giovedì 20 giugno 2024

UN TRAGUARDO CHE MI FA PENSARE

Gira sui social la citazione del pensiero dell'ultranovantenne Clint Eastwood sulla vecchiaia, che dice:


Tutti i giorni quando mi alzo non faccio entrare il vecchio.
Il mio segreto è lo stesso dal 1959: tenermi occupato. Non faccio mai entrare il vecchio in casa.
Ho dovuto trascinarlo via perché il ragazzo era già comodamente sistemato, mi dava dolore a tutte le ore, senza lasciarmi spazio per altro che la nostalgia.
Bisogna rimanere attivi, vivi, felici, forti, capaci. Bisogna imparare a non far entrare il vecchio. Quel vecchio che ci aspetta stanco sul ciglio della strada per scoraggiarci.
Non lascio entrare lo spirito vecchio, il critico, ostile, invidioso, quell'essere che scruta nel nostro passato per annodarci di lamentele e angosce remote e di traumi rivissuti o di ondate di dolore.


Il prossimo agosto compirò 70 anni, un traguardo che mi ha quasi preso di sorpresa nonostante tutto, e che segna ai miei occhi il confine netto e brusco tra due stagioni della vita differenti, direi anche tra stati d'animo diversi. La lettura del Clint-pensiero mi ha indotto a ripensare a tutte le mie elucubrazioni sull'età, sul tempo che si consuma e sull'inaggirabile punto d'arrivo che tocca a ciascuno di noi.

L'ultima implicazione, quella della dipartita, onestamente non mi angustia veramente. Nonostante la salute non ineccepibile non credo realmente che sia dietro l'angolo, ma anche fosse, che ci posso fare? Nulla, tranne avere rispetto per il mio corpo e fare in modo di non lasciare troppe cose incompiute o sospese. Lo dico ora che sto relativamente bene, e ovviamente non posso garantire che arrivati al dunque io riesca a mantere lo stesso olimpico distacco, ma per ora è questo ciò che penso.

In tutta la mia vita non ho mai fatto "entrare il vecchio" realmente, neanche quando, da giovane, cercavo di apparire più anziano della mia età, solo per cercare - inutilmente - di farmi prendere sul serio da gente più matura che mi collocava d'ufficio tra i "giovani incapaci".

Sono sempre stato curioso, e infatti credo che la cosa che mi peserà di più quando saprò che è arrivato il mio momento sarà che non saprò mai "come è andata a finire", come si svilupperanno certi processi, se i problemi che appaiono oggi gravi e insolubili saranno affrontati con successo.

Ho seguito un percorso scolastico di tipo tecnico per poi affrontare una vita lavorativa per la quale non avevo alcuna preparazione, autoformandomi più e più volte, sempre riuscendo a esprimere un certo valore, anche se non ho mai raggiunto alcun apice.

Mi sono sempre interessato al funzionamento delle cose, anche a quelle meno "utili", risultando, a detta di mio padre perfino dispersivo, e sono sempre stato affascinato dalle parole e dal loro significato. Ricordo che, studente delle medie, quando dovevo scrivere un tema se aprivo il vocabolario per verificare un termine immancabilmente partivo per un viaggio erratico tra le pagine del corposo tomo, balzando da un sinonimo all'altro, cadendo su parole del tutto estranee alla ricerca iniziale per creare un ramo completamente niovo che mi portava in un altrove che non mi bastava mai. Il nuovo è sempre entrato nella mia vita bene accolto, con una innegabile maggiore fatica gli ultimi anni da lavoratore attivo presso un'azienda che imponeva comportamenti che ritenevo sbagliati. Una volta transitato tra i pensionati mi sono dedicato al volontariato, ho imparato a leggere uno spartito musicale, applicandomi a brani e studi di chitarra classica, e non, per esplorare una tecnica esecutiva che non so se sarà mai decente, ma chi se ne importa, in fondo se una cosa ho imparato è che spesso il viaggio vale più della destinazione dichiarata. Ho selezionato un set di letture ad ampio spettro, che continuo ad incrementare, e sono diventato letteralmente schiavo del tango argentino, un'attività "aerobica" come conviene con grande soddisfazione il mio cardiologo, che coniuga movimento, sensibilità artistica, coordinamento psicomotorio, buona musica e socialità in un tutto di grandissima soddisfazione.

Leggo, su Facebook, quei post che principiano con "noi che...", ascolto le lamentazioni dei miei coetanei che cominciano dichiarando "ai miei tempi" e non riesco a riconoscermi del tutto. Pare che in pochi si ricordino che i loro tempi in fondo sono esattamente come i tempi di tutti i tempi, se mi perdonate il giochetto, con alcune cose buone ed altre cattive, come è sempre stato. Uno dei marescialli che conobbi durante il mio servizio militare era solito ripetere, con sottile arguzia: "l'esercito non è più quello di una volta, e non lo è mai stato", ed aveva ragione. Ascolto quelle recriminazioni e vedo che i più hanno solo nostalgia di un tempo nel quale avevano tutta la vita davanti, molta più voglia di ora di stare al passo coi cambiamenti e la capacità di leggere una realtà che ora li sta lasciando indietro, principalmente perché si ostinano leggerla con le lenti della loro gioventù, cercando fatalmente di infilare pioli quadrati in buchi rotondi. Non che io stesso non faccia confronti tra le stagioni della mia vita, ma quando vi indulgo in genere è solo per riconoscere gli innegabili differenti effetti e dinamiche di fenomeni che, ridotti alla loro essenza, sono in fondo sempre gli stessi, solo declinati ed espressi in scenografie diverse. Ovvio che non possiedo più le potenzialità dei miei vent'anni, e non solo fisicamente, ma dato che ho vissuto a lungo come minimo devo aver maturato la capacità di comprendere chi sono, dove sono, cosa posso fare e la distanza che mi divide dal giovincello inesperto che fui, e capire ed accettare le implicazioni che ne conseguono, che poi è il non fare "entrare il vecchio" che si diceva all'inizio, ovvero far entrare un vecchio che non si cura della sua età, o meglio che non se ne fa un cruccio. C'è un solo argomento nel quale ho spalancato la porta al "vecchio", rimuginando di oggettivi peggioramenti, ed è la politica, con i suoi riflessi nella vita degli individui. Lo so, anche qui in fondo le cose vanno come sono sempre andate, se viste in prospettiva storica, ma lasciatemi dire che in quanto ragazzo del '54 sono cresciuto con l'intimo convincimento che ogni cosa, per quanto deludente potesse essere al momento, era suscettibile di grandi miglioramenti riscontrabili nell'arco di una esistenza umana, e così è stato fino grosso modo all'inizio di questo terribile secolo, quando di colpo siamo precipitati indietro di perlomeno un centinaio di anni nel campo dei diritti e delle aspettative di riuscita personale, mentre redivivi figli di un tempo che credevamo morto e sepolto si industriano per porre le condizioni per ripetere un percorso che costò carissimo ai nostri genitori. Ma in fondo anche queste sono cose già accadute, qui e altrove, oggi e in altri tempi.



lunedì 12 febbraio 2024

"Nemico di classe", anticaglia o categoria vigente?

《Tanti, anche politici, mi candidano a tanti posti in giro per il mondo, mostrando una sollecitudine straordinaria nei miei confronti. Li ringrazio moltissimo, ma vorrei rassicurarli. Se per caso decidessi di lavorare dopo questa esperienza, un lavoro me lo trovo anche da solo》



Palazzo Chigi, conferenza stampa del 11/02/22 - Mario Draghi dixit.



Dalla consultazione dei post degli anni passati, che Facebook mette a disposizione giornalmente, estraggo ciò che espressi in occasione di un mio post sull'esternazione di Draghi
, grondante disprezzo per la classe politica italiana, che ho messo in apertura.

Lo faccio oggi che siamo in un pre-regime che briga per condurci in un ambito presidenzialista con una democrazia recitata, compiendosi una lunga traiettoria che sta portando la "Repubblica nata dalla Resistenza" ad essere la segreteria esecutiva di interessi costituiti, potenti e privati, senza più alcun "laccio o lacciuolo" costituzionale in grado di limitare il potere cesarista che vogliono instaurare.

