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sabato 27 novembre 2021

Mi casa es su casa

L'ambiente dei social, Facebook in particolare, non favorisce certo l'interazione pacata e rispettosa delle sensibilità del proprio interlocutore. 

La cosa emerge molto chiaramente in occasione di eventi particolari, come avviene al momento con le feroci polemiche che avvelenano le relazioni tra i no-tutto ed il resto del mondo (con i no-tutto in netta, ma rumorosa e petulante minoranza).


Non si tratta certo di una peculiarità del tempo pandemico però.   E' sotto gli occhi di tutti l'assertività aggressiva che immancabilmente si dispiega in ogni possibile polarizzazione, per quanto risibile e ininfluente questa possa essere, si tratti di politica (destra o sinistra), scelta della macchina fotografica (Nikon o Canon) o personal computer (Apple o resto del mondo).


I riprovevoli tassi di aggressività e mancanza di rispetto, che emergono assiduamente e senza alcuna vergogna, devono per forza corrispondere a qualche disposizione d'animo che rivela un profondo malessere, una concezione dei rapporti umani e sociali sofferente ed improntata ad un individualismo difensivo che vede in ogni parere o scelta differente dalle proprie una minaccia e una negazione della propria individualità, un sabotaggio irricevibile di una parvenza di sicurezza che necessita di un accurato isolamento dai dati di realtà per mantenersi in piedi.


Credo che sia la modalità virtuale a favorire questa attitudine alla violenza relazionale, dato che l'interazione mediata da una tastiera, dunque priva di ogni fisicità, induce molte persone a prodursi in atteggiamenti altamente deprecabili, vuoi per pura e semplice viltà, dato che non corri certo il rischio di pagare la tua arroganza con un naso rotto o un occhio pesto, o anche solo di affrontare un cipiglio offeso, sia perché non si riesce ad interiorizzare che dietro un nome o un nickname "dipinto" sullo schermo sta una vita vera. Un po' quello che accade al pilota da bombardamento, che non riesce a credere veramente che la bomba che sta sganciando tormenterà "quelle formichine" distanti.


In genere io evito di andare su pagine di persone sconosciute, e che manifestano opinioni in forte conflitto con le mie, per sbertucciarle od offenderle gratuitamente, anzi evito proprio di interloquire, anche civilmente, perché in fondo sarei un ospite a "casa loro", mentre non manco mai di discutere nei gruppi, che mi sembra esistano per questo. Però, anche in questo caso, evito di andare ad accapigliarmi in ambiente Lega o Casa Pound, per dire di due ambiti che stanno esattamente agli antipodi del mio sistema di valori, a che pro farlo?


In questo frangente pandemico tra l'altro evito il confronto con i negazionisti di ogni grado, che siano conoscenti o illustri sconosciuti, perché ho verificato la persistente impossibilità di avere un confronto proficuo con gente che rifiuta il pensiero scientifico per privilegiare quello magico, e indulge nella pratica del cosiddetto “cherry picking” per setacciare i pareri che supportano il proprio pregiudizio, eliminando tutto ciò che lo invaliderebbe, producendosi in “processi logici” fallaci e costruiti su una ignoranza priva di ogni possibilità di riscatto, proprio perché scientemente perseguita.


Non sempre naturalmente, godo della stessa attenzione e cortesia da parte di certi "incursori", che periodicamente rilasciano le loro trascurabili opinioni, vestite da cazzotto nello stomaco.
Non è che mi disturbi un'opinione contraria, anche molto ferma, però pretendo che sia motivata e urbana nell'esposizione.


Spesso, quando mi lamento della loro intolleranza, questi soggetti mi rispondono con un'argomentazione classica, e per questo di una banalità deprimente.
Se non vuoi essere contraddetto, mi dicono, evita di postare con privacy "pubblica".


