mai accettare perché voi potete ben protestare che sinistra e destra non esistono più, ma forse non vi rendete conto che è una tesi da sempre sostenuta - guarda un po' - dalla destra, che si sentiva marginalizzata dalle colpe storiche del fascismo e che pretendeva di non arrivare al redde rationem del proprio operato, saltandolo a piè pari con questa risibile argomentazione.   Tenetevene alla larga, costa più di quanto renda.

Esisteranno sempre modi differenti di affrontare la situazione e questi modi si qualificano non per le cause che li originano o per i guasti che vogliono riparare, ma per il principio guida che li ispira; solidarietà o darwinismo sociale, inclusione o classismo, responsabilità individuale o tutela, presunzione di superiorità o fermo egualitarismo.

Ma soprattutto il problema che si individua sarà anche netto ed evidente, ma la risposta che richiede non può prescindere dalla sensibilità e dalla visione delle singole persone.    Chiedetevi, per esempio: sull'immigrazione e sull'accoglimento degli extracomunitari quale criterio ha preso il sopravvento tra di voi?  E, soprattutto, qualcosa o qualcuno lo ha preso questo sopravvento, o si è verificato un semplice "trattamento" sintomatico e "antiflogistico" di un fenomeno la cui valutazione, al vostro interno, si è rivelata semplicemente impossibile senza forti lacerazioni, e che è rimasto intatto e tuttora da affrontare e trattare?

No, io penso proprio di capirvi e, in qualche modo, anche di approvarvi nelle intenzioni, ma non nella presunzione, che fu anche mia, che vi anima e nella pervicace incapacità, anche questa da me sperimentata, di vedere e affrontare le contraddizioni più scomode.

Io vi avviso, potrebbe anche toccarvi qualche feroce disillusione e un'età matura di faticose rielaborazioni, nonché, in vecchiaia, una collocazione sociale da"vecchio trombone".  Pensateci.

giovedì 15 gennaio 2015

Re Giorgio tornava dalla guerra, lo accoglie la sua terra cingendolo d'allor?

La "lunga" presidenza Napolitano è giunta alla fine e, non volendomi confondere con Grillo, i suoi seguaci e i numerosi interpreti "fai da te" della nostra Costituzione, dico subito che il suo "novennato" non mi è piaciuto quasi per nulla, soprattutto l'ultima parte, ma solo per via delle scelte che ha fatto e non per il presunto e pretestuoso addebito di aver "travalicato" le sue funzioni istituzionali.

Giova ricordare, infatti, che nonostante le pretese berlusconiane di legittimazione popolare del “premier”, una figura inesistente nel nostro ordinamento, la designazione del “Primo Ministro”, figura affatto diversa, è di stretta competenza del Presidente della Repubblica, il quale lo identifica tra le personalità che lui ritiene più adeguate all'esigenza di formare un governo passibile di riscuotere la fiducia del Parlamento. Solo se quest'ultima non viene conseguita allora il Presidente ricorre all'indizione di elezioni generali politiche.
E' quello che è successo in numerosi momenti e passaggi della storia della Repubblica, senza che nessuno avesse da ridire.

Dunque Napolitano non ha fatto altro che interpretare correttamente il suo ruolo. Quello che gli si addebita è di non essere stato passivo nell'elaborazione del percorso che la politica italiana ha poi intrapreso, una mancanza di passività che peraltro gli è stata contestata solo “dopo”, mentre al momento la classe politica italiana è stata ben felice che fosse il Presidente a prendersi la responsabilità di “consegnarci” alla tutela contabile mitteleuropea.


Non dimentichiamoci, infatti, che il Parlamento, votando la fiducia al governo Monti e producendo il desolante spettacolo della tragicomica rielezione dello stesso Napolitano, ha di fatto confermato e convalidato le scelte del vituperato Presidente. Si potrebbe discutere che il paese avrebbe potuto essere di diverso avviso, ed io sarei anche d'accordo, ma sta di fatto che l'elettorato, se è stato tradito, cosa che io penso, lo è stato dai parlamentari e non dal Presidente.

Napolitano, questo è il mio pensiero, ha anteposto la supina accettazione dei diktat europei alle legittime aspirazioni del corpo elettorale, il quale espresse piuttosto chiaramente una volontà di cambiamento, ma non altrettanto chiaramente il metodo di questo cambiamento, dividendosi tra un partito tradizionale, il PD, e gli arrembanti sanculotti di M5S e producendo, per le diverse interpretazioni dei rispettivi ruoli da parte dei “vincitori” della competizione elettorale, un sostanziale stallo.

