domenica 24 gennaio 2016

Il (dis)credito

Al momento ci si è dimenticati dei grandi gruppi bancari e del superlavoro cui sono costretti i loro servizi di contenzioso.
Chiodo scaccia chiodo, ed ora la ribalta è dei piccoli istituti di credito cui si rimproverano legami con la politica (come se i big non li avessero a loro volta) e inconfessabili conflitti d'interesse.

Nel nostro paese non pensar male è azzardato e da sprovveduti, ma anche fuorviante e porta a tagliare il salume a fette grosse.
Non sempre le piccole banche hanno erogato fidi e finanziamenti "ad minchiam". La loro natura territoriale ha portato anche ad erogazioni incaute e forse troppo fiduciose, ma non necessariamente sospette. Il che è comunque un grosso errore gestionale, intendiamoci, ma non necessariamente motivato da intrighi della sottopolitica o da conflitti d'interesse, come nel caso del management di Banca dell'Etruria.

Si può finanziare un piccolo operatore economico, assisterlo nel ciclo degli acquisti, smobilizzargli il credito e concedergli un piccolo fido di cassa, ma poi questo operatore, che lavorerebbe bene, si ritrova con una clientela che non paga, e ciò avviene perché un grosso gruppo bancario non solo non eroga nuova finanza, ma la mette a rientro.

Poi vai a esaminare questo grosso gruppo e scopri che mette a rientro perché il suo contenzioso, che ingoierebbe tranquillamente il bilancio della piccola banca, proviene da incaute operazioni milionarie, a favore di potenti gruppi economici.

Che so, uno squalo della finanza (ne abbiamo più di quanti ce ne possiamo permettere) che, con un capitale da srl, mediante catene di partecipazioni finanziate peraltro da interventi bancari, acquista grandi società, con la connivenza della politica, per indebitarle all'inverosimile e andarsene col malloppo altrove.

Oppure un mostruoso finanziamento in pool con altre banche per erogare milioni di Euro a immobiliari ipertrofiche, che poi edificheranno su terreni non bonificati o costruiranno quartieri ultrapretenziosi, ricavati sventrando quartieri storici e non aree dismesse, pieni di arditi grattacieli il cui costo al metro quadro, in concomitanza della crisi economica, sarà tale da lasciare percentuali di invenduto terrificanti, rendendo quei finanziamenti non dissimili da partecipazioni azionarie svalutate.

E' il mondo del credito nella sua totalità che è in crisi, le piccole come le grandi banche, qui in Italia o altrove, ed uno dei motivi principali alla base di questa crisi è che hanno smesso di essere istituti di credito per divenire finanziarie, centri di brokeraggio e malaccorte imitazioni di società di private equity.

E teniamo sempre in mente che le loro scommesse non le fanno con fondi propri.

lunedì 18 gennaio 2016

Due di picche con briscola a fiori.


Un anno fa, in occasione dell'uscita di Cofferati dal PD, a seguito dell'opaca vicenda delle primarie liguri, leggevo una dichiarazione di Enrico Rossi - presidente della Regione Toscana - il quale, con rara improntitudine, affidava a Facebook questa riflessione:
«Capisco l'amarezza e anche la denuncia di Sergio Cofferati, alla cui campagna ho provato a dare sostegno con l'apprezzamento per la svolta che voleva dare alle politiche del territorio.

Ma Sergio sbaglia a abbandonare il partito. Le battaglie si fanno dentro non fuori.

Altrimenti per coerenza dovrebbe dare le dimissioni dall'incarico in Europa essendo stato eletto con il PD.
Civati esulta e parla di scissione. Ma non é di divisioni e partitini che ha bisogno la sinistra.
Il nostro popolo ci chiede di impegnarci nella lotta per il lavoro e non in quella per le poltrone». 

La cosa che più mi colpì fu quell'ipocrita asserzione circa il fatto che "le battaglie si fanno dentro e non fuori", perché è del tutto evidente che dentro il PD le battaglie non si fanno proprio. 

O ci si accoda al capo, oppure ci si mette nell'ombra, proponendo interpretazioni dell'Amleto shakesperiano a là façon Civati, o diventando la bestia nera alla Mineo, due personaggi noti per la loro "influenza" in seno al partito.