Ora, egregi signori, ma anche molte poco gentili signore, spiegatemi una cosa: ma voi, quando entrate in casa di qualcuno, tra l'altro non un amico o conoscente bensì un perfetto sconosciuto, esordite con qualche memorabile perla tipo "ma che tappezzeria di merda che hai messo", e magari mettete i piedi sul tavolo e scorreggiate liberamente, ruttando, in soprammercato, in faccia al vostro anfitrione? Perché se è così sono incommensurabilmente lieto di vivere su di un pianeta diverso, che è però purtroppo ben collegato col vostro.


domenica 22 novembre 2020

L'alternativa del diavolo




Non molti mesi fa l'Associazione Genitori Tarantini ETS poneva ai sindacati e ai lavoratori dell'impianto siderurgico di Taranto, che stavano manifestando per la difesa del posto di lavoro, la seguente domanda:

«Secondo voi, Costituzione italiana e Convenzione europea dei diritti dell’uomo alla mano, quello svolto nell’acciaieria tarantina è lavoro o schiavitù?  Da cittadini, da padri e madri, da nonni, da fratelli e sorelle, da amici, vi chiediamo: vista la più che comprovata nocività per l'ambiente e la salute derivante dalle emissioni dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico [...] siete ancora disposti, in così poche migliaia, a condizionare la salute e il futuro di 575.000 cittadini della provincia o dedicherete il vostro impegno per la chiusura delle fonti inquinanti, la bonifica e la riconversione e il rilancio del territorio?»

La domanda, insidiosissima, sottolineava la sostanziale non conciliabilità delle istanze di chi difende un posto di lavoro, un reddito per "campare la famiglia", e chi privilegia la salute di tutti, in primis i propri figli, così sensibili ai veleni che un impianto siderurgico, tra l'altro vetusto e tecnologicamente arretrato, produce in quantità più che cospicue.

Non vorrei davvero essere nei panni di un operaio tarantino in cassa integrazione e in predicato di licenziamento, unico percettore in famiglia di reddito in una terra avara di occupazione, che è anche padre di uno o più bambini in età scolare o prescolare, perché avrebbe problemi giganteschi a rispondere a quella domanda senza mancare nell'assolvimento delle sue responsabilità.   E anche senza essere padre, per chiunque dotato di un minimo di empatia e senso di responsabilità, si tratta in ogni caso di un quesito che non prevede una risposta "immancabilmente giusta".

Esistono situazioni che non consentono alcuna confortante nettezza nel prendere posizione, circostanze nelle quali il bivio decisionale che ti si presenta è una "alternativa del diavolo", con un un prezzo salato da pagare qualunque strada si decida di imboccare.

Qualcosa di simile sta avvenendo ora, durante la pandemia, quando collidono le esigenze sanitarie che esigono una forte compressione delle attività, in primis quelle commerciali, e le esigenze di una parte di popolazione che, a seguito di quella strategia, si ritrova con ampie voragini reddituali e costanza di esborsi, una combinazione veramente pessima.

Come si risponde ad un problema del genere?  Chi ascolti? Quali aspetti della crisi privilegi?   La salute pubblica, che si preserva a spese del portafoglio o il reddito, che si assicura a spese di un contagio che diventa rapidamente incontrollabile?
A cosa ti servirà essere sano se creperai di fame o verrai sfrattato?
A cosa ti servirà avere un reddito se poi finirai sul tavolo dell'imbalsamatore o sarai reso invalido dalle conseguenze a lungo termine del coronavirus? 

Un'alternativa del diavolo da manuale, con una "terza via" miseranda, prodotta dal compromesso tra governo centrale e presidenti regionali, questi ultimi il più delle volte espressi da un'opposizione politica quanto mai inferiore alla bisogna.

Si tratta di un pastrocchio che riesce a mettere insieme tutti i difetti delle due risposte con ben pochi dei vantaggi relativi, in un un caleidoscopio di colori e livelli differenziati di provvedimenti che sono spesso la certificazione di chi riesce a "pisciare più lontano", il ministro di turno o il cosiddetto governatore della regione, gialla, arancione o rossa, a seconda dei casi, l'un contro l'altro armati.