Moltissime sono le argomentazioni che è possibile svolgere contro la visione programmatica di Napolitano ed io, in tal senso, non mi risparmio di certo essendo, tra l'altro in numerosa e qualificata compagnia, una delle vittime della scellerata riforma Fornero, ma credo che a Napolitano si possa, al massimo, contestare un “concorso di colpa”, dove le responsabilità maggiori sono in capo alla dirigenza dei nostri partiti politici.

Come non ricordare il clima di smarrimento, se non di panico, che portò l'ultimo governo Berlusconi a sottoscrivere quella famosa “letterina” che ci consegnò, legati mani e piedi, al rigore finanziario germanico? Ebbene in quel clima da “8 settembre”, laddove tutti i nodi di una ilare e sconsiderata gestione politica, economica e finanziaria giungevano al pettine, i partiti non seppero far altro che replicare quel “tutti a casa” morale che nel '43 ci portò a un passo dal dissolvimento di una nazione allora non ancora centenaria.

Nessuno volle prendersi la responsabilità di elaborare una decisione qualsiasi, sapendo che sarebbe stata dolorosa e costosa in termini di consensi. Tutti furono ben felici di lasciare la cosa in mano a Napolitano, il quale non si sottrasse, unica figura istituzionale a farlo, e produsse scelte che noi ora contestiamo, e con più di una ragione, ma che qualcuno doveva comunque prendere. La colpa maggiore, semmai, è di chi si rifiutò di generare un contraddittorio, di contribuire ad una dialettica. Insomma “Re Giorgio” divenne una sorta di monarca presidenziale, un ossimoro infausto, ma più per diserzione della gran parte degli attori che per sua usurpazione del potere.

Ecco dunque che mi trovo a salutare le dimissioni di Napolitano e a valutare negativamente, nel complesso, la sua prestazione, ma, ripeto, senza dimenticarmi che altri, più di lui, sono responsabili di gran parte dei problemi che ci affliggono.

Vedremo ora se questo Parlamento, ormai così poco rappresentativo del sentimento degli elettori e in procinto di essere rottamato da un Primo Ministro, Renzi, che è uno degli “errori” che mi sento di addebitare a Napolitano, saprà produrre un Capo dello Stato adeguato al momento e alla bisogna.

Nel frattempo vorrei ricordare a quei costituzionalisti da Bar Sport, o da circolo carbonaro, che lo stato di Senatore a vita che compete agli ex Presidenti della Repubblica, non è un arbitrio del “Signor” Napolitano, ma un dispositivo previsto dall'art. 59 della Costituzione della Repubblica Italiana che recita: "È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica". Napolitano potrebbe “rinunziare”? Certamente, ma per sua scelta e non certo perché lo dice Grillo in una delle sue fantasiose interpretazioni del bon ton istituzionale. Tra l'altro pochi ricordano che Napolitano era già Senatore a vita da “prima” di diventare Presidente della Repubblica, essendo stato nominato da Carlo Azeglio Ciampi il 23 settembre 2005 per “meriti in campo sociale”.

Alla fine di tutto io condanno Napolitano? No, io non condanno nessuno, piuttosto lo critico duramente, ma non per quello che gli viene comunemente addebitato. E' stato un Presidente rispettoso del suo ruolo. Lasciato solo nel momento più critico dalle altre funzioni che regolano, o dovrebbero regolare, il funzionamento della politica italiana, si è prodotto in alcune scelte strategiche che non condivido, ma ha assolto il suo dovere.


giovedì 18 dicembre 2014

Argomenti sensibili

Ho recentemente dato spazio sulla mia pagina Facebook al giudizio che, della recente trattazione dei dieci comandamenti da parte di Benigni, hanno dato coloro, io non sono tra quelli, che hanno visto le due puntate sulla RAI.