Commentando quella esternazione utilizzai l'espressione "nemico di classe" per definire l'allora Presidente del Consiglio, cosa che un amico mi rimproverò, addebitandomi di un sentimento veteromarxista fuori tempo massimo.
Quell'amico mi rampognava spesso sia per la mia inossidabile diffidenza verso il PD, uno degli sponsor di Draghi, sia per la mia indisponibilità a quel politicismo un po' straccione che vestiva di accorta sagacia una disposizione all'arretramento da ogni capacità di incidere sulla situazione politica. Oggi il mio amico è un po' meno critico nei miei confronti, non so se per stanchezza o per un riconoscimento delle mie ragioni... che non si ridurrà mai a tributarmi.
Gli risposi, comunque, con irato sarcasmo, che:
mi è in effetti giunta notizia dell'implosione dell'esperienza nota come "socialismo reale", ma non mi risulta che questo abbia comportato anche la fine dell'esistenza delle classi, tuttora vive e in ottima salute, con tutti i guasti che ciò comporta e le gerarchie che le legano e che regolano i rapporti di sfruttamento e le coercizioni connesse tra le componenti sociali.
Tutto quello che è variato è che la "classe vincente", per abbandono dell'avversario, ora ha come unico elemento regolatore la sua stessa inefficienza, a spese di tutti.
L'alfiere comunista sarà pure morto e sepolto, e grazie per avermelo riferito, ché io non mi ero accorto di nulla, teso com'ero ad ordire la vittoria del proletariato in una fumosa cantina della Bicocca, ma ho come l'impressione, sbaglierò di certo, che ciò non abbia reso il "nemico di classe" più bonario, o ragionevole, o meno avido, semmai il contrario, dato che niente gli si oppone più.
Ti dirò anche che tutti gli altri elementi di realtà che hai portato a supporto, un poco fuori contesto e discretamente pleonastici, mi erano già noti, ma ti ringrazio per avermeli fatti notare.
Draghi sarebbe comunque Draghi anche in un paese meno disastrato, perché il contesto agisce sul piano attuativo, ma non sulla strategia.
Detto questo, non posso fare a meno di notare che le mie considerazioni, del tutto contingenti, mi hanno guadagnato sia il rimprovero per essere stato troppo tenero con Draghi, sia un corrosivo perculamento perché sono stato, al contrario, troppo critico, peraltro proprio dopo aver detto che il giudizio di Draghi sulla nostra classe politica è, guarda un po', condivisibile, anche se arriviamo allo stesso punto per strade differenti.
Ho a questo punto la prova provata che non ascoltate altro che voi stessi, ed io ne avrei un po' pieni i cabbasisi.

Uno sfogo il mio forse inutile, ma che mi sento di sottoscrivere anche oggi quando la parabola introdotta nel lontano 2008, con il salto della quaglia piddino e la di poco successiva messa in opera della "necessità di un governo tecnico" crudamente liberista, hanno portato, passo dopo passo, all'insediamento di un governo di estrema destra agito da neofascisti con l'ineluttabilità di un teorema euclideo. Quella parabola, peraltro, non è ancora interamente compiuta e prevede l'instaurazione di un regime d'ispirazione presidenzialista privo dei contrappesi che, altrove, ne temperano gli eccessi.

venerdì 24 novembre 2023

Alexa, per caso sei una IA?

 

Quello della IA è un argomento al momento banalizzato nella forma più pericolosa possibile del processo di volgarizzazione di un pensiero complesso, quella resa possibile, anzi inevitabile, dalla mancata comprensione del fenomeno in questione, portando alla presunta e fallace sensazione di averne penetrato a sufficienza sostanza e implicazioni, cosa invece assai lontana dalla realtà.

Di mio penso di possedere i prerequisiti conoscitivi per essere niente altro che uno spettatore attento, quindi posso al massimo azzardare alcune considerazioni di massima che rappresentano più che altro impressioni.

Credo che al momento l'etichetta di IA sia perlomeno prematura, rispondente più ad imperativi economici e di profitto che a criteri scientifici convenientemente saldi, e che ci si trovi di fronte al massimo a "setacci automatici" di fantastica efficienza e potenza, più "servi" che "padroni" secondo la classificazione, credo turingiana, in voga al momento della faticosa e complessa transizione dalla computazione analogica a quella digitale, con un lungo intermezzo ibrido.

E’ affascinante, quasi inevitabile per chi osserva dall’esterno senza nemmeno un’infarinatura sui principi in azione,  pensare che la capacità di “applicazioni IA” come ChatGPT, un chatbot dotato di apprendimento automatico, sia la manifestazione di una intelligenza arcana, mentre in realtà, e per quanto ne so, si tratta di una forma particolarmente efficiente di processazione di dati già acquisiti, in maniera non difforme concettualmente dal passaggio di pacchi particolarmente voluminosi di schede perforate, cui si aggiunge una molto sofisticata procedura di selezione dei contenuti più conformi al contesto trattato, in base a criteri predefiniti, in grado di mantenere memoria dei propri successi.

Il processo è fantasticamente performante, i risultati, dipendendo dai dati in ingresso, potrebbero però essere deludenti, cosa peraltro già verificatasi quando un prototipo di IA sperimentale è divenuto in poco tempo un becero razzista dal linguaggio violento, dato che la media dei dati in ingresso è risultata intossicata dagli interventi di persone che coltivavano xenofobia e suprematismo come valori di riferimento.
Se di intelligenza umanoide possiamo parlare, e non mi sembra il caso, al massimo saremmo in presenza di una personalità labile, suggestionabile e con bassissima autonomia.

E’ pur vero che ciascuno di noi è in larga parte il prodotto di influssi esterni, ma l’ineffabile inconoscibilità del fenomeno creativo e dell’estrazione da dati esperienziali comuni di determinazioni originali, che non siano la semplice “media” dei dati in ingresso, rimane tuttora percepita, ma non compresa nella sua sostanza.

Premesso che non mi risulta vi sia una definizione unanimemente ritenuta valida di “intelligenza umana”, l'identificazione di cosa possa essere in realtà una "intelligenza artificiale" mi risulta ancor meno concordemente definita e, come quella naturale, variamente contesa da vari rami della conoscenza, che riconoscono la necessità di una inevitabile interdisciplinarietà – filosofia, neurologia, matematica, fisica, ingegneria, psicologia - ma non riescono a concordare su uno schema gerarchico tra queste branche del sapere, e neanche ad astrarsi dalla necessità di concepirla quella gerarchia.

Io non so se in un futuro, non so quanto prossimo, un essere senziente “verrà alla luce” da una rete neurale ultrasofisticata, come lo Skynet di Terminator, e non so se quella mente artificiale ci vedrà necessariamente come un antagonista da eliminare, come un compagno di viaggio da coadiuvare e con cui convivere, o come  un coinquilino di cui non si ha alcun bisogno, dopo essere “nata” grazie ai nostri maneggi, e non so neanche se si tratterà di una sola intelligenza o di una comunità di intelligenze artificiali.  

Non so se quella possibilità sarà la nostra fine o una benedizione, però penso che prima di pensare ai rischi, eventuali, che correremo convivendo con quella entità credo che dovremmo attentamente valutare quelli che stiamo correndo ora, affidandoci più del dovuto a sistemi esperti e ciò che oggi definiamo con troppo ottimismo IA, perché un processo molto efficiente di catalogazione ed ordinamento di dati, senza il supporto di un livello discrezionale la cui elevata raffinatezza è al momento riservata al solo apporto umano, rischia di condurci “automaticamente” verso esisti disastrosi grazie al fatto che in sede di progetto non siamo stati in grado di gestire la complessità e la vastità dei possibili esiti computazionali.

E’ possibile produrre un “libero arbitrio” sintetico? E se sì, quanto sarebbe assimilabile al nostro? Saprebbe intervenire nell’elaborazione, stolida e massiva, dei dati in ingresso e sui risultati decisionali che conseguirebbero sapendo separare una conseguenza “logica” da una “auspicabile” ed operando tra queste una scelta “intelligente”?  E se sì, su quali basi?    

Non lo so e credo che nessuno lo sappia ancora, ma per il momento dobbiamo evitare che ciò che viene definito oggi IA ci fornisca brodi ristretti di medie profondamente dipendenti dalla bontà di ciò che immettiamo all’inizio del processo, perché il vecchio detto informatico “garbage in, garbage out”, ovvero se immetti spazzatura otterrai solo altra spazzatura, è sempre valido, e non abbiamo alcun bisogno di appendere i nostri destini ad un idiota molto veloce ed efficiente.

sabato 11 novembre 2023

La pace è più importante di ogni giustizia; e la pace non fu fatta per amore della giustizia, ma la giustizia per amor della pace. (Martin Lutero)


Non sono più un ragazzino, anzi, quindi dovrei aver capito ormai come funzionano le cose, eppure mi ritrovo, vicino a raggiungere il settimo decennio di vita, a sbattere il muso contro le logiche di intolleranza ed unilateralità che incancreniscono ogni confronto umano, e a meravigliarmene ancora, manco fossi un decenne fresco di catechismo e imbevuto di letture edificanti per l'infanzia.

Successe, recentemente, con il conflitto russo-ucraino, quello che molti credono sia deflagrato il 24 febbraio del 2022, con Putin come unico "villain" d'elezione e col fasullissimo statista in maglietta verde nella parte del buono, mentre in realtà in quelle terre si ammazzavano innocenti da molto prima, nel disinteresse totale di tutti gli indignati svegliatisi al suono delle trombe atlantiste.

