martedì 21 marzo 2023

“Vado matto per i piani ben riusciti!” [John "Hannibal" Smith]

Se qualcuno, a suo tempo, rimase interdetto per la precipitosa ritirata USA dall'Afghanistan, senza preavviso o ragioni immediatamente riconoscibili, lasciando in modo assolutamente prevedibile un paese in mano agli stessi talebani che furono la causa nominale dell'invasione americana (ops, a quanto pare c'è invasione ed invasione), ebbene direi che il quasi immediatamente successivo precipitare della questione ucraina può fornire qualche motivazione per quella ignominiosa ritirata: gli USA avevano bisogno di concentrarsi su un nuovo capitolo geostrategico.     

"Aggiustato" il fenomeno islamico, più o meno (o quanto basta), era arrivato il momento di dedicarsi al contenimento della Cina, silenziosamente arrembante ed inarrestabile, passando attraverso la destabilizzazione del gigante russo, che con il "paese di mezzo" pechinese ha una smisurata linea di confine.

Indurre la frantumazione della federazione russa in sparse sottounità fatte di signori della guerra in possesso di alcune testate nucleari, o perlomeno causare un "regime change" nel Cremlino, favorendo l'avvento di un nuovo satrapo più "western oriented", avrebbe conferito alla Cina un ingombrante problema confinario che l'avrebbe disturbata nella silenziosa ed inarrestabile scalata verso la supremazia economica che stava inseguendo.

In Ucraina già da tempo, circa un decennio o poco più, gli USA avevano nel frattempo  cominciato a "preparare" il terreno mediante Maidan, favorendo l'avvento di un revanscismo nazionalista di matrice neonazista che alimentò una guerra civile di stampo etnico a danno dei russofoni degli oblast orientali.

Era arrivato il momento di indurre nei moscoviti la necessità/opportunità (perché comunque il Cremlino ha una sua tendenza imperialista) di una risposta muscolare, per cui era necessario non avere risorse impegnate in buchi mediorientali privi di prospettive.
L'aggressività di Kiev venne alimentata con una dieta ipercalorica di promesse di aiuto e incitazioni ad un riscatto nazionalista ammantato di virtuosa affermazione del bene sul male.       Il gioco di provocazioni e reazioni scivolò sugli oliati binari dell'automatismo strategico pavloviano e ciò che "doveva succedere" successe.

Si potrebbe obiettare che offrire alla Cina la possibilità di sconfiggere un ipotizzato frammento siberiano della fu federazione moscovita, militarmente debole ancorchè in possesso di qualche testata, ma detentore di rilevanti risorse minerarie e naturali, non sia esattamente una pensata strategicamente ineccepibile, ma stiamo parlando di americani, cioè di gente inadatta a pensare in termini autenticamente e sagacemente strategici, una nazione che "sistema" i problemi  dell'oggi creandone di più grossi domani, come fa fin dalla sua indipendenza dalla corte britannica di re Giorgio III.

Comunque sia ora il sanguinario confronto è in atto.   Il prezzo più elevato lo stanno pagando gli ucraini di ogni tipo, seguiti dalle truppe russe, mercenarie o meno che siano (il gruppo Wagner non è meno esecrabile dell'americanissima Academi, la ex Blackwater, ma la cosa viene opportunamente dimenticata), mentre gli USA al momento si limitano a soffiare sul fuoco, a incitare a combattere "fino all'ultimo ucraino" e a impastoiare le potenzialità europee disgregando la coerenza politica UE e inducendo Bruxelles a dissipare la propria ricchezza in spese militari a vantaggio dei progetti imperiali statunitensi.

Tutto bene e secondo i piani?  Non proprio! E' difficile per noi europei  renderci conto di quanto i progetti americani stiano faticando ad affermarsi, perché la nostra sedicente "informazione" non ha mai neanche tentato di essere imparziale e distaccata, risultando anzi spudoratamente di parte e grottescamente propagandistica, ma le cose a livello globale non stanno andando come ce la raccontano.

La Cina, che vanta un'antichissima sapienza diplomatica e ragiona da millenni in prospettiva storica, non ha mai cessato di offrire alla Russia un punto d'appoggio ed uno sfogo commerciale, mentre una parte rilevante delle nazioni detentrici di risorse naturali e materie prime si rifiuta ostinatamente di aderire alle sanzioni contro la Russia, rendendo il presunto "cinturamento" dell'economia russa più una pretesa che un fatto compiuto.