Mi si dirà: ma se non le hai viste, che ne parli a fare? Ed infatti a me interessa vedere le reazioni del pubblico che, stavolta, è stato meno unanime del solito nel tributare lodi al comico (ma è solo questo?) toscano. 
La prima cosa che ho notato, frequentando i social, sono stati l'endorsement dell'Avvenire e il plauso molto diffuso tra i credenti, contrapposti al fastidio e alla critica di agnostici e atei, questi ultimi in modo particolare. 
Ho condiviso un post, quello di Dario Liotta, il quale così argomenta:



Ieri ho visto Benigni in TV, non tutto, non ce l'ho fatta... Ho l'allergia per i predicatori, soprattutto quando cercano di spiegarmi che cos'è l'amore o la vita... Io ne ho una di vita, e l'amore è complesso quanto difficile...
Quindi sono cazzi miei e non capisco perché un tizio debba volermi spiegare il senso "vero" delle due.
Non che Benigni non abbia detto cose che condivido, ma quando, in più passaggi ha cercato di giustificare quanto diceva in base "all'essenza vera del dettato di Dio con quei dieci comandamenti" mi sono girate le palle... anche perché penso non ci sia stato nessun dio a dettarle.
Ecco un altro che parla in nome del Creatore pensando di esserne l'interprete più sincero! Come se altri prima di lui non avessero già fatto abbastanza danni partendo da questo presupposto... 
E poi, permettetemi, perché mai si sente autorizzato prima a spiegarmi Dante, a partire dalla sua "universalità", e adesso a fare l'esegesi dei 10 comandamenti, a partire dalla loro "verità rivelata" ?
L'uno e l'altro avrebbero bisogno di una presentazione storica, filologica e critica semmai... Non di essere riportati a "principi universali" o al "vero messaggio divino".... Benigni mi hai un pò rotto.



Piuttosto netto vero? Ne ho concluso che questa volta Benigni è stato digerito molto malamente da chi ha reazioni di rigetto quando si sente proporre “l'ipotesi Dio” come dato assoluto, scontato ed autoevidente una reazione che mi sento di sottoscrivere, ecco il perché della mia condivisione. Tra l'altro questa conclusione si "incastra" molto bene con le ragioni per le quali il “quotidiano dei vescovi” si è espresso così favorevolmente. Stessa impressione, ma diametralmente opposte conclusioni, e mi sono sentito, diciamo, confortato dalla congruità delle due opposte reazioni nella mia valutazione.



Una mia amica, Maresa di Tanna, che come me non ha seguito l'evento mi ha proposto una considerazione marcatamente più laica della mia e di quella di Dario e ritiene che: “Benigni faccia un' operazione di avvicinamento di una certa platea televisiva a qualcosa di [diverso] dai reality e in questo senso l'operazione è stupenda...parlare di filologia esegesi ecc. significa non aver capito, questo è il mio pensiero”.


Capisco l'argomentazione e pure io sono propenso a pensare che il tentativo di Benigni, e della RAI, che gliene ha data l'occasione, sia stato quello di offrire un'alternativa "alta" alla banalità e alla volgarità della comune programmazione, ma il buon Roberto stavolta è andato a toccare un tema sensibile e che riguarda tutti: il comportamento morale, così ben definito, dalla cristianità e dall'ebraismo coi dieci comandamenti, ma anche da ogni altra religione e, data la natura fondamentale dell'argomento connesso con il tipo di convivenza e di rapporto con gli altri, anche da chi non si rapporta con alcuna religione. Presumo che nel corso dell'evento abbia dato rilievo ad un'interpretazione marcatamente cattolica. Da qui il plauso di Avvenire e, credo fatalmente, il fastidio degli atei.


Posso dire che, in quanto agnostico e non potendo comunque prescindere da un corpus di precetti morali ed etici per condurmi nella vita, la sostanza della morale cristiana mi sta benissimo e che di conseguenza mi ci attengo al meglio delle mie, non cospicue, capacità.
La Chiesa però non è solo autorità spirituale, ma anche e fin troppo temporale e, in questa sua seconda veste, è cinica e pragmatica quanto qualsiasi altro costrutto politico. Chi la avversa non le fa sconti. 
Ecco credo che Benigni sia rimasto preso in mezzo a questo meccanismo e tutti l'hanno arruolato in una schiera precisa, i vescovi compiacendosene e gli atei stigmatizzandolo. 



Alla fine di tutto però ritengo che se vi è stato l'intento di suscitare un dibattito o indurre qualche riflessione sui precetti morali, ebbene lo scopo è stato brillantemente raggiunto visto che dell'iniziativa se ne parla diffusamente, anche se – come me – non se ne è stati fruitori.

giovedì 27 novembre 2014

Ultima fermata

L'articolo qui linkato  ha il merito, ai miei occhi, di fare il tentativo di valutare i recenti esiti elettorali al di fuori delle dichiarazioni, stucchevoli e ridicole, di pretese vittorie.
  