Il fatto è che quando piove ci si bagna, e non serve a molto inveire contro la nuvola.      La pandemia, al contrario della situazione tarantina che è un problema creato integralmente dall'uomo e dall'avidità del capitale, è un evento naturale, statisticamente inevitabile, e infatti atteso, perlomeno dalla comunità scientifica, ma non messo a bilancio preventivo dalla sfera politica.

Gli aspetti antropici dell'epidemia in corso sono tutti nel mancato approntamento dei mezzi per affrontarla decentemente, e non solo nella prima ondata, che ci ha colti di sorpresa, anche se non avrebbe dovuto essere così, ma pure nella seconda, peggiore della prima e per la quale ci sono ancora meno scuse per la delittuosa impreparazione.

Dunque piove, anzi diluvia, e i pochi ombrelli non bastano, e spesso sono anche fetenti e sbrindellati.     Quando sarà finita sarebbe bello poter inchiodare certi personaggi alle loro responsabilità, ma credo che anche stavolta molti di loro cascheranno in piedi, lanciandoci in pasto qualche collaboratore da sbranare, colpevole solo di aver soddisfatto i loro desideri.

Comunque ci penseremo quando sarà il momento.  Ora bisogna tener duro finché non torna il sereno e smetterla di inveire contro il destino cinico e baro, anche perché molti dei disgraziati che ci hanno messi in questa situazione li abbiamo ripetutamente votati e, anzi, gli teniamo bordone anche ora, bevendoci tutte le panzane che ci rifilano.

giovedì 21 maggio 2020

Fa un etto e mezzo, lascio?

Si moltiplicano i post sugli aumenti di prezzo praticati dai negozianti che hanno appena riaperto i loro esercizi dopo la lunga traversata del deserto pandemico, e dato che oggi sono in modalità “qui una volta erano tutti prati”, mi è tornata in mente una discussione con un cliente della banca nella quale ho lavorato a lungo, nel... millennio scorso.

Allora prestavo servizio in un'agenzia situata in Piazzale Dateo, a Milano, una zona sul limite tra i quartieri popolari ed operai del Calvairate e quelli "signorili" a ridosso della circonvallazione interna.

La clientela, ai tempi, era relativamente diversificata e al suo interno commercianti, piccoli professionisti, rappresentanti e qualche benestante senza occupazione immediatamente riconoscibile, ma con cospicue rendite finanziarie, facevano la parte del leone.

Ero ancora un “assistente alla clientela”, dizione convenientemente approssimativa che significava tutto e niente, e mi trovai a discutere con un cliente, un florido grossista di attrezzature per laboratori alimentari, pasticcerie e simili, del fatto che avevamo negato una linea di credito alla figlia, che aveva a sua volta un conto presso l’agenzia, anche se il suo negozio di abbigliamento sportivo era in via Paolo Sarpi, dall’altra parte della città.

Via Paolo Sarpi, per chi non conosce Milano è, assieme a Via Canonica, il cuore di un quartiere cinese che esiste perlomeno dai tempi di mio nonno, molto prima che scoppiasse la Grande Guerra, anche se la consistenza della comunità cinese è stata, fino agli inizi degli anni ’80 molto più contenuta di quanto non sia ora.

Ho dei ricordi, da bambino, di signori cinesi che non spiccicavano una parola d'italiano, ma avevano una padronanza del dialetto meneghino che avrebbe suscitato l'invidia perfino di Carlo Porta.

Comunque sia, ai tempi la presenza cinese cominciava ad ispessirsi, ma quella zona rimaneva ancora un quartiere della vecchia Milano e nessuno avrebbe ipotizzato che, il decennio successivo, le insegne di via Sarpi sarebbero state tutte scritte in cantonese o mandarino, e che un italiano avrebbe potuto percorrerla tutta, ed è bella lunga, col rischio di non capire nessuno e di non farsi capire da alcuno.

Però la spietata politica dei prezzi era già allora la strategia principale praticata dai commercianti cinesi, e la signora che aveva richiesto la linea di credito era in affanno, perché in una zona che andava configurandosi come una specie di discount commerciale, lei, perseguendo margini elevati a prescindere, praticava prezzi d'affezione per articoli di qualità medio alta, col risultato di dare una severa “rasoiata” ai suoi introiti. 