Civati e Mineo, nel frattempo, sono usciti e l'hanno fatto nel modo meno produttivo possibile, secondo me, svuotando di significato la decisione di Cofferati, e decidendo, nel caso di Civati, come pure di Fassina, di procedere isolatamente con una minuscola creatura politica che non ha neanche fatto il gesto di guardarsi intorno per costruire alleanze.

Ho in proposito pensieri precisi. Sono solo i miei pensieri, dunque non fanno legge, ma ne traggo alcune conseguenze.

I vari "minoritari" del PD, Civati, Fassina e Mineo, per citare i più conosciuti, stando all'interno del partito non hanno mai operato in modo da "coagulare" un contrasto alla deriva renziana. 
Hanno, questo si, elevato alti lai, spesso conquistandosi qualche evidenza mediatica, ma hanno evitato accuratamente, con un grado di consapevolezza sul quale vorrei non pronunciarmi, di divenire qualcosa con la quale fare i conti.

A sostegno di questa mia convinzione credo sia sufficiente ricordare cosa è accaduto quando è stato il momento di manifestare un dissenso effettivo e produttivo sul piano pratico, quando cioè c'era da votare contro qualche provvedimento turboliberista.
Non si trattava di impedirne l'approvazione, dato che i dissidenti non ne avrebbero avuto la forza, ma di dare corpo ad 
una compagine coesa e potenzialmente in grado di fungere da germe, da ancoraggio per un'alternativa al renzismo, palesandone l'esistenza.

Ma loro, sistematicamente, cosa hanno fatto invece? Hanno forse votato contro, assumendosi la responsabilità di far seguire alle loro
 analisi assai critiche le necessarie conseguenze operative? Si sono astenuti, al Senato dove tale cosa avrebbe avuto l'effetto pratico di un voto contrario? Sono stati coerenti con le severe e condivisibili valutazioni degli effetti dei vari job act, Italicum e atti preparatori per lo scempio degli assetti costituzionali? 
No, maledizione, non lo hanno fatto. Si sono alzati dai loro inutili scranni e sono andati alla buvette, a prendersi un caffè, curando nel contempo di rilasciare qualche indignata dichiarazione al cronista di turno.
Quando poi sono usciti, finalmente, dal partito l'hanno fatto infliggendo il minimo disturbo possibile, da perdenti e sconfitti, lasciando il vasto popolo PD, che sperava nel concretarsi di una rappresentanza persa da lungo tempo, col cerino in mano.

E cosa hanno fatto poi tutti questi rodomonti da operetta? Ma un altro soggetto politico ovviamente, che magari si è pure guardato in giro, ma non per stringere alleanze, bensì per acquisire truppe cammellate da spendere in iniziative velleitarie, come i banchetti per i referendum immediatamente promossi da Possibile, con l'inchiostro dell'atto del loro documento costitutivo ancora umido.

Un'iniziativa, questa, magari giustissima, ma progettata in modo da spuntare caselle su di una "to do list", non certo per conseguire risultati.       Non si indicono raccolte di firme con venti giorni di preavviso, un trimestre di tempo per farlo e con agosto in mezzo, oppure lo si fa per poi esibire un medagliere.

Sono stato rimproverato per questo giudizio, ritenuto ingeneroso, e mi è stato opposto, da un simpatizzante di Possibile, che Civati ha cercato pervicacemente un rapporto col resto della sinistra, attribuendo il suo ritardo per l'uscita dal PD proprio a questa "vana" aspettativa, ma che il resto della sinistra ha nicchiato.
Può essere, ma se il buon Pippo fosse stato meno problematico e più concreto, un pochino meno furbo, magari questa sinistra - la base se non un'accidiosa dirigenza - avrebbe trovato in lui un'interlocutore credibile e avrebbe potuto magari fidarsi e raccogliersi per un riscatto che ci è assolutamente necessario.    Però questo non  lo sapremo mai naturalmente


Il fatto è che se è vero che Sinistra Italiana, secondo i nostri migliori "peggiori" vizi, non si cura di Possibile, è pure vero il contrario.   
Si, ha ragione il compagno di Possibile, la sinistra, chiamata al raduno, nicchia, ma lo fa perché ciascuno ha le sue mene egemoniche. 
Non esiste alcuna possibilità di sintesi nei detriti della sinistra organizzata, perché ciascuno, uscendo dalla casa-partito originale, si è portato dietro vecchi vizi e tare esiziali.
Ma se tutta questa gente chiedesse scusa per i ripetuti errori e per la miopia politica dimostrata, e sfoderasse un'inedita umiltà e sviluppasse una mai sperimentata capacità di ascolto, non cambierebbe forse qualcosa?