Penso che l'analisi svolta sia condivisibile e che la cura della metastasi del nostro sistema democratico e rappresentativo non sia più procrastinabile.
Ritengo che una forte astensione del popolo di sinistra fosse un passo imprescindibile, un messaggio inequivocabile e necessario per segnalare alla direzione PD che la misura è colma.  Sono dunque soddisfatto che il segnale sia partito.

Ora i casi sono due, o il PD trae le debite conseguenze oppure continua a "renzare" (mi si perdoni l'azzardato neologismo) e diventa definitivamente quella strana creatura liberal-centrista tanto cara a Squinzi e al blocco sociale da cui questi proviene. La seconda è, a mio parere, l'ipotesi al momento più probabile.

Ecco allora che si apre uno spazio potenziale a sinistra che però non potrà essere adeguatamente sfruttato dai litigiosi epigoni di svariate ortodossie più o meno virtuose e insofferenti.    Finora tutti gli esperimenti di costituzione di una qualsivoglia formazione a sinistra del sempre più mutato PD hanno perfino faticato a spiccare il volo, non parliamo della possibilità di svilupparsi e incidere, funestati da accuse incrociate di tradimento ideologico, di deviazionismi di ogni tipo e qualità, di collusione col nemico e dalla pratica devastante delle mene egemoniche più viete e controproducenti, dimentichi di quanto queste ultime siano storicamente costate care al movimento operaio nel suo complesso.

La sinistra e le istanze operaie, del lavoro e delle classi popolari non sono più adeguatamente rappresentate e difese a livello politico, ed anche il sindacato fatica a sviluppare una efficace azione di protezione, costretto com'è a subire l'iniziativa di una classe padronale arrembante e ben ammanigliata.

I tempi sono veramente maturi per la nascita di una rappresentanza politica realmente di sinistra e con una certa capacità di incidere.  Gli elettori hanno chiaramente detto che "vincere" (che suono mussoliniano ha questa parola) non è sufficiente, che l'occupazione delle giuste poltrone non può ripagare dello scempio dei diritti così duramente conquistati e garantiti da quella che fu "la più bella Costituzione del mondo".
Una Costituzione ora sconciata, disattesa e in procinto di essere ancor più disinnescata da sconsiderate, opportunistiche e presunte "riforme costituzionali" che, in realtà, sono una autentica restaurazione di uno status quo ante che ci riporta ai primi del '900.

Il PD è occupato da una dirigenza che non presenta elementi di continuità con quello che fu il partito che univa le istanze socialiste a quelle della sinistra democristiana. La situazione, italiana, europea e mondiale vira sempre di più verso un assetto iperliberista, dove la mercificazione e la sostituzione dei diritti con privilegi esclusivi avanzano sempre più incontenibili.  Una situazione che crea scompensi e disuguaglianze, che acutizza disagi e risentimenti. Una vera pacchia per il populismo e per la rozzezza della destra xenofoba e classista.
In tempi difficili la destra è facilitata nella propaganda e nel proselitismo per via della grossolanità che l'ha sempre contraddistinta.  Emette segnali, spesso creando e istigando situazioni e contraddizioni, che si sintonizzano esattamente sul disagio di un popolo abbandonato a se stesso, senza più nessuno che si incarichi di analizzare, comprendere e proporre soluzioni e battaglie, andando oltre il semplice fiancheggiamento della risposta disperata di persone marginalizzate oltre ogni decenza

Questa nuova sinistra dovrà dunque essere concreta, credibile e disposta anche a qualche piccolo, ma stavolta veramente minuscolo, compromesso funzionale, un pragmatismo tenuto strettamente al guinzaglio di una consapevole visione di una società giusta e solidale.

Lo sforzo dovrebbe essere diretto all'elaborazione di una compiuta visione strategica, ora latitante. Disdegnando la tattica cialtrona e opportunistica che tanto ci è costata e che ci ha condotti fin qui, si potrà essere meno onanisticamente dottrinali e maggiormente incisivi.

Diversamente possiamo quietamente disporci a cercare di sopravvivere, senza prospettive e speranze, in un contesto sociale e politico spietatamente darwiniano.

Ultima fermata compagni, la vettura va in deposito

lunedì 17 novembre 2014

Com'é il rancio?