Il quadro generale delle alleanze USA è alquanto instabile.      Alleati ritenuti affidabili cominciano a progettare un futuro nel quale Pennsylvania Avenue potrebbe perdere il posizionamento di favore attuale.  L'Arabia Saudita apre alla Siria del filorusso Al Assad, il sultano Erdogan gioca il ruolo di intermediario rifiutandosi di fare il "piazzista" di Foggy Bottom e la Cina si fa latrice di un progetto di pace che solo gli USA e la serva Europa si ostinano a non prendere in considerazione.

Il Corriere della Sera riporta degli incontri tra Xi Jinping e Putin.  Il presidente russo dichiara:  "valutiamo il piano di pace cinese", e Biden ribatte, molto prontamente: "diremmo no ad una richiesta di cessate il fuoco dalla Cina ora".    Nessuno chiede cosa ne pensino gli ucraini, non le marionette governative, ma quelli che vivono precariamente schivando bombe e proiettili, dato che le loro prevedibili risposte non sarebbero gradite, ammesso e per nulla concesso che i vari battaglioni della morte zelenskyani consentano una libera espressione.

Qui da noi qualcuno, in un thread social, si chiede:

 "ma perché Biden dice 'sta cosa? Il cessate il fuoco dovrebbe essere chiesto agli USA?"

e qualcuno gli risponde:

"no, ma gli USA rispondono per tutti, nel caso qualcuno 'sbagliasse' risposta".

Un botta e risposta che delinea abbastanza chiaramente un intreccio di relazioni che non è quello che viene spacciato ufficialmente, ma che emerge abbastanza chiaramente dalla nebbia delle frescacce che ci raccontano. 


sabato 18 marzo 2023

Lo scopo confessato della propaganda è persuadere e non illuminare... la propaganda è sempre un tentativo di asservimento. [Simone Veil]

Vladimir Putin, il satrapo moscovita, è stato colpito da un mandato d’arresto spiccato dalla Corte penale internazionale (Cpi) con l’accusa di deportazione illegale di "popolazione" (bambini) e di trasferimento illegale degli stessi dalle zone occupate dell'Ucraina verso la Federazione Russa.
Si tratta di un atto che in sostanza obbliga tutti i 123 Paesi del mondo che riconoscono quella Corte, inclusi i 27 Stati membri dell’Ue, a privare della libertà il leader del Cremlino qualora dovesse mettere piede in una di queste nazioni.

La cosa ha diversi aspetti grotteschi.  Il primo è che tra i paesi che non hanno ratificato il Trattato di Roma che istituì la Corte vi sono la Russia stessa, Israele, il Sudan e gli ispiratori ed istigatori del provvedimento, gli Stati Uniti, che certamente non possono rivendicare mani pulite ed anime candide per i numerosi misfatti compiuti, in proprio e per interposto fantoccio, nel loro interesse in ogni parte del globo.   D'altra parte perché mai avrebbero dovuto ratificare uno strumento che potrebbe metterli, con molte ragioni, sotto accusa?

Se dunque Putin si recasse a Washington i suoi più feroci oppositori non potrebbero fare altro che ospitarlo senza alcun modo di agire quel mandato, perlomeno legalmente, emesso per una presunta "deportazione" che, ad una lettura meno maliziosamente interessata, potrebbe perfino essere ritenuta un'iniziativa umanitaria.

Assurdo?   Non troppo dato che gran parte di quei bambini sono, mi risulta, degli "ucraini di serie B", ovvero appartenenti a quella parte di popolazione russofona che per un decennio ha subito, nel disinteresse totale dell'Occidente che oggi alimenta le fiamme del conflitto, le sevizie di un governo ucraino dedito alla pulizia etnica.     I bambini di cui si lamenta la deportazione sono gli stessi che Kiev ha bombardato per anni, ma ora vengono buoni per chiudere Putin nell'angolo.

Per lunghi e tormentatissimi anni le formazioni paramilitari neonaziste di Kiev, integrate nel dispositivo militare nazionale, hanno bombardato, seviziato, sequestrato e massacrato senza che dalle capitali europee, oggi così solerti nel condannare gli eccidi di Buča e Mariupol e celebrare la "resistenza all'Azovstal", venisse nemmeno un fiato, un sopracciglio alzato, un'iniziativa per risollevare le sorti di popolazioni condannate al martirio per il solo fatto di sentirsi troppo contigue al sentire russo.