E invece no, qui stiamo ancora attendendo che il processo darwiniano faccia emergere il più forte, ma ci si è dimenticati che quel processo dà conto anche di specie estinte per inadattabilità, e che questo è un esito molto più comune del primo.

sabato 16 gennaio 2016

I tempi grami delle scelte ininfluenti.



Leggo, su Facebook, il commento che tal Adriano Valente scrive condividendo la dichiarazione rilasciata da Giachetti, candidato sindaco PD per Roma. 
Da una parte non posso che convenire col suo commento sull'insipienza degli elettori romani che votassero PD o PdL, dopo tutto quello che è successo, dall'altra mi chiedo cosa si aspetti facciano; che votino in massa M5S? Beh, non avrebbe torto. Il Movimento a Roma ha ottime chance, più per "merito" del PD, e delle bestialità che questo ha inanellato, che per propria virtù.

Io dico però che M5S, nei mesi scorsi, si è affannato a rincorrere ogni minima perturbazione nei quartieri e nelle borgate romane, spesso contendendosi gli spazi con Fratelli d'Italia e Casa Pound, con le loro stesse motivazioni - tagliare l'erba sotto i piedi di Marino - e con la stessa formula d'intervento: soluzioni poche, o assenti, soffiamenti vari sui tizzoni ardenti di una cittadinanza esasperata e da loro molto mal consigliata e martellante richiesta di dimissioni di Marino, l'alieno abbastanza incongruo paracadutato, per sbaglio come si sono presto accorti i vertici del PD, al governo della città.
Marino, con tutti i suoi numerosi errori era un elemento di evidente discontinuità con la passata gestione impresentabile del centrodestra e anche in aperto contrasto con il sottobosco politico così "ben frequentato" da un funzionariato PD alquanto "affaristico".
Dunque, ancora una volta, M5S propizia il compimento di disegni malaffaristici nei propri avversari, al fine di lucrare sulle contraddizioni che ha, a suo modo, favorito. Tanto peggio, tanto meglio........ e muoia Sansone con tutti i filistei.
Pertanto M5S vincerà la competizione elettorale e si assumerà la responsabilità della gestione dell'unica grande metropoli italiana, smisurata nelle dimensioni, come nell'ampiezza e diversificazione dei suoi problemi, e sfodererà, suppongo, la stessa sagacia, la stessa pregnanza gestionale già così ben dimostrate a Parma e Livorno dove, quando non intenti a far scoppiare problemi riescono a malapena a galleggiare.
Anche io penso che se i romani votassero PD o centrodestra si meriterebbero tutte le conseguenza che ne deriverebbero, ma sono anche convinto che si pentiranno presto anche dei nuovi sanculotti che si apprestano a vincere.
C'è una sola sconsolante verità: l'offerta politica è desolata e povera.
Pochissimo articolata, se non nel brand, propone una scelta suicida tra fellonia e arcigna intolleranza.
E così sarà fino a quando concederemo in appalto a terzi i nostri destini, perché qui nessuno esprime il proprio elettorato. Non lo fa il PD che sfugge alla prova elettorale sfruttando la continua successione di emergenze e millantando "cambi di verso" sostenuti solo dai propri artifizi statistici.
E neanche M5S, che ha finalmente cessato la propria ridicola simulazione di democrazia diretta, pochissimo frequentata, per dar spazio ad un direttorio eterodiretto dal titolare della Casaleggio e Associati, ci si prova a farlo. E perché mai dovrebbe? In fin dei conti non è lo strumento del sacro sdegno popolare? La sua legittimazione non proviene forse dal fatto che denuncia incessantemente il malcostume, pur senza fare "l'errore" di impegnarsi in qualche progetto compiuto? Non sono forse tutti gli altri così evidentemente indegni? E dunque, infine, non possono essere che loro la soluzione, non vi pare? E tanto basti!

sabato 5 dicembre 2015

Occasioni perse e treni da prendere.