Fu per quello, per la contrazione degli affari derivata da un'errata valutazione della sua presenza commerciale, che richiese l'erogazione di un fido di cassa, per galleggiare in attesa... di cosa? Probabilmente che i cinesi sparissero dalla circolazione. 

Quel fido però le fu negato in quanto i dati finanziari e reddituali che poté fornire, ulteriormente depressi, io credo, da una certa “disinvoltura” fiscale, erano troppo scarsi per rendere sostenibile l'operazione.

Il padre, che a differenza della signora, era un uomo d'affari e non un “bottegaio”, se capite la differenza che sto sottolineando, non si sognò neanche di contestare la mancata erogazione. La sua opinione, anzi, fu che la figlia “non aveva capito nulla”. Secondo lui, infatti, avrebbe dovuto abbassare i prezzi e scegliere una linea di prodotti più conveniente, giocandosela più sul versante “gusto”, che certo non era un punto di forza cinese. 

Quello che la signora fece, invece, fu di alzare i prezzi, per cercare di rifarsi su quelli che ancora entravano nel negozio, con il risultato di andare in default piuttosto alla svelta, senz'altro molto prima che il quartiere venisse completamente colonizzato dagli operatori orientali.

La frequentazione dell'ambiente dei commercianti al dettaglio, in quanto dipendente bancario, non mi ha aiutato granché ad avere rispetto per le loro capacità, perché ho visto, con una frequenza decisamente elevata, un'attitudine all'avventurismo, che è cosa diversa dal saper assumere un rischio, desolatamente preponderante.

La vita del commerciante, di suo, non è proprio tutta rose e fiori. Quando le cose girano bene è possibile fare ottimi affari, ma è quando le “vacche sono magre” che emergono i difetti strutturali.
E' allora, infatti, che le condizioni marginali che erano bastate a tenerti sul mercato in tempi migliori spariscono ed evidenziano che ti andava bene perché era tutta in discesa, non per merito tuo.

Quando i tempi si incupiscono il cliente, che il più delle volte non se la cava meglio del negoziante, tuttaltro, è lesto ad andare dove gli conviene di più, e pensare di aumentare il prezzo di vendita per rifarsi delle perdite significa solo avvicinare il momento in cui si portano i libri in tribunale.

Il mondo degli affari è brutalmente darwiniano, e l'imprenditore, piccolo o grande che sia, e il bottegaio è un piccolo imprenditore, è convinto che vada bene così... fino a quando non gli va storta.

E' allora, quando perde la sua posizione all'apice della catena alimentare, che chiede, anzi pretende, aiuti cospicui e possibilmente a fondo perduto, assegnando colpe a tutti e rivendicando la titolarità esclusiva delle sfighe del mondo.

Eppure in genere si tratta degli stessi soggetti che sostenevano che i sindacati, con  quella che definivano, con disgustato disprezzo, la loro mentalità da "pasti gratis", fossero la rovina dell'Italia.







venerdì 20 marzo 2020

La fragile "democrazia pandemica".

Scusate, sarò più prolisso del solito, ma solo Trump pensa che un tweet basti e avanzi, e tra le mie poche qualità quella del dono della sintesi brilla per assenza.



Questo articolo (qui il link) mette nero su bianco le preoccupazioni di molti di noi, talvolta declinate in chiave complottarda, ma più spesso con la sincera preoccupazione di chi sa quanto sia delicato l'assetto democratico.

I più anziani tra noi ricordano i tempi bui del "terrorismo di stato" e dell'uso criminale e liberticida che venne fatto della paura, ma si stanno scordando che quei disegni vennero alla fine sconfitti dalla risposta immunitaria della gente che rigettò quel disegno.     Sembrano anche sottovalutare che quelle bombe furono un'azione consapevole di chi voleva destabilizzare, mentre questa pandemia, al netto delle letture complottistiche, è un evento statisticamente atteso, una disgrazia non meno naturale di altre, come i terremoti.