I russi hanno spostato quei bambini in luoghi più sicuri, sottraendoli ad un inferno di morte e tormenti fisici, psicologici e morali?   E meno male, mi viene da dire.
No, Putin ha commesso molti misfatti, ma quello per cui è stato emesso il mandato non è, verosimilmente, tra quelli di cui dovrebbe rispondere, però ha il pregio di essere emotivamente remunerativo quando glielo contesti.     Il fatto che la Corte non abbia preso in considerazione altri crimini è certamente dovuto al fatto che gli accusatori, per altri delitti, non avrebbero potuto rivendicare alcuna innocenza. 

Il fatto è che nonostante il mondo sia pieno zeppo di leader di ogni declinazione politica cui possono essere tranquillamente contestati crimini anche più efferati di quello speciosamente attribuito a Putin, che pure ha molto di cui rispondere, quei leader dormono sonni tranquilli, del tutto sicuri che nessuno penserà mai di sottoporli ad identico trattamento, perché stanno dalla "parte giusta" del confronto geostrategico tra Russia, USA e Cina, o quantomeno non è ancora venuto il momento di toglierli di mezzo.

Questo mandato, nella sua evidente proditorietà, è destinato a rimanere lettera morta in realtà, il che aggiunge alla sua strumentalità un carico di svergognato cinismo, ma è stato emesso nel quadro di un'azione diplomatica e propagandistica spudorata, un costante florilegio di condizionamenti cui siamo sottoposti da molto tempo e in totale spregio del nostro diritto di conoscere la verità, o perlomeno di avere accesso a tutti gli elementi atti alla formazione di un giudizio autonomo sui fatti.

Non so voi, ma io sono molto stanco dello scarso rispetto che ci stanno dimostrando, tra l'altro mentre si gioca coi fiammiferi nel bel mezzo della polveriera.

P.S.  lo sapete chi altri non riconosce la Corte penale internazionale?
Esatto! L'Ucraina.     


venerdì 14 ottobre 2022

Andiamo spegnendoci. Quietamente? Non contiamoci troppo.


Il teorema della rana bollita è sempre in voga ed applicato con la perfidia che gli è connaturata.
Oggi viviamo in massimo grado una contraddizione che ci tiriamo dietro da 77 anni, da quando ci si è rifiutati di fare i conti con il nostro passato, dopo aver tenuto a battesimo la nascita del concetto stesso di fascismo.

Per anni abbiamo fatto finta di niente quando personaggi che si richiamavano più o meno scopertamente a quella dottrina politica giuravano fedeltà alla Costituzione antifascista che è alla base di una Repubblica nata dalla Resistenza, in un esercizio contraddittorio e menzognero.

Oggi uno di quei personaggi ricopre la seconda carica dello Stato, non più in supplenza, come è stato fino a prima del 25 settembre, ma proprio come titolare.
In caso di impedimento del Presidente della Repubblica il sulfureo Ignazio Benito Maria gli succederebbe fino al suo ristabilimento o alla designazione di un successore, e io tremo all'idea di cosa potrebbe accadere nel mentre e di chi potrebbe succedergli, con i voti di questo Parlamento e della truppa di presunti oppositori che hanno consentito che venisse eletto alla prima chiama.

Tremo non solo per via dei trascorsi giovanili del 
novello Presidente del Senato, ma anche perché ricordo che ai tempi dei fatti di Genova e della "macelleria messicana" della scuola Diaz, si insediò con il camerata Fini nelle sale operative delle varie forze dell'ordine che imperversarono nel capoluogo ligure senza incarichi ufficiali che ne giustificassero la presenza, ma fornendo inaggirabili "consigli" circa l'atteggiamento da tenere per stroncare il dissenso.

Del resto La Russa fu anche Ministro della Difesa, in uno dei molti momenti della "bollitura di rana" che abbiamo rinunciato a sottolineare con la dovuta energia.
A lui dobbiamo l'impiego improprio di soldati in servizio di ordine pubblico, fortemente e inutilmente osteggiato dai vertici stessi delle FF.AA. per l'impatto negativo che avrebbe avuto sulla prontezza operativa dei reparti impiegati, come infatti avvenne.
Immagino il brivido di piacere che lo colse contemplando strade presidiate da tute mimetiche e blindati nei posti di blocco.