Da subito mi resi conto che non vi era alcuno spazio per una valutazione indipendente dei fattori che portarono morte e distruzione in quelle terre, e che le logiche manicheistiche, interessate ed ipocrite, prevalevano su tutto sia in virtù della spudorata propaganda cui venimmo immediatamente sottoposti, sia perché a fronte di processi complessi e contraddittori le semplificazioni interessate sono un balsamo efficace per gestire la confusione che ci affatica nel contemplare le umane cose, a prezzo ovviamente del disprezzo per le realtà sottostanti.

Accadde, a suo tempo, con la Siria, e prima ancora con la tragedia sanguinosissima balcanica e, in linea di massima, con ogni tipo di contrasto che insanguina cronicamente i troppi teatri di crisi sparsi per il mondo.

Ovunque vi siano contenziosi di lungo corso si originano fazioni estremistiche e settarie, che non intendono concedere alcuno spazio di contrattazione all'avversario e che affastellano provocazioni, uccisioni e sopraffazioni che appaiono galleggiare in uno spazio senza tempo e con cause originanti a propria esclusiva discrezione, così da giustificare ogni nefandezza in base a fattori scatenanti il cui punto d'inizio è ipocritamente stabilito in base alle proprie ragioni, risultando quelle dell'avversario speciose e false, ovviamente.

Questo schema si è recentemente intensificato in Terrasanta, una terra devastata da quelle logiche già da prima della costituzione dello stato d'Israele, nel 1948, con l'esecrabilissima "operazione Tempesta Al Aqsa", un attacco terroristico eseguito con l'abituale efferatezza di Hamas.   Una sanguinosa provocazione di cui molto prevedibilmente ne avrebbero fatte le spese non solo i bersagli umani israeliani, ma anche, e a questo punto soprattutto, i civili palestinesi, esseri umani che vivono da tempo compressi tra il potere sostanzialmente dittatoriale della formazione islamista e la protervia di uno stato, quello israeliano, che pare al servizio esclusivo della sua componente oltranzista che da decenni sta occupando terre con supremo disprezzo delle numerose e inascoltate risoluzioni ONU.

Anche in questo caso le due parti, ed i loro simpatizzanti al sicuro nei loro lontani paesi, si affannano a giustificare o condannare atrocità che si vendono a tre soldi il mazzo ricorrendo a "considerazioni oggettive" notevoli soprattutto per la loro conveniente estraneità alla profondità temporale del processo in atto.

Nulla è abbastanza indecente da non venir strumentalizzato, da una parte un antisemitismo a prescindere, con tanto di strumentalizzazione dei milioni di morti della Shoa, dall'altra un islamismo peloso e fuori tempo massimo, seppellito nei fatti dalle convenienze dei ras petroliferi e dei loro giochi geostrategici.
Una delle ragioni che hanno infatti "motivato" Hamas a scatenare la penultima mattanza (l'ultima è il massacro dei civili della striscia) è stato il desiderio iraniano di sabotare il processo di normalizzazione che stava prendendo corpo tra Israele e gli emirati arabi, che avrebbe di fatto accentuato l'isolamento del regime di Teheran.

Veniamo tirati per la giacchetta a prendere partito con la ferale e schifosissima formula del "senza se e senza ma", che tanti danni ha sempre fatto, ma io intendo prendere partito solo per le vittime innocenti che stanno dalle due parti di un muro che è tanto fisico quanto morale, e intollerante nella sua mortale consistenza.

Da quando Hamas ha scatenato Tempesta Al Aqsa ho dapprima contemplato ogni tipo di esternazione in proposito da parte dei miei amici e contatti social, e l'ho fatto con molto disagio per la prevalenza di una partigianeria, da ambo le parti, che di quei civili massacrati alla fine non tiene gran conto, quasi dandoli per scontati, dovuti e, nei casi peggiori, meritevoli delle loro disgrazie per un "appoggio oggettivo" ad uno dei contendenti, come se se da quelle parti un singolo potesse esimersi facilmente dall'aderire, almeno formalmente, all'imperio di due regimi nemici, ma "affratellati" dalla stessa intolleranza.

Inizialmente mi ero imposto il silenzio, sapendo che non avrei avuto spazio per esprimere la mia distanza dalle ragioni "ufficiali" dei due contedenti. Quando poi, soverchiato moralmente da ciò che stava accadendo, ho affidato ai social la mia opinione, relativamente poche sono state le manifestazioni di vicinanza, e molte di più le bastonate verbali da parte dei supporter dei due schieramenti, per i quali sono una sorta di ipocrita portatore di opportunistica ignavia. E così mi ritrovo, ancora una volta, ad essere il classico "cane in chiesa", a venire tacciato di antisemitismo da una parte e di contiguità col terrorismo dall'altra, e oggi, da un vecchio amico che mi ha sorpreso(?) con una consapevole parzialità, di colpevole inanità a quanto pare.

Ne ho abbastanza. Ciò che vorrei è prendere le distanze dai condizionamenti che, dalle due parti, hanno creato le logiche di morte e sopraffazione che vigono in quella terra, pare però che non sia concesso a nessuno di farlo. Ora io posso anche incassare critiche e insulti, ci sono abituato e a risentirne, brevemente, è solo il mio amor proprio, ma tutta quella gente, tutta, araba o israeliana che sia, che sta subendo ogni sevizia, morale e fisica, non se la può cavare così facilmente. Siamo sicuri che basti sputare sentenze da qui, confortevolmente lontani da bombe e terrore eletto a sistema di vita? Non dovremmo forse lasciar cadere rivendicazioni che ormai si legittimano e squalificano a vicenda, portando "l'indice della giustezza morale" su un inutile nulla, e cercare prima di tutto di fermare la macina dell'instancabile morte che gira alacremente da decenni in quella terra disgraziata?

venerdì 8 settembre 2023

Le batterie per autotrazione sono un costoso vicolo cieco.

A mio modesto avviso le macchine elettriche, così come ce le stanno proponendo, NON sono la risposta più adeguata ai problemi ambientali, sono solo la risposta più pronta che l'industria aveva convenienza a dare.

La tecnologia della trazione elettrica non è certo innovativa quanto ci danno ad intendere, dato che il primo veicolo a trazione elettrica risale alla prima metà dell'Ottocento.


Se fate una veloce ricerca su Google potete vedere che vi sono molte discordanze circa la data precisa, il costruttore o il paese che tenne a battesimo la nascita della prima auto elettrica, ma tutti i link la collocano in quella ormai piuttosto lontana finestra temporale.

Il problema della trazione elettrica è sempre stato il costo, peso e durata delle batterie, nonchè della densità di carica delle stesse rispetto al peso, con conseguenti e sconvenienti ricadute su autonomia e ricarica, ovvero sull'economia generale degli spostamenti.

E' una disdetta che tale limite vanifichi le potenzialità del motore elettrico, perché la sua convenienza la vediamo, per esempio, nei mezzi destinati alla movimentazione di carichi pesanti, ingombranti e per lunghe distanze, segnatamente navi e treni a trazione diesel-elettrica, nei quali potenti motori a combustione interna azionano generatori che forniscono energia elettrica destinata a far muovere senza inutili dispersioni di potenza quei mezzi senza complicati , pesanti e spesso delicati congegni atti a gestire la parzializzazione ed utilizzo della potenza prodotta .

Il fatto è che un serbatoio di idrocarburi consente una maggiore densità di energia e minore peso e dimensioni, nonchè più veloce ed efficiente "ricarica", rispetto ad una batteria elettrica di capacità comparabile.    L'industria automobilistica non ha quindi fatto altro che prendere una tecnologia già relativamente matura, accoppiarla  ad un altrettanto ben avviato stato dell'arte della meccatronica, e sfornare un prodotto variamente rifinito che, sostanzialmente, non prevedesse costi troppo elevati di ricerca e sviluppo, dopodiché ha sfornato veicoli in ogni modo troppo costosi rispetto allo sforzo, conteggiando il peso di un'attività di ricerca non così elevata quanto preteso.

In questo cointesto la proposta dell'auto ibrida non è che una sorta di "ponte" tra un presente occupato dal motore a combustione interna, per estrarre fino all'ultimo centesimo di margine possibile da prodotti obsolescenti, ed un futuro di macchine elettriche... ed un problema appena dietro l'angolo di smaltimento di montagne di batterie esauste ed esaurimento di terre rare, perlopiù estratte da paesi economicamente depressi nei quali rapaci corporation schiavizzano popolazioni alla fame mediante il foraggiamento di compiacenti e corrotti funzionari locali.

Da un punto di vista strettamente meccanico ed ingegneristico la trazione elettrica è enormemente superiore a quella dei motori a combustione, sia in termini di semplicità che prestazionali e di tipo costruttivo, quindi la soluzione sarebbe di trovare una fonte di alimentazione, a bordo del mezzo, dalle caratteristiche operative di un vecchio serbatoio di carburante.