E' andata.  La "grande inculata" ha mollato gli ormeggi e veleggia sicura verso il suo approdo finale.  La ciurma si divide tra entusiasti sostenitori e non meno collaborativi finti denigratori.  Insomma, si rogna, ma si sale su sartie e pennoni e si fa il proprio sporco lavoro.
Tra un annetto, al più tardi, tutte le insidie e le porcate del job act emergeranno in tutta la loro fulgida evidenza.  Assisteremo allora alle più grottesche e risibili giustificazioni ed interpretazioni, ma saremo nel frattempo ritornati indietro di non meno di settant'anni, con tutta un'epopea di lotte sindacali e rivendicazioni da riproporre come se non si fosse mai fatto nulla.

Com'è il rancio?    Ottimo e abbondante compagno(?!) Renzi, e grazie di......... nulla.

http://www.lettera43.it/politica/jobs-act-le-tappe-per-l-approvazione-della-riforma-renzi_43675147850.htm

venerdì 1 agosto 2014

Emergenze e presunti rimedi


Lo schema qui riportato riflette solo in parte il mio pensiero.  Per fare un esempio l'art. 85 si presta a più interpretazioni, visto che non prevede esplicitamente la rielezione per due mandati dello stesso Presidente, e contiene la dizione "nuovo Presidente" che può essere intesa in più modi.
Sono conscio pure del fatto che il pannello, così com'è, compendia efficacemente le ansie picconatrici di certa opposizione, dalla quale non mi sento rappresentato, ma sono convinto 
che sia in grado di rappresentare sinteticamente e con una certa efficacia quanto la manovra politica che prese le mosse dalle elezioni del febbraio 2013, e che si è evoluta nelle forme attuali, sia improntata a forzature e disinvolte letture di leggi, ordinamenti e prassi consolidate.

E' da anni ormai che le emergenze e la congiuntura economica (pur reali, senza dubbio) vengono utilizzate per giustificare ogni tipo di colpo di mano ed ogni smantellamento del welfare. A questo punto mi sembra del tutto evidente che, anche senza voler scomodare il famigerato "piano Rinascita" di gelliana memoria, è in atto un disegno generale di forte compressione dei diritti acquisiti, revisione della sostanza generale del rapporto tra componenti del mondo del lavoro e sterilizzazione dei diritti costituzionali della cittadinanza.

Il buon Matteo Renzi sventola sagacemente il suo piglio decisionista e pragmatico, ma finora ha in realtà fatto ben poco, suggerendo che in realtà le tutele e garanzie costituzionali, tuttora sopravvissute ai decennali insulti, unite alla pervasiva azione immobilizzante di una burocrazia soffocante e inaffondabile, gli impediscono, questa è la vulgata, di procedere speditamente lungo la strada delle riforme.   Qual'è dunque la sua risposta? Niente più e niente meno che la declinazione fiorentina del "ghe pensi mi" di berlusconiana fattura.

Ecco dunque che la sostanza strategica dell'azione renziana si sostanzia in due passi a mio parere esiziali per il futuro democratico della nazione.  
Primo: una legge elettorale che non supera il problema dei nominati e che, in un contesto nel quale quasi la metà degli elettori non vota, regala ad una risicata minoranza la possibilità di governare con una maggioranza blindata, mentre i partiti minori sono tali anche in conseguenza della loro consonanza con il partito vincente, più rappresentati nella loro qualità di mosche cocchiere, ininfluenti ed espulsi dalla rappresentanza parlamentare se non graditi.
Secondo: una volta costituita una Camera priva di ogni possibilità dialettica tra istanze differenti, essendo quelle non governative  ininfluenti o assenti, si fa piazza pulita di ogni residuo "disturbo al manovratore" eliminando il bicameralismo perfetto, e quindi l'unico contrappeso rimasto ad un parlamento a questo punto "ornamentale", ristrutturando il Senato in una sorta di country club composto da personaggi a loro volta nominati e dalle prerogative piuttosto incerte.

Si può anche sostenere che in certe occasioni si renda necessario mettere in sella un tiranno o un dittatore, investito dei pieni poteri e non sottoposto a limiti, ma, come la storia insegna, è poi difficile liberarsene e, di regola, i guasti che ripara raramente sono maggiori di quelli che crea.

Abbiamo certo bisogno di fare qualcosa e di farlo urgentemente.  Mi chiedo solo se quello che vuole fare Renzi sia la cosa realmente giusta e conveniente.   Inutile aggiungere che la mia risposta è totalmente negativa.