Sempre a lui va imputato l'utilizzo dei fanti di marina del San Marco quali veri e propri contractors, ma pagati con fondi pubblici, sulle navi italiane in funzione di contrasto alla pirateria.
Messi su quelle navi in minuscoli drappelli, senza regole d'ingaggio chiare e in un contesto operativo confuso e mutevole, non poté che finire con l'indecorosa vicenda dei due marò, che vennero sostanzialmente abbandonati a sé stessi, per salvaguardare ricche vendite di armi all'India, e vennero riportati a casa solo grazie al bieco sfruttamento che proprio la destra che li inguaiò mise in scena ad affari conclusi, o sfumati, con l'abituale cinismo.

Oggi apprendiamo che anche alla Camera, con buona pace del principio di conferire una presidenza alle opposizioni, questa compagine di destra ha insediato, con fatica perché anche a destra si litiga assai, sul potere più che altro, un leghista omofobo e nominalmente beghino, ovvero un signore coi piedi piantati nel medioevo e affiliato ad un partito che fino a poco tempo fa vaneggiava di secessioni, anche qui dopo che i suoi esponenti avevano giurato sulla Costituzione che andavano calpestando.

E ancora dobbiamo vedere come verrà confezionato l'esecutivo, con quali contrattazioni da mercato del bestiame e quale bestiario ne verrà fuori, quali sconce designazioni verranno inverecondamente perfezionate.
Che so, l'insistentemente richiamato dicastero della Giustizia al condannato in via definitiva per frode fiscale Berlusconi, per esempio.
Ma siamo bolliti, può pure essere che ingoieremo tutto.

Un filosofo rumeno, Emil Cioran, che ebbe frequentazioni imbarazzanti sia col nazismo che con la sua versione rumena della Guardia di Ferro, sia pure allontanandosene successivamente, scrisse:

"Si può immaginare tutto, predire tutto, salvo fino a che punto si possa decadere".

Pare proprio che sia così. 

mercoledì 20 luglio 2022

Le conseguenze dei vostri atti vi prenderanno per i capelli anche se nel frattempo sarete diventati migliori. (F. Nietzsche)

Pur consapevole dei riflessi sull'agenda politica nazionale, non riesco ad appassionarmi agli scuotimenti di ciò che rimane del M5S.   Ciò che sta accadendo, la "libanizzazione" di un movimento politico divenuto in tempi record il primo partito italiano, dopo quello dell'astensione, è un esito previsto, anzi inevitabile, e scritto nell'ambiguità stessa della straordinaria impudenza con la quale si proponeva come soluzione definitiva per ogni problema, senza mai dire come avrebbe verosimilmente risolto.

Il Movimento paga il prezzo dell'indefinitezza, dell'ambiguità ideologica e della invereconda scaltrezza nel raccogliere, a suo tempo, consensi a prescindere.
Abilissimo nell'incamerare lo sdegno di un elettorato stomacato dall'indegnità della classe politica, non si è mai posto il problema di dover gestire il successo con azioni concrete e coerenti con il "tutto e contrario di tutto" che era la cifra della sua proposta, coperta dalla suprema vaccata del superamento di destra e sinistra.

Appena passato dall'opposizione alla responsabilità di governo si è scontrato con la dura realtà, uscendone sconfitto.    Destra e sinistra non sono solo parti politiche, anzi queste ultime sono solo le strutture che conseguono alla loro reale essenza, ovvero ai valori che conducono le scelte che vengono attivate per gestire una situazione.

Qualsiasi problema, sociale o politico, può essere analizzato e risolto sulla scorta di differenti considerazioni.  La destra analizza il problema e propone risposte in modo del tutto differente dalla sinistra, e le risposte dell'una sono totalmente irricevibili per l'altra, perché la sostanza intima, l'etica direi, che le caratterizza è incompatibile.
Così, una volta raggiunta la posizione di maggioranza relativa, i "ragazzi meravigliosi" si sono trovati a dover far seguire alle parole i fatti, e lì sono cominciati i guai.

Aver raccolto il favore di gente che la pensava in modo diametralmente opposto li ha messi nelle condizioni di non poter decidere nulla senza scontentare pezzi più meno rilevanti sia del personale politico che dell'elettorato che li aveva portati al successo.
Capitoli come immigrazione, lavoro, politica industriale, pianificazione strategica ponevano tutti la necessità di azioni che non potevano stare sotto la confortante coperta di una programmatica ambiguità.    Azionare una scelta precipitava il versante, destro o sinistro, lungo il quale si rotolava.