Come in altre disgrazie naturali, ovviamente, sono le scelte strategiche fatte prima dell'evento a marcare il grado di difficoltà che sperimentiamo nell'affrontarle.

In questo caso paghiamo la visione aziendalistica della sanità, vista come lucrosa attività e non invece, come dovrebbe essere,  quale settore che assicura il benessere ed il regolare funzionamento di una società, oltreché il diritto fondamentale alla salute e all'assistenza medica.

Inoltre non sono più tra di noi i più anziani, quelli che vissero una o anche due guerre mondiali, e che non sentivano la sopravvivenza come un "diritto acquisito" e che dunque, al contrario di noi occidentali (in altre parti del mondo la cosa è differente), non si sentono traditi per il brusco contatto con la fragilità umana cui siamo oggi costretti.

Molte persone si sentono smarrite, tradite, spaventate e spesso danno risposte esageratamente emotive.    Hanno fin qui vissuto il tutto tracciando una parabola classica nelle fasi che la compongono.  
Iniziale sottovalutazione, risposta irridente, perfino "guascona", presunzione di immunità a prescindere, avversione ideologica alle prime restrizioni, coltivazione compiaciuta dell'italico individualismo che ci contraddistingue.

Poi i primi dubbi, esorcizzati con i flash-mob, i canti alle finestre, gli hashtag auto-motivazionali (#andràtuttobene), chiari segni di un panico a malapena contenuto e pronto a scattare.  Chi, solo una settimana fa, trattava con condiscendenza noi poveri idioti che esortavamo a ridurre le uscite, ora si apposta alle finestre e insulta i passanti, perché adesso deve prendere atto che pure il suo importantissimo culo è in gioco.

Dunque il panico ti fa invocare le restrizioni che fino a poco fa ti andavano strette, e pretendi l'esercito nelle strade, con amministratori locali e politici che non aspettavano altro che questa vidimazione popolare.   Per converso le maggiori restrizioni fanno scattare la natura oppositiva di altri, che a quel punto e improvvisamente da olimpionici del divano si tramutano in maratoneti kenioti, smaniosi di frequentare parchi e giardini, cosa che giustifica ancora di più la stretta impositiva sulle libertà personali perché, per quanto possa essere strumentalizzata, la circolazione ridotta al minimo indispensabile è al momento l'unica profilassi possibile.

Sta di fatto che le perplessità sulla tenuta del sistema democratico si fanno più pressanti e l'articolo che ho linkato più sopra costituisce una buona riflessione sull'argomento.
Il danno maggiore, secondo me, viene dalla decisione presa inizialmente, non so quanto "incosciente" e quanto" incompetente", di ventilare una risoluzione dell'emergenza a quindici giorni. Una cosa irrealistica, decisa forse per sostenere il morale. 

Un piccolo sforzo e poi ne saremo fuori, ci hanno detto, ma i più avveduti tra di noi, e devo dire che siamo la maggioranza, non pensava veramente che sarebbe andata così, e infatti ora siamo in molti a non essere per nulla stupiti del fatto che "si vada lunghi".

Il problema però è che chi invece ci aveva creduto, soprattutto chi aveva bisogno di crederci, ora si sente tradito, e magari fosse solo questo. Il fatto è che si tratta delle persone che, caratterialmente ed emotivamente, sono tra quelle più facilmente soggette a farsi prendere dall'agitazione, quando non dal panico.

Hanno "voluto" credere al decorso sprint, anche se irrealistico, perché non volevano prendere in considerazione altre ipotesi, ed ora si trovano a sbattere la faccia contro ai loro timori, tra l'altro con molto tempo per pensarci e poche cose da fare per concentrarsi su altro.