Ebbene una possibile risposta a questa esigenza sarebbe già disponibile, per quanto ancora da affinare, e consiste nell'utilizzo della tecnologia delle celle a combustibile, un dispositivo elettrochimico in grado di generare energia elettrica da conversione di energia chimica mediante un processo a temperatura costante in cui l’idrogeno viene combinato con l’ossigeno, ottenendo come "scarto" acqua in luogo di gas di scarico.

Il principio, in sé, non è meno "stagionato" dell'auto elettrica, essendo stato scoperto nel 1839 in Gran Bretagna, dal fisico inglese William Grove. 
La sua ingegnerizzazione però dovette attendere un secolo perchè le varie componenti venissero affinate abbastanza per dar seguito a qualche utilizzo fuori del contesto meramente sperimentale, rimanendo però gli impianti relativi poco pratici e non particolarmente efficienti.

E' solo negli anni '60 che, sulla potente spinta delle esigenze dei programmi aerospaziali, si sono investiti fondi ed energie per ottenere celle in grado di produrre energia elettrica per l'alimentazione degli impianti delle capsule Gemini ed Apollo per la durata delle loro missioni.

Successivamente, per necessità legate al comparto militare, in particolare l'alimentazione dei motori elettrici di sommergibili convenzionali allo scopo di ridurre i tempi di navigazione in emersione per la ricarica delle batterie, nei quali i battelli risultano estremamente vulnerabili, sono stati perfezionati impianti affidabili e performanti, sebbene troppo voluminosi per un impiego nell'automotive.

Lo stato dell'arte, ed un programma di ricerca e sviluppo non ancora ben foraggiato, hanno comunque reso concretamente perseguibile lo sviluppo di celle a combustibile abbastanza contenute da poter essere installate su un'autovettura fornendo prestazioni, autonomia e tempi di rifornimento sostanzialmente comparabili con quelli delle vetture con motori a combustione interna.

Cosa manca per arrivarci?  Più o meno i soldi che il settore automotive non ha voluto investire, per andare piuttosto sul sicuro con le batterie elettriche che diverranno presto un problema e che pongono più limiti che soluzioni.

Poi, ovviamente rimane il problema di come produrre l'idrogeno necessario al funzionamento delle celle a combustibile, perché se per ottenerlo usiamo fonti fossili allora non abbiamo risolto nulla, ma questa è un'altra storia, risolvibile, ma solo se lo si vuole.

In fondo a tutto mi sento di dover aggiungere che, comunque, i problemi ambientali e climatici, generati da cause antropiche, non si potranno affrontare e risolvere agendo solo sul fronte tecnologico.   Molto più importante sarà intervenire ANCHE sulle nostre abitudini e sul modello di mobilità individuale e collettiva, nonchè sulle esigenze che le generano e le rendono necessarie, una considerazione che, mi sa, non gode di molto favore, perché comporta una riformulazione completa e radicale del nostro modo di vivere, cosa che in troppi rigettano senza pensarci troppo, coi risultati che vediamo


martedì 21 marzo 2023

“Vado matto per i piani ben riusciti!” [John "Hannibal" Smith]

Se qualcuno, a suo tempo, rimase interdetto per la precipitosa ritirata USA dall'Afghanistan, senza preavviso o ragioni immediatamente riconoscibili, lasciando in modo assolutamente prevedibile un paese in mano agli stessi talebani che furono la causa nominale dell'invasione americana (ops, a quanto pare c'è invasione ed invasione), ebbene direi che il quasi immediatamente successivo precipitare della questione ucraina può fornire qualche motivazione per quella ignominiosa ritirata: gli USA avevano bisogno di concentrarsi su un nuovo capitolo geostrategico.     

"Aggiustato" il fenomeno islamico, più o meno (o quanto basta), era arrivato il momento di dedicarsi al contenimento della Cina, silenziosamente arrembante ed inarrestabile, passando attraverso la destabilizzazione del gigante russo, che con il "paese di mezzo" pechinese ha una smisurata linea di confine.

Indurre la frantumazione della federazione russa in sparse sottounità fatte di signori della guerra in possesso di alcune testate nucleari, o perlomeno causare un "regime change" nel Cremlino, favorendo l'avvento di un nuovo satrapo più "western oriented", avrebbe conferito alla Cina un ingombrante problema confinario che l'avrebbe disturbata nella silenziosa ed inarrestabile scalata verso la supremazia economica che stava inseguendo.

In Ucraina già da tempo, circa un decennio o poco più, gli USA avevano nel frattempo  cominciato a "preparare" il terreno mediante Maidan, favorendo l'avvento di un revanscismo nazionalista di matrice neonazista che alimentò una guerra civile di stampo etnico a danno dei russofoni degli oblast orientali.

Era arrivato il momento di indurre nei moscoviti la necessità/opportunità (perché comunque il Cremlino ha una sua tendenza imperialista) di una risposta muscolare, per cui era necessario non avere risorse impegnate in buchi mediorientali privi di prospettive.
L'aggressività di Kiev venne alimentata con una dieta ipercalorica di promesse di aiuto e incitazioni ad un riscatto nazionalista ammantato di virtuosa affermazione del bene sul male.       Il gioco di provocazioni e reazioni scivolò sugli oliati binari dell'automatismo strategico pavloviano e ciò che "doveva succedere" successe.

Si potrebbe obiettare che offrire alla Cina la possibilità di sconfiggere un ipotizzato frammento siberiano della fu federazione moscovita, militarmente debole ancorchè in possesso di qualche testata, ma detentore di rilevanti risorse minerarie e naturali, non sia esattamente una pensata strategicamente ineccepibile, ma stiamo parlando di americani, cioè di gente inadatta a pensare in termini autenticamente e sagacemente strategici, una nazione che "sistema" i problemi  dell'oggi creandone di più grossi domani, come fa fin dalla sua indipendenza dalla corte britannica di re Giorgio III.

Comunque sia ora il sanguinario confronto è in atto.   Il prezzo più elevato lo stanno pagando gli ucraini di ogni tipo, seguiti dalle truppe russe, mercenarie o meno che siano (il gruppo Wagner non è meno esecrabile dell'americanissima Academi, la ex Blackwater, ma la cosa viene opportunamente dimenticata), mentre gli USA al momento si limitano a soffiare sul fuoco, a incitare a combattere "fino all'ultimo ucraino" e a impastoiare le potenzialità europee disgregando la coerenza politica UE e inducendo Bruxelles a dissipare la propria ricchezza in spese militari a vantaggio dei progetti imperiali statunitensi.

Tutto bene e secondo i piani?  Non proprio! E' difficile per noi europei  renderci conto di quanto i progetti americani stiano faticando ad affermarsi, perché la nostra sedicente "informazione" non ha mai neanche tentato di essere imparziale e distaccata, risultando anzi spudoratamente di parte e grottescamente propagandistica, ma le cose a livello globale non stanno andando come ce la raccontano.

La Cina, che vanta un'antichissima sapienza diplomatica e ragiona da millenni in prospettiva storica, non ha mai cessato di offrire alla Russia un punto d'appoggio ed uno sfogo commerciale, mentre una parte rilevante delle nazioni detentrici di risorse naturali e materie prime si rifiuta ostinatamente di aderire alle sanzioni contro la Russia, rendendo il presunto "cinturamento" dell'economia russa più una pretesa che un fatto compiuto.

Il quadro generale delle alleanze USA è alquanto instabile.      Alleati ritenuti affidabili cominciano a progettare un futuro nel quale Pennsylvania Avenue potrebbe perdere il posizionamento di favore attuale.  L'Arabia Saudita apre alla Siria del filorusso Al Assad, il sultano Erdogan gioca il ruolo di intermediario rifiutandosi di fare il "piazzista" di Foggy Bottom e la Cina si fa latrice di un progetto di pace che solo gli USA e la serva Europa si ostinano a non prendere in considerazione.

Il Corriere della Sera riporta degli incontri tra Xi Jinping e Putin.  Il presidente russo dichiara:  "valutiamo il piano di pace cinese", e Biden ribatte, molto prontamente: "diremmo no ad una richiesta di cessate il fuoco dalla Cina ora".    Nessuno chiede cosa ne pensino gli ucraini, non le marionette governative, ma quelli che vivono precariamente schivando bombe e proiettili, dato che le loro prevedibili risposte non sarebbero gradite, ammesso e per nulla concesso che i vari battaglioni della morte zelenskyani consentano una libera espressione.

Qui da noi qualcuno, in un thread social, si chiede:

 "ma perché Biden dice 'sta cosa? Il cessate il fuoco dovrebbe essere chiesto agli USA?"

e qualcuno gli risponde:

"no, ma gli USA rispondono per tutti, nel caso qualcuno 'sbagliasse' risposta".