Ho commentato, in un social network, un post relativo alle "furbizie" del PD milanese, in ordine allo psicodramma dell'individuazione di un candidato di "sinistra" per le prossime elezioni comunali. Il post è stato scritto da un esponente di SEL, che stimo e apprezzo, ma col quale da un po' di tempo mi ritrovo a battibeccare, essendo lui coinvolto, col suo partito, in un tentativo di salvataggio di "capra e cavoli" che a me sembra del tutto impraticabile.


Il post recita:
Ieri sera il PD ha fatto saltare la riunione del Comitato di Coalizione garante delle primarie milanesi... Non presentandosi.
Sembra che questo impedisca la partenza, il 7 dicembre, della raccolta firme per le candidature e di seguito lo slittamento delle primarie, cosa che il PD cittadino aveva fino all'altro ieri spergiurato non avrebbe fatto.
Bussolati cerca ora di attribuire a SEL e alle sue resistenze sulla candidatura Sala la colpa. Al di là del metodo infantile pre-politico del segretario cittadino del PD questo inizia a comportare una sfaldamento nel suo gruppo dirigente cittadino.
C'è già qualche dimissione e l'ipotesi di una "sindrome Paita" si sta presentando anche nel capoluogo lombardo.

Il mio primo commento si riferiva in realtà alla domanda - retorica - che un altro interlocutore poneva relativamente al bisogno di mantenere una difficilissima collaborazione con compagni di strada riottosi (il PD), i quali in tutta evidenza vogliono imboccare altri sentieri. Forse ci si è già dimenticati che Pisapia venne eletto da un fronte di elettori che trascendeva abbondantemente lo storicamente minoritario elettorato di sinistra lombardo, lettura che comprendo bene possa disgustare alcune persone.
L'impressione che ebbi ai tempi della sua elezione, infatti, fu che Pisapia fosse il "farmaco sintomatico" che la borghesia milanese applicò per allontanare le esperienze fallimentari di Moratti e Albertini, cosa che io collego al coinvolgimento, assolutamente risolutivo, di Assolombarda nella campagna elettorale.

Io credo che questi anni non siano stati ben spesi, non essendo riuscita la Coalizione Arancione a creare e cementare un'aggregazione meno occasionale e contingente, meno dipendente dall'appoggio moderato e meno esposta alle nefaste influenze di un PD renziano spregiudicato e, alla fine di tutto, animato da pregiudiziali sostanzialmente "anticomuniste".  


A differenza di quanto appare ipotizzabile per Roma Capitale, a Milano non è probabile un travolgente successo pentastellato e dunque a mio parere la città tornerà in mano al centrodestra, magari a conduzione Dem.  Un'occasione preziosa, unica e malamente persa, senza dubbio.

Le mie critiche non sono state ben accolte e mi è stato opposto un bilancio tutto sommato positivo dell'operato dell'amministrazione in carica, all'insegna del "ha ben operato, con alcuni limiti" e, argomentazione che si vorrebbe definitiva, giustificando certe convulsioni con l'esigenza primaria di essere responsabili 
verso i milanesi, cercando in tutti i modi di impedire un governo della destra eversiva (una declinazione dell'assai logoro principio del "voto utile").

La mia pessimistica analisi è quella di un "esterno", non addentro a certi meccanismi e lontano da una quotidiana esperienza di vita e vissuto nella città, ma è corroborata dalla testimonianza di una persona a me assai vicina, facente riferimento all'area cosiddetta "a sinistra del PD" e agente in un contesto, ora di natura privata, ma che gestisce un servizio pubblico essenziale per la città.
Questa persona mi ha raccontato dei reiterati tentativi di accesso e ascolto, presso Pisapia, per la denuncia di determinate storture sia occupazionali che operative nell'ambito del servizio ove opera, e del respingimento di tali addebiti da parte del sindaco con la formula, assai convenzionale, abusata e dal sapore formigoniano della cosiddetta "eccellenza cittadina", che gli consigliava di non sollevare polveroni.
Devo necessariamente aggiungere questa testimonianza, di cui sono in grado di valutare positivamente l'attendibilità, alle analisi che mi provengono dalla lettura di articoli giornalistici e dall'ascolto di servizi televisivi. 
Tutte queste cose mi dicono che Pisapia, come afferma l'esponente di SEL, ha "fatto bene, con alcuni limiti", e ci mancherebbe altro, ma pure che sia lui che la sinistra milanese non hanno potuto/saputo costruire le basi per il consolidamento di un coinvolgimento della cittadinanza. Quel coinvolgimento, prodigiosamente creatosi prima delle elezioni, fu un elemento innovativo di grandissima importanza è costituì il "carburante" essenziale di una vittoria di portata assolutamente storica. Però quel coinvolgimento è andato disperdendosi nel tempo, dissipato e stritolato da una conduzione quotidiana che ha dimenticato che la realtà milanese non è mai stata favorevole ad un clima di sinistra, soprattutto dopo che il PSI ha fatto terra bruciata dietro di sé.
Non sto a discutere tanto delle convulsioni delle varie forze politiche oggi e a ridosso della prossima tornata elettorale, ma credo che queste convulsioni siano la conseguenza diretta di una mancata costruzione di condizioni oggettive.