Certo che ci sono pericoli per l'impianto democratico, e non voglio pensare cosa sarebbe successo se al comando ci fossero stati Salvini e la Meloni, con le loro suggestioni dittatoriali, ma il fatto è che non ci sono solo quei pericoli e, per quanto importante sia la democrazia, al momento abbiamo anche un altro problema che contende, per così dire, la vetta della classifica.
Si, perché noi ora noi abbiamo per le mani un bel problema. L'emergenza giustifica le pesanti limitazioni, l'individualismo sfrenato di molti da una parte pregiudica l'efficacia dei provvedimenti, dall'altra sollecita giri di vite che possono diventare pericolosi, se non tenuti sotto controllo, e il panico comincia a serpeggiare, grazie anche a quella iniziale sottovalutazione, che si è rivelata un autogol. E il panico è una brutta bestia, che chiama molti comportamenti sbagliati, personali, sociali e politici.

Maggiore autoritarismo è la risposta sbagliata, ma anche un malinteso sentimento democratico a prescindere è sconveniente.
Non credo ci sia una risposta "prét a manger" per la problematica in questione.

Dobbiamo aumentare la vigilanza democratica, ma come noto gli incendi non si spengono spiegando loro che sono devastanti.

mercoledì 18 marzo 2020

La gestione del panico ed altre cose

Userò nomi di fantasia.   

Eufrasia, la mia compagna di allora.
Evaristo, il mio "migliore amico" (notare le virgolette).
Ginevra, l'amica in crisi matrimoniale.

Tanti anni fa feci un'escursione sopra Cogne con Eufrasia, Evaristo e Ginevra che era venuta con noi da sola, perché in momentanea rotta col marito.
Anche io non ero messo benissimo nel rapporto con Eufrasia, ma non sapevo ancora quanto, e del resto il "marito" è sempre l'ultimo ad accorgersi che qualcosa non va.

La stagione era molto avanzata, faceva un discreto fresco e gli stambecchi avevano già abbandonato le quote più elevate, stazionando placidamente di traverso al sentiero, preoccupando non poco Ginevra, che osservava quei bestioni con molta diffidenza.

Non avevamo tenuto nel debito conto che le giornate si erano molto accorciate e che, tranne noi, in giro non si vedeva nessuno, quando invece in alta stagione c'erano dei momenti nei quali sembrava di stare sotto la Galleria Vittorio Emanuele all'ora dell'aperitivo.

Sta di fatto che ci eravamo attardati ad ammirare lo splendido panorama del Ghiacciaio della Tribolazione e ci trovavamo ancora a più di un'ora dal luogo ove avevamo parcheggiato la macchina.    Non eravamo sicuri di riuscire ad arrivarci prima che il buio ci cogliesse ancora distanti e su un sentiero ripido e pieno di sassi e spuntoni. 

Eufrasia aveva, ed ha tuttora presumo,  una vera predilezione, costantemente e tenacemente negata, per il melodramma.   Gli elementi che stavano guastando il nostro rapporto, e quanto lo avrei appreso entro breve, venivano in gran parte dal fatto che riteneva la mia naturale cautela niente più che un tratto di pusillanimità e indecisione, che faceva di me un "compagno di vita inadatto".

Continuava a creare presupposti critici e punti di svolta nella nostra vita, tutti radicali e spesso drammatici, invariabilmente pretestuosi  e non di rado assai teorici, essendo opzioni di vita che non aveva alcuna intenzione di attivare, ma che architettava per mettermi alla prova, sfidandomi ad affrontarli e a risolverli senza alcun tentennamento, manco fossimo in un reality.

Io d'altra parte ai tempi, grazie alla costruzione di un rilevante senso di inadeguatezza indotto da un padre piuttosto manipolatore, non ero molto sicuro di me stesso, e tutto quel lavorìo mi instillava qualche dubbio.  
Ero giovane e anche un po' stupido.

Compresi dopo che mi stavo semplicemente difendendo, e che se fossi stato appena un poco più fiducioso in me, avrei potuto mettere le cose in chiaro, ponendo fine a tutto quell'onanismo emozionale.   Comunque Eufrasia era arrivata alla soglia del disprezzo, e si stava apprestando a varcarla perfino con una certa malcelata soddisfazione, dato che sentiva che i suoi timori erano prossimi ad essere "confermati".