Un botta e risposta che delinea abbastanza chiaramente un intreccio di relazioni che non è quello che viene spacciato ufficialmente, ma che emerge abbastanza chiaramente dalla nebbia delle frescacce che ci raccontano. 


sabato 18 marzo 2023

Lo scopo confessato della propaganda è persuadere e non illuminare... la propaganda è sempre un tentativo di asservimento. [Simone Veil]

Vladimir Putin, il satrapo moscovita, è stato colpito da un mandato d’arresto spiccato dalla Corte penale internazionale (Cpi) con l’accusa di deportazione illegale di "popolazione" (bambini) e di trasferimento illegale degli stessi dalle zone occupate dell'Ucraina verso la Federazione Russa.
Si tratta di un atto che in sostanza obbliga tutti i 123 Paesi del mondo che riconoscono quella Corte, inclusi i 27 Stati membri dell’Ue, a privare della libertà il leader del Cremlino qualora dovesse mettere piede in una di queste nazioni.

La cosa ha diversi aspetti grotteschi.  Il primo è che tra i paesi che non hanno ratificato il Trattato di Roma che istituì la Corte vi sono la Russia stessa, Israele, il Sudan e gli ispiratori ed istigatori del provvedimento, gli Stati Uniti, che certamente non possono rivendicare mani pulite ed anime candide per i numerosi misfatti compiuti, in proprio e per interposto fantoccio, nel loro interesse in ogni parte del globo.   D'altra parte perché mai avrebbero dovuto ratificare uno strumento che potrebbe metterli, con molte ragioni, sotto accusa?

Se dunque Putin si recasse a Washington i suoi più feroci oppositori non potrebbero fare altro che ospitarlo senza alcun modo di agire quel mandato, perlomeno legalmente, emesso per una presunta "deportazione" che, ad una lettura meno maliziosamente interessata, potrebbe perfino essere ritenuta un'iniziativa umanitaria.

Assurdo?   Non troppo dato che gran parte di quei bambini sono, mi risulta, degli "ucraini di serie B", ovvero appartenenti a quella parte di popolazione russofona che per un decennio ha subito, nel disinteresse totale dell'Occidente che oggi alimenta le fiamme del conflitto, le sevizie di un governo ucraino dedito alla pulizia etnica.     I bambini di cui si lamenta la deportazione sono gli stessi che Kiev ha bombardato per anni, ma ora vengono buoni per chiudere Putin nell'angolo.

Per lunghi e tormentatissimi anni le formazioni paramilitari neonaziste di Kiev, integrate nel dispositivo militare nazionale, hanno bombardato, seviziato, sequestrato e massacrato senza che dalle capitali europee, oggi così solerti nel condannare gli eccidi di Buča e Mariupol e celebrare la "resistenza all'Azovstal", venisse nemmeno un fiato, un sopracciglio alzato, un'iniziativa per risollevare le sorti di popolazioni condannate al martirio per il solo fatto di sentirsi troppo contigue al sentire russo.

I russi hanno spostato quei bambini in luoghi più sicuri, sottraendoli ad un inferno di morte e tormenti fisici, psicologici e morali?   E meno male, mi viene da dire.
No, Putin ha commesso molti misfatti, ma quello per cui è stato emesso il mandato non è, verosimilmente, tra quelli di cui dovrebbe rispondere, però ha il pregio di essere emotivamente remunerativo quando glielo contesti.     Il fatto che la Corte non abbia preso in considerazione altri crimini è certamente dovuto al fatto che gli accusatori, per altri delitti, non avrebbero potuto rivendicare alcuna innocenza. 

Il fatto è che nonostante il mondo sia pieno zeppo di leader di ogni declinazione politica cui possono essere tranquillamente contestati crimini anche più efferati di quello speciosamente attribuito a Putin, che pure ha molto di cui rispondere, quei leader dormono sonni tranquilli, del tutto sicuri che nessuno penserà mai di sottoporli ad identico trattamento, perché stanno dalla "parte giusta" del confronto geostrategico tra Russia, USA e Cina, o quantomeno non è ancora venuto il momento di toglierli di mezzo.

Questo mandato, nella sua evidente proditorietà, è destinato a rimanere lettera morta in realtà, il che aggiunge alla sua strumentalità un carico di svergognato cinismo, ma è stato emesso nel quadro di un'azione diplomatica e propagandistica spudorata, un costante florilegio di condizionamenti cui siamo sottoposti da molto tempo e in totale spregio del nostro diritto di conoscere la verità, o perlomeno di avere accesso a tutti gli elementi atti alla formazione di un giudizio autonomo sui fatti.

Non so voi, ma io sono molto stanco dello scarso rispetto che ci stanno dimostrando, tra l'altro mentre si gioca coi fiammiferi nel bel mezzo della polveriera.

P.S.  lo sapete chi altri non riconosce la Corte penale internazionale?
Esatto! L'Ucraina.     


venerdì 14 ottobre 2022

Andiamo spegnendoci. Quietamente? Non contiamoci troppo.


Il teorema della rana bollita è sempre in voga ed applicato con la perfidia che gli è connaturata.
Oggi viviamo in massimo grado una contraddizione che ci tiriamo dietro da 77 anni, da quando ci si è rifiutati di fare i conti con il nostro passato, dopo aver tenuto a battesimo la nascita del concetto stesso di fascismo.

Per anni abbiamo fatto finta di niente quando personaggi che si richiamavano più o meno scopertamente a quella dottrina politica giuravano fedeltà alla Costituzione antifascista che è alla base di una Repubblica nata dalla Resistenza, in un esercizio contraddittorio e menzognero.

Oggi uno di quei personaggi ricopre la seconda carica dello Stato, non più in supplenza, come è stato fino a prima del 25 settembre, ma proprio come titolare.
In caso di impedimento del Presidente della Repubblica il sulfureo Ignazio Benito Maria gli succederebbe fino al suo ristabilimento o alla designazione di un successore, e io tremo all'idea di cosa potrebbe accadere nel mentre e di chi potrebbe succedergli, con i voti di questo Parlamento e della truppa di presunti oppositori che hanno consentito che venisse eletto alla prima chiama.

Tremo non solo per via dei trascorsi giovanili del 
novello Presidente del Senato, ma anche perché ricordo che ai tempi dei fatti di Genova e della "macelleria messicana" della scuola Diaz, si insediò con il camerata Fini nelle sale operative delle varie forze dell'ordine che imperversarono nel capoluogo ligure senza incarichi ufficiali che ne giustificassero la presenza, ma fornendo inaggirabili "consigli" circa l'atteggiamento da tenere per stroncare il dissenso.

Del resto La Russa fu anche Ministro della Difesa, in uno dei molti momenti della "bollitura di rana" che abbiamo rinunciato a sottolineare con la dovuta energia.
A lui dobbiamo l'impiego improprio di soldati in servizio di ordine pubblico, fortemente e inutilmente osteggiato dai vertici stessi delle FF.AA. per l'impatto negativo che avrebbe avuto sulla prontezza operativa dei reparti impiegati, come infatti avvenne.
Immagino il brivido di piacere che lo colse contemplando strade presidiate da tute mimetiche e blindati nei posti di blocco.

Sempre a lui va imputato l'utilizzo dei fanti di marina del San Marco quali veri e propri contractors, ma pagati con fondi pubblici, sulle navi italiane in funzione di contrasto alla pirateria.
Messi su quelle navi in minuscoli drappelli, senza regole d'ingaggio chiare e in un contesto operativo confuso e mutevole, non poté che finire con l'indecorosa vicenda dei due marò, che vennero sostanzialmente abbandonati a sé stessi, per salvaguardare ricche vendite di armi all'India, e vennero riportati a casa solo grazie al bieco sfruttamento che proprio la destra che li inguaiò mise in scena ad affari conclusi, o sfumati, con l'abituale cinismo.

Oggi apprendiamo che anche alla Camera, con buona pace del principio di conferire una presidenza alle opposizioni, questa compagine di destra ha insediato, con fatica perché anche a destra si litiga assai, sul potere più che altro, un leghista omofobo e nominalmente beghino, ovvero un signore coi piedi piantati nel medioevo e affiliato ad un partito che fino a poco tempo fa vaneggiava di secessioni, anche qui dopo che i suoi esponenti avevano giurato sulla Costituzione che andavano calpestando.

E ancora dobbiamo vedere come verrà confezionato l'esecutivo, con quali contrattazioni da mercato del bestiame e quale bestiario ne verrà fuori, quali sconce designazioni verranno inverecondamente perfezionate.
Che so, l'insistentemente richiamato dicastero della Giustizia al condannato in via definitiva per frode fiscale Berlusconi, per esempio.
Ma siamo bolliti, può pure essere che ingoieremo tutto.