La cosa divenne immediatamente imbarazzante, dando seguito ad un mix micidiale di immobilità concettuale, subalternità culturale ad un alleato - coobbligato - ingombrante e ridicole affermazioni, come la grottesca "sconfitta della povertà" esibita in una goffissima recita amatoriale da una terrazza ministeriale.
Una volta toltosi di mezzo l'ingombrante Salvini, anche l'intesa coll'arcinemico PD è risultata imbarazzante e controproducente sul piano del consenso.

La vulgata del popolo pentastellato vuole che l'insuccesso sia dovuto ad una sorta di "vittoria mutilata" conseguente al mancato conseguimento di una maggioranza assoluta, una semplificazione che è dovuta ad visione grillesca improntata all'abituale analfabetismo politico dell'anziano guitto genovese.
Arrivare in Parlamento col 51% dei voti avrebbe consentito unicamente di non venire bullizzati dalla Lega, ma non avrebbe inciso per nulla sull'incapacità di tenere assieme il diavolo e l'acqua santa.

Solo due cose hanno rallentato il disfacimento di un sogno velleitario, e sono l'inaspettata buona prestazione del Movimento durante l'emergenza pandemica, grazie anche alla mutazione di Conte da sagoma cartonata di Presidente del Consiglio a sapiente regista, e la funzione svolta dal Reddito di Cittadinanza, sia durante quell'emergenza, quale sussidio per i molti che si sono ritrovati senza un lavoro, sia come argine alla protervia salariale di una parte datoriale avida e cinica; due effetti inaspettati e fortuiti, concretizzatisi a dispetto, direi, delle intenzioni del Movimento e ironicamente collocabili concettualmente sul lato sinistro dell'agire politico.

Oggi il Movimento è sotto uno spietato attacco da parte di gran parte dell'arco parlamentare per la renitenza contiana alla totale soggezione al "migliore dei migliori", ma i problemi più grossi, li ha al suo interno essendo diviso in molte bande dagli interessi più disparati, nobili e meno presentabili.   Quei problemi provengono dalla sua ambiguità genetica e, in quanto costitutivi, non possono essere risolti, solo subiti.

Qualche pezzo sopravviverà e molti altri scompariranno dalla scena,    Qualche suo esponente approderà presso lidi più sicuri, e magari qualcuno, particolarmente spregiudicato, continuerà a far danni per lustri, ma il fenomeno politico che avrebbe dovuto aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno è giunto al termine della sua corta parabola.


giovedì 14 aprile 2022

Il disastro è una catena di errori dalle conseguenze sottovalutate.


Oggi, 14 aprile del 2022, secondo pressoché tutte le fonti giornalistiche, Svezia e Finlandia si apprestano ad entrare nella NATO, e io credo che questo sia un importante successo della tossica manovra USA per destabilizzare non solo il versante orientale europeo, in funzione antirussa, ma l'intero continente.

Oggi siamo alla vigilia di una decisione che cambierà definitivamente gli assetti del nostro continente, e non in meglio.

I due paesi hanno convissuto con i due blocchi in una felice neutralità che ha consentito loro sviluppo e prosperità, dal '45 fino a poche settimane fa, in un modello che si sarebbe potuto applicare anche all'Ucraina, e con uguali prospettive di successo.   

Sarebbe stata questa infatti l'opzione che Scholz avrebbe dovuto prospettare a Zelens'kyj, prima che cominciassero a cantare i cannoni, ma lo statista in t-shirt grigioverde reputò più utile non ascoltare la voce europea, rifiutandone l'ascolto, perché quella americana risultava più seducente, anche se foriera di morte e distruzione.

La Russia, come non si stancano di ricordarci è l'invasore, e su questo non c'è alcun dubbio, che però questa veste sia gratuita e attribuibile esclusivamente alla ferinità, implicita e "naturale", dell'orso moscovita è alquanto opinabile.
Questo allevia in qualche modo le responsabilità russe?  Non proprio, non abbastanza comunque, ma vi sono ampie attenuanti generiche e responsabilità da distribuire anche a chi ha costruito con cinica determinazione i presupposti che hanno reso inevitabile il conflitto. 

Molte testate giornalistiche si affrettano a riportare che molti mezzi militari russi si sono avvicinati alla frontiera tra i due paesi, 
al solo accenno del possibile ingresso della Finlandia nella NATO.
La lettura caldamente suggerita del fatto è ovviamente tesa a dimostrare implicitamente gli intenti aggressivi della Russia, come se non fosse altrettanto plausibile leggere nella cosa sia la predisposizione di un assetto preventivo di difesa, sia un mezzo di pressione verso il governo di Helsinki, come a dire:

"se entrate a far parte dell'organismo militare che ci minaccia dalla caduta del Muro, stringendoci sempre più strettamente d'assedio, noi saremo pronti a reagire perché vediamo nella vostra scelta i presupposti di un'aggressione".