Comunque sia quel sabato pomeriggio non eravamo certo in pericolo di vita, ma neanche messi benissimo.   La montagna non ama essere trattata con superficialità, e spesso impartisce rudi lezioni.    Sta di fatto che avevamo un problema da risolvere e non potevamo certo chiamare un taxi che ci togliesse dagli impicci.

Eufrasia, con una voce da stoica pioniera sull'orlo di una crisi di nervi, cominciò ad esprimere ad alta voce la sua preoccupazione per i guai nei quali ci saremmo trovati di lì a non molto, immaginandosi, con qualcosa di più di una morbosa soddisfazione, tutti i rischi che tra poco avremmo immancabilmente corso.         

Credo che, assieme ai deliziosi brividi che stava provando si immaginasse di uscire, in qualche modo, con qualcosa da raccontare con uno sguardo "fisso a 5.000 iarde", come dicono i marines emersi fortunosamente illesi dalla battaglia di Pusan.

Io, ormai avvezzo allo stile eufrasiano, non prestai all'inizio molta attenzione, ma poi mi resi conto che Ginevra aveva smesso di preoccuparsi degli stambecchi e che stava andando in iperventilazione, mentre Evaristo, con la voce grave di chi stava accedendo al patibolo, dipingeva con grande verosimiglianza i traumi che ci saremmo procurati camminando su un terreno sconnesso, al buio, in forte pendenza e con il gelo che sarebbe calato su di noi, stroncando vite che avevano ancora molto da dare.

Non lo feci coscientemente, ma ruppi la malsana immobilità e mi incamminai con passo lungo e ben disteso, incitando gli altri a muoversi e sottolineando il fatto che avevamo ancora una discreta possibilità di fare al buio solo l'ultimo tratto pianeggiante e piuttosto ben livellato, e parlando con un tono colloquiale  di cosa avremmo mangiato in albergo.

In breve mi trovai condurre il piccolo gruppo, sopravanzando tutti di una ventina di metri e inducendo i miei compagni ad allungare il passo per raggiungermi.
Eufrasia in particolare allungò il passo più di tutti, e tra il meravigliato e lo stizzoso mi chiese che cosa stavo facendo.

Rispondendole mi precipitò la consapevolezza piena del mio pensiero, fino a quel punto latente, e le dissi:
"siamo in una situazione che possiamo risolvere solo noi stessi.    Stare qui a piangere non ci aiuta e può anche essere che non ce la faremo a rientrare in tempo, ma se non ci diamo una svegliata, è del tutto sicuro che i nostri peggiori timori si avvereranno, dunque muoviamoci e facciamo in modo che nessuno rimugini troppo sulle proprie paure".

Lei mi guardò prima meravigliata e poi discretamente incazzata e mi disse: 

"ah, il piccolo Duce.  Si fa dunque quello che dici tu e basta. Bella democrazia".  
Non ho mai compreso veramente se si incazzò per la mia botta decisionista o perché stavo smentendo il pessimo giudizio che aveva di me, avendo già irrevocabilmente deciso che ero un irresoluto privo di attributi.
Avrei dovuto capire in quel preciso momento che era finita tra di noi, ma come ho detto ero giovane e stupido.

Alla fine rientrammo in albergo in tempo e senza problemi e gustammo un'ottima polenta con umido di cacciagione.
Ginevra si dimenticò subito tutto e cominciò a pensare a come ricucire, al ritorno, il suo incagliato matrimonio.
Evaristo fece di tutto per dimenticare di aver traballato moralmente.
Eufrasia non me la perdonò, e di lì a poco, come nella sceneggiatura di una pessima telenovela, mi diede il benservito, andandosene con Evaristo, il mio ex "migliore amico", e a distanza di anni direi che mi è andata di lusso.

Quello che mi è rimasto di quella esperienza è che il panico è un animale infido, che ti azzanna le chiappe e poi non ti molla.   Devi rintuzzarlo subito e anche se, per farlo, ti ritrovi a fare l'equivalente di respirare in un sacchetto, come si fa nelle crisi di iperventilazione.

E' per questo che in questi pandemici giorni mi sento di intervenire appena sento una voce che si incrina.