Un filosofo rumeno, Emil Cioran, che ebbe frequentazioni imbarazzanti sia col nazismo che con la sua versione rumena della Guardia di Ferro, sia pure allontanandosene successivamente, scrisse:

"Si può immaginare tutto, predire tutto, salvo fino a che punto si possa decadere".

Pare proprio che sia così. 

mercoledì 20 luglio 2022

Le conseguenze dei vostri atti vi prenderanno per i capelli anche se nel frattempo sarete diventati migliori. (F. Nietzsche)

Pur consapevole dei riflessi sull'agenda politica nazionale, non riesco ad appassionarmi agli scuotimenti di ciò che rimane del M5S.   Ciò che sta accadendo, la "libanizzazione" di un movimento politico divenuto in tempi record il primo partito italiano, dopo quello dell'astensione, è un esito previsto, anzi inevitabile, e scritto nell'ambiguità stessa della straordinaria impudenza con la quale si proponeva come soluzione definitiva per ogni problema, senza mai dire come avrebbe verosimilmente risolto.

Il Movimento paga il prezzo dell'indefinitezza, dell'ambiguità ideologica e della invereconda scaltrezza nel raccogliere, a suo tempo, consensi a prescindere.
Abilissimo nell'incamerare lo sdegno di un elettorato stomacato dall'indegnità della classe politica, non si è mai posto il problema di dover gestire il successo con azioni concrete e coerenti con il "tutto e contrario di tutto" che era la cifra della sua proposta, coperta dalla suprema vaccata del superamento di destra e sinistra.

Appena passato dall'opposizione alla responsabilità di governo si è scontrato con la dura realtà, uscendone sconfitto.    Destra e sinistra non sono solo parti politiche, anzi queste ultime sono solo le strutture che conseguono alla loro reale essenza, ovvero ai valori che conducono le scelte che vengono attivate per gestire una situazione.

Qualsiasi problema, sociale o politico, può essere analizzato e risolto sulla scorta di differenti considerazioni.  La destra analizza il problema e propone risposte in modo del tutto differente dalla sinistra, e le risposte dell'una sono totalmente irricevibili per l'altra, perché la sostanza intima, l'etica direi, che le caratterizza è incompatibile.
Così, una volta raggiunta la posizione di maggioranza relativa, i "ragazzi meravigliosi" si sono trovati a dover far seguire alle parole i fatti, e lì sono cominciati i guai.

Aver raccolto il favore di gente che la pensava in modo diametralmente opposto li ha messi nelle condizioni di non poter decidere nulla senza scontentare pezzi più meno rilevanti sia del personale politico che dell'elettorato che li aveva portati al successo.
Capitoli come immigrazione, lavoro, politica industriale, pianificazione strategica ponevano tutti la necessità di azioni che non potevano stare sotto la confortante coperta di una programmatica ambiguità.    Azionare una scelta precipitava il versante, destro o sinistro, lungo il quale si rotolava.

La cosa divenne immediatamente imbarazzante, dando seguito ad un mix micidiale di immobilità concettuale, subalternità culturale ad un alleato - coobbligato - ingombrante e ridicole affermazioni, come la grottesca "sconfitta della povertà" esibita in una goffissima recita amatoriale da una terrazza ministeriale.
Una volta toltosi di mezzo l'ingombrante Salvini, anche l'intesa coll'arcinemico PD è risultata imbarazzante e controproducente sul piano del consenso.

La vulgata del popolo pentastellato vuole che l'insuccesso sia dovuto ad una sorta di "vittoria mutilata" conseguente al mancato conseguimento di una maggioranza assoluta, una semplificazione che è dovuta ad visione grillesca improntata all'abituale analfabetismo politico dell'anziano guitto genovese.
Arrivare in Parlamento col 51% dei voti avrebbe consentito unicamente di non venire bullizzati dalla Lega, ma non avrebbe inciso per nulla sull'incapacità di tenere assieme il diavolo e l'acqua santa.

Solo due cose hanno rallentato il disfacimento di un sogno velleitario, e sono l'inaspettata buona prestazione del Movimento durante l'emergenza pandemica, grazie anche alla mutazione di Conte da sagoma cartonata di Presidente del Consiglio a sapiente regista, e la funzione svolta dal Reddito di Cittadinanza, sia durante quell'emergenza, quale sussidio per i molti che si sono ritrovati senza un lavoro, sia come argine alla protervia salariale di una parte datoriale avida e cinica; due effetti inaspettati e fortuiti, concretizzatisi a dispetto, direi, delle intenzioni del Movimento e ironicamente collocabili concettualmente sul lato sinistro dell'agire politico.

Oggi il Movimento è sotto uno spietato attacco da parte di gran parte dell'arco parlamentare per la renitenza contiana alla totale soggezione al "migliore dei migliori", ma i problemi più grossi, li ha al suo interno essendo diviso in molte bande dagli interessi più disparati, nobili e meno presentabili.   Quei problemi provengono dalla sua ambiguità genetica e, in quanto costitutivi, non possono essere risolti, solo subiti.

Qualche pezzo sopravviverà e molti altri scompariranno dalla scena,    Qualche suo esponente approderà presso lidi più sicuri, e magari qualcuno, particolarmente spregiudicato, continuerà a far danni per lustri, ma il fenomeno politico che avrebbe dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno è giunto al termine della sua corta parabola.


giovedì 14 aprile 2022

Il disastro è una catena di errori dalle conseguenze sottovalutate.


Oggi, 14 aprile del 2022, secondo pressoché tutte le fonti giornalistiche, Svezia e Finlandia si apprestano ad entrare nella NATO, e io credo che questo sia un importante successo della tossica manovra USA per destabilizzare non solo il versante orientale europeo, in funzione antirussa, ma l'intero continente.

Oggi siamo alla vigilia di una decisione che cambierà definitivamente gli assetti del nostro continente, e non in meglio.

I due paesi hanno convissuto con i due blocchi in una felice neutralità che ha consentito loro sviluppo e prosperità, dal '45 fino a poche settimane fa, in un modello che si sarebbe potuto applicare anche all'Ucraina, e con uguali prospettive di successo.   

Sarebbe stata questa infatti l'opzione che Scholz avrebbe dovuto prospettare a Zelens'kyj, prima che cominciassero a cantare i cannoni, ma lo statista in t-shirt grigioverde reputò più utile non ascoltare la voce europea, rifiutandone l'ascolto, perché quella americana risultava più seducente, anche se foriera di morte e distruzione.

La Russia, come non si stancano di ricordarci è l'invasore, e su questo non c'è alcun dubbio, che però questa veste sia gratuita e attribuibile esclusivamente alla ferinità, implicita e "naturale", dell'orso moscovita è alquanto opinabile.
Questo allevia in qualche modo le responsabilità russe?  Non proprio, non abbastanza comunque, ma vi sono ampie attenuanti generiche e responsabilità da distribuire anche a chi ha costruito con cinica determinazione i presupposti che hanno reso inevitabile il conflitto. 

Molte testate giornalistiche si affrettano a riportare che molti mezzi militari russi si sono avvicinati alla frontiera tra i due paesi, 
al solo accenno del possibile ingresso della Finlandia nella NATO.
La lettura caldamente suggerita del fatto è ovviamente tesa a dimostrare implicitamente gli intenti aggressivi della Russia, come se non fosse altrettanto plausibile leggere nella cosa sia la predisposizione di un assetto preventivo di difesa, sia un mezzo di pressione verso il governo di Helsinki, come a dire:

"se entrate a far parte dell'organismo militare che ci minaccia dalla caduta del Muro, stringendoci sempre più strettamente d'assedio, noi saremo pronti a reagire perché vediamo nella vostra scelta i presupposti di un'aggressione".


Come più di un analista ha fatto presente, inascoltato e delegittimato dalla regia bellicista che intossica l'informazione, qualsiasi nazione, gli USA per primi, subendo l'offensiva strategica oggi somministrata alla Russia, reagirebbe nei modi che ora stiamo rimproverando a Putin.

Quello che va delineandosi nello scacchiere scandinavo è sostanzialmente il processo di azione-reazione che ha portato al conflitto ucraino, privo solo della connivenza zelenskiana, sobillato dall'isteria scientemente indotta da una narrazione scaturita quasi integralmente dal dipartimento di guerra psicologica del Pentagono.

Svezia e Finlandia si muovono in un'ottica di difesa preventiva a fronte dell'intensificarsi della criticità di un quadro strategico reso instabile, con lucida determinazione, da chi suggerisce ipotesi aggressive allo scopo di rendere automatica l'attuazione proprio di quell'ottica.   
La Russia, a sua volta, dispone le sue pedine per scoraggiare intenti offensivi a suo danno e non sarebbe certo il primo conflitto causato dalla diffidenza reciproca.
Costruire le premesse per una replica di quel processo di retroazione, ora e alla luce della tossicità del precedente ucraino, è una mossa criminalmente avventata e lucidamente calcolata.