Come più di un analista ha fatto presente, inascoltato e delegittimato dalla regia bellicista che intossica l'informazione, qualsiasi nazione, gli USA per primi, subendo l'offensiva strategica oggi somministrata alla Russia, reagirebbe nei modi che ora stiamo rimproverando a Putin.

Quello che va delineandosi nello scacchiere scandinavo è sostanzialmente il processo di azione-reazione che ha portato al conflitto ucraino, privo solo della connivenza zelenskiana, sobillato dall'isteria scientemente indotta da una narrazione scaturita quasi integralmente dal dipartimento di guerra psicologica del Pentagono.

Svezia e Finlandia si muovono in un'ottica di difesa preventiva a fronte dell'intensificarsi della criticità di un quadro strategico reso instabile, con lucida determinazione, da chi suggerisce ipotesi aggressive allo scopo di rendere automatica l'attuazione proprio di quell'ottica.   
La Russia, a sua volta, dispone le sue pedine per scoraggiare intenti offensivi a suo danno e non sarebbe certo il primo conflitto causato dalla diffidenza reciproca.
Costruire le premesse per una replica di quel processo di retroazione, ora e alla luce della tossicità del precedente ucraino, è una mossa criminalmente avventata e lucidamente calcolata.

La strategia americana è sostanzialmente volta al contenimento del "concorrente" russo, possibilmente al suo depotenziamento, in un'ottica di prevalenza strategica, e il proposito passa attraverso la destabilizzazione di un'Europa che "non deve" raggiungere lo status di entità politica autonoma in grado di competere alla pari con gli altri "player", cosa peraltro non sgradita né alla Russia né alla Cina.

La seconda parte del piano sta funzionando alla grande.  L'Europa sta collaborando attivamente alla propria evirazione ed emergerà, se non vi saranno fuochi nucleari, gravata da pesanti vincoli economici e contrattuali, definitivamente sottoposta alla superiore potenza statunitense.
La prima parte però non sta funzionando altrettanto bene.  La Russia non sta infatti collaborando, diciamo così, con i piani elaborati a Washington.

Va costituendosi infatti una sostanziale alternativa allo status del dollaro quale valuta di elezione negli scambi commerciali mediante accordi esclusivi tra Russia, Cina, e produttori petroliferi asiatici, con l'adesione di numerosi stati sparsi nei continenti con spiccati sentimenti antiamericani.

Si tratta spesso di nazioni detentrici di risorse di pregio e per questo destinatarie di pesanti ingerenze statunitensi (Venezuela per dirne una) che sono alla base di quei sentimenti antiamericani, in un meccanismo infernale di retroazione.

La creazione di un'area di scambio alternativa al dollaro, e molto remunerativa, è forse il più evidente segno del fallimento, per tara congenita, dei piani americani, uno sviluppo assai sgradito all'inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, di cui deve incolpare solo sé stesso.

Gli USA potranno vincere in Europa, ma perdendo malamente nel resto del mondo, se ci fermeremo prima di opzioni nucleari che sterilizzeranno il pianeta.

A noi europei, agli ucraini prima di tutto, resterà da pagare un conto spropositatamente alto, con rateizzazioni a tassi usurai e per tempi "geologici".
Grazie di di niente Uncle Sam.

martedì 29 marzo 2022

Ama tutti, credi a pochi e non far del male a nessuno. [W. Shakespeare]

Quando la Yugoslavia si dissolse, comprendemmo tutti che gli infoibamenti, ed altre atrocità a danno degli avversari, non furono una esclusiva del comunismo titino, bensì il modo abituale , non solo  balcanico, di "sistemare" le cose.

Ricordo che le cronache riportavano quotidianamente ogni genere di belluina nefandezza, ogni giorno peggiore e con un'agghiacciante trasversalità che non assolveva nessuna delle parti.   E nessuno infatti si salvava: bosniaci, serbi, croati, tutti quanti sfogavano un odio che era il distillato di generazioni su generazioni di prevaricazioni e faide nelle quali nessuno faceva sconti e, anzi, applicava puntualmente interessi usurai che rendevano le vendette indicibilmente atroci.