Io non so nulla, vivo altrove e magari mi sfugge qualcosa e le mie conclusioni soffrono per una mancata contiguità con le condizioni politiche di quella che fu la mia città. Forse la mia diffidenza verso una sinistra che continua a pensare in termini quasi esclusivamente tattici, e che si ostina a operare per linee interne e con logiche apicali e manovriere, costituisce un pregiudizio. Forse sono eccessivamente diffidente, però a me questa costante pratica di non coinvolgere la base, se non in quella vuota ritualità addomesticata che sono divenute le primarie, incute somma diffidenza, come strumentale e stucchevole trovo questa "urgenza" di costruire un argine a sinistra allo strapotere renziano. Si, certo, bisogna cominciare a ricostruire un tessuto, a ridare rappresentanza politica a classi e categorie che l'hanno persa, ma non siamo all'indomani di uno scivolone, dove basta raccogliere le carabattole che ci sono sfuggite dalle mani e riprendere come nulla fosse. Noi siamo alla fine di un ciclo che ha pervicacemente costruito i problemi ed ha neutralizzato, assiduamente e incoscientemente, ogni anticorpo possibile all'infezione liberale. Renzi ed il turbocapitalismo hanno già azzerato decenni di lotte politiche e sindacali, che vuoi difendere? Qui c'è da ripartire da capo. Ci abbiamo messo un sacco di tempo per evirarci così efficacemente, non riusciremo certo ad approntare, in pochi semestri, qualcosa di vitale e privo dei vizi che ci hanno fin qui condotto. Chi dovrebbe sorreggere la volontà di tutte queste dirigenze, tutte di lungo corso e tutte transfughe da precedenti disastri? Quali voti? Quelli di chi, completamente demoralizzato è andato a ingrossare le fila dell'astensione? O quelli di chi ha pensato di trovare nel "sanculottismo" di maniera pentastellato un succedaneo di rivolta indignata? Quella è tutta gente che è fuggita a gambe levate e che puoi recuperare solo se li convinci che la tua capacità di ascolto e la tua disponibilità a cedere quote decisionali verso il basso sono decisamente migliorate, cosa che, al momento, non mi pare si possa ravvedere nei detriti di quella che fu la sinistra della politica di questo paese.
Quello che ci manca è una declinazione italiana di Podemos, con la sua pratica politica fatta di condivisione, coinvolgimento ed elaborazione corale da parte dei diretti interessati, una cosa assai diversa dalla creatura civatiana, che si è fermata all'adozione di una discutibile traduzione del termine ispanico. Questo "buco" potrebbe essere riempito da un nuovo soggetto politico che, a breve si darà una forma ufficiale, dopo una lunga gestazione operata per il tramite dei social network; sto parlando del Movimento Essere Sinistra - MovES. La sento già l'obiezione, tra lo spazientito ed il sarcastico. Ma come, un altro soggetto politico? Come se non ne avessimo abbastanza. Beh, i soggetti possono essere tanti o pochi, ma l'unica cosa che importa è che siano utili ed efficaci. MovES non ha "quarti di nobiltà" marxista-leninista da vantare, pregresse frequentazioni o autorevoli personaggi cui riferirsi, ma è costituito da persone che intendono collaborare attivamente e che non intendono più delegare niente a chicchessia. Nessuno chiede a nessuno di "arruolarsi", o firmare assegni in bianco, ma tutti possono informarsi e controllare:
Date un'occhiata, se volete, e fate le osservazioni che riterrete più opportune.

domenica 22 novembre 2015

Un futuro grilliano ci attende.