La strategia americana è sostanzialmente volta al contenimento del "concorrente" russo, possibilmente al suo depotenziamento, in un'ottica di prevalenza strategica, e il proposito passa attraverso la destabilizzazione di un'Europa che "non deve" raggiungere lo status di entità politica autonoma in grado di competere alla pari con gli altri "player", cosa peraltro non sgradita né alla Russia né alla Cina.

La seconda parte del piano sta funzionando alla grande.  L'Europa sta collaborando attivamente alla propria evirazione ed emergerà, se non vi saranno fuochi nucleari, gravata da pesanti vincoli economici e contrattuali, definitivamente sottoposta alla superiore potenza statunitense.
La prima parte però non sta funzionando altrettanto bene.  La Russia non sta infatti collaborando, diciamo così, con i piani elaborati a Washington.

Va costituendosi infatti una sostanziale alternativa allo status del dollaro quale valuta di elezione negli scambi commerciali mediante accordi esclusivi tra Russia, Cina, e produttori petroliferi asiatici, con l'adesione di numerosi stati sparsi nei continenti con spiccati sentimenti antiamericani.

Si tratta spesso di nazioni detentrici di risorse di pregio e per questo destinatarie di pesanti ingerenze statunitensi (Venezuela per dirne una) che sono alla base di quei sentimenti antiamericani, in un meccanismo infernale di retroazione.

La creazione di un'area di scambio alternativa al dollaro, e molto remunerativa, è forse il più evidente segno del fallimento, per tara congenita, dei piani americani, uno sviluppo assai sgradito all'inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, di cui deve incolpare solo sé stesso.

Gli USA potranno vincere in Europa, ma perdendo malamente nel resto del mondo, se ci fermeremo prima di opzioni nucleari che sterilizzeranno il pianeta.

A noi europei, agli ucraini prima di tutto, resterà da pagare un conto spropositatamente alto, con rateizzazioni a tassi usurai e per tempi "geologici".
Grazie di di niente Uncle Sam.

martedì 29 marzo 2022

Ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno. [W. Shakespeare]

Quando la Yugoslavia si dissolse, comprendemmo tutti che gli infoibamenti, ed altre atrocità a danno degli avversari, non furono una esclusiva del comunismo titino, bensì il modo abituale , non solo  balcanico, di "sistemare" le cose.

Ricordo che le cronache riportavano quotidianamente ogni genere di belluina nefandezza, ogni giorno peggiore e con un'agghiacciante trasversalità che non assolveva nessuna delle parti.   E nessuno infatti si salvava: bosniaci, serbi, croati, tutti quanti sfogavano un odio che era il distillato di generazioni su generazioni di prevaricazioni e faide nelle quali nessuno faceva sconti e, anzi, applicava puntualmente interessi usurai che rendevano le vendette indicibilmente atroci.

Un episodio che mi rimase impresso, nelle prime settimane di quella che divenne una lunga e atroce guerra, riportava ciò che successe in un villaggio serbo in territorio croato.
Un mattino in quell'abitato si avventurò un furgone con a bordo alcuni poliziotti croati.  Il mezzo venne prontamente circondato da una folla inferocita che disarmò i poliziotti e li immobilizzò con del fil di ferro intorno a polsi e caviglie, dopodiché una vecchina apparentemente innocua, a vederla in foto avrebbe potuto essere mia nonna, con la sua abituale tintura viola pallido sulla capigliatura cotonata, li evirò tutti con una corda di pianoforte.  Gli altri abitanti subito dopo cavarono loro gli occhi e poi li freddarono tutti, gettandoli in un dirupo.

Quella vecchina, riportava l'articolo de L'Espresso dal quale venni a conoscenza del fatto, da bambina aveva vissuto un dramma tremendo, quando una banda di Ustascia croati, collaborazionisti dell'occupante italiano, calò sulla fattoria della sua famiglia, trucidò il padre, gli zii ed i fratelli, sospettati di essere partigiani, violentò la mamma e le zie e la gettò in un pozzo, per non sentire le sue grida.

La banda poi se ne andò e la bimba rimase tre giorni in quel pozzo, fino a quando qualcuno, scampato al rastrellamento, non la estrasse.   
Per diversi anni perse l'uso della parola e non si riprese mai del tutto.

Quei poliziotti croati dunque pagarono il prezzo delle indegnità commesse dai loro padri.    Il fuoco vendicativo covò per decenni sotto l'apparente tranquillità dell'assetto federale instauratosi nel dopoguerra, pronto a rinfocolarsi alla prima occasione utile.

Probabilmente quegli ustascia croati, a loro volta, nel loro passato avevano subito qualche altra indegnità da parte di altri serbi con, a loro volta, vecchi conti da saldare con croati o bosniaci o chiunque altro, e via così, in una catena infinita che perpetua un odio implacabile, un retaggio tossico che si rinnova e si amplifica ad ogni generazione, seguendo una "contabilità" sanguinosa e bestiale.

Quella era la Yugoslavia, ma quel meccanismo non è una specificità esclusivamente balcanica, e infatti il mondo è pieno di teatri ove si rappresenta l'abiezione umana, di catene di morte che avrebbero bisogno di sforzi sovraumani per essere spezzate.

E' per questo che bisognerebbe sempre operare per la pace, anche a costo di compromessi talvolta difficili da digerire, perché il sangue versato è un consigliere crudele ed insaziabile; non risolve nulla e perpetua il male, amplificandolo.

Le catene di odio si esauriscono solo quando una delle parti viene annichilita, lasciando il vincitore profondamente segnato, alienato nelle sue qualità umane e mutilato nella sfera emotiva.  
E' peraltro piuttosto raro che una delle parti scompaia del tutto.  Rimane sempre qualche superstite che non avrà pace fino a quando qualcuno non pagherà per tutto ciò che ha dovuto subire, e chi pagherà in genere avrà il solo torto di essere della tribù sbagliata, pur non avendo avuto modo di partecipare ai peccati per i quali viene punito.

In questi giorni noi vediamo due popoli, che hanno più punti di contatto che differenze, impegnati a costruire le premesse per un'altra faida destinata a perpetuarsi.
Quando il conflitto conoscerà una sosta è probabile che si sarà già generato un altro "libro mastro" inesauribile, sul quale verranno annotate transazioni di sangue che non conosceranno mai un punto di bilancio, perché nessuno vuole veramente trovarlo quel punto, e le voci di chi invece lo cercherà verranno soverchiate dalle urla delle marionette manovrate da pupari che stanno fronteggiandosi cinicamente sulla pelle di gente che vorrebbe solo vivere in pace.

E' per questo che le grida d'incitamento che provengono da chi ritiene, peraltro sbagliando, di non rischiare nulla mi disgustano profondamente.
Non c'è niente di peggio del sepolcro imbiancato che si ammanta di una virtù che non gli appartiene.


lunedì 7 marzo 2022

In genere la gente litiga perché non sa discutere. (GK Chesterton)

Non sono più un ragazzino, i prossimi saranno 68, quindi ho maturato prospettive che mi consentono di apprezzare linee evolutive (o involutive?) nel modo di rapportarsi, e devo dire che non sono molto soddisfatto delle osservazioni che posso trarre.

Un tempo amavo molto discutere. Trovavo fosse un'attività stimolante e formativa, un modo per avere contatto con gli altri, per imparare e comprendere meglio il mondo circostante ed i processi che formavano la mia vita e le mie esperienze.

Amavo discutere anche con chi aveva opinioni diametralmente opposte alle mie, purché aperto al confronto, perché lo si faceva sempre cercando di sostanziare le proprie tesi costruendo un castello logico da confrontare col proprio interlocutore.

Questo non vuol dire che non lo si facesse con animosità, se le circostanze lo richiedevano, ma non di rado la discussione propiziava il suo più bel regalo: la possibilità di chiarire meglio il proprio pensiero, focalizzato dalle necessità espositive, e la sottolineatura di aspetti prima non individuati, emersi grazie proprio al confronto, che talvolta poteva perfino portarti a rivedere le tue stesse convinzioni, anche quelle più profonde, o quantomeno conducevano ad un loro affinamento. Anche le discussioni politiche, in genere le più infervorate, venivano condotte con rigore e senza mai rinunciare a uno standard di coerenza decente, pure al netto di aspetti propagandistici non sempre del tutto inappuntabili, ed io mi ci gettavo con entusiasmo, dato che ero stato cresciuto con il gusto del confronto. Solo in due casi mi ritraevo dalle discussioni: quando i temi erano o religiosi o sportivi. Nel primo caso non ero interessato a confrontarmi con verità rivelate e non negoziabili, cristallizzate in epoche precedenti, molto prosaiche negli scopi ultimi, a dispetto della spiritualità rivendicata, e convenientemente indifferenti alla logica.