Un episodio che mi rimase impresso, nelle prime settimane di quella che divenne una lunga e atroce guerra, riportava ciò che successe in un villaggio serbo in territorio croato.
Un mattino in quell'abitato si avventurò un furgone con a bordo alcuni poliziotti croati.  Il mezzo venne prontamente circondato da una folla inferocita che disarmò i poliziotti e li immobilizzò con del fil di ferro intorno a polsi e caviglie, dopodiché una vecchina apparentemente innocua, a vederla in foto avrebbe potuto essere mia nonna, con la sua abituale tintura viola pallido sulla capigliatura cotonata, li evirò tutti con una corda di pianoforte.  Gli altri abitanti subito dopo cavarono loro gli occhi e poi li freddarono tutti, gettandoli in un dirupo.

Quella vecchina, riportava l'articolo de L'Espresso dal quale venni a conoscenza del fatto, da bambina aveva vissuto un dramma tremendo, quando una banda di Ustascia croati, collaborazionisti dell'occupante italiano, calò sulla fattoria della sua famiglia, trucidò il padre, gli zii ed i fratelli, sospettati di essere partigiani, violentò la mamma e le zie e la gettò in un pozzo, per non sentire le sue grida.

La banda poi se ne andò e la bimba rimase tre giorni in quel pozzo, fino a quando qualcuno, scampato al rastrellamento, non la estrasse.   
Per diversi anni perse l'uso della parola e non si riprese mai del tutto.

Quei poliziotti croati dunque pagarono il prezzo delle indegnità commesse dai loro padri.    Il fuoco vendicativo covò per decenni sotto l'apparente tranquillità dell'assetto federale instauratosi nel dopoguerra, pronto a rinfocolarsi alla prima occasione utile.

Probabilmente quegli ustascia croati, a loro volta, nel loro passato avevano subito qualche altra indegnità da parte di altri serbi con, a loro volta, vecchi conti da saldare con croati o bosniaci o chiunque altro, e via così, in una catena infinita che perpetua un odio implacabile, un retaggio tossico che si rinnova e si amplifica ad ogni generazione, seguendo una "contabilità" sanguinosa e bestiale.

Quella era la Yugoslavia, ma quel meccanismo non è una specificità esclusivamente balcanica, e infatti il mondo è pieno di teatri ove si rappresenta l'abiezione umana, di catene di morte che avrebbero bisogno di sforzi sovraumani per essere spezzate.

E' per questo che bisognerebbe sempre operare per la pace, anche a costo di compromessi talvolta difficili da digerire, perché il sangue versato è un consigliere crudele ed insaziabile; non risolve nulla e perpetua il male, amplificandolo.

Le catene di odio si esauriscono solo quando una delle parti viene annichilita, lasciando il vincitore profondamente segnato, alienato nelle sue qualità umane e mutilato nella sfera emotiva.  
E' peraltro piuttosto raro che una delle parti scompaia del tutto.  Rimane sempre qualche superstite che non avrà pace fino a quando qualcuno non pagherà per tutto ciò che ha dovuto subire, e chi pagherà in genere avrà il solo torto di essere della tribù sbagliata, pur non avendo avuto modo di partecipare ai peccati per i quali viene punito.

In questi giorni noi vediamo due popoli, che hanno più punti di contatto che differenze, impegnati a costruire le premesse per un'altra faida destinata a perpetuarsi.
Quando il conflitto conoscerà una sosta è probabile che si sarà già generato un altro "libro mastro" inesauribile, sul quale verranno annotate transazioni di sangue che non conosceranno mai un punto di bilancio, perché nessuno vuole veramente trovarlo quel punto, e le voci di chi invece lo cercherà verranno soverchiate dalle urla delle marionette manovrate da pupari che stanno fronteggiandosi cinicamente sulla pelle di gente che vorrebbe solo vivere in pace.

E' per questo che le grida d'incitamento che provengono da chi ritiene, peraltro sbagliando, di non rischiare nulla mi disgustano profondamente.
Non c'è niente di peggio del sepolcro imbiancato che si ammanta di una virtù che non gli appartiene.


lunedì 7 marzo 2022

In genere la gente litiga perché non sa discutere. (GK Chesterton)

Non sono più un ragazzino, i prossimi saranno 68, quindi ho maturato prospettive che mi consentono di apprezzare linee evolutive (o involutive?) nel modo di rapportarsi, e devo dire che non sono molto soddisfatto delle osservazioni che posso trarre.