Non credo sia un mistero il fatto che non nutro nei confronti di M5S aspettative di segno positivo. Le ragioni della mia diffidenza sono di natura eminentemente politica e vanno un pochino oltre gli aspetti di coerenza fin qui rivendicata (dimostrata?) dal movimento.

Quello che intendo è che, al di fuori della puntuale condanna del malcostume e oltre gli esercizi di "presentabilità" morale, non riesco a intravedere un programma che vada oltre la sconfitta dell'orrido PD, peraltro necessaria.   

Inoltre il mantra del superamento di "destra e sinistra", insieme ad alcuni discutibili, a mio parere, pronunciamenti positivi nei confronti di Casa Pound e certe esternazioni su mafia e fenomeno profughi confliggono irreparabilmente con il mio personale sistema di valori.
Date queste premesse, la comune aspirazione ad un maggior rigore etico e morale nella cosa pubblica non basta a farmi superare questa distonia.

Detto questo io semplicemente credo che il profilo e l'esperienza professionale, sia di Grillo che di Casaleggio, abbiano loro consentito di attenuare in maniera determinante la cattiva stampa che, almeno inizialmente, accolse il movimento, fino a riuscire addirittura a ribaltare la situazione e a creare un vero e proprio fenomeno mediatico di straordinario successo.

E' quella che, con un termine caricato di un'aura negativa, ma non per questo tecnicamente inesatto, possiamo definire una manipolazione ben riuscita, e il fatto che i pifferai che vennero per suonare alla fine furono suonati non aggiunge altro che una nota di beffarda soddisfazione.

Un ulteriore successo propagandistico è costituito dal fatto che il movimento si è messo lucidamente nella condizione di non poter influire su nulla, dato che non ha i numeri per farlo e che si guarda bene dallo stringere alleanze (avendo in questo buon gioco), riuscendo a far passare questa perseguita impotenza quale elemento di discriminazione a suo danno.

Il movimento, intendiamoci, è effettivamente discriminato ma questo, nonostante il vittimismo attivamente sbandierato, è voluto e profondamente funzionale alla strategia politica grilliana, la quale si sta dimostrando straordinariamente efficace (grazie anche all'attiva collaborazione di un PD sempre più inqualificabile).

Il problema naturalmente, è che date le condizioni e le scelte attuate, questa impotenza è prima di tutto una logica conseguenza di scelte strategiche espresse dalla conduzione politica grilliana. Una scelta avveduta sotto il profilo propagandistico. Il PD si avvita nel suo male incurabile, il centrodestra cerca di coagularsi con istanze che rimangono intrinsecamente localistiche per cercare di recuperare antichi fasti, M5S rifulge stagliandosi sullo sfondo del “sol dell’avvenir”, unica speranza, intonsa, illibata e virtuosa.

Il movimento denuncia, e ha molte occasioni per farlo, attua comportamenti lucrosamente spendibili sul piano del consenso - autotassazione e lavoro duro nelle commissioni per esempio - ma nulla che abbia anche solo un vago sapore di strutturale e consolidato. Perché? Ma perché non lo fanno lavorare, che diamine! (già sentita questa) 

Credo che non siano necessarie doti divinatorie per prospettare per tutte le prossime tornate elettorali, amministrative e politiche, una concreta possibilità che M5S arrivi a conseguire voti bastanti a consegnargli la responsabilità di governare.

Quando ciò avverrà, e avverrà, vedremo se la mia convinzione che nel movimento non vi sia nulla che non sia mera tattica e coltivazione del dissenso verrà, o meno, confermata. 

I miei amici e conoscenti pentastellati provano nei miei confronti sentimenti che vanno dal compatimento fino al disappunto, con occasionali punte di disprezzo, e mi obiettano che, con tutto il mio criticare, io non sono in grado di dare uno straccio di risposta.

Per il momento è proprio così, ma a breve potrebbe magari cambiare qualcosa. Non è d’altra parte che una risposta qualsiasi sia necessariamente quella giusta e tra l’altro, tecnicamente, una “non risposta” è a tutti gli effetti una risposta di tipo non positivo.

La gamma di scelte non è molto ampia e neppure allettante. In Italia il numero di astenuti è sul punto di superare quello degli elettori e la carnevalesca sceneggiata della defenestrazione di Marino ha senz’altro convinto molti altri a prendere le distanze da una politica ammalata.