Nel secondo, grazie soprattutto alla preminenza del tifo calcistico, mi trovavo estremamente a disagio con la "disonestà intellettuale" indispensabile al sostenimento dell'animosità verbale, direi necessaria e strenuamente perseguita, che tutti pareva ritenessero naturale e inevitabile, essendo il risultato finale perseguito l'annichilimento e l'umiliazione dell'avversario. Ne diffidavo per motivi "estetici", per la mancanza di rigore e la speciosità imperanti nelle confutazioni, ma anche per l'assenza di rispetto nei confronti dell'interlocutore e per il dispiego di una serietà cipigliosa e una sguaiataggine aggressiva espresse con un'intensità del tutto eccessiva rispetto al motivo del contendere. Oggi, come allora, quando esprimo questa mia disistima per la cifra delle discussioni sportive mi viene ribattuto, anche da vecchi amici e con una certa sufficienza, che se non sono pervaso dalla "passione" non posso capire. Esatto, e sono molto felice di non essere attrezzato per capirlo. Ritenevo, e ritengo tuttora, che il tifo sia una manifestazione tipica del concetto sottostante alla formula del "panem et circenses", un modo di veicolare capziosamente un disagio diffuso verso uno sfogo improduttivo e lontano dai reali responsabili delle situazioni che quel disagio lo hanno originato. E' inoltre il veicolo attraverso il quale lo scarso, anzi inesistente, rigore espositivo diventa lo standard dei confronti tra le persone, e questo, in tutta evidenza, è ciò che è accaduto e che abbiamo sotto agli occhi da molto tempo a questa parte. Oggi discutere mi è il più delle volte penoso, e la doppietta COVID-Ucraina mi ha lasciato boccheggiante sul pavimento, stordito per l'assoluta preponderanza dello standard "calcistico" che ha preso piede in ogni confronto dialettico. Il disprezzo per l'interlocutore emerge chiaramente dagli insulti espressi senza ritegno. L'assertività regna incontrastata, sicuro indice del timore di venire destabilizzati da dubbi che terremoterebbero certezze non adeguatamente meditate, costringendo a faticose elaborazioni, allo sviluppo di una capacità di analisi negletta e repressa. Il pensiero unico l'ha avuta quasi definitivamente vinta e si assiste al definitivo trionfo di un conformismo tossico e distruttivo. L'unico concetto chiaro è che il chiodo che sporge è il primo a venire ribattuto, ragione per la quale si resta tutti ben dentro ad un sentire codificato, che peraltro non ti mette al riparo dagli attacchi di chi ha scelto una "squadra" differente, o dai trollatori compulsivi che azzannano alla gola a prescindere, per quietare i propri demoni. Discutere continua a piacermi, ma riesco a farlo sempre meno frequentemente. Il più delle volte si tratta di farsi coprire di insulti. Le conclusioni che devo trarne mi sono insopportabili. Come abbiamo potuto lasciare che si arrivasse a questo?

lunedì 28 febbraio 2022

Una bugia fa in tempo a compiere mezzo giro del mondo prima che la verità riesca a mettersi i pantaloni. (W.Churchill)

In Ucraina, come in altre zone del pianeta (Palestina per esempio), si sommano questioni talvolta secolari ed irrisolte, con vendette incrociate e colpe che transitano incessantemente da un lato all'altro della barricata, in un continuo avvicendarsi dei ruoli di vittima e carnefice.


L'odio e la diffidenza sono la moneta comune che mantiene le situazioni oscillanti tra una calma apparente, carica però di tensione, e il riacutizzarsi di violenze e sopraffazione, senza mai arrivare ad una soluzione, ad un accomodamento qualsiasi in grado di dare un po' di sollievo e qualche prospettiva di pace permanente a popolazioni stremate e ostaggio delle logiche revansciste che fioriscono così rigogliose in quelle situazioni.

Quando poi i conflitti si acutizzano la verità, la prima vittima della guerra come diceva Eschilo già 25 secoli fa, viene completamente sommersa dalla menzogna; e certo non aiuta per nulla che dietro le ragioni, o i torti, dei diretti interessati vi siano i robusti appetiti ed interessi di potenti nazioni o di gruppi economici con le loro strategie ed esigenze geopolitiche.

L'informazione, televisiva e carta stampata indifferentemente, non ci è di alcun aiuto, dato che è sempre più spesso inverecondamente schierata con "qualcuno" e si presta volentieri alla diffusione di teoremi costruiti spudoratamente a tavolino dagli specialisti della propaganda.
Neppure i social possono, e neanche vogliono, dissipare la nebbia delle informazioni fasulle,  funzionando quasi sempre da cialtronesco e acritico megafono di ogni panzana, anche della più inverosimile.

Così, per dirne una, si piglia la foto di Zelens'kyj con la maglia n. 95 della nazionale ucraina e la si rielabora in modo da sostituire il numero con una svastica.
E chi non può che detestare i neonazisti? Solo i nipotini di Adolf, evidentemente, e non allevia la gravità della truffa iconografica il fatto che in effetti lo stato ucraino si regga anche sulla collaborazione coi neonazisti, con loro formazioni paramilitari integrate nelle proprie forze armate in un'alleanza con risvolti assurdi, dato che Zelens'kyj è di origini ebraiche.

La demoniaca alleanza con il cancro nazista è facilmente dimostrabile con altre evidenze fotografiche, non artefatte, quindi quel falso è un autogol degno del più disastrato idiota, o del più infingardo dei pataccari, ma forse anche un'astuto boccone avvelenato della propaganda ucraina, destinato a screditare la "rozza calunnia" putiniana.

E che dire della vicenda del blindato che travolge e schiaccia un'auto civile?   Una piccola storia miserabile la cui dinamica propagandistica risulta particolarmente rappresentativa della sfrontatezza con la quale si spacciano utili falsità.

In prima battuta si divulga il video come la prova provata di un atto volontario compiuto da un mezzo russo (che gira indisturbato in territorio controllato dagli ucraini?).
La risposta dei fiancheggiatori putiniani è che si tratta di un mezzo ucraino, mentre il video è del 2014.
Ecco allora che viene prontamente ribattuto che no, il video è di questi giorni.  
Si, ma il mezzo è ucraino e non russo.  
Che problema c'é, il blindato era stato appena rubato.  
Da chi? 
Ma dai russi, che diamine.   
Certo, sono quelli di prima, che in piena guerra scorrazzano per le città ucraine, rubando mezzi militari.

E via così, senza vergogna e con il minimo rispetto possibile per l'intelligenza dei fruitori, e lo posso capire perché tra chi manda giù tutto senza neanche un ruttino e chi vuole crederci, a che scopo farsi troppi problemi per la verosimiglianza e la decenza?

E noi siamo qui, che proviamo a farci un'idea di ciò che sta accadendo, cercando di ricondurre tutto a qualche ragione che non sia la semplice follia.
E infatti non è follia, non solo perlomeno.  Sono sporchi interessi giocati sulla pelle e in casa altrui.

La cosa esasperante è che ci é richiesto, ma dovrei dire imposto, di schierarci con l'una o con l'altra delle fazioni, secondo il proverbiale "senza se e senza ma".   
Accettano più volentieri che qualcuno concordi con "gli altri", piuttosto che con nessuno dei due, perché pare che abbiano orrore delle posizioni laiche.

Il fatto è che la Russia persegue le sue strategie, che puntano a ristabilire una zona d'influenza dissoltasi con la caduta del Muro, e lo fa con la solita spietata ed omicida determinazione.

Gli USA hanno a loro volta specifiche strategie di sterilizzazione dell'antagonista e per questo hanno incitato 
l'Ucraina ad esprimere la massima intolleranza, senza peraltro doversi sforzare più di tanto perché accadesse, promettendo aiuti che non poteva permettersi di fornire, se non andando ad uno scontro diretto con la Russia.

L'Ucraina attua da decenni provocazioni ed aggressioni alla componente russofona per innescare tensioni funzionali alla rivendicazione di una coperta NATO sotto la quale rintanarsi.

Putin è indubbiamente un gelido autocrate, ma non è l'unico figlio di puttana del mucchio.
In questa sordida vicenda ucraina io di giusti non ne vedo, vedo solo sciacalli che si aggirano per perseguire i loro sporchi interessi, e vedo anche milioni di vittime, le cui sofferenze sono ora al servizio di panzane propagandistiche sfrontate.

Vedo molti scagliarsi contro chi sostiene, oggettivamente o meno, Putin, e non si accorgono (non tutti, credo che qualcuno lo sappia benissimo) che stanno altrettanto oggettivamente sostenendo qualcuno che non ha minori responsabilità in ciò che sta accadendo.

Questa, purtroppo, non è una partita di calcio, quindi il tifo è fuori posto e anche le confortanti e convenzionali dicotomie "buoni/cattivi" o "indiani/cow boy" sono usurate e irrealistiche.