Un tempo amavo molto discutere. Trovavo fosse un'attività stimolante e formativa, un modo per avere contatto con gli altri, per imparare e comprendere meglio il mondo circostante ed i processi che formavano la mia vita e le mie esperienze.

Amavo discutere anche con chi aveva opinioni diametralmente opposte alle mie, purché aperto al confronto, perché lo si faceva sempre cercando di sostanziare le proprie tesi costruendo un castello logico da confrontare col proprio interlocutore.

Questo non vuol dire che non lo si facesse con animosità, se le circostanze lo richiedevano, ma non di rado la discussione propiziava il suo più bel regalo: la possibilità di chiarire meglio il proprio pensiero, focalizzato dalle necessità espositive, e la sottolineatura di aspetti prima non individuati, emersi grazie proprio al confronto, che talvolta poteva perfino portarti a rivedere le tue stesse convinzioni, anche quelle più profonde, o quantomeno conducevano ad un loro affinamento. Anche le discussioni politiche, in genere le più infervorate, venivano condotte con rigore e senza mai rinunciare a uno standard di coerenza decente, pure al netto di aspetti propagandistici non sempre del tutto inappuntabili, ed io mi ci gettavo con entusiasmo, dato che ero stato cresciuto con il gusto del confronto. Solo in due casi mi ritraevo dalle discussioni: quando i temi erano o religiosi o sportivi. Nel primo caso non ero interessato a confrontarmi con verità rivelate e non negoziabili, cristallizzate in epoche precedenti, molto prosaiche negli scopi ultimi, a dispetto della spiritualità rivendicata, e convenientemente indifferenti alla logica.

Nel secondo, grazie soprattutto alla preminenza del tifo calcistico, mi trovavo estremamente a disagio con la "disonestà intellettuale" indispensabile al sostenimento dell'animosità verbale, direi necessaria e strenuamente perseguita, che tutti pareva ritenessero naturale e inevitabile, essendo il risultato finale perseguito l'annichilimento e l'umiliazione dell'avversario. Ne diffidavo per motivi "estetici", per la mancanza di rigore e la speciosità imperanti nelle confutazioni, ma anche per l'assenza di rispetto nei confronti dell'interlocutore e per il dispiego di una serietà cipigliosa e una sguaiataggine aggressiva espresse con un'intensità del tutto eccessiva rispetto al motivo del contendere. Oggi, come allora, quando esprimo questa mia disistima per la cifra delle discussioni sportive mi viene ribattuto, anche da vecchi amici e con una certa sufficienza, che se non sono pervaso dalla "passione" non posso capire. Esatto, e sono molto felice di non essere attrezzato per capirlo. Ritenevo, e ritengo tuttora, che il tifo sia una manifestazione tipica del concetto sottostante alla formula del "panem et circenses", un modo di veicolare capziosamente un disagio diffuso verso uno sfogo improduttivo e lontano dai reali responsabili delle situazioni che quel disagio lo hanno originato. E' inoltre il veicolo attraverso il quale lo scarso, anzi inesistente, rigore espositivo diventa lo standard dei confronti tra le persone, e questo, in tutta evidenza, è ciò che è accaduto e che abbiamo sotto agli occhi da molto tempo a questa parte. Oggi discutere mi è il più delle volte penoso, e la doppietta COVID-Ucraina mi ha lasciato boccheggiante sul pavimento, stordito per l'assoluta preponderanza dello standard "calcistico" che ha preso piede in ogni confronto dialettico. Il disprezzo per l'interlocutore emerge chiaramente dagli insulti espressi senza ritegno. L'assertività regna incontrastata, sicuro indice del timore di venire destabilizzati da dubbi che terremoterebbero certezze non adeguatamente meditate, costringendo a faticose elaborazioni, allo sviluppo di una capacità di analisi negletta e repressa. Il pensiero unico l'ha avuta quasi definitivamente vinta e si assiste al definitivo trionfo di un conformismo tossico e distruttivo. L'unico concetto chiaro è che il chiodo che sporge è il primo a venire ribattuto, ragione per la quale si resta tutti ben dentro ad un sentire codificato, che peraltro non ti mette al riparo dagli attacchi di chi ha scelto una "squadra" differente, o dai trollatori compulsivi che azzannano alla gola a prescindere, per quietare i propri demoni. Discutere continua a piacermi, ma riesco a farlo sempre meno frequentemente. Il più delle volte si tratta di farsi coprire di insulti. Le conclusioni che devo trarne mi sono insopportabili. Come abbiamo potuto lasciare che si arrivasse a questo?