Il fatto che quello degli astenuti sia il primo "partito" italiano mi dice che le mie considerazioni non sono poi così peregrine. 

sabato 10 ottobre 2015

A proposito di travi e pagliuzze.

Amare considerazioni si intrecciano sullo stato generale delle nostre “qualità” civiche, e ciò accade fin da molto prima di Tangentopoli e mentre precipitiamo verso fondali d'indecenza e corruzione morale a velocità sempre maggiori.

La situazione è veramente compromessa se ci ritroviamo a prendere atto di malcostume e furbizie così profondamente innestate nel vissuto di ciascuno da portarci a considerare di non potere, noi stessi, lanciare la proverbiale pietra di chi è
 senza peccato.

Il fatto è che ci sono, pragmaticamente, molte ottime ragioni per ogni nostro cedimento. Mantenere una linea di condotta retta è faticoso anche nelle situazioni migliori, perché richiede uno sforzo di coerenza non precisamente naturale. 

Solo che in un contesto di generale correttezza questo sforzo è un po' come l'alzarsi da una comoda poltrona; una volta in piedi muoversi non è molto più impegnativo, ma qui, in questa specie di marcio basso impero, da quella poltrona ti alzi solo per affrontare ardue salite, gravato dai pesi che dovrebbe portare qualcun altro ed esposto al pubblico ludibrio di chi si sente minacciato dai tuoi sforzi di essere meno censurabile di loro.

Ecco dunque che i migliori tracciano una linea sotto la quale non intendono andare e si attrezzano a faticosi compromessi per tutto ciò che non possono evitare, rinunciando a tutto il resto e vivendo insidiosi sensi di colpa per un malcostume che per altri è addirittura noiosamente virtuoso.

Ora, in questo bailamme di indecenza orgogliosamente rivendicata, i buoni principi servono solo a rinfacciare ad altri di non poter aprire bocca, come il borsaro nero che ti offre un po' della merce per poi poterti tenere a bada.

Marino non può parlare perché "ha rubato pure lui", che questo sia vero oppure no, come accerterà la magistratura, mentre cani e porci grufolano allegramente, ma nessuno può dirlo, perché tutti sono in qualche modo immerdati e vengono, con questa argomentazione, prontamente zittiti.

Ma anche se non sempre ho chiesto la fattura all'idraulico e talvolta sono stato meno rigoroso di quanto mi ero prefissato di essere, sono pur sempre uno che paga le tasse, che non ha brigato per farsi esentare dal servizio militare e che quando getta la spazzatura impiega tempo a selezionare accuratamente i tipi di plastica e a separare la carta riciclabile da quella irrecuperabile, che dà la precedenza ai pedoni sulle strisce, anche se altri automobilisti lo sfanculano e discettano sulle qualità morali delle donne della sua famiglia.

Dunque non sarò un angioletto, ma benedetto iddio mi sono lo stesso guadagnato il diritto di puntare un dito accusatore, e lo faccio perché, nonostante gli sforzi di corrotti e corruttori, i miei "quarti" di onestà sono lì, a dispetto di tutto quello che fanno per negarli.


Un contesto di onestà diffusa è pur sempre possibile, ma non può prescindere dal concorso di tutti ed ha bisogno di costante vigilanza, rigore, onestà intellettuale e assenza d'ipocrisia, come ben sanno i tedeschi che defenestrano ministri che hanno copiato la tesi, ma poi armeggiano con i test sulle emissioni delle automobili.



sabato 3 ottobre 2015

Chiunque incontri è tuo fratello, figlio, figlia (Don Gallo)

Leggo questo bell'articolo di Paolo Sassanelli, che ci ricorda che ciascuno di noi è stato, e in molti casi è ancora, lo "sporco negro" o il "terrone" nella considerazione di qualcun altro, e che dunque non abbiamo alcuna giustificazione quando assumiamo atteggiamenti di intolleranza e razzismo verso gente più sfortunata.

Sassanelli è stato un bambino "terrone" in una Milano che faticava ad includere i flussi migratori, pur riuscendo in questo meglio di altre città, ed il mio pensiero è corso ai miei ricordi di bambino "polentone".

Sono un "ragazzo del '54".  Ho frequentato la scuola elementare Tommaso Grossi, in via Monte Velino, a Porta Vittoria, in una Milano che non esiste più.   Il quartiere era in larga parte popolare, perlomeno nella zona dove abitavo, intorno a Piazza Martini/Piazza Insubria, con frange ben localizzate di relativo benessere; piccoli funzionari, qualche bottegaio ben avviato, qualche libero professionista di oneste, ma non cospicue, capacità.
Nella mia classe di 35 bambini (allora questa era la consistenza media e per non meno di 6-7 sezioni) c'erano tantissimi figli di facchini dell'Ortomercato, data la presenza nel quartiere di quella struttura.  

Nella mia qualità  di figlio di commesso di banca io navigavo, per dire,  nella fascia medio-alta della classifica di reddito, e il papà  del mio migliore amico non lo vedevo mai, perché  faceva la guardia notturna alla Montecatini.  Quando lui era sveglio, noi dormivamo.  

Quel signore era di Bitonto, e la moglie di Berceto, in provincia di Parma.  Sul nostro pianeŕottolo si affacciavano gli usci di casa di una famiglia mantovana, di una calorosissima famigliola di messinesi (la signora quando faceva i croccanti di sesamo e mandorle ne dava sempre un po' anche a me e mia sorella) e di una coppia di persone, estremamente riservate, di cui non sapevo nulla, tranne che erano nate altrove. 
Al piano di sopra abitava una signora palermitana simpaticamente sboccata, con grande scorno di mia nonna, e al piano di sotto una famiglia bergamasca.  Già allora i milanesi "autoctoni" erano in minoranza e, molto spesso, sposati con persone provenienti da ogni dove.

Girando per il quartiere si sentivano accenti e dialetti tra i più disparati e non voglio dire che mancassero gli attriti, dato che quando usi e costumi divergono anche una formula di cortesia può  divenire problematica, ma tutti trovavano un modus vivendi, più o meno efficace, e nel mio quartiere, che io sappia, l'orrido cartello "affittasi non  a meridionali" non è  mai comparso perché,  perlomeno allora, la fratellanza di classe aveva il sopravvento.   Purtroppo non posso dire la stessa cosa per altre zone della città.  


L'unico episodio di intolleranza di cui ho memoria nella mia infanzia provenne dalla nostra maestra chesciaguratamente,  riservò ad un nostro compagno appena giunto dalla Puglia un trattamento infame, che vidi poi replicato solo nelle miserrime pratiche del nonnismo militare.
Noi bambini, in un primo momento e per consonanza con la maestra, collaborammo con il dileggio, ma poi, piuttosto a disagio, smettemmo e so che molti genitori, venuti a conoscenza della cosa, protestarono vivacemente con il direttore della scuola.

Il razzismo è un modo di pensare apparentemente "ragionevole".  Prende tutti i problemi che possono verificarsi tra persone provenienti da ambiti diversi e, invece che cercare di individuare i punti di contatto, esalta le differenze e identifica immancabilmente nel processo di fusione tra culture che vengono a contatto un'azione ostile di conquista da parte "dell'intruso".  

Una volta passato il concetto, non vi è più alcuna necessità di comprendere le ragioni dell'altro, perché si tratta di un nemico, un pericoloso antagonista, e la faccenda risulta essere unicamente una lotta per la sopravvivenza nella quale non si fanno prigionieri.

Il razzismo di conseguenza si attrezza costruendo un arsenale di assiomi indimostrati e non negoziabili, la cui messa in discussione, come il più timido dubbio a riguardo, vengono prontamente e ferocemente bollati come inqualificabile tradimento.
La sua perpetuazione si articola principalmente nella riproposizione continua, spasmodica e martellante di radicatissimi pregiudizi.

Il razzismo dunque prospera nell'ignoranza, nella paura e nella meschinità e nessuno di noi ne è veramente immune, perché tutti abbiamo un pezzettino di umanità imperfetta e paure inespresse e corrosive.

Bisogna essere vigili e saper fare quel passo che supera il fossato, e tenere presente che proprio perché l'altro ti è fratello potrebbe, a sua volta, essere diffidente, dunque ti sarà richiesto essere paziente, oltre che fiducioso, così potrai trovare un abbraccio invece che un pugno serrato.


Un'ultima cosa.  Mia madre era francese di nascita perché  mio nonno, bergamasco del Lago d'Iseo, emigrò in Francia per sfuggire alla miseria che lo attanagliava.  Sono dunque nipote di migranti e figlio di una "straniera", non potrei mai angariare qualcuno solo perché nato